Dopo il caso in Belgio, un’altra anziana sana ha chiesto l’eutanasia. La donna, australiana, vuole morire accanto al marito malato terminale e la clinica svizzera “Dignitas” ha annunciato che la aiuterà in questo ultimo viaggio. Per il fondatore dell’istituto, Ludwig Minelli, il suicidio assistito è una “meravigliosa opportunità”. La struttura ha già praticato la “dolce morte” a oltre un migliaio di cittadini britannici. (Tgcom)
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e vinceremo
è che non c’è il tempo, qui, per dire qualcosa, raccontare.
è che quando arriva il tempo dell’elezione di un sindaco impazziscono un po’ tutti.
avere presente quando arrivano i Mondiali di calcio?
tutti che sanno, improvvisamente.
quando ci sono elezioni comunali è peggio: perché tanti, improvvisamente, oltre a sapere cose di politica di cui fino a pochi mesi fa non sapevano, s’improvvisavano attenti lettori delle cose politica di una città, presto invase da manifesti con proclami.
c’è chi sogna anni e anni di pubblicare un libro.
ci si illude, ci si incavola, ci si sente non capiti.
quando arriva il tempo delle elezioni, in una piccola città, tanti perdono il dono della saggezza: ho tanta gente che stravede per me, dicono, avrò tanti voti.
oppure, se io appoggio quel candidato sicuramente lo faccio vincere.
poi, il giorno dopo lo scrutinio del voto, arriva sempre la battuta rivolta a questo o a quel candidato: Nemmeno la moglie l’ha votato.
son da raccontare queste illusioni da poco, pre-elettorali, dove, per due tre mesi, c’è gente che s’illude d’essere importante, e va in giro impettita.
oddio, le comiche ci sono anche dopo.
sarebbero da raccontare le mascolzonate poi: se voti per me avrai in cambio.
è l’arma vincente, sempre.
anni fa lessi di un parlamentare neo eletto che, arrivato a Montecitorio, chiese: dove sono il mio ufficio e la mia segretaria?
Il (mio) tempo, qui, è scaduto.
buona giornata
Giovannone (di Palumbo-Bassini)
I disegni sono di Giuseppe Palumbo, il testo è mio.
Giovannone,
su Blog&Nuvole
incipit (di libri belli)
incipit, ma di libri che mi sono piaciuti particolarmente; ché poi gli incipit solo a volte restano
Mentre tutti aspettavano l’attore che aveva promesso di arrivare alla loro cena nella Gentzgasse verso le undici e mezzo, dopo la rappresentazione dell’Anitra selvatica, io osservavo i coniugi Auersberger dalla stessa bargère in cui stavo seduto quasi ogni giorno nei primi Anni Cinquanta, e pensavo che accettare l’invito degli Auersberger era stato un errore degno di conseguenze.
THOMAS BERNHARD, A COLPI D ‘ASCIA
Yoel sollevò l’oggetto dalla scaffale, e lo osservò da vicino. Gli dolevano gli occhi. L’agente immobiliare pensò che non avesse sentito la domanda, e quindi la ripeté: “Vogliamo dare un’occhiata sul retro?”. Anche se aveva già deciso, Yoel non si affrettò a rispondere. Era abituato a prendere tempo prima di dare una risposta, anche se si trattava di domande semplici del tipo “come stai?” oppure “cosa hanno detto al telegiornale?”. Come se le parole fossero oggetti personali da quali non era bene separarsi.
AMOS OZ, CONOSCERE UNA DONNA,
Feltrinelli
Una mattina di vento, nel piazzale dell’università, mentre teneva il cappello con una mano e cartella con l’altra, il riverbero del sole negli occhiali e l’assistente lontanissimo che occupava il centro delle lenti e si dirigeva a passi rapidi vero di lui, il professore ebbe un cattivo presentimento.
GIUSEPPE PONTIGGIA, IL GIOCATORE INVISIBILE,
Oscar Mondadori
Poi, ho una ventina o forse più di libri da leggere.
Questo per esempio, di un autore giovane, sta vendendo o ha venduto bene, mi pare, e mi han detto che è ottimo.
