a proposito di face

a volte succede che un estraneo ci rivolga la parola.
il vicino di ombrellone, o quello che siede insieme a te nello stesso scompartimento, oppure facendo la coda da qualche parte.
a volte per strada.
ognuno di noi ha reazione diverse.
io saranno dieci anni che dico due cose: che sono stufo di parlare di me, che sono stufo di conoscere gente.
sono anni che mi dico, Ascolta, e basta.
il blog ha stravolto quei miei pensieri (ché comunque puntuali ritornano).
perché la rete ti fa conoscere gente e fa si che la gente conosca te (più il blog che face).

oggi sono passato davanti a un convento di suore di clausura.
sono entrato, perché era l’ora de vespri, no, no, sono entrato perché, da fuori, ho sentito una voce celestiale.
allora, io sono agnostico, e son critico, e tanto, con la chiesa ufficiale.
però è successo che oggi io ho solo guardato, e ascoltato.
ho ascoltato i vespri cantati ho guardato quelle suore, lontane da me una ventina di metri.
alcune, le più anziane, ho quasi percepito che non gradissero il mio sguardo curioso.
lo sguardo, però, si è andato a posare su una suora giovane, bella, credo la più bella suora che io abbia mai visto.
e qui mi fermo.
voglio fermarmi.
io non conoscerò mai lei, lei no conoscerà me.
non le potrò mai domandare…
ma noi possiamo domanre alla luna, al sole, alla notte, alla vita, alla morte?
possiamo indignarci: per la cacca di un cane o perché qualcuno non scrive in italiano, e magari non ci indigniamo perché ogni giorni ne muiono tre nelle fabbriche e nei cantieri, e non ci indigniamo se ci avvelenano l’aria.

io credo che su face ognuno fa quel che si sente di fare, magari interrogandosi magari no.
uno può decidere di non voler dare confidenza al primo venuto, un altro invece sì.
mi sto interrogando, io su face.
ho detto sempre di sì alle richieste di amicizia.
poi credo di aver fatto delle richieste di amicizia un tanto al chilo: vedevo un intervento che mi piaceva, oppure ritenevo che certe affinità (scrittura, blog, giornalismo, ma anche teatro, o politica o luoghi) potessero risultare interessanti.
settimane fa ho depennato una cinquantina di persone, quasi tutte richieste fatte da me.
ma, anche qui, è giusto che ora mi fermi.
i miei parametri non sono i parametri degli altri.
penso che alla fin fine sia giusto fare quel che ci sentiamo di fare.
penso che sia ridicolo, però, dire che ci sono parametri giusti oppure sbagliati.
io so mica se son giusto

PS do per scontato che tutti diano… per scontato che il termine amico è infelice.
qualcuno, invece, ha sostituito il termine amico con conoscente: è comunque un parametro.
qualcuno, ho visto, usa face (e la rete in genere) per lecchinaggio; lo sconsiglio: peggiora l’alito e, per esempio nell’editoria, dà risultati ridicoli o quasi.

un eroe vero

succede che piove, qui, a cortona, e il cielo è grigio, quasi come in padania.
succede che quindi son qui, internet point, anche perché la mia connessione tascabile è più lenta di quella telefonica.

nei miei cinque romanzi cortona c’è in due: in uno non si vede, nemmeno citata, nella’ltro, cioè l’ultimo, invece sì.
in realtà c’è un romanzo che vorrei scrivere, ma qui.
mi basterebbe una settimana.
(poi certo, dovrei riscrivere).
ce l’ho in testa.
la storia di un proprietario terriero, socialista, amato dai mezzadri, disprezzato (a volte inseguito) dai fratelli in camicia nera, che volevano bastonarlo.
un po’ pazzo, un eroe a modo suo.
uno che rinuncia ad onorare ed amare il padre perché il padre è uno sfruttatore di contadini non è forse un eroe?
ho raccolto solo testimonianze orali, su di lui.
avrei bisogno anche di respirare l’atmosfera del podere dove visse, e di sfogliare il giornale locale che c’è qui, l’etruria, oppure altro.
la traccia di questo romanzo ce l’ho stampata, da anni, in testa.

