il disagio

Sveglia anticipata stamattina: alle nove.
Squilla il cellulare e, quando squilla, a casa mia son cavoli, che si sente male. Dico, Richiamo, poi mi vesto in fretta, poi, con la voglia di un caffè e sbadigliando, vado in guardino, ché in casa, causa i muri spessi, si sente niente.
Poi caffè, lavaggi vari, accensione pc e, mentre guardo gmail, altra telefonata, di lavoro.
Chiaro, si vede subito. Oggi non è giornata, quindi, né di blog di facebook e nemeno di mail, anche perché, ho il pc devastato dai virus.
Stanotte spero in quello di scorta.
Vado, che son di corsa, oggi.
(Però mi son sentito strano ieri. Mi mancava qualcosa, ossia il pc e la rete, e quindi avrei potuto fare altro, leggere scrivere andare a spasso. E mentre pensavo al disagio al contempo concludevo, e dovevo ammettere, di essere diventato dipendente dalla rete, e non è una cosa bella, anzi, ché la rete fa male, come le sigarette.
Certo, basterebbe un po’ di sano equlibrio mentale. Che non ho mai avuto).
E buona giornata

E poi.
E’ uscito il secondo libro di poesie di Cristina Bove, Il respiro della luna.
(Cristina, oltre che brava, è una splendida persona).
Uscirà invece a metà novembre il secondo libro di Enrico Gregori, Doppio squeeze.
(Se dico che Enrico è una splendida persona mi rinchiudono subito: anzi, mi rinchiudo io).

Pavese. Un film in rete. Gli scrittori di serie A, oggi

Su Pavese, tra quel che ho letto nei commenti in coda al post precedente

io – da ottantenne quale sono – me lo ricordo, mentre passeggiava sulla collina torinese (o sulle colline, non so) mangiando ciliegie (o ciliege).
Ma era un ricordo delle Ginzburg.
Una di quelle immagini folgoranti che ti porti dietro tutta la vita: chissà perché.
Roby
è il suo mettersi a nudo senza ipocrisia in maniera a volte persino imbarazzante quello di lui che ho amato in maniera viscerale…
credo sia l’autore italiano di cui possiedo quasi tutto, è diventato negli anni la mia cassaforte, a volte mi ha fatto male, avrei voluto buttare le sue pagine dalla fienstra, ma sapevo che sarei corsa a riprenderle sempre e comunque
chicca (ma)

Pavese è stato il mio amore dell’adolescenza in cui il mondo nel bene e nel male si spalanca in tutta la sua grandezza e mistero. Lessi Il mestiere di vivere a cavalcioni di un muretto nel giro di pochi giorni e rimasi folgorata. Ne feci una tesina da portare a scuola. Credevo di aver scoperto qualcosa di unico e di grande e che fosse tutto mio. Da quel momento andai nella biblioteca di quartiere e lessi tutto quello che era disponibile. Le poesie del disamore mi hanno seguito per anni in borsa, ogni tanto ne leggevo una. Il vino triste rimane la mia preferita. Io parlo volentieri di lui e lo faccio come parlare di un amico che non ha avuto fortuna, perchè non penso allo scrittore, penso all’uomo, poichè il suo scrivere è servito per conoscerlo. Ogni tanto lo ricordo, come Mia Martini. Anime che sento affini, non così lontano da quel luogo in cui non conta spazio e tempo. Maggiani invece me lo ricorda fisicamente, forse anche per questo mi piace.
silvia (sgnapis)

mi ossessiona l’idea di quelle due ore che ha passato telefonando alle sue amiche, elemosinando un po’ di compagnia, prima di uccidersi. Ci penso e ripenso, come una moviola. Nessuna è andata. Nessuna. Provo a immaginare quelle ore, al “non scriverò più”, ai “Dialoghi di Leucò” sul comodino e alla finestra dell’albergo (vorrei vederlo quell’albergo, esiste ancora?)
Un’anima affine anche per me, senza dubbio, di pancia. Mi è capitato di pensare che quest’uomo morto due anni prima che nascesse mia madre mi è più vicino di tanti vivi che ho intorno.
Monia Casagrande

Segnalazione.