“Mi benedica padre perché o peccato” dice e si rende subito conto che non pronuncia quella frase da un sacco di tempo. Forse l’ultima volta è stata dopo la cresima. O subito prima. Non riesce a ricordare con precisione il momento, solo che è lontano e ripensarci lo fa sentire a disagio.
Sono le nove del mattino di un giorno feriale e la chiesa di San Giacomo è praticamente deserta.
PATRICK FOGLI, LENTAMENTE PRIMA DI MORIRE,
Piemme.
Ho un bel po’ di libri da leggere (Oz, Serrano, poi voglio rileggere La peste di Camus: averlo letto a diciott’anni, averci fatto un tema ed aver preso l’unico nove della mia carriera scolastica, ricca di tanti dal cinque al sei, è cosa che mi inorgoglisce – per il nove – ma non conta).
Poi ci sono i libri di scrittori amici, bravi scrittori; se io esco con un libro loro mi leggono in fretta, io invece li faccio penare.
Vado a leggere, sono le 4; ho ancora un’ora di tempo.
Buon lunedì
Pubblicità disinteressata, credo.
Se vedete in libreria i romanzi della casa editrice Perdisa sfogliateli almeno. Ne ho fatto incetta, io, ad Alessandria.
L’anima di Perdisa è Luigi Bernardi. Son contento di averlo prima letto (Senza luce è un gran libro) e poi conosciuto.
doppiamente vergognosamente
parlo poco di politica qui perché se parlo di politica poi finisce che litigo un po’ con tutti, oppure devo comunque trovare il tempo, che magari oggi ho perché sono a casa, che nei giorni pari e nei giorni dispari non ho.
comunque.
si parlava di branco, nel post e nei commenti precedenti.
allora.
prendiamo la chiesa.
la grande contraddizione.
Cos’ha da spartire il Vaticano con il Vangelo?
Il regno dei cieli non è forse dei miti, dei poveri?
La chiesa, già. Detta legge, invece. E in Italia quasi tutti i partiti politici, centro destra e sinistra, invece di gridare allo scandalo un giorno sì e l’altro pure – sulle staminali, per esempio, ma non solo – tacciono.
Vergognosamente.
Doppiamente vergognosamente (so che fa schifo ma ci vuole, Doppiamente vergognosamente). Perché non lo fanno per convinzione; ma per un calcolo (a mio avviso delle balle) politico. Tutti vogliono l’appoggio del Vaticano e della Chiesa.
Allora, la Chiesa, il Vaticano.
Uno stato ricco, intollerante (un cittadino dello Stato del Vaticano non può praticare un’altra religione), con una diplomazia che non guarda in faccia a nessuno.
Così succede che tanti blogger, ogni tanto, e giustamente, s’indignino.
La diplomazia vaticana riceve ambasciatori e governi di paesi dove si ammazza la gente, si tortura,si fanno sparire i dissidenti.
Giusto scandalizzarsi.
Però.
Quando la Cina di Mao ricevette gli emissari di Pinochet?
Lessi un trafiletto, io, su un giornale che non c’è più, Il quotidiano dei lavoratori.
Un trafiletto.
Allora, avrò avuto 18 anni, pensai: Avrebbero dovuto scrivere in prima pagina e titolare, Che schifo.
Lo schifo deve valere per tutti: però la logica del branco impone che ci si bendi – a volte – gli occhi.
Ho simpatia per Che Guevara.
Leggete Senza perdere la tenerezza.
Quando a Cuba arrivano gli aiuti dalla Russia comunista, Che Guevara s’interroga: ma se sono aiuti, se siamo paesi fratelli, perché dobbiamo pagarli? Sul Capitale, e nemmeno sul Manifesto di Marx e di Engels, c’è scritto che debbono esistere due paesi comunisti (invenzione stalinista).
Per farla breve.
Mi piacciono gli illusi e perdenti.
Il comunismo, per me, non è caduto con il muro di Berlino.
Cadde nel 1923, a Kronstadt: quando un gruppo di marinai e di rivoltosi si accorse che i principi del socialismo venivano sacrificati alla ragion di stato.
Ci fu una strage, a Kronstadt.
(E credo che tanti intellettuali russi che si tolsero la vita, o a cui tolsero la vita, sarebbero, ora, d’accordo con me).
il branco
La sociologia lo spiega bene che noi siam fatti male.
