la divina commedia non stop

Di lui, almeno a Novara, si sta parlando e si parlerà.
Si chiama Alexander Petricich.
E domani, in piazza Duomo, per dodici ore consecutive, leggerà le tre cantiche della Divina Commedia.

Nel comunicato stampa dell’evento si legge che…
sarà affiancato da un consulente psicologico. Saranno inoltre preparati degli integratori alimentari che lo supporteranno nella lunga e faticosa lettura.

Curioso, il consulente psicologico.
Lui, Alexander Petricich, dice che…
il viaggio dantesco ha un grande spessore fisico: nel poema più volte lo stesso Dante si trova, per proseguire, a dover “vincere” il proprio corpo, la stanchezza.

Poi.
La lettura sarà accompagnata dalla musica di Johannes Brahms (Ein Deutsches Requiem) e Gustav Mahler (Sinfonie nr. 2, 3, 8).

Interessante ma eccesivo, credo.
E buona giornata.

PS. Ma voi ce l’avete
http://it-it.facebook.com/
?

racconto a più mani: così è

Gli impreparati alla vita, come Giulio. Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”. Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io. Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo. Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.
(incipit, mio)

”Ha avuto un trauma, sai?” Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola. Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso. Ma Giulio non è un assassino. Non quel tipo di assassino, almeno.
(Gea Polonio)

Non uno che avesse scelto di ammazzare qualcuno insomma, ma uno che ci si era trovato perché la vita, chissà perché, ce lo aveva portato, proprio lì, in quella famiglia, in quella cucina, quella sera. Perché di un ragazzino sconvolto, che afferra il coltello della cucina e che, con un colpo solo, uccide il padre che da una vita ammazza di botte moglie e figli, tutto si può dire, ma non che sia un assassino.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Dove fosse poi sparito per tutti quegli anni dopo l’Istituto, non era stato possibile saperlo con certezza, aveva detto Anna. Di sicuro si era comunque tenuto lontano dai guai, perché di lui non si era più saputo niente, e per una vita iniziata in quel modo, non era cosa da poco. Che poi avesse dentro tante altre vite, accumulate confusamente, una sopra l’altra, lo si capiva guardandolo negli occhi, per chi avesse avuto voglia di guardare negli occhi un uomo come Giulio. Uno che faceva del suo meglio per passare inosservato e che però, quella sera, nel parco, non aveva esitato a correre in mio aiuto.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Anna non si era accorta dell’errore. Guardarlo negli occhi, aveva detto. Proprio a me.
Con le mani gli avevo toccato il volto quel giorno che mi raccolse da terra che avevo perso il bastone. Barcollavo senza riferimenti.
E che potevo saperne dei suoi quarantatré anni, dei suoi occhi da assassino, se le dita rimandavano al cervello rughe di cartapesta. Solo il tempo di accarezzarlo, solo un attimo, per capire a chi dire grazie.
Ma Giulio era già scappato via, ombra nell’ombra che mi avvolge.
(Silvia Leonardi)

cinque aggiunte, o contributi come ho presio a chiamarli io.
l’ultimo, dunque, di silvia leonardi.
si riparte. ancora sette sforzi, così da arrivare a dodici, unidici elaborazioni più l’incipit.
tutti possono provare, anche con più contributi e inviando a
raccontiaquattromani@gmail.com.
senza fretta, fino a domani, in tarda serata.
poi, il sesto contributo si vota venerdì (tutti possono votare, eccetera), diciamo fino alle 16.

racconti a più mani 5, il voto

Gli impreparati alla vita, come Giulio. Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”. Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io. Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo. Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.
(incipit, mio)

”Ha avuto un trauma, sai?” Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola. Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso. Ma Giulio non è un assassino. Non quel tipo di assassino, almeno.
(Gea Polonio)

Non uno che avesse scelto di ammazzare qualcuno insomma, ma uno che ci si era trovato perché la vita, chissà perché, ce lo aveva portato, proprio lì, in quella famiglia, in quella cucina, quella sera. Perché di un ragazzino sconvolto, che afferra il coltello della cucina e che, con un colpo solo, uccide il padre che da una vita ammazza di botte moglie e figli, tutto si può dire, ma non che sia un assassino.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Dove fosse poi sparito per tutti quegli anni dopo l’Istituto, non era stato possibile saperlo con certezza, aveva detto Anna. Di sicuro si era comunque tenuto lontano dai guai, perché di lui non si era più saputo niente, e per una vita iniziata in quel modo, non era cosa da poco. Che poi avesse dentro tante altre vite, accumulate confusamente, una sopra l’altra, lo si capiva guardandolo negli occhi, per chi avesse avuto voglia di guardare negli occhi un uomo come Giulio. Uno che faceva del suo meglio per passare inosservato e che però, quella sera, nel parco, non aveva esitato a correre in mio aiuto.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Primo contributo.

Sono stati quelli a fermarmi, gli dissi indicando la polizia