Goliarda (ricordando MariaStrofa)

Parto da lontano, da Carlo Berselli, Mariastrofa per il mondo dei blogger.
A gennaio 2007 io avevo linkato lui, lui aveva linkato me. Ogni tanto ci commentavamo, reciprocamente.
A gennaio 2007 però successe che gli scrissi: per complimentarmi con lui. Ma non per un post: per un commento.
Allora, a gennaio 2007 sul blog di Gabriella Alù apparve una recensione sul libro di Goliarda Sapienza, L’arte della gioia.
Quel che scrisse Carlo Berselli mi colpì. Era una MariaStrofa… diversa.
Commentò così il post di Gabriella Alù:

Mi fa un certo effetto rivedere Goliarda qui in testa al tuo blog, dopo che l’ho vista alcune volte a casa sua con le pareti piene di sue foto con dedica di Luchino Visconti (quando faceva l’attrice) – e i libri, i libri suoi che mi ha regalato, e il suo compagno Pellegrino che cura le sue cose.
Goliarda lesse alcune cose mie e mi concesse un favore come raramente ho visto. Si deve a lei la pubblicazione della mia prima cosa. Proprio grazie a lei, sì. Un angelo ripeto spesso, non tanto per il favore fattomi ma per la dolcezza con cui mi trattò sempre. E sì che era donna aspra per certi versi, segnata da esperienze terribili. Che tu racconti e che io so bene.
Una donna meravigliosa, forte. Sarà per questo (lei morì un anno o due dopo la pubblicazione di una mia cosa) che ho sempre fatto fatica ad affrontare l’arte della gioia (che avevo già letto peraltro in edizione ridotta) – e dire di più non so se questa difficoltà abbia a che fare con la gratitudine estrema che le devo (un angelo, ripeto) o con una specie di dolore per non avere mai potuto ricambiare. sicché dovrò pure affrontarlo un giorno e anche la tua recensione mi aiuterà di certo.
Ci sono libri impervii anche libri di scrittori di cui amiamo tutto e che restano lì sospesi, chissà perché. Così è stato per me con “L’arte delal gioia”.
goliarda, un bacio…
MariaStrofa

Dopo aver letto, scrissi a Carlo Berselli/Mariastrofa.
Mi rispose, contento di poter parlare di Goliarda Sapienza.
(E quando Carlo Berselli è morto io mi ricordai subito di questo commento).

Oggi devo fare un’intervista (per un giornale nazionale): all’attrice Paola Pace (qualcuno di voi se la ricorderà nei film I cento passi o Le buttane) che a Roma, dal 18 al 30, al teatro Di Documenti presenta, appunto, L’arte della gioia.
Uno spettacolo di cui Paola Pace è protagonista e regista. Non solo: ha curato le la trasposizione del testo, adattandolo al teatro.
Ci sta mettendo l’anima, Paola Pace per questo spettacolo: che quando parla di Goliarda Sapienza ne parla come se pregasse.
Sull’arte della gioia (dopo il successo “francese” in Italia è stato ripubblicato: prima da Stampa Alternativa e poi da Einaudi) si trovano fiori di recensioni in rete.
A me pare (e parve) molta bella la testimonianza di Carlo Berselli / MariaStrofa.
Che fosse una donna fuori dagli schemi, ma anarchica e generosa me l’ha confermato anche Stefania Nardini, che l’ha conosciuta.

A coloro che non sanno nulla o sanno poco di Goliarda Sapienza ricordo la vicenda che la portò alla reclusione.
Pare sia andata così.
Goliarda, che è in bolletta e che vuole fare le fotocopie di un suo manoscritto da inviare a qualche editore, chiede centomilalire a una contessa, che rifiuta; Goliarda allora ruba dei gioielli alla contessa, che la denuncia; Goliarda viene così incarcerata e condannata (esperienza che la porterà poi a scrivere L’università di Rebibbia).

L’intervista, poi, la posterò anche in rete.
Buona giornata

riuscire a sorridere, sempre

… praticamente questa cosa qui continua il post precedente.

E’ poi ci sono le mail di amici scrittori o aspiranti scrittori.
Si vive di depressioni, l’ho già detto, se si vive scrivendo, anche.
Io non critico gli editori sempre e a prescindere. Ma ho tre, quattro forse più amici che scrivono bene, magari hanno pubblicato per case piccine, e fanno fatica: ma non a farsi pubblicare, che un editore ha tutto il diritto di dire che un libro, qualsiasi libro, fa defecare, fanno fatica, queste persone che io conosco, a farsi leggere seriamente.

Però succede che un giorno tu ricevi una mail.
Diversa.
Non c’entrano più i libri o le frustrazioni, c’entra la vita, che spesso è bastarda, e ti conficca un chiodo, e poi un altro e un altro ancora, e tu hai solo voglia di urlare o piangere, e niente ti sembra importante come vivere un giorno di assoluta serenità, senza lacrime.
Ecco, succede a tutti e non solo a me di ricevere mail o notizie così.
Da qualcuo che non è stato bocciato da un editore, ma dalla vita.