Ipotizziamo una bambina sul ciglio di una strada che chieda aiuto.
(E’ successo veramente un fatto analogo, anni, fa, in autostrada).
Supponiamo sia l’alba, e che la strada sia deserta.
Se passa un’auto, con una persona a bordo, quell’auto e quella persona, molto probabilmente, si fermeranno.
Supponiamo che la strada sia trafficata.
Succederà (è successo) che passino centinaia di auto e che nessuno si fermi.
Mi pare che sia lui, devo andare a vedere; mi pare che fu Giulio De Benedetti. Mi pare che fosse lui a dire che “un giornalista dovrebbe essere solo”.
io penso che anche uno scrittore.
Io penso che anche nella vita.
Ero ragazzo, con gli amici mi ritrovavo al bar.
Un giorno trovammo un cane. Aveva fame.
Proposi una colletta.
Ho un’immagine davanti agli occhi che non dimenticherò mai.
Un ragazzo, un bravo ragazzo, tira fuori dalla tasca qualcosa, Soldi di sicuro.
Mi fa anche un cenno, il bravo ragazzo, come a dire Ci sto.
Guarda il cane divertito, ma lo guarda anche con dolcezza.
Proprio in quel momento arriva un capobranco. Uno di noi, insomma. Brillante, litigioso (lo ero anche io), testa di minchia (forse anche io).
E dice, guardando il cane: Non ho soldi per me, figurati se ne ho per te.
Il bravo ragazzo che aveva tirato fuori una moneta per fare la colletta vidi che, in fretta, la ricacciò nella tasca quella moneta, e sorrise: sorrise a quella battuta del cazzo, fatta dal capobranco.
Facciamo ora come per i titoli di coda.
Trent’anni dopo.
Il capobranco, oggi, vive in mezzo ai cani. Allora non li sopportava. Vive inseguito dai creditori, non ha amici ma dice sempre che la figa e i soldi sono le cose più importanti della vita.
Anni fa organizzammo una colletta per lui.Il bravo ragazzo che si era ricacciato la moneta in tasca per il cane non ha partecipato.
Mica per problemi di branco o capobranco. Ma di moglie.
radici
Ha la faccia da bambino, per forza, ha vent’anni.
Ma quando mi parla, parliamo da adulto ad adulto.
Ha vent’anni, devo sforzarmi a pensarlo, a tenerlo presente mentre mi racconta.
Ché non hanno vent’anni né la sua voce, strana, né i suoi occhi, da cane disperato, né la sua storia, né il suo presente.
E’ già sposato.
Ed è spaesato: questa città non è la sua città, che poi, lui non ha città, mai avuta.
E sta per diventare padre, che sua moglie, mi dice, è incinta.
E sulla pelle ha i segni di bruciature di sigarette.
Mia madre era… lavorava in un night. Mia madre viveva qui. Poi è morta, un brutto incidente stradale, io avevo cinque anni.
Ma non è morta subito, sai? Nell’ambulanza diceva, E adesso che penserà a mio figlio?
E’ una bugia.
Mi dice anche bugie, parlando.
Ha bisogno di dirne, di sentirsi qualcuno.
E’ qui, ora, davanti a me perché sta cercando le sue radici.
Pensa che un giornalista sia una sorta di stregone.
Mi aiuti vero a capire come è morta mia madre?
Poi si è visto con un uomo.
Gli ha detto, Penso di essere tuo figlio.
E l’uomo gli ha detto, Fai la prova del Dna.
Mi dice, Vorrei, ma costa, devo pensare a mio figlio, io ci tengo ad avere una famiglia.
Mi dice anche, Mio padre si è risposato, sua moglie ha qualche anno più di me, credo sia russa, o forse rumena,
E tuo padre quanti hanni ha?, domando
Più di sessanta, dice, ma ha la testa su altro
Però mia madre era più bella, guarda.
Si sfila la catenina, forse ha uno di quei ritratti che si usava tenere una volta, ipotizzo, su una medaglia.
Si blocca, però, mi dice, Ma tu mi aiuti vero?
La medaglia la vedo da lontano, ma sono troppo lontano per vedere.
Penso, Magari non è il ritratto di sua madre.
E invece capisco che si sta vergognando.