ecco, quest’uomo era un esempio di socialismo vero.
i suoi mezzadri, meglio, i figli dei suoi mezzadri, non pativano la fame.
non li sfruttava, anzi.
e loro lo ripigavano: proteggendolo dalla ritotrsioni dei fascisti…
l’hanno conosciuto entrambi i miei nonni.
uno, quello materno, era un suo mezzadro, l’altro, il paterno, un amico.

anni fa, qui a cortona interrogai un contadino su di lui. un vecchio contadino, ora morto.
successe questo.
io parlavo e quello, il contadino, mi guardava divertito.
pensai: ho sbagliato contadino, questo è scemo.
no, era solo sordo.
quando gli spiegai, urlando, di chi volevo che lui mi raccontasse vidi che si aggrappò al bastone, si alzò in piedi e, serio serio, pronunciò con rispetto il nome di quel proprietario terriero che, durante il fascismo, non solo si disse socialista ma applicò, per quel che poteva, il pensiero socialista al suo vivere.

ha smesso di piovere, il cielo sta diventando il cielo di Gino Severini (che disse, se non fossi nato a cortona, sotto questo cielo così intenso, forse non sarei diventato pittore….)
mi scollego, vado.
buon sabato

le teste di minchia: vere

Un vecchio collega diceva sempre, Ci son due cose che nella vita non ti tradiranno mai, i libri e i cani. I libri però, aggiungeva, hanno il vantaggio che non li devi portare a fare pipì.
Ho avuto un cane, Barone.
In ogni cane che avrò vedrò sempre lui. Me lo sono regalato quando mi sono laureato. Per causa/merito suo ho rinunciato a ferie, diversi anni. Ho passato diverse estati a Vercelli e sono estati che ricordo volentieri: a passeggiare con Barone sugli argini del fiume Sesia.
Era un cane anarchico e dispettoso. E casinista.
Era simpaticissimo.
Una notte, ero solo, quindi, gli dissi, dai vai a fare un giro e poi torna,
andò, tornò un’ora dopo. Aveva un pollo allo spiedo tra i denti, probabilmente recuperato da un vicino supermercato. Da un cassonetto?, chissà.
Quando mi separai, restò con la mia ex moglie e mia figlia. Non potevo fare altrimenti. E’ morto lo stesso giorno in cui la Newton Compton annunciò l’uscita da La donna che parlava con i morti.
Pensai a lui, prima di dormire.
Avevo una gatta, con lui, Lilli. E’ stata la gatta che mi ha fatto compagnia gli anni, duri, di studio di notte e lavoro di giorno. Mi faceva bestemmiare, a volte (da buon toscano a volte bestemmio). Ché voleva salirmi in braccio mentre studiavo. Per farla scendere accendevo una sigaretta o un sigaro e lei, che non sopportava, scendeva.
L’abbiamo sepolta io e mia figlia alcuni anni fa. Aveva ventun anni quando è morta.
Ora ho un cane che sembra un lupo ma lupo non è, e che era di mio fratello Moreno.
Quando Moreno morì non volli che finisse in canile. Io lo ospito, mio padre lo porta a spasso tre volte al giorno (io non posso, causa lavoro). E’ un cane buono e triste. Io, a volte, penso che lui abbia come il sospetto che son legato al ricordo di Barone.
Si chiama Toby, lui.
E’ attacatissimo a Francesca, mia moglie, e a mio padre. A me guarda strano, Toby. S’interroga.
Lo ripeto per chi non sa: mio fratello, ossia il padrone di Toby, è morto nell’agosto del 2005: facendo… l’acrobata è caduto nel vuoto, dal quarto piano.
Toby non c’era, non poteva sapere.
Un anno dopo la morte di Moreno, del tutto casualmente mio padre ha portato Toby nel cortile dove il corpo di mio fratello cadde. E vide, mio padre, che Toby andava propio lì, in quel punto, eppure il cortile non è piccolo piccolo.
Mesi fa ci son passato anche io, con Toby: e ho visto. Lui va lì, in quel punto esatto, su cui ha piovuto, nevicato, su cui son passate cento persone.
E poi ho un gatto, che ho chiamato Mioumiou e di cui ogni tanto parlo, qui, perché scappa.
Mi piace Mioumiou: perché è un gatto testadimincia, un po’ come testadiminicia era Barone: testone, casinista, ribelle.
Finisco col gatto che non è mio, ma di cui ho parlato: prima pagina del giornale che dirigo.
Lanciato da un’auto in corsa.
Ecco, poi ci sono le teste di minchia vere, pericolose.
Guardate un po’.
E buona giornata.