Poi certo, si torna sui blog, si posta, si legge, si commenta, oppure non si posta, non si legge, non si commenta.
E ci si interroga – solo in questi giorni particolari – su che cosa conti, per davvero, nella vita

Riuscire a sorridere, sempre.

una mail che sapeva… di giallo

Su gmail, ma anche sul vecchio kataweb, ho, credo, tutte le mail ricevute, da anni.
Ci sono le mail che riceviamo tutti, ci sono le mail di quelli ce ti vedono scrittore, e son tante.
La più perfida ce l’ho su kataweb.
Vado a memoria.

Un’aspirante scrittrice:
Il tale, affermato scrittore non risponde a nessuno? Ti sbagli, leggi qua.
In effetti il tale abbastanza affermato scrittore che non aveva il tempo di rispondere a nessuno a questa tizia (perfida) scrisse: Ah, dunque tu sei parente di…
E la tizia (perfida) mi inoltrava la mail che riceveva dallo scrittore indaffarato.
(Difficile che la tizia abbia fatto leggere ad altri le mail che io le inviai: c’erano giudizi così così su quel che scriveva e che mi chiedeva di leggere).
Comunque i due – lo scrittore che non ha tempo per i comuni mortali ma per le marchette sì e la tipa, che è pronta a tutto pur di mettersi in mostra – è meglio perderli che trovarli.

Poi ne ho ricevute diverse di mail, che non so, ora, come (ben) definire: bizzarre?
Be’ sì anche la proposta di un incontro amoroso.
Sulla fiducia, quando ancora sul vecchio blog non avevo messo foto.
Una signra mi scrive, che ha letto il mio blog e un mio libro.
Le rispondo. Grazie, eccetera.
Mi ri-risponde.
Sono disposta a tradire mio marito per te. Sei un grande scrittore tu.
Ah.
Dopo qualche giorno di non risposte da parte mia ecco che la stessa persona mi riscrive:
E tu credi di essere uno scrittore? Scribacchino dei mie stivali, mezzasega….
Ecco, così va meglio.

Ma la più singolare l’ho ricevuta da una persona che, suppongo, venga ancora qui, a leggere, senza mai commentare, però.
Allora, ricevo una mail. Chi mi scrive è una donna, suppongo abbastanza giovane, meno di quaranta. Che non si firma. Mi dice, scusa ma non posso manifestarmi, mi piace come scrivi eccetera eccetera ma… non posso. Non voglio dirti chi sono però (tutto quel che vi sto dicendo è contenuto nella prima mail) ho bisogno di un consiglio. Ho scritto un libro, sono disposta a pagarti se mi dai una mano a… (non ricordo, bene, cosa volesse, dovrei rileggere):
Le rispondo: Non ho tempo, non voglio soldi, ma se vuoi posso dare un’occhiata, mandami un riassunto e il primo capitolo.
Giuro: era davvero un bel primo capitolo di un libro e la sinossi mi intrigava.
Glielo dissi, mi ringraziò.
Ogni tanto ci ripenso a quel capitolo: allegato (mi pare) a una vecchia mail.
E mi interrogo ancora.
Qasi un giallo senza finale.
A meno che non legga e mi riscriva, no? O che commenti, qui.
Non credo.
(Sempre nella prima mail questa ragazza o donna mi disse altro: cose poche piacevoli che le erano capitate).

Buon sabato

PS. E poi ne ho ricevute di speciali. Tante. Come (vado sempre a memoria….):
ho passato dei giorni brutti, chiusa in casa, ma il tuo libro mi ha fatto compagnia.
Questa l’ho riletta da poco: è del 2006, mi sembra passato un secolo.
Un’unica mail (a cui risposi) di una persona che, chissà, se viene ancora qui.

PS. Per gli amanti della poesia, ma non solo, segnalo questo nuovo blog.

e la gente lo sa che sai suonare

Quattro persone, una saletta tutta per loro, penombra e luce ben calibrate.
Cucina tipica piemontese, ma leggera.
Del buon vino, producazione locale senza additivi: dai vigneti circostanti.
Una serata, normale, piacevole.
Poi, dalla saletta attigua, la musica di un pianoforte, e poi, dopo qualche minuto, anche una voce: bella, roca.
La saletta attigua si riempie.
Le quattro persone, la proprietaria del locale, lui.
Sessantasei anni mal portati, piccolo e grasso, vestito tutto di rosso (con bretelle).
Ha suonato in giro per il mondo, quand’era giovane. Ha conosciuto Tenco, Nini Rosso, tanti altri. Ma parla poco: chiude gli occhi e si lascia trasportare: dalla tastiera del vecchio pianoforte.
Da Frank Sinatra a Solo me ne vo per la città, e Malafemmana, e Un’ora sola ti vorrei, e Farassino, Gaber, e Suona un’armonica mi sembra un organo che vibra per me e per te di Paoli, e Tenco, De Andrè: come un juke box.
Meglio di un juke box.
E ti senti bene, ad ascoltarlo, anche quando la musica fa male, nell’ascoltarla, ché ti riporta a un rimpianto, un dolore.