Mi dice: Magari la conoscevi, ne ha combinato tante mia madre in vita sua.
E me lo dice sorridendo, per la prima volta. Orgoglioso.
il giornale che non ha paura
Dagli appunti di una lezione a Fiuggi, primavera 2003, prima dell’esame da giornalisti.
Sapete quand’è che un giornale si dimostra autorevole? Quando riceve una critica , magari dura, magari eccessiva da un lettore, e invece di abusare dell’ultima parola, rispondendo magari seccamente, il giornale pubblica senza replicare.
Ecco, il giornale che pubblica senza replicare è per davvero un giornale autorevole, che dimostra di non aver paura.
(Questo è il “mio giornale” on line)
e buon ascolto se
ho fatto male a viso aperto
e qualche volta ho anche sofferto
senza però piangere mai…
il verso di una canzone, oppure il silenzio.
che le parole, a volte, son di troppo.
si diceva dei sogni l’altro giorno.
ci ho pensato.
quando scrivo sogno.
per questo scrivo.
bene male non importa.
spero di scrivere sempre.
io credo anche che quando si sognano soldi e successo si va… fuori tema.
non è questo il punto.
il punto è la vita.
è un punto.
un niente.
è tutto un attimo…
(io che scambio l’alba col tramonto
mi è sempre piaciuto canticchiarla)
buona giornata
(e buon ascolto se andate su you tube).
(moustaki, invece: ero piccolo quando uscì il disco Lo straniero. Restai affascinato dalla copertina del 45 giri: mi piaceva la barba di Moustaki; dissi, Quando divento grande voglio una barba come la sua).
i sogni
… ma dammi indietro i miei vent’anni la mia seicento e una ragazza che tu sia, Milano scusa, stavo scherzando… canta Vecchioni (vado a memoria, spero sia giusto).
no, non rivoglio i miei vent’anni; butterei a mare gli altre e trentadue che ho vissuto.
a volte io parlo con il ragazzo che ero, e gli dico hai visto?
hai visto?
eri niente, guarda adesso: sì certo, ho i capelli brizzolati e sono in sovrappeso, ma non sei orgoglioso di me, ragazzo?
tu a vent’anni chi eri?
Ricordi le notti di allora? Con una coperta sotto la macchina da scrivere così da attutire i rumori, scrivevi e scrivevi e cancellavi e ti facevi un caffè e quando ti facevi un caffè e non pensavi alla storia che stavi scrivendo (e che è rimasta interrotta) sognavi: di diventare, un giorno, uno scrittore.
(Le notti, allora, iniziavano alle dieci di sera e finivano a mezzanotte. Come cambia, eh ragazzo, la percezione del tempo. Ora, io chiamo notte quel che tu allora chiamavi mattino o alba….)
da ragazzo avevi sognato praterie e principesse, prima.
poi crescendo avevi sognato di mettere a posto le cose sbagliate del mondo.
poi venne quel tentativo.
scrivere.
poi accantonato…
fumavi sigarette proletarie, allora.
ti svegliavi alle cinque del mattino.
una domenica, oltre ad altre sfighe, ti si fermò l’auto e ti si ruppe un dente, allora guardando il libretto bancario pensasti: che vita di merda.
ti venne anche voglia di piangere, credo di ricordare, ma non piangesti.
a vent’anni uno forse sembravi più grande ma eri ancora bambino, ragazzo (ti accorgerai solo dopo tanto tempo che non si cresce mai).
e ti portavi sempre dentro gli indiani d’america: insegnavano ai propri figli che piangere non serve.
non serve aver paura.
e tu – nonostante la sfiga di quei giorni neri – non piangesti.
però, che schifo di vita il mattino prendere l’autobus, arrivare in fabbrica e battere i denti dal freddo, tornare a casa stanco, con le mani sporche di unto, e non avere i soldi per il dentista, o per far aggiustare la frizione della fiat 127…
sai ragazzo di vent’anni quale fu la tua forza: sognare, sognare sempre.
solo chi sogna sa ribellarsi.
ma ora?
dove sono i sogni?