Torno subito: il primo film italiano scaricabile, ad alta definizione, in rete. E’ di Simone Damiani (mio contatto su Facebook)

E POI.
Su Face, nei giorni scorsi, ho intercettato uno scambi di battute, peraltro intercettabili da tutti, tra una mia amica attrice (Paola Pace, impegnata in uno spettacolo su Goliarda Sapienza) e un mio amico scrittore (Franz Krauspenhaar). E Paola che, stupita, diceva a Franz: Ma qui su Face è piano di scrittori. E Franz che confermava. Poi, non ricordo chi, ha detto (non importa chi l’ha detto, mi sembra Paola) “Ma scrittori di serie B”.
E volevo scrivere qualcosa, io, sugli scrittori di serie A, B, C e D, e mi sarei messo, io, tra quelli di C, ma poi ripensandoci bene non so mica dire, io, chi sono i veri scrittori di seria A, oggi.
Quelli che vendono?
Quelli che son bravi ma son per pochi?
E se lo fosse, metti, uno che non ha mai pubblicato o che è stato rifiutato o che…
E se volete dire dite…

buona giornata

E vi ricordo Direfarebaciare.

di insofferenze varie e di pavese cesare

E’ un periodo in cui non ho niente da dire, mi piace star solo, mi piace camminare per la città,  aspetto la notte.
Poi, se leggo sono insofferente. Interrompo letture, ne riprendo altre interrotte, cerco nuovi libri.
(Mai dare giudizi su certe letture quando si è in un momento no: quel che pensiamo è spesso distorto).
Comunque, vi ricorderete di Monia, che mi ha aiutato nei raccontiaquattromani, con passione e pazienza.
Mi ha chiesto di Pavese, una cosa.
La copio incollo dal vecchio blog, e buona giornata a tutti.

Hanno almeno un’ottantina d’anni alcuni vercellesi che, non so di preciso l’anno, al Ginnasio ebbero come professore Cesare Pavese.
Uno di questi vercellesi, si chiama Ferdinando Lo-Jacono, fino a qualche anno fa scriveva su La Sesia: per lo più recensioni teatrali, ma anche amarcord.
E un amarcord, anni fa, lo dedicò, appunto, al suo professore, supplente per qualche mese, Cesare Pavese.
Vado a memoria.
Pavese, dopo una giornata di lavoro, va alla stazione, che dista dal Ginnasio cinque minuti a piedi; cinque minuti a piedi piacevoli, ché si passa davanti alla basilica romanica di Sant’Andrea, il più bel monumeto di Vercelli, e i giardini, della stazione appunto.
Pavese, raccontò Lo-Jacono, appena poteva leggeva. Intensamente, Non si sa se leggesse anche camminando, sarebbe stato pericoloso, di sicuro, quel pomeriggio invernale e grigio, si rintanò nella sala d’aspetto con un libro in mano, assorto più che mai.
Tanto assorto che non si accorse dell’arrivo di un treno che da Milano l’avrebbe portato a Torino, né di quello successivo, né dell’ultimo.
Si risvegliò dalla lettura quand’era ormai troppo tardi, raccontò il personale della ferrovia, stupito nel vedere che Pavese non si disperasse né cercasse un albergo.
Dormì tutta la notte nella sala d’aspetto (che ora non c’è più) della stazione di Vercelli.
Forse a leggere, o correggere temi, chissà.
Di sicuro nessuno sa quale fosse il libro che catturò a tal punto il giovane, squattrinato professore, Cesare Pavese.

tre cose da dire, oggi

Il buio di quei giorni, di una ragazza che, ricoverata, vede che il “suo cielo” è diventato il soffitto degli ospedali e delle sale operatorie, è comunque rischiarato da una presenza, tanto forte quanto discreta, dei suo genitori. Il dolore che diventa forte, affrontandolo insieme, scambiandosi uno sguardo, un abbraccio.
«I miei genitori sono le pagine su cui è stato scritto quel libro, anche se avrebbero volentieri fatto a meno. Sirena è un inno anche a loro».
Quel che avete letto è un estratto di un’intervista che ho fatto, qualche mese fa, alla mia amica Barbara Garlaschelli. Che, ieri, sul suo blog ha scritto:
Ciao Renzo.
Renzo, il padre di Barbara, è morto ieri.
L’intervista che feci a Barbara.

E’ nato il blog direfarebaciare.