(E se la gente sa
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare).
Fino alle due, col dispiacere di doversi alzare, di salutare, ringraziare. E la voglia di tornare dentro, uscendo sulla strada.
Perché il pianoforte ha ripreso a suonare, nonostante avesse detto buonanotte.

un altro vecchio ronzino, dal vecchio blog.
perché il piatto piange e… il tempo ride: di me.
buona giornata

E poi: ringrazio Elena per questa recensione (su Dicono di Clelia).

E soprattutto: se andate a vedere qui troverete Piar Paolo Pasolini e don Lorenzo Milani; scusate se insisto, su don Milani soprattutto. Penso comunque che Pasolini e don Milani, a differenza di tanti intellettuali, avevano bene in mente che la scuola emargina gli ultimi. Ancora oggi?
Non ci sono più i figli dei contadini, poveri, oggi.
Oggi i figli dei più poveri non mettono da parte gli spiccioli per il pane o le sigarette. Nascono col cellulare in tasca, oggi, e non è colpa loro. Mi riferisco ai figli della periferia, quelli che di notte, se li incontri, ti fanno paura.

gran varietà

Su il Re-censore c’è questa intervista alla mia amica Sabrina Campolongo.
Tra le altre cose annuncia la prossima uscita di un suo libro, un giallo, per la casa editrice Historica, di Francesco Giubilei. Che, come alcuni di voi sapranno, ha sedici anni e si diletta a fare l’editore, quando torna a casa da scuola.
Allora, non ricordo come è andata, ma Francesco, tempo fa mi contattò; e tra breve (suppongo) uscirò anche io con Historica. Per la prima volta con una raccolta di racconti.
Tra questi ce n’è uno a cui tengo in particolare: Tamarri (che è anche il titolo della raccolta di racconti).
A scriverlo ho impiegato un giorno.
Ma i personaggi di quel racconto sono veri: conosciuti e frequentati per dua anni, in un bar – si può definire bar una baracca di legno? – di periferia.

Il prossimo romanzo, invece, esce con la Newton, ad aprile: e sarà anche questa una prima volta; la prima volta cioè che pubblico due libri con lo stesso editore.
A gennaio, comunque, per l’esattezza il 24, farò un’ultima (credo) presentazione de La donna che parlava con i morti. A Bologna. Mi presenterà la giovane e brava scrittrice Francesca Bonafini.

Poi. Il blog collettivo Via delle belle donne ha pubblicato una recensione, scritta da Morena Fanti, del mio primo libro: Il quaderno delle voci rubate.
Ringrazio Morena, in primo luogo.
Su Il quaderno delle voci rubate dico solo questo. Praticamente ha avuto solo mercato a Vercelli. Chi vuole lo trova in rete: su Orasesta c’è l’e-book.

Poi. Se vivessi a Roma giovedì 13 novembre andrei al teatro Olimpico, dove Eugenio Finardi proporrà un concerto-omaggio a Vladimir Vysotsky.
Copio incollo:
Le canzoni di Vladimir Vysotsky, artista russo insubordinato e ribelle, si vestono della voce di Eugenio Finardi e degli arrangiamenti di Filippo Del Corno eseguiti dall’ensemble Sentieri selvaggi, per una serata fondata sulle suggestioni della grande musica d’autore.
Strana chimera, improbabile incrocio tra uno chansonnier e un punk si potrebbe definireVysotsky (oVisockij 1938 – 1979), poeta, attore e musicista semiclandestino per i suoi testi graffianti, di critica feroce del regime stalinista. Oggi che l’Unione Sovietica non esiste più, le parole delle canzoni di Vysotsky, definite di “strada”, di “cortile” e di “malavita”, acquistano un significato universale di ribellione alle prepotenze del potere e di ricerca della libertà.

Dal momento che vivo a Vercelli, molto probabilmente venerdì andrò a Biella, che è a mezz’ora di macchina. Il mio amico Pier Michelatti, che è stato bassista di De André, propone un concerto: Faber per sempre.
Pier l’ho conosciuto quando Fabrizio De Andrè era ancora vivo.
Pier si commuove ancora parlando d lui.
E basta.
Buona giornata.