(dico la verità: io a quel ragazzo, spesso, lo invidio).
quand’è che si smette di sognare?
tradire davide crockett
Nel 1969, a differenza dei tanti cincischiamenti che avrò in futuro, non avevo dubbi su cosa avrei fatto da grande, di sicuro il cow boy, su dove sarei vissuto, dalla parti di Zanna Bianca, tra neve e cercatori d’oro, su chi avrei sposato, una principessa navajos; e il mio migliore amico sarebbe di sicuro stato l’ultimo dei Mohicani.
Andavo a scuola malvolentieri, e sotto il banco, sempre, c’era la mia colt immaginaria puntata contro le prof: bang bang, ma per davvero, mica la canzone di Dalida.
E poi, che stupida era la televisione, che stupide erano le donnette che, con mia madre al bar, mentre gli uomini giocavano a carte, guardavano quelle boiate del festival di San Remo o Un disco per l’estate.
Amavo follemente i western, ancora non avevo scoperto il magico mondo di Salgari.
E il primo libro (comperato) è un po’ come il primo amore (incontrato): non si scorda mai.
Si saldano, la storia del primo libro e quella del primo amore, ora qui.
Lui, il primo libro comperato, si chiamava (intitolava, certo, ma è come un vecchio amico) David Crockett a Baltimora.
Lei, si chiamava T.
Conobbi prima lui: acquistato a fatica, 10 lire più 10 lire più 10 lire, fino alle fatidiche 150 che mi consentirono l’acquisto, e fu un grande acquisto, perché l’avrò letto dieci volte almeno, David Crockett, di notte sotto le lenzuola illuminandolo con una pila, in bagno, a scuola no, rischiavo confisca e culo al quadrato, di prof, preside, madre.
Comunque: l’anno scolastico terminò. Male. Rimandato di italiano e matematica. Voto di consiglio per l’inglese. Poi: tutti sei, otto di condotta ed educazione fisica (il prof era pure lui fascista), però di David Crockett avevo letto tutta la serie.
Se mi avessero interrogato avrei preso dieci con due lodi, forse tre.
Non solo: in cantina avevo trovato un libro che mi parve abbastanza simile.
Bei colori, soprattutto rosso. Colori da combattimento. Anche il titolo, almeno un po’: Guerra e pace.
(Certo che lo lessi; se lo capii e cosa capii, però, giuro che non so dire).
A luglio i miei mi portano in ferie.
Dicono, si va in Toscana.
Traduzione: si va a Cortona, ma mica a Cortona a spasso. Si va dai parenti mezzadri; ed è il tempo del taglio del grano (presente il film Novecento di Bertolucci?).
Era bello il taglio del grano, allora.
Il mezzadro chiamava a raccolta i vicini, offriva loro cibo e vino a mezzogiorno, si organizzavano squadre.
Dopo mangiato la gente raccontava, rideva, scherzava all’ombra di faggi e castagni, ché l’aia era troppo assolata e calda.
Lavorai, mi piaceva usare il forcone, lì, in … Toscana, dimenticavo anche David Crockett. C’erano i cani di mio zio, Battaglia in particolare: sapeva – incredibile – arrampicarsi sugli alberi come un gatto.
Poi mio padre mi costruì una fionda, potevo lanciare pietre contro cespugli, contro il cielo, contro.
Tagliando il grano conobbi una ragazzina. T. Carina.
Più mi guardava e più lavoravo, a dorso nudo, naturalmente, come un apache.
E quando – era il 28 luglio… e faceva molto caldo – un’amica di T mi venne a dire che T. stava dicendo a tutti che ci eravamo fidanzati io, a quel punto, avevo rimosso David Crockett, Vercelli, i prof bacucchi.
Mia madre, però no, lei i prof e i mie brutti voti li ricordava e ogni tanto me li ripeteva.
Sei di musica, sei stato il peggiore anche di musica…
La storia d’amore, consumata in amplessi di sguardi e sciocchezze e prendersi per mano, finì.
Tornai, certo, dovevo dare quei due cazzo di esami, e va bene, ma in mente avevo T. Do gli esami a settembre, pensai, poi scappo di casa (l’avevo già fatto) e vado in… Toscana.
Mi servivano soldi: e fu così che vendetti tutti i David Crockett, offerta speciale, agli amici dell’oratorio.
I soldi li nascosi all’orto, nella baracca degli attrezzi: mia madre, allora, era peggio di un cane da tartufo, trovava sempre tutto quello che nascondevo.