Giovanni Giovannetti scrive:

Per farla breve: Direfarebaciare avrà una forte connotazione territoriale, di informazione e di denuncia sull’operato delle pubbliche amministrazioni: cosa succede a Pavia, a Vercelli, a Cremona, a Siena, a Genova, a Torino? Tratteremo di mafie e di consumo del territorio; ma guarderemo da vicino anche le svolte epocali che sempre più alimentano quelle migrazioni planetarie di cui oggi intravediamo solo le avanguardie.
Direfarebaciare vuole essere luogo di confronto e di scambio di esperienze “sul campo”: tra chi a Scampia e a Pavia svolge attività di volontariato con gli immigrati; tra chi a Catania e a Milano denuncia la soffocante espansione della criminalità organizzata; tra chi a Genova e a Siena si oppone alle speculazioni immobiliari favorite dalle tangenti.
Racconteremo le mafie del nord, le mafie dai colletti bianchi che operano in borsa, che investono nel grande commercio, che edificano e bonificano banconote e che si candidano a bonificare anche le tossine delle grandi aree industriali dismesse; racconteremo di ecomostri autostradali e non; racconteremo di povertà vecchie e nuove.

Faccio tanti auguri a Giovanni. E anche a me, perché in quel blog, quando potrò, ci sarà qualche mio intervento.

Già che ci sono scrivo altro, ora.
Stanotte ho dormito 4 ore anziché 5: come ai vecchi tempi, quando alternavo fabbrica e università e dormivo dalle 3 alle 7. Poi treno, autobus, prima lezione, seconda lezione, autobus, treno verso vercelli, in bicicletta di corsa verso casa a mangiare una mozzarella, poi autobus verso la fabbrica, poi fabbrica, poi autobus o passaggio scroccato dalla fabbrica a casa, poi caffettiera da tre e la notte per studiare. Fino alle tre. Meglio oggi, forse.
Dico forse, perché certi giorni (certi sta per tanti) preferirei lavorare in fabbrica che fare il giornalista.

E buona giornata

NO, 4 “cose”.
E’ in questo blog, ma la copio incollo.

Ti voglio bene fino alla luna. Fino all’arcobaleno. Fino al prato quando ci sono i grilli

(Federica, 4 anni)

(Grazie Elena)

il clima

Non ho mai detto in vita mia Voglio andare a vivere all’estero.
Ora invece ci penso, a volte.

Stazione di Vercelli, sono alla biglietteria.
Torino Porta Nuova solo andata, grazie, dico.
quattro e ottanta, mi risponde il dipendente delle ferrovie dello stato.
grazie, buona giornata.
….
provo di nuovo: arrivederci.
….

In Francia questa estate mi son stupito tante volte: paghi il pedaggio autostradale e ti senti salutare.
Non solo.
Viaggi, sei in corsia di sorpasso, e nessun deficiente da dietro ti fa i fari perché vuole che tu gli lasci la strada libera.
E mi sono stupito due anni fa, in Spagna.
Anche lì: la gente ti saluta. O risponde o saluta per prima.
Ma nelle autostrade spagnole – magari è un caso, non so – mi è successo di andare in bagno, cosa che si cerca di evitare pensando alle nostre autostrade, e di constatare, dieci volte su dieci, magari mi manca l’undicesima, che chi era andato in bagno prima di me aveva lasciato tutto pulito.

Ma non c’è solo questo, oggi, in Italia.
C’è un clima strano, oggi, in Italia.

Sono sul treno delle 16 e 13 minuti che va verso Torino.  Nonostante due tamarri che alle mie spalle sparano cavolate sui rispettivi computer e quelli degli altri, “Jo è fulminato minchia, non sa cos’è skype, e fa solo casini, minchia, se vedi il suo pcci ti viene un colpo”, riesco a leggere (King).
Stazione di Santhià, stazione di Santhià: niente da fare, i due tamarrini, gel e orecchini e tatuaggi vari, non scendono alla stazione di Santhià.
Scendono alla fermata successiva, Chivasso.
Una ragazza, tra i venti e i venticinque, alla mia destra li guarda con uno sguardo che non so interpretare. Sdegno, interesse? Non so.
Prima che scendessero i due tamarrini ha dovuto parlare forte al cellulare per farsi sentire da mammà: No, non voglio pasta stasera, falla solo per papà, io mangio verdure.
(Penso, dovrei farlo anche io).
Comunque, siamo a Chivasso, stazione di Chivasso, treno regionale delle (non mi ricordo) per Torino Porta Nuova è in partenza.
Sale gente.
Salgono anche due nomadi. Sono giovani, sono vivaci, insomma fanno un po’ di casino, perché scherzano tra loro, restando in piedi.
Osservo la ragazza: è come ipnotizzata. Le fissa, con attenzione.
Almeno due, tre minuti.
Sa, suppongo, che io la sto guardando.
E in effetti, quando si stanca di guardare le due nomadi, gira la testa verso di me, ma senza guradarmi dice: Che schifo.
Poi riguarda le due nomadi.
Le guardo anche io. Stanno ridendo. Le guardo meglio: sembrano pulite, ordinate, i capelli non sono unti.
Non danno fastidio a nessuno.
Guardo la ragazza.
Mangerà verdura stasera.
Il clima, il clima è questo, oggi.