cose

cose di giornale.
Dico a due miei colleghi: Ma una verifica al campo nomadi l’avete fatta?
Risposta. Al campo nomadi… sinceramente, non ci ho pensato, dice uno.
Forse è meglio andare i due, dice l’altro.
Sono stupiti da questa mia richiesta.
Continuo a dire. Guardate, la sera magari alzano il gomito, ma di giorno sono ospitali.
Sono sconcertati i due.
Dico (un pelo adirato). Volete che vada io?
(Giuro: mi piacerebbe, ma non posso. Devo disegnare la prima pagina, occuparmi delle lettere, del distributore, e devo vedere gente).
Vanno.
in due.
Tornano.
Il più giovane mi dice: Che gentili che sono gli zingari.
Ah.

cose strane
Incontro una radical scic.
Mi fa, complimenti, ho saputo che il tuo libro è andato bene.
Io, così pare.
Lei, complimenti.
Pausa.
Lei. Dai, regalamene una copia, così ti dico.
Senza parole, io, dico niente.
Arrivederci.
Arrivederci.
Credo che guadagni almeno 4mila, forse 5mila. Al mese s’intende. E il marito pure. Certo: 9 euro e 90 centesimi son sempre 9 euro e 90 centesimi. Coi tempi che corrono.

cose così.
certi giorni ho quasi voglia di noia, anche se la odio.

cose di giornale, ancora.
A Vercelli, nei giorni scorsi, qualcuno ha preso un gatto e lo ha lanciato da un’auto in corsa. Il gatto, mezzo massacrato, ieri è stato operato in una clinica veterinaria. Grazie al fatto che io l’ho pubblicato sul mio giornale, grazie al fatto che la gente si è precipitata in redazione a portar soldi, per farlo curare.
Nei piccoli giornali si parla di cose piccole, insomma, ma fa piacere, a volte, poter parlare di queste cose piccole.

Chi ha simpatia per Rita Borsellino legga qua ed eventualmente firmi.
Buona serata.

cose che non si scrivono, forse

Ricordo una donna.
Sui quarantacinque. A volte chiedeva aiuto. Non ce la faceva lei a sollevare suo padre dalla sedia rotelle al letto quando lui faceva i capricci.
Lei quel vecchio, il suo vecchio, non ha voluto che morisse in un istituto.
Aveva un fidanzato, quella donna.
Poi ne ebbe un altro. E un altro ancora, tre mi pare nell’arco di una decina d’anni.
Duravano qualche mese. Non capivano.

Però io – inutile che mi faccia bello, qui, coi pensieri da simil scrittore – una volta o forse due o forse cento io l’ho pensato. Vedendo che quella donna non aveva né serate libere né ferie né capodanni, io, pensai:
Ma perché non lo ricovera in un istituto?
Era una donna semplice e serena. Non l’ha fatto, lei. Al diavolo i fidanzati.
Ma se l’avesse ricoverato in un istituto sarebbe stata lo stesso una donna semplice e serena.
Ha scelto, lei, di onorare il padre fino all’ultimo giorno. Amnche se il padreera diventato un padre bambino.