No.
C’è questa cosa qua su YouTube.
Penso sia una cosa triste da vedere: soprattutto per chi, come don Luisito Bianchi (…. se fossi papa brucerei il vaticano affinché rifulga la luce di Cristo), crede che la Parola sia al servizio degli ultimi.

scrivere recitando

scusate se vi parlo ancora della mia scrittura.
rispondo ad Enrico, al suo commento nel precedente post

enrico (MRT),
ci son cinquanta (o quaranta, o settanta, non so) autori che campano di scrittura, hanno mercato, attenzioni dei media, inviti, agenti che procurano loro traduzioni, collaborazioni, contratti per il cinema.
è un mondo lontano da me.
poi c’è un esercito: da quelli che vendono 10mila copie o le han vendute, ma son già dimenticati, a quelli che hanno pubblicato per un piccolo editore e venduto 300 copie.
c’è di tutto, qui.
chi sgomita, chi è frustrato, ma ci sono anche i generosi.
si passa da un libro all’altro sperando di raggiungere l’olimpo.
o forse no.
il mio sogno è poter continuare a scrivere, campare con poco vivere vicino al mare.
so di essere fortunato, so di avere, spesso, momenti di crisi.
una volta durante una presentazione persi il filo; c’era una voce dentro me che diceva, Che stai facendo?
forse per questo sono attratto dagli scrittori che hanno scelto, anche per timidezza, per scontrosità, inadeguatezza, l’autoisolamento.
però ho un ricordo, molto bello.
devo essere sincero fino in fondo.
il giorno in cui mi recai a milano per firmare il mio vero contratto da scrittore, con mursia.
ho un grande ricordo: del viaggio in treno da vercelli a milano, del percorso che feci, a piedi, dalla stazione centrale di Milano fino a Mursia.
poi altri, certo. fahrenheit, libro del mese ad agosto 2006 poi finalista del libro dell’anno, con Lo scommettitore.
ero finalista, ma nessuno lo seppe durante la trasmissione radiofonica (fu l’anno in cui vinse Saviano).
io li ringraziai, ma non andai.
poi la “chiamata” della Newton. Rosella Postorino ora Einaudi (ma allora alla Newton) e Raffaello Avanzini.
Vogliamo da te un libro come Lo scommettitore.
il contratto sulla fiducia (La donna che parlava con i morti era solo un’idea).
Ma il ricordo più bello resta quel viaggio verso milano a firmare il contratto, i ricordi più belli sono legati al ricordo delle notti, quando si scrive.
(la bellezza dell’amore non è l’essere amati ma l’amare, ha scritto Poe; la bellezza è sempre l’attesa. Quando Alessandro Magno ha conquistato il mondo, i suoi occhi, uno azzurro e l’altro nero, sono tristi. Che c’è oltre il Tigri e l’Eufrate?).
poi arriva la pubblicazione, il giudizio degli altri.
applausi, lanci di coltelli.
di tutto.
e poi si ricomincia.
e quando ricomincio, quando scrivo, va tutto bene: perché vivo meglio, la mia giornata ha un senso e se ho dei problemi li supero meglio.
scrivere è quindi bellissimo, ma scrivere è anche legato alla pubblicazione: certo, ma è cosa completamente diversa.
sei tu, con te stesso quandi scrivi.
a volte coi tuoi fantasmi a volte no, e qui t’arrabbi, perché la gente, poi, non capisce.
tutti pensano che tu ti sia messo dentro al libro. che tu abbia vissuto, o sognato di vivere.
invece – almeno per me – non è così.
lo è: a volte.
ma spesso io “recito” i miei personaggi.
scrivere, per me, è come recitare (e quando si recita, si mettono i panni, a volte scomodi, di altri. di un assassino, di un pervertito, di e di e di. Anna antichi è nata così…).

per esempio.
oggi, per gioco (o per esercizio) ho scritto questo… racconto? (sul blog di Camillo Sanguedolce, ho visto l’idea di postar racconti di cento parole)

L’infermiera è carina, altroché quel rottame di mia moglie, che piange e piange e piange. Ha occhi vivaci, l’infermiera, non come quel rottinculo di medico che pensa io sia ormai andato. Sì, mi resta poco da vivere, ma vedo gli alberi mossi dal vento, oltre al finestra, e vedo, ora, il bel culo – a mandolino – dell’infermiera. Mi fanno pensare, l’infermiera e il suo sedere, più degli alberi. Quando è stata l’ultima volta che l’ho fatto, e con chi? La prima (volta) è facile da ricordare, ma l’ultima? Deve essere stata triste, ma ecco l’infermiera: se muoio pensandomi tra le sue cosce sarò come un albero…

Mi piace immedesimarmi, quando scrivo: andare oltre. A volte – perché no? – provare perfin fastidio per ciò che mi sto’ raccontando.
a volte (il prossimo libro che uscirà per la Newton) arrivo addirittura a farmi male).
ma la vita è fatta di tutto.
ed è fatta, la vita, soprattutto di discorsi complessi e incompleti, interrotti.
ecco, io cerco di evitare questo: di semplificare.
cerco la vita nella scrittura. e nella lettura, anche.