il fighettismo

Quelli che se la tirano, potrebbe essere il titolo di questo post.
Quelli e quelle che fan le fighe, insomma.
Ieri su facebook, una persona che campa di editoria e che conosce, quindi, più di me, è sbottata:
Scrittori?
Giornalisti?
Ma quando mai?, scribacchini.
Non potevo resistere. Ho scritto a questa persona (premettendo: non sto cercando un editore, io) dicendo che per fortuna non tutti sono così.
E che magari, tra le secondo linee del giornalismo per esempio, ci sono atti di coraggio di cui nessuno sa o saprà mai.
Questa persona mi ha dato ragione, soffermandosi su un certo fighettismo di sinistra: si parla dei problemi e di questi problemi si sa niente.
Quanto son vicini, c’è da chiedersi quindi, scrittori e giornalisti alla vita vera?

Mi faccio pubblicità, ora.
Tra un libro della Newton Compton (La donna che parlava con i morti, 2007) e l’altro (Bastardo posto, che uscirà ad aprile 2009) ci sarà, da parte mia, un’uscita a cui tengo molto: Tamarri.
Tamarri è stata la mia esperienza personale e vissuta con ragazzi al confine: tra la delinquenza e la cosiddetta normalità.
La fabbrica ormai è un ricordo, per me, lontano. Quasi come l’università. I due anni passati in carcere a insegnare, pure. Ma i due anni vissuti con dei teppistelli di periferia no, mi fa pensare a più cose, sempre.
Al fatto che quando sono ragazzi potrebbero essere recuparti, uno.
Al fatto che i cosiddetti intellettuali (e la sinistra) sono lontani dalle periferie.
Nelle periferie ci arriva i giornali stupidi, le telenovelas, Valentino Rossi, i miti del consumismo, le strafighe, Berlusconi.
Ma la sinistra e gli intellettuali no, almeno oggi (forse Valter Siti: ne conoscete altri?).

Una sera parlavo con un ragazzo. Un ragazzaccio. Cercavo di spiegargli, davanti a una Moretti, quanto fosse importante leggere, istruirsi. Mi ascoltò, magari dissi cose furbe, chissà.
Alla fine, guardandomi, e senza vergogna, mi disse: Non ho mai letto un libro, cosa mi consigli?

Non è un mondo lontano lontano, questo.
Domenica scorsa ho trascorso alcune ore nel pronto soccorso dell’ospadale di Novara. Problemi familiari, diciamo. Bene, c’era una ragazza che faceva una flebo. Poi ho capito: era un antidolorifico. Era arrivata urlando, Forse è appendicite ha detto.
Mentre il liquido della flebo le entrava in circolazione lei ha mangiato un pacchetto di patatine e uno di Ringo.
Questa è gente.
Non ridere e non piangere ma comprendere…

Comunque. Tamarri uscirà per Historica. Dal momento che fu un’esperienza che vissi grazie (allora dicevo per colpa) di mio fratello, alla fine del racconto, spiegando, ho aggiunto la lettera che scrissi quando Moreno morì.
Spero che ora non sia lui a vergognarsi di me.

Buona giornata, e scusate i refusi, ché son di corsa. Oggi mi aspetta Torino.

PS Un libro fatto “vedendo”: Zingari di merda, di Moresco con foto di Giovanni Giovannetti.

17 euro di… incipit

Sei libri, 17 euro, al mercato dell’usato che c’è ogni prima domenica del mese qui da me.

(Non ho mai letto Jorge Amado)
Vadinho, il primo marito di dona Flor, morì a Carnevale, una domenica mattina, mentre ballava un samba vestito da baiana in Largo 2 Luglio, non lontano da casa sua.
Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti, Garzanti 1977

(Un libro letto tanti anni fa, dimenticato; e non ricordo se l’avevo preso in biblioteca o in prestito da qualcuno)
Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Per esempio, nella Settantesima Est c’è un edificio di pietra grigia dove, al principio della guerra, ho avuto il mio primo appratamento newyorkese.
Truman Capote, Colazione da Tiffany, La biblioteca di Repubblica.