E a proposito di pensieri che non diventano parole scritte.
L’ho già detto. Giorni fa ho passato ore in un pronto soccorso. Era una domenica.
Arrivava gente in continuazione.
Arrivavano anche persone anziane.
Lo sguardo perso. Specie quelle sole. Bastava una parola di un’infermiera a farle sorridere, appena appena.
Aspettavano.
Non sono belli i vecchi quando si arrendono.
Non sono seduti, sono accovacciati. O fanno i capricci o stanno muti.
Aspettano.
Ne ho visti: aspettavano.
Rassegnati.
Uscendo ho pensato (e detto) quel che non si dovrebbe.
Ho detto: Meglio morire prima.

Mi ha scritto una persona, una mail.
Sai, mi fa, volevo scrivere un commento, ma non me la sono sentita di raccontarmi. La bambina che è in me sta troppo male, ripensando a certe ferite (perché – chiaro – ci son vecchi da rispettare e vecchi padri padroni) non me la sono sentita di mettere in piazza quella bambina…

Alla frequentatrice di questo blog che non ha – giustamente – scritto un commento,
a “chi” pensa che la confusione sia lo stato mentale più vero
e a tutti dedico una delle mia canzoni preferite.
Tra le prime dieci, di sicuro.
Per quello che dice. Sul tempo, sulla vita e sulle stelle.

era nudo, era vecchio

Una volta all’anno mi tocca: devo fare dei controlli, da anni.
Malattia ereditaria. Niente di che.
Prelievo del sangue, altro.
Nei giorni precedenti i controlli divento intrattabile. Non sopporto gli ospedali, e pensare che mia figlia si è appena laureata in medicina.
Comunque.
Anni fa vado a fare questi benedetti controlli. Dal momento che io mi perdo dappertutto figuriamoci in un ospedale, seppur piccolo come quello di Vercelli.
Ma tant’è.
Mi persi e girai a vuoto, per un po’.
Poi vidi quegli occhi, che mi guardavano.
Fu la prima cosa che vidi e… scusate se ora vi sembra che io non sia chiaro.
Ma fu – per davvero – la prima cosa che vidi.
Passando davanti a una sala, non so dire che sala fosse, so solo che era il poliambulatorio dell’ospedale di Vercelli, c’era un vecchio, nudo, che mi guardava. Attorno a lui dei camici bianchi. Certo, la porta si era aperta all’improvviso e io probabilmente stava passando dove non si dovrebbe, ma quegli occhi me li sento ancora addosso se ci ripenso.
Era nudo, era vecchio, e attorno a lui c’era gente che lavorava.
Mi guardava. Come guarda uno sconfitto.
Non ho più visto cose così.
Ma mi capita di vedere, o di sentire racconti che arrivano dai pronti soccorsi o dalla case di riposo di tante zone d’Italia. I vecchi sono ancora nudi, e ci guardano.
Noi aspettiamo, ché tanto tutto va bene. Fino a quando saremo anche noi, a guardare, chi passa.
E – forse – proveremo rabbia: la rabbia che prova chi è compatito e non vorrebbe, ma non può farci niente.
(So bene che non bisogna generalizzare. In tanti centri, magari piccoli, c’è una buona politica, c’è attenzione per gli anziani. E in certe regioni è meglio che in altre.
Però un po’ dovunque stanno sicuramente meglio gli anziani benestanti. Il problema è quindi duplice. Di natura culturale, anche perché si tende a rimuovere il problema rinchiudendo la morte e la vecchiaia in strutture. Ma anche di ceto sociale. E si tuoni pure contro il centro destra, oggi, ma non mi pare che il centro sinistra si sia distinto più di tanto).