di editoria, ancora

Ciao Remo, tu dici:”Un autore contemporaneo valido corre il rischio, oggi più di ieri, dopo la pubblicazione, di passare del tutto inosservato: perché resta poco in libreria, perché è…. in cattiva compagnia.
le cagate hanno sempre avuto successo, del resto”.
Verissimo. Mi è successo. E mi è successo pure che questo è stato uno dei motivi per cui l’editore mi ha scaricato malamente. Mai più un contatto, un tanti auguri alle feste comandate, un minimo di curiosità per qualche mio nuovo eventuale lavoro. Eppure mi sembrava di aver trovato, prima ancora che un editore, un amico. Silenzio. Uguale a quello degli editori a cui ho ricominciato a mandare i miei inediti. Credo che esista una nuova categoria tra gli scrittori, quella dei pubblicati bene (non a pagamento, con regolare contratto) che dopo il primo libro si ritrovano nella condizione di “aspiranti scrittori”. Ma l’unica cosa che mi dà gusto aspirare sono le mie Marlboro.
ha scritto Gianluca Pisapia (non fate come me che l’ho cercato su google non esiste; mi ha scritto, ha un altro nome), in coda al post Un certo “e” sui manoscritti.

Confermo.
E vado oltre. Poi, ci sono gli scrittori.
Mi ci metto anche io, faccio parte del meccanismo.
Chi vende ed ha successo non dice male dell’editoria, chi resta ai margini vomita.
Si va oltre: che c’entra Berlusconi con Mondadori?
Già: c’entra o non c’entra?
Comunque: ognuno si fa i fattacci propri.
A uno affermato che gli importa dei contratti capestro o della non lettura dei manoscritti. Lui c’è passato, ora tocca agli altri.
E vale lo stesso discorso per come vengono visti e definiti i lettori.
Se vendo (quindi mi apprezzano) non dirò che la gente compra solo schifezze figlie della tivù spazzatura; se non vendo, invece, dirò che stiamo toccando il fondo.
Perché dico questo.
Ho fatto una tesi su Achille Giovanni Cagna. Era bello e perdente, finché è rimasto ai margini dei salotti e dell’editoria. Poi, una volta ottenuti i riconoscimenti, niente più invettive (tant’è che ri-scrisse, smorzando).
Ecco, forse son sbagliati gli atteggiamenti opposti: chi santifica, chi inveisce.
Il problema di fondo è questo….
Elisa Bolchi, che è studiosa della Woolf e membro di Cabaret Bisanzio, proprio stamattina ha scritto:
Elisa traduce sognando un mondo nel quale i meriti vengano riconosciuti.

Le ho risposto: hai ragione.
Ho pensato a un mio amico scrittore che, giorni fa, mi ha telefonato e, sconsolato, mi ha detto: Smetto. Io (giudizio soggettivo) capisco il suo scoramento, perché lo ritengo bravo, più bravo di altri che son stati publicati.
Ma l’editoria ha le sue leggi, le ha sempre avute. Solo a volte ci sono editori folli che pubblicano autori che son validi ma che venderanno poco.
Anche ai tempi di Cagna e di Faldella (la casa editrice Interlinea di Novara ha pubblicato il carteggio tra i due), ai tempi, dicevo, di Cagna, Faldella, e quindi di un Salgari, un D’Annunzio, l’editoria mieteva vittime. Che ci son sempre state e sempre ci saranno.
Chi lamenta di non essere pubblicato pensi a Morselli, pubblicato post-morten, o a Primo Levi. Il primo vero editore di Se questo è un uomo (dopo il rifiuto Einaudi) fu un giornale sindacale del vercellese; e Levi aspetterà anni.
Torno ai vecchi scapigliati.
Faldella, autore più affermato di Cagna, lo rimproverava: di non frequentare i salotti letterari torinesi.
Niente di nuovo sotto il sole, mi sembra.
Magari allora si pubblicavano 2 libri al giorno e oggi 170. Magari oggi è peggio. Oggi, più di ieri, si bada molto al confezionamento del prodotto libro. Titolo. Copertina. (magari con occhi che guardano il possibile acquirente: sembra funzioni). Foto (patetiche) degli autori, magari scattate vent’anni prima (e venti chili prima).
Ma tanti meccanismi, mi pare, son rimasti quelli di sempre.
(E io, su Face, ad Elisa ho risposto: hai ragione, peccato che il merito, alla fin fine, sia solo una percezione).

Stamattina alla bancarella dei libri usati ho trovato due gialli di Renato Olivieri, di cui si legge poco e si dice poco. Si disse tanto di lui quando, saranno stati gli anni Settanta, il commissario Ambrosio, protagonista dei libri di Olivieri, divenne famoso grazie al cinema (anche se Ugo Tognazzi recitò più se stesso che il decadente Ambrosio).
Mi ha fatto piacere sentirmi dire dal venditore di libri che ero stato fortunato, perché, mi ha detto, i libri di Olivieri vanno a ruba.
C’è sempre il passaparola che, più dei critici, più della televisione, decreta il successo di un libro.
Il cacciatore di aquiloni, a prescindere dal valore del libro, divenne un caso editoriale solo grazie prima all’insistenza di una giovane editor, che fiutò il gran libro, e poi al passaparola.
Perché Il cacciatore cominciò a venedere tanto prima che la critica si accorgesse di questo libro.
E il passaparola, io dico, è una gran cosa.
Ho letto Saramago, ho letto Moccia. Chi ascolta, poi, decide: secondo il suo vissuto, la sua cultura, la sua non cultura.