(Un libro letto a sedici anni. Me ne innamorai. Fu il primo di Remarque. Poi vennero gli altri. Poi successe che questo libro lo persi. Erano dieci anni e forse più che lo cercavo, specie nelle bancarelle. Lo carcavo io ma non ero solo: avrò ricevuto dieci mail – ne ricordo una di un tassista di Genova – che mi chiedevano: Ma tu sai dirmi come faccio a trovare una copia de L’obelisco nero? Non volevo credere ai mio occhi quando l’ho visto: edizione del 1971, nuovo. Credo che non sia stato nemmeno sfogliato).
(Tra i miei 50 libri preferiti questo c’è).
Il sole entra luminoso nell’ufficio della ditta di monumenti funerari Heinrich Kroll e figli. E’ l’aprile del 1923, e gli affari vanno bene.  Vendiamo molto e, di conseguenza ci impoveriamo; ma che fare? La morte è inesorabile, non si può allontanarla, e il dolore degli uomini richiede monumenti, monumenti di arenaria o di marmo e, se il rimorso e l’eredità sono grossi, di costoso granito nero svedese lucidato da tutte le parti.
Erich Maria Remarque, L’obelisco nero, Mondadori

(Allora, questo volevo ordinarlo, ché me ne han detto bene. A volte succede di trovare in bancarella libri nuovi, magari un po’ rovinati. Di Valetr Binaghi, comunque, trovate con più facilità il suo giallo pubblicato da Sironi, I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano. Comunque).
Il tossico che si è venduto tutto per la roba (prima i dischi d’epoca, i libri, i vesiti, l’orologio, la catenina della prima comunione, perfino i mobili, e poi i gioielli della madre che l’ha buttato fuori, adesso dorme in una casa occupata su un materasso bisunto, dall’altra parte della parete una coppia di disperati come lui, loro almeno stanno insieme ma non scopano mai, li sentirebbe) il tossico è la sceneggiatura parodiata da un demone della parabola del Vangelo (ricordate? quella del mercante che trovata la perla preziosa vende tutto ciò che ha per averla).
Valter Binaghi, Devoti a Babele, Perdisa

(Con Remarque e Boll e Scott Fitzgerald, John Steinbeck è uno dei miei scrittori preferiti di quando avevo diciassette anni e d’ggi. Tra i miei cinquanta libri preferiti c’è, di sicuro, L’inverno del nostro scontento. Questo invece non l’ho ancora letto).
Quando la guerra arrivò a Monterey e a Cannery Row tutti più o meno combatterono, in un modo o nell’altro. Quando cessarono le ostilità ognuno aveva le sue ferite.
Le ditte produttrici di scatolame condussero la guerra facendo sospendere le restrizioni sulla pesca e acchiapparono tutto il pesce. Fu fatto per motivi ptariottici, ma i pesci non tornarono più.

John Steinbeck, Quel fantastico giovedì, Oscar Mondadori.

(Avevo comprato, tempo fa, un libro di Danila Comastri Montanari. Bene, anzi male, ché non lo trovo più. IN attesa che risalti fuori….).
Comodamente sdraiato su un divano del tablino, il senatore Publio Aurelio Stazio sorbiva a piccoli sorsi il Falerno caldo della sua coppa, annuendo di tanto in tanto. Pomponia parlava da quasi un’ora, e il patrizio era ià stato edotto su tutti gli scandali dell’Urbe, a partire da quelli che coinvolgevano la disinvolta imperatrice Valeria Messalina.
Danila Comastri Montanari, Parce Sepulto, la terza indagine di Publio Aurelio Stazio, Hobby & Work.

PS. Ci sarò solo di notte, e a notte inoltrata, per quache giorno, qui. A volte la vita, specie quando fa male o fa le bizze, corre altrove.
Buone cose.

le ambizioni, il tempo, la morte. E il mare

Sono andato a vedere il film Parigi, di Cédric Klapisch (in un vecchio cinema di Vercelli: eravamo in quattro; oramai o multisala o sky).
Ci sono andato perché mi piacciono i film francesi, mi piace Parigi, mi piace Juliette Binoche (splendida in Film blu e ne Il paziente inglese).
Allora.
Nell’ultimo post avevo scritto che prima ho poi avrei manifestato le mie ambizioni.
Posso farlo in due modi. O parlando della mia famiglia, oppure del film.
Chiudo gli occhi e improvviso, ora.