dicono che faranno una città

Dicono che costruiranno una città, tra la collina e il mare, fuori dal tempo.
Faranno case di legno, coi camini.
Ci saranno le auto, ma resteranno fuori, in quattro grandi parcheggi.
Dentro la città solo qualche bus elettrico e tante biciclette.
Non ci saranno computer, in questa città, ma due sale cinematografiche, una con prodotti commerciali, l’altra con vecchi o introvabili film per appassionati, e non ci saranno antenne, perché si ascolterà solo la radio, e non ci saranno telefonini, ma cabine, a ogni angolo, e ci saranno feste tutte le sere, fino a tardi ma non fino a tardissimo, e verranno organizzate però a nord, ché a sud, dove è stato realizzato un parco, ci sarà un posto, un bar con una libreria, per chi, non amando né feste né balli, potrà gustare, così, il silenzio, e pazienza se in lontananza sentirà le note di una fisarmonica o di un violino.
E non ci sarà plastica, in questa città.
La spesa si farà con le borse che si usavano una volta, le penne saranno solo stilografiche, i rasoi con le lamette intercambiabili.
C’è tanta gente che sta chiedendo, di questa città.
Gente che vorrebbe incontrarsi in piazza, e poi decidere cosa fare la sera.
Perché la sera, in questa città, si faranno cose.
Ci saranno circoli di lettura, ma anche sale dove la gente potrà giocherà a carte, o a tombola.
O studiare. O raccontare storie. O pensare alla città.
Nessuno, in questa città, mostrerà i propri muscoli o il proprio sapere agli altri.
Si cercherà, in questa città, di fare come fanno i bambini dei villaggi indiani, che quando hanno contrasti parlano e poi parlano e parlano ancora finché non si son chiariti.
E i vecchi saranno i re di questa città.
Avranno rispetto e compagnia.
Così che gli ultimi capitoli lascino un buon ricordo.

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Mi spiace ma wordPress blocca i commenti con due link.
Ripropongo quindi il commento di Clelia Mazzini, bloccato per qualche ora.
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Carissimo,

il tuo “sogno” me ne ha fatto venire in mente un altro, di Pasolini* (vedi qui, in cui si respirano le stesse atmosfere di quelle – rarefatte – che ho ascoltato leggendoti.

Complimenti e un saluto caro per te e i tuoi ospiti.

Clelia

* Si tratta di un testo di Pasolini intitolato “La recessione”, messo in musica da Mino di Martino per Alice (è disponibile anche un video su youtube) dove al termine della breve intervista con Augias, dedicata a Pasolini, la cantautrice presenta integralmente il brano).

giornalisti: servi e concubini

… si manifesta acuta più che mai tra i cittadini l’esigenza crescente di un buon giornalismo: che selezioni le notizie, che ne faccia sintesi chiara e completa, che ne stabilisca la gerarchia di rilevanza, che ne espliciti il significato recondito, che offra il pieno ventaglio di interpretazioni; in modo che il lettore possa formarsi compiutamente un’opinione libera e informata.
Lo segnala con forza una recentissima ricerca sullo “stato del giornalismo” condotta dal centro Astra di Enrico Finzi e presentata nei giorni scorsi all’Università Statale di Milano. Ma se il desiderio di informazione è sentito e diffuso (e crescerà in misura rilevante nei prossimi anni, a partire dal 2012, anche per i media non tradizionali), la fotografia che gli italiani fanno della realtà attuale è spietata e impietosa. Infatti, secondo il largo campione interpellato dai sociologi, per il 68 % i giornalisti sono bugiardi, per il 60 % sono incompetenti, per il 52 % “non sono indipendenti”.
E ancora: i giornalisti non hanno eticità (64%), sono ansiogeni (62 %) e non hanno rispetto per gli altri (53 %). In sostanza il giudizio del campione (rappresentativo della popolazione italiana sopra i 15 anni di età) esprime per il 55 % una valutazione negativa, se non pessima.
(…).