A settembre (avevo studiato niente) mi diedero 6 e 6, agli esami di riparazione.
Evviva. Fu festa grande. Ore e ore spensierate, giocando al pallone, magari facendo a botte, leggendo Tex Willer e Robin Hood.
Un giorno ebbi un’idea: e con i soldi incassati dalle vendite dei David Crockett comperai una torta gelato (mi sembra), o comunque, cose dolci che io e i miei compagni di merende ci sbafammo in un pomeriggio.
Il ricordo di T. si era sbiadito con l’arrivo dell’autunno, non sarebbe diventata lei la mia principessa navajos: ché poi di ragazze carine era piena anche Vercelli, alla messa delle dieci (se non ci andavo con mia madre poi eran cazzi) ce n’erano almeno due che, insomma.
Quando iniziai la terza media mi venne il senso di colpa appena, che palle, fu il momento di far la conoscenza con i nuovo libri scolastici: ripensai a David Crockett, rimpiangendo soprattutto il primo, quello delle 150 lire sudate…
L’ho ritrovato da poco, comperato al mercatino che c’è a Vercelli la prima domenica di ogni mese. Viviamo sotto lo stesso tetto, ora, come una volta, nella buona e nella cattiva sorte.
Amen.
Libri traditi (prima parte)
così, di fretta ché oggi son di fretta, vado avanti sui libri trovati in cantina.
due di loro sono amori ripudiati e poi ritrovati.
Il libretto rosso di Mao.
Avevo 13 anni, capivo una sega di politica. Sapevo che mio padre era comunista, ma che non bisognava dirlo, perché i comunisti, allora, li licenziavano.
A me Mao non è che piacesse molto: faccia troppo rotonda.
Meglio la barba bianca di Marx, il pizzetto di Trotzkij; ecco, vedevo in Trotzkij una specie di cugino di Yanez, meglio loro dei troppo impegnativi Lenin e Sandokan.
Comunque: quel libro, che io e un mio compagno acquistammo non mi ricordo bene dove, aveva il fascino del proibito.
La mia prof di italiano era fascista e in classe parlava male dei comunisti; mio padre e mia madre se mi avessero beccato con quel libro mi avrebbero fatto un culo tanto.
Allora, ricordo questo: lessi una pagina e non ci capii niente. Però a parte Mao, la copertina rossa era bella.
Bella e proibita, appunto; e io e quel mio compagno di scuola ci scambiavamo un cenno d’intesa: era in cartella o sotto il banco, alla faccia della prof che rimandò sia me che lui e che quando diceva la parola “comunisti” sembrava dover vomitare.
Un giorno io e quel mio amico, con un nostro compagno di classe ci vantammo di avere, oltre a certe figurine Panini, anche il libretto di Mao. Lui però ci disse: Occhio, che se vi becca la Pula.
Ah.
Non avevo paura della Polizia. Ma del culo successivo di mia madre sì. E quando due settimane dopo seppi che la Polizia, per davvero però, aveva fatto un’ispezione notturna a casa di un giornalista del Giorno che simpatizzava per i maoisti, decisi di gettarlo via.
L’ho ricomprato un cinque sei anni fa.
Mao non mi piace, ho in uggia lo stalinismo.
E non ho provato nemmeno a leggerlo.
La copertina però è bella: mi ricorda il 1969, un mio compagno di scuola e una vecchia prof fascista che in seconda media mi rimandò e in terza mi diede otto.
Era una gran brava persona: quando mi diede otto, ovvio.
(E poi: era “comprensibilmente” fascista, dal momento che i suoi genitori, ma questo lo venni a sapere anni dopo, erano stati fucitali dai partigiani comunisti).
Poi ho ripescato un altro libro tradito: David Crockett a Baltimora di Tom Hill.
Venduto, poi ricomperato, al mercatino dell’antiquariato. Ma questa la racconto un’altra volta.
Comunque. Tutta colpa di una donna. Cioè: una bambina: era sempre il 1969 e mi innamorai per la prima volta. Avevamo dodici anni.
Il mio tempo è scaduto.
A stanotte per chi di notte sta sveglio o a domattina, verso le dieci, quando mi sveglio dopo cinque ore di sonno.
E buon giovedì.