Due mesi fa. Mio padre incontra una delle persone più ricche della città. Parlano, perché si conoscono da anni. Mio padre, che certe volte dice la prima cosa che gli passa per la testa e va fuori tema, dice:
Senta, tanto fra un po’ d’anni io e lei saremo sottoterra, lei con tutti i suoi soldi, io senza.
Andiamo indietro nel tempo. Il 1930, o comunque da quelle parti.
Mio nonno, cioé il padre di mio padre, gioca a carte. E quando il gioco si fa duro i duri osano. Bene, mio nonno Beppe giocò e perse la casa, in una sera.
Da piccoli proprietari, ma la casa non era piccola, divennero mezzadri.
Eppure io so che non ne fecero una tragedia. Se penso a una persona allegra spensierata io penso a mio nonno. Fumava come un turco, o pipa o toscani. Sorrideva sempre, non si radeva quasi mai, e quando è morto, aveva 89 anni, è morto bene: mentre lo portavano all’ospedale di Cortona, per via di una peritonite, disse: Andate piano, che devo morire soltanto io.

Anche nel film Parigi si parla della morte.
Che fa un uomo giovane quando sa che può morire?
Fa tre cose.
Guarda dalla finestra la vita degli altri. Si interroga, immagina. E’ l’unica cosa che lo interessa, dice.
Poi rincorre i ricordi, frugando tra le vecchie fotografie. E telefona a una vecchia amica, e avrebbe voglia di dirle, Gaurda che ero innamorato di te.
E poi pensa che vorrebbe fare l’amore ancora una volta, perché forse, dice, io non lo farò più.

I soldi e il successo, ecco, quando si cerca di “spendere” bene il tempo, i soldi e il successo sono delle grandissime minchiate.
Ho un’ambizione io: non sprecare il mio tempo.
(Poi certo mi piace scrivere e per continuare a scrivere i miei libri debbono avere un po’ di mercato, altrimenti non trovo editori).
Ecco, mi piacerebbe scrivere, questo sì, in un posto dove il cielo e meno grigio rispetto a quello padano e dove magari c’è il rumore del mare.
Non sarà facile, ma ci proverò.
E comunque: fa bene anche solo a pensarci (per esempio al mare del Salento).
E buona domenica

a questo punto della notte

Come fai a tenere un blog e soprattutto come fai a scrivere qualcosa tutti i giorni?
(E perché, mi chiede qualcun altro, scrivi poco sui blog che ti hanno invitato a scrivere?)

Perché, rispondo, ho trovato un mio modo di fare il blog, che è tutto il contrario dello scrivere storie per la carta.
Mentre le storie per la carta le penso e le ripenso anche mesi, qui non faccio altro che srivere la prima cosa che mi viene in mente.
Chiaro che a volte (spesso) cancello, ché devo evitare di fare il maledetto toscano.
Oddio a volte la tentazione ce l’ho: attaccar briga coi rissosi della rete, quelli che mi rammentano certi cagnolini che, protetti da una cancellata, ringhiano al mondo.

Mesi fa vedo uno. Un blogger. Uno che in rete sembra una tigre. Azzanna.
Vado, mi presento.
Io sarei, gli dico.
Lui, Ah tu saresti.
Si parla del più e del meno; è un brav’uomo, timido e remissivo.
In rete no, si scatena.

sarà stato il 1981
… il capo del personale venne da me e mi disse: La prego, mi ascolti, eviti questo sciopero.
presi il fischietto e gli fischiai in faccia. avevo poco più di vent’anni.
lui guardò me e io guardai lui mentre gli operai spegnevano le macchine dopo il mio fischio.

ho avuto, nella mia vita, coraggio tante volte e paura più volte ancora.
la rete, però, per me è soprattutto una finestra: dove cerco il sereno.
e scrivo pensando: che quando posso ci tornerò, sul blog. a leggere i commenti, magari rispondere.
ma tornare per rispondere a questo o a quello che ringhia no, dal momento che
il tempo è come un treno
a volte vuoto e triste
a volte troppo pieno

(e poi la vita è già di per se stessa un gran casino).

e buona giornata
e ho scritto la seconda cosa che mi è venuta in mente: perché a questo punto della notte (ore 4 e 18 minuti) mi godo il silenzio, un mezzo toscano e una stufa elettrica ai miei piedi, ma ho anche una certa fretta, devo fare cose insomma, leggere scrivere scrivere e leggere, e quel post lo scriverò, poi.
titolo: le mie ambizoni.