Nel libro appena uscito (“L’informazione che cambia” – Editrice La Scuola), Ferruccio De Bortoli riconosce che “siamo diventati servi e concubini del potere”. E ritiene “insopportabile” il clima “da terrazza romana” con quella complicità compagnona tra politici e giornalisti che si fa “casta” distaccata dalla realtà.

Forse allora sarà il caso di rivalutare le figure scomode che hanno predicato nel deserto. Precursore Walter Tobagi che, preoccupato dell’instaurarsi di un “pensiero unico” e degli intrecci incestuosi con l’economia, ebbe il coraggio di battersi contro il conformismo a viso aperto (pagando con la vita, facile bersaglio del terrorismo rosso).

estratti di un articolo pubblicato da Liberal il 16 ottobre; articolo che è stato scritto da Giuseppe Baiocchi di Stampa democratica
www.stampademocratica.it

PS. Se un giornalista non può dare voce a chi non ce l’ha io penso che farebbe meglio a cambiare mestiere. Penso che presto cambierò mestiere.

PS.
Il commento numero cinque rimanda (anche) a questa questione, sollevata dal link che il commentatore (Alessandro) ha segnalato.
La questione è questa.
L’informazione in Sicilia. E il silenzio. In Sicilia e in Italia.

la ragazzina

Guardo nel mio carrello.
Acqua Fiuggi. Due porzioni di formaggio caprino. Una confezione di crauti. Ananas tagliato a fette. Un sacchetto per fare del cous cous piccante. E due tramezzini tonno e pomodoro, da mangiare in redazione a metà pomeriggio, sono il mio pranzo-merenda (davanti al blog).
La cassa è lenta, c’è gente davanti a me.
E’ lenta perché la cassiera non ha più pezzi da cinque euro. Ed è andata a cercarli.
Davanti a me, che sono il terzo, due carrelli, arriìvati insieme, si contendono il primo e secondo posto.Alla mia sinistra, una giovane coppia; alla mia destra, una ragazzina col padre.
Restanno alineati, nessuno si decide a passare avanti.
I due ragazzi han fatto la classica spesa di fine settimana. Il carrello traborda. Vino, carne, ogni bendiddio. Anche una rivista di informatica, anche un libro di Coelhe, che Coelho e Moccia non mancano mai nei supermercati. C’erano anche Eco e alcuni Feltrinelli, quindi non polemizziamo.
I due ragazzi, sui trenta, si vede che non hanno fretta. Sono quella che si direbbe una bella coppia. Parlano divertendosi. Sorridendo.
L’altro carrello è di segno opposto.
Ci sono bottiglie di vino. Mi sembra quattro, non avendo gli occhiali non riesco a vedere che vino sia. E c’è della pasta, mi sembrano fusilli, e delle scatolette di tonno. piccole. Il carrello è sospinto da una ragazzina, avrà dai dodici ai quattordici anni. Il padre è dietro di lei. Sono vestiti da poveri, si vede. Jeans e maglietta la ragazza. Jeans e camicia arancione il padre. Scarpe da ginnastica, lei. Sandali ma con calzini, lui.
La ragazza è mogia mogia, il padre ha come un ghigno stampato in faccia.
Da sbruffone.
E in effetti.
Quando la cassiera arriva con i suoi cinque euro, il primo carrello a farsi avanti è proprio quello della ragazzina mogia modia: ha capito che deve passare per prima perché gliel’ha fatto capire il padre: spintonandola.
(E quando vedo che la spintona sogno d’essere un fantasma birbante, che molla calci in culo a chi li merita).
Caricano il tutto, il padre paga, vanno.
E’ il turno dei ragazzi davanti a me. Sei sacchetti di cose. Carta di credito. Bel sorriso alla cassiera.
Poi vanno incontro alla sera, i due ragazzi.
Tocca a me. Fa 13 e 75. Pago con un ventieuro. La cassiera mi dà la moneta di resto e, sospirando, anche la banconota da cinque. Non è giornata, oggi, per le banconote da cinque. Scappano.
I due ragazzi, intanto, hanno guadagnato l’uscita.
Son convinto che passeranno una bella serata.
Penso alla ragazzina.