(E a chi scrive dico che c’è solo una strada maestra da seguire: insistere. Senza perdere tepo nelle frequentazioni. Da quel che ho visto io posson servire, magari a comparire in un’antologia, magari a fari notare un po’, ma non son quelle che fanno).

Buona domenica.
Porto a spasso il cane e spero che la domanica calcisitica sia positiva per Fiorentina e Torino.

le teste di minchia, parte seconda

Il mio post sul gatto lanciato da un’auto in corsa (le teste di minchia vere) ho visto che è stato rilanciato da Placida signora (in Placidi appunti).
Oggi, inoltre, quel post è stato commentato da una blogger.
Quel post è rimasto così, in sospeso. Il gattino è morto.

Le teste di cazzo (vere) ci sono sempre state. Quando ero bambino mio padre portò in casa un gattino bianco. Mia madre, però, non voleva saperne. Dopo un paio di giorni quel gatti scomparve.
Non mi diedi per vinto. Lo trovai: mio padre lo aveva parcheggiato in cantina, dove c’era la grande caldaia per il riscaldamento, allora a nafta. Così tutti i giorni andavo da lui.
Finché un giorno scomparve.
Allora, io abitavo allora in un bel palazzo, ma i miei, operaio mio padre, donna delle pulizie mia madre, erano “custodi”. Non portinai, custodi. Badavano a riscaldamento, ascensore, pulizia scale.
Davanti al palazzo c’erano case vecchie, povere, senza servizi. Da paura.
Le case dei terun, chiamati della grande industria che ora non c’è più.
E io andavo a giocare sempre dai ragazzi terun, che mi vedevano come quello che stava nel bel palazzo, così come i ragazzi del bel palazzo mi vedevano come uno che sta coi terun.
Coi terun facevo cose brutte: furti di caramelle, scontri tra bande, piazzarsi sotto le gate dei palazzi per vedere i culi alle signore e altro.
Coi terun ebbi una brutta esperienza. Una vlta litigai con una bambina, avrò avuto sette anni. Le dissi, Puttana.
Lei chiamò suo padre, io me la diedi a gambe. Mentre correvo, sentii un rumore ai miei piedi, quacosa di secco che strisciava: suo padre mi aveva lanciato un coltello (e mio padre, a questo mio racconto, non ha mai creduto).
Comunque.
Una volta trovammo un gattino morto, abbandonato. Gli facemmo il funerale, con tanto di corteo e sotterramento (in un vecchio quartiere, la Furia, che ora non esiste più), preghierina finale e croce sulla tomba.
Un po’ per gioco e un po’ no, credetemi.
Furono loro a dirmi del gatto bianco.
Un signore, padre di famiglia, uomo del nord, cattolico, lo aveva ucciso con una badilata.
Tra i terun e i veneti e i toscani e i sardi arrivati a Vercelli c’era di tutto. Quell’uomo non era un disperato. Era uno dei pochi ad avere la casa coi servizi; sua figlia studiava; ripeto, andava a messa.
Però ammazzò quel gattino, che mio padre, evidentemente, avevo lasciato andare.
Quei ragazzi poveri e figli della povertà, coi genitori analfabeti, alcuni di loro coi genitori che la sera bevevano e li picchiavano, sono diventati… di tutto: uno di loro per esempio è un truffatore, un altro ha un’azienda.
Ma volevano e volevamo, perché anche io mi sento un po’ terun, bene agli animali.
Quel signore, invece, era, a detta di tutti, un brav’uomo, per esempio non beveva e non bestemmiava e la sera non adva a giocare a carte al bar, e sua figlia era una brava ragazza.
Le teste di cazzo si nascondo bene, e stanno dovunque, credo.
E col passare degli anni ho visto, per esempio, che anche la violenza sulle donne non ha collocazioni geografiche o sociali precise. C’è, a volte, tra i cosiddetti benestanti e istruiti.
Certo, magari tra i figli della povertà c’era qualche calcio in culo di troppo. Ma non voleva dire, quello.
C’erano più gatti e cani tra quelle case povere che non in quella dove stavo io.