incontri

Passeggiata col cane, ieri sera.
Che sembra ma non è un pastore tedesco. Che in casa obbedisce, ma fuori no.
A volte incontro un tipo. Avrà settant’anni. Quando vede che il mio cane, che di nome fa Toby, è disobbediente e non mi ascolta (l’ho ereditato, non è facile educare un cane di tre anni), mi dice, indicandomi il suo cane che è grande come un gatto: Lui fa quello che dico io, sempre.
E si vede che, viagra o non viagra, ha un orgasmo mentre vanta la sua auterovelozza verso il suo cane-gatto.
Eh, rispondo (penso: vuoi un applauso?).
Ieri sera era con suo nipote, però. Aveva il cane-gatto e il nipote al seguito. Un bel bimbo, capelli corti corti, occhi vivaci.
Il tipo dice al nipote.
Racconta, racconta al signore cosa hai fatto.
E il bimbo guardandomi: Ho preso la nota.
Avrei voglia di dire, Ah, ma invece, per cortesia, dico, E perché hai preso la nota?
Eh, mi dice il nonno, guardandomi e accendendosi una esportazione senza filtro.
Dai diglielo, dice ancora, guardando il nipote. E diglielo.
Diglielo no???
Perché ho dato un pugno in un occhio a un bambino, dice il nipote.
Ah, dico (o penso, non ricordo).
Ha capito…?, mi fa il nonno.
Ecco: qui ci scappa l’equivoco.
Io avevo capito Ha capito? (con punto interrogativo), lui invece mi aveva detto Ha capito.
Poi capisco anche io; capisco perché mi ssta piegando che:
Ha capito, dice guardando orgoglioso il nipote, che i mafiosi bisogna colpirli, io sempre così ho fatto, botte ai mafiosi, dovunque, perché mi guarda così?, vedo che lei non è d’accordo.
Mi sento scemo solo a sentire.
Vedo che il bimbo guarda il nonno con ammirazione.
Saluto inseguito dalla frase: Eh sì, ho capito, lei non è d’accordo.
(Giuro, tutto vero. Anche le virgole).

Stamattina invece incontro un amico. Cinque anni più giovane di me. Erano le dieci e mezzo. Io secondo caffè, lui bianchino numero non so (facendo l’imbianchino).
Mi fa. Ogni giorno che passa mi sento più vecchio.
Guardo il bianchino.
Mi fa. Dimentico le cose.
Penso: Anche io.
Anche io dimentico e quasi ogni giorno mi arrabbio perché dimentico un nome, una data, una località.Oggi ho dimenticato il cellulare a casa.
Che ci vuoi fare, mi dice, si invecchia.
Ha ragione certo.
Si invecchia.
Ma io continuo ad arrabbiarmi se dimentico le cose.
Preferisco.
Non dirò mai, si invecchia.
Eccerto che si invecchia: è da quando si nasce che si invecchia.
E buona giornata

quelle scuse, perché?

Nell’ultimo post ho chiuso scrivendo:
buona giornata (e scusate).
Silvia, nei commenti, mi ha domandato: Perché ti sei scusato?
Perché tanta gente non vuol sentir parlar di morte e sofferenza.

Quando assunsi la direzione del giornale cambiai tutto, spaventando i miei editori. Cambiai la grafica, portai la pagina delle lettere a pagina due, pretesi pezzi più brevi (massimo 3mila battute), vietai le foto di posa, nella pagina di cultura chiesi la trattazione di argomenti non solo locali.
(Stamattina al bar ho incontrato Carlo Macrì della Banda Osiris. Mi ha raccontato che al festival della letteratura a Mantova ha conosciuto Pennac, han fatto un’esibizione insieme, poi sono andati a mangiare insieme, Pennac e la Banda. Ecco, se Carlo avesse tempo e voglia mi piacerebbe se raccontasse di Pennac sul mio giornale)
E quando in prima pagina pubblicai un’intervista (anonima) prima a due donne omosessuali (il tema era: vivere la propria omosessualità in una piccola città di provincia) e poi a due prostitute, arrivarono lettere anonime e aumentarono le proteste.
I miei editori pensarono (suppongo): Non potevamo fare una scelta più sciagurata.
Fortuna che non lo pensarono i miei giornalisti… che invece si appassionarono al ri-cambio.
Successe questo.
Che dopo un mese arrivarono, come arrivano ogni mese, i conti del distributore. Erano di aprile 2005. E dimostravano che, rispetto all’aprile 2004, c’era stata una crescita. Sostanziale.
I miei editori mi fecero i complimenti.