Poi.
Sulla mia libreria di Anobii ho messo un libro, che in realtà non ho ancora per le mani.
Senza Luce, di Luigi Bernardi.
Casa edtrice Perdisa (e per Perdisa ha appena pubblicato un nuovo libro Elisabetta Bucciarelli):
Una recensione.
Quando ordino un libro, dieci volte su dieci è un bel libro. Non conosco Bernardi (che è solo un contatto Face), di lui ho solo sentito parlare. Ha tradotto Manchette, è noto in ambito editoriale. Penso sia un buon libro. (Che, forse, dico forse, ha qualche analogia con Bastardo posto, il mio libro Newton che uscirà ad aprile 2009).

Una segnalazione e, se permettete, anche un invito che rivolgo ai blogger (che sanno bene: ho mai chiesto un link, io).
Vi segnalo il blog di Pino Masciari
http://www.pinomasciari.org/
E ai blogger chiedo di linkarlo, grazie.

Cinema italiano

Farinelli voce regina

Prendimi l’anima
I cento passi
Novecento

Poi c’è questa cosa qui,

un film che non ho visto, e cioè Teorema di Pasolini. La canzone ha un profumo particolare per me. Sa, per me, di quei deodoranti che davano al cinema, una volta. In un cinema della mia città questa canzone era usata come sottofondo per delle (orribili) pubblicità locali. Non sapevo che fosse di Alice. Youtube serve, insomma.
Che fosse sua l’ho scoperto un annetto fa. Rammentando alcune strofe con san google alcune cose del passato riemergono.

Che poi il cinema sa di nostalgia non solo per me…

ciò che si vede è

Ciò che si vede è, dice una bella canzone del banco del mutuo soccorso.
Forse.

Tre anni fa. Ho assunto da poco la direzione del giornale. L’ho messo sottosopra. Ho cambiato mansioni, orari, impaginazione, tutto. E ho preso una segretaria e l’ho promossa sul campo: giornalista, ché come segretaria valeva un tubo, mentre come giornalista ha fantasia e interessi per il segmento spettacoli-cultura.
Un giorno arrivo in redazione e la trovo che mi aspetta.
E’ stata testimone di un fattaccio.

Parentesi. Il mio giornale, come tanti giornali piemontesi, è periodico; esce (dal 1871) due volte a settimana. Ormai l’abitudine è questa. Nei giorni di chiusura del giornale si lavora come se fossimo un quotidiano, negli altri si cerca (o si dovrebbe) come un settimanale.
Allora, il racconto questa giornalista me lo fa di sabato. C’è tempo per scrivere del fattaccio: usciremo martedì, io quindi ne scriverò lunedì, oppure domenica.

Il racconto è questo.

Ho visto una gazzella dei carabinieri davanti alla tal farmacia, ieri sera. Hanno fermato una macchina, dentro c’erano due ragazzi giovani. A un certo punto ho visto che hanno spalancato la portiere di questa macchina, preso per il bavero il conducente e l’altro passeggero, avranno avuto vent’anni, forse meno, poi li hanno spintonato, urlando. No, non li hanno picchiato, ma facevano paura, credimi. E la gente che passava di lì diceva che non era il modo, quello, di trattare due ragazzi…

Scriverò un pezzo in prima pagina, le dico.
Scriverò che c’è modo e modo di fare i controlli.
(Fossimo stati un quotidiano avrei scritto tutto. La giornalista ex segretaria la conosco da una vita, è affidabile, seria).

La sera vado a mangiare da mio padre. C’è anche mio fratello Moreno, era ancora vivo. Gli racconto l’accuduto, lui mi ascolta, poi sbotta in una risata.
C’era anche lui nei pressi della farmacia.
E i due ragazzi fermati lui (purtroppo) li conosceva.
(Per la verità li conoscevo anche io).