Post frettoloso, anche oggi. E’ festa, la città è deserta. Mi attende la redazione.

cristina

Di quei giorni uggiosi / che la tenda del crepuscolo / appanna ancor più di tristezza.
quando è necessità / forzare l’allegria
di quei giorni non sai / che per amare / è sufficiente esistere

da Il respiro della luna, Cristina Bove, Il Foglio;
il libro conclude con
(… e prima che la farsa sia finita / dammi respiro e ancora / un po’ di vita…)

un certo “e.”, sui manoscritti

grazie a questo aggeggio qua ho conosciuto gente.
sulla destra, come potete vedere, ci sono alcuni link con la maiuscola, altri con la minuscola.
la maiuscola è di quei blogger che ho incontrato, almeno una volta.
allora, dal momento che perdura un senso di vuotezza (cioé: nulla di furbo da dire) sono andato a ripescare dal vecchio blog.
e ho trovato un post, di due anni fa, che però non era farina del mio sacco.
Sull’invio di manoscritti alle case editrici.
era un copia incolla, di un intervento sul forum di fernandel di un certo e., che poi ho conosciuto (in Puglia).
non dico altro di lui – se vuol manifestarsi lo faccia -.
so solo che è un giovane, bravo editor. e altro.
per esempio scrive.
(e poi. se ri-posto c’è un altro motivo. nel 2006 i visitatori del mio blog erano un decimo rispetto agli attuali; solo che allora avevo cose da dire, ora no, son come una pila scarica).

la premessa è ’sono un lettore, ma mica un lettore così, no, un lettore di professione’, nel senso che leggo inediti per due case editrici e stilo delle schede di lettura.
ora, tralasciamo l’ambiente – case editrici, editori, soldi pochi, telefonate e mail del tipo ‘oh ma non mi mandi più niente? che abbiamo litigato?’, chi sa sa e chi non sa non sa.
voglio parlarvi degli autori esordienti. me n’è venuta voglia leggendo Remo sul suo blog (e commentando anche lì)

comincio con una domanda – che se mi dilungo la lettura si appesantisce e poi non ti leggono più, e io lo so che faccio il lettore, mica cazzi:
di cosa scrivono gli esordienti?
che riferimenti hanno? (lo so, che son due, ma alla fine è la stessa domanda)

risposta:
quello che mi trovo davanti è un esercito di teledipendenti. Mi spiego e sintetizzo:
la maggior parte di loro scive su
a) tutti quelli/e che mi son scopata/o, perché se c’è riuscita Melissa P. ci posso riuscire anch’io
b) cartoni anni 80, Candy C., Goldrake, Lady Oscar
c) tutti i cartoni anni 80 che mi sono scopato/a
e) reality, esistenti o inventati
d) flussi di coscienza indecifrabili – ovvero non hanno presente cosa sia una struttura narrativa.

seconda premessa (l’ho fatta la prima, non ricordo?):
quelli che leggo non sono quelli che sono andati alla Holden, rappresentati dalla Nabu, pubblicati Fandango. Sono semplici ’scrittori’ col romanzo nel cassetto che non sanno che farsene e lo mandano in giro o autori già pubblicati da ‘noi’.

insomma – e qui finisco, magari riprendo in seguito, se interessa – si fa presto a dire che c’è un esercito di minimalisti in giro (ecco il perché del titolo moooolto intelligente), di gente che si mette a copiare Carver perché fa figo; o di novelli autori meta e fiction…
magari, vi dico, perché, almeno avrebbero dei riferimenti ‘letterari’ – poi i riferimenti posso piacere o meno, ma almeno uno dice ‘ok devo scrivere un libro, che copio? ma copio un libro, no?!

la verità?
quasi tutti hanno letto al massimo i promessi sposi. Poi hanno visto un bel pò di film e passano un bel pò di ore davanti alla tivì – diamine, almeno scrivessero dei simpson o di ‘avere vent’anni’ o blob (e qui faccio un pò lo snob). Che tutti scrivono e pochi leggono, che se uno legge e legge bene ci pensa mille volte prima di scrivere un romanzo.

e.

giorni

Stamattina, bevendo il caffè e il cielo grigio grigio ho pensato: Sapravviverò a tutto quello che debbo fare oggi, nei prossimi giorni e mesi?
Il martedì mattina non lavoro. Ero a casa.
Mentre bevevo il caffè è squillato il cellulare. Cose di giornale. Un’alta carica dello Stato mi chiedeva spiegazioni.
Poi, ho dovuto io telefonare a un’altra persona: Che non si sente tutelato dallo Stato (anni fa denunciò i suoi usurai). Gli ho detto: Mettiti in contatto, forse qualcosa si muove.
Mentre sorseggiavo il caffè avevo davanti il pc.
Nell’ordine, dovevo vedere gmail, questo blog e facebook. Era ancora a gmail. Una decina, forse meno, di messaggi.
Quando passo al blog arriva la terza telefonata: di un esponente dei “grillini” locali. Lo ascolto, mi dice che mi verrà a trovare. Ha cose importanti da dirmi.
Torno al pc, risuona il telefono.
Arriva una storia.
Brutta, che non posso raccontare ora, la racconterò.
Di malattie, morte, di fedeltà: di qualcuno, e lo sta facendo da anni, che ha deciso di trascorrere tutte le sue ore del giorno davanti a una persona in coma.
Una stopria tremenda, come ce ne sono tante, che ascolto senza dire, una storia confinata, chiusa, reclusa in una casa.
Ve la faccio intravvedere.
Una signora anziana, moribonda in coma, assistita ventiquattro ore su ventiquattro dalla figlia.
La figlia vuole così: è gratitudine. Perché vent’anni fa era stata sua madre a vegliare qualcun altro.
Torno al pc, altri quindici minuti.
Poi esco, vado a prendere il secondo caffè e rifornirmi di nicotina, camel light e antico toscano è l’abbinamento di oggi.
Sento, quando entro al solito bar, persone che si scambiano le rispettive preoccupazioni, i loro guai.
Ché i piccoli guai, pagare il dentista, denunciare il vicino, portare a risuolare la scarpe dal calzolaio, son comunque guai.
Il cielo grigio, comunque, dà man forte alle lamentazioni.
Anche a quelle inutili: sul tempo per esempio.
Passo davanti a due signore. Intercetto. Una sta raccontando all’altra della sua artrite. Va già bene, son fortunato, penso, ché ci sono alcuni che escono di casa solo per raccontare di malattie, magari atroci, magari altrui. Meglio se altrui, ché son più gustose da raccontare.
E poi. Incrocio uno che non è un politico, ma che sta per prendere il patentino, ché tra qualche mese, qui, si vota, e quindi anche lui dirà, insieme ad altri, che ha la bacchetta magica per risolvere ogni problema e quindi, intuisco, che se mi vede son perduto, se mi vede di sicuro mi racconta quanto è bravo lui e, confidenzialmente, mi dice quanto incapaci e disonesti sono gli altri.
Penso che devo evitarlo, perché so già che gli domanderei: Che hai fatto in questi quattro anni?, rispunti ora perché si vota un’altra volta?
Mi infilo in un altro bar, son salvo, non mi ha visto. Il barista si lamenta, non è giornata penso, si lamenta, dicevo, perché la cassa è bloccata, non può rilasciare scontrini, però in un tavolino c’è una ragazza quasi donna che, parlando al cellulare, ride, ride forte.
Non è sguaiata, anzi, ma si sta divertendo.
Il proprietario barista non ci fa caso, sta smadonnando in silenzio, lui.
Io, aspettando che si degni di farmi il caffè, sento la risata, che non è sguaiata, è bella, sa di sole e mare, insomma.
Buona giornata

la mosca

A volte scrivo solo per scrivere. Qualche riga che è solo un puro esercizio, di scrittura e fantasia. Quello che riporto, ora, è un esercizio, senza presunzione d’essere definito raccontino o altro. Ne avevo una dozzina così, forse di più. Salvati su due pc che, recentemente, ho dovuto far riformattare, causa virus.
E’ l’esercizio superstite, insomma.
Buon lunedì.

Era l’ultimo autobus in servizio. Solitamente prendo quello prima, un po’ affollato, ma ieri sera ho fatto tardi tornando dal lavoro. Tardissimo. Mentre stavo per salire ho avuto l’impressione che fosse deserto. E invece, in fondo, sembravano appallottolati, c’erano un uomo, fra i trenta e i trentacinque, grassottello ma elegante, e una donna, un po’ più anziana, quaranta, magari anche quarantacinque, ma carina. Una coppia piuttosto insolito, dunque. Lei era dolce con lui. Molto. Lui era preso dai suoi pensieri. Lei guardava lui e lui guardava il traffico e quindi non hanno fatto caso a me.
Li ho osservati bene, invece, io.
Ma a un certo punto ho avuto voglia di piangere, così ho smesso di guardarli. E mi son seduto davanti, vicino al conduttore. Non li vedevo, ma sentivo la loro presenza. Il loro calore. E avevo tanta voglia di piangere. Ho rovinato tutto, la mia vita è una rovina. Pensavo di essere forte, di poter fare a meno degli altri, e di lei. Il problema è che io sono un gran bastardo. A volte la volevo accanto, a volte no: perché io voglio essere padrone della mia libertà. Fare tutto quello che voglio fare, perché si vive una sola volta. E così…

Però anche tre giorni fa, era domenica, è successa una cosa folle. Alla mia testa, a me. Appena sveglio, sentivo qualcosa di diverso: e c’era il solito silenzio opprimente di un residence un po’ isolato. Non avevo voglia di alzarmi, né sentivo l’urgenza del primo caffè e della prima sigaretta. Non avevo voglia di niente: né di rimettermi a dormire, né di uscire, né di niente. Così mi son messo a guardare il soffitto e mentre guardavo, a un tratto, ho sorriso. Non ero solo, ho sorriso, ho sorriso, cazzo, a una schifosssima mosca che mi importunava i capelli, la fronte, la testa tutta, e io mi son lasciato importunare, senza cacciarla.
A una mosca ho sorriso.