Tre mesi dopo succede questo. In prima pagina io lancio un appello per una bimba rumena (che ora è la mascotte del giornale). Malata. La bimba viveva e vive in Romania. Alcuni amici di famiglia vennero da me, proponendomi di lanciare una sottoscrizione così da permettere a questa bimba di farsi curare e operare in Italia (a Bologna).
Qualcuno disse: è una battaglia persa. Una città bigotta come Vercelli risponderà negativamente, dirà che vengono prima i problemi dei bimbi italiani, dirà insomma: che si faccia curare in Romani quella bimba malata.
E invece successe che ci fu una gara di solidarietà bellissima.
Dal politico della Lega Nord al militare della caserma di artiglieri al no global: tutti a contribuire.
In redazione arrivò una pensionata: posso dare solo 20 euro, disse, ho una pensione di 600.
Poi una madre. Mio figlio, disse, ha ricevuto questi 50 euro in regalo per il suo compleanno e ora vuole regalarli lui a.
Una società di atletica raccolse soldi, li spedì al giornale con una lettera che iniziava con un auspicio: Che tu possa correre felice.
Ci feci il Tirolo più importante della prima pagina.
Insomma, in poco tempo raccogliemmo 15mila euro e la bimba fu operata al Rizzoli di Bologna (dove – e qui lo sottolineo con piacere – il medico che la operò, venuto a conoscenza del caso, rinunciò alla sua parcella).

Nel frattempo continuavo a monitorare le vendite del giornale, numero dopo numero.
Bene, notai una cosa. Che ogni volta che in prima pagina noi scrivevamo di questa bimba e pubblicavamo la sua foto (col consenso della famiglia) le vendite calavano. Saremo usciti venti volte, con il volto, prima imbronciato (perché questa bimba, a sei anni, sapeva) poi sorridente. E tutte le volte c’era qualcuno che, vedendo la prima pagina, preferiva comprare altro.
Poi è vero: la gente, sui giornali, cerca le disgrazie altrui.
Se certi giornali son giornalacci è perché devono sopravvivere: non siamo in Spagna dove i giornali nazionali aprono con pagine e pagine di politica estera.
Ma certi argomenti fanno un po’ paura.
E io questo lo capisco. Specie a chi li ha vissuti come un incubo, per mesi e mesi.
E buona giornata

vedere una pianta

Se nei precedenti post ho dato l’impressione di essere uno che è stato morso da una taranatola dico che mi spiace: per quanto riguarda il mio essere scrittore non covo, in questo momento, né rabbie né rancori.
Nel 2009 esce un mio nuovo libro. Spero vada bene; non dovesse andare pazienza, se dieci anni fa mi avessero detto che avrei pubblicato cinque romanzi non ci avrei creduto.
Se potrò continuare a scrivere bene: e non mi frega un fico secco – giuro – di pubblicare con mondadorifeltrinellilonganesi.
Poi certo: certe insoddisfazioni restano.
Ma la vita non è fatta solo di libri.

Qui però io o racconto storie o parlo di ibri e di editoria, a ruota libera.
E cerci di dire quel che penso, punto primo, e cerco anche di allontanarmi dai problemi quotidiani.

I libri, le maledizioni che si lanciano contro le case editrici, le lunghe discussioni che sembrano le stesse identiche discussioni che fanno i tifosi delle squadre di calcio.
Tondelli è un brocco.
Sarà bravo Coelho, sarà.

Scrivo di libri, a volte, per non pensare.
Io due mesi, forse tre, avrei scritto questa cosa qua.

Sono appena uscito. Sto guardando il cielo, ora una pianta. Sto guardando le foglie. Sto respirando. Sono vivo.
Sono uscito da un reparto ospedaliero dove si respira la morte.
La si attende.
Nella penombra delle camere c’è il silenzio dell’attesa della morte.
E del pianto.
Ci sono figli che che assistono madri.
Padri che assistono figlie.
C’è una dottoressa che mi ha ricevuto. Abbiamo parlato di alcune cose che volevo sapere. Mi occupo di cose sanitarie, io.
Lei mi risponde gentile, e mi sorride anche.
Io, mentre lei mi parla, faccio fatica a seguirla, perché la rivedo: pochi minuti fa entrava ed usciva da quelle stanze dove si attende la morte. Faceva piano, diceva qualcosa ai parenti. Poi se ne andava, lasciandoli con gli occhi bassi, a cercare chissà cosa nel pavimento.
Ora sono fuori, io.
Fermo, davanti a questa pianta. Non fossi stato lì dentro non ci farei caso a lei.
Penso che è bello guardare una pianta.
Che è importante.
Penso che certi pensieri fanno solo male a pensarli.
Ma se non si pensasse alla morte, almeno ogni tanto, riusciremmo a vedere, ma per davvero, una pianta?

Buona giornata (e scusate)

La canzone del giorno, che c’entra niente col post.
Di Gianmaria Testa, capostazione di Cuneo. Amico dei miei amici della Banda Osiris.
Come le onde sul mar