Comunque. Il racconto di mio fratello.

Sono arrivati i carabinieri che hanno fermato la macchina con x ed y. Un carabiniere si è abbassato, x ha abbassato il finestrino, ha detto a x, scommetto che dentro la macchina hai un po’ di erba;
e x sai cosa ha fatto?, mi dice mio fratello ridendo.
Che ha fatto?, domando.
Gli ha dato un ceffone, per questo il carabiniere l’ha tirato giù dalla macchina…

Di quei ragazzi ne ho parlato nel racconto Tamarri, che uscirà, penso presto per Historica.
Son contento che esca quel racconto, tra un libro della Newton e un altro…
Scrissi niente, naturalmente.
E pensai: fortuna che non siamo un quotidiano.

la ragazza e la signora

Un ricordo. Avrei dovuto scriverne quando “la signora” morì, due anni fa. Invece quel ricordo l’ho rispolverato solo ora, forse ispirato dalla discussione precedente: certo, un grande scrittore, un grande artista può anche essere una merda di persona, e va bene così. Ma se non lo è, è comunque meglio, credo.
Buona giornata

Era il 1980 e qualcosa.
Ero sull’autobus, a Torino. Tipica giornata invernale uggiosa e triste.
Non ricordo che ora fosse, ricordo il grigiore. E l’autobus, che da via Po va verso via Cernaia e la stazione di Porta Susa.
Sull’autobus vedo una signora non più giovane.
La riconosco.
Ha due occhi bellissimi.
Ha un bell’impermiabile, un ombrello. La memoria, oggi a distanza di anni, mi dice che fossero entrambi verdi, ma non ci giurerei.
Ha un’espressione dolce, stampata in viso.
Mentre la guardo ri-penso alle mie serate, da ragazzo, davanti alla televisione in bianco e nero. Io e mia madre, che magari fa la maglia e intanto sente e ogni tanto alza gli occhi e guarda.
Lei, la signora dell’autobus, era Luisa, la mamma di
Ombretta sdegnosa del missipipì, non far la ritrosa e baciami qui.
Era la moglie di Franco, protagonista di Piccolo mondo antico, che diedero in tivù una vita fa.
Vecchio, vecchissimo film riproposto poi dalle televisione (quando c’erano due canali, più La Svizzera qui al nord).
Caso vuole che in quel periodo sto studiando Fogazzaro. Oltre a Piccolo mondo antico, stavo leggendo Piccolo mondo moderno, Il santo, Malombra.
E sto studiando il modernismo, corrente che, ai tempi di Fogazzaro, sperava in un rinnovamento della chiesa ma che dalla chiesa riceveva solo minacce, ché la Chiesa in Italia ha sempre ragione, sempre (e i politici in Italia le dan sempre ragione).
E guardo, con ammirazione, quella signora seduta, che sorride a niente e a tutto.
Guardo, insomma, Alida Valli.

Succede che nell’autobus ci sia una ragazza che ha tutta l’aria di non essere di Torino. E’ maldestra, anche: rischia di cadere, quando l’autobus fa tappa a una fermata.
Vedo che chiede cose, chiede informazioni, ma le chiede a mezza voce, è timida, non è punto bella, perché se lo fosse stata, bella, sarebbe stata attorniata da maschietti generosi in indicazioni, ed è grassoccia, veste male.
Di Torino so poco, penso, ma magari quel poco che so può bastare, penso ancora avvicinandomi a lei.
Dove deve andare?
Sono stato anticipato: da Aliva Valli che si è alzata e, come me, ha visto spaesamento e timidezza stampati sul volto di quella ragazza.
Vedo che la ragazza le risponde qualcosa, piano, vergognosa.
Ci son persone che abbassano il capo per nulla, come se avvessero peccato.
Venga che l’accompagno io, dice la signora Alida Valli.
L’autobus si ferma.
Vedo che scendono insieme, la ragazza e la “signora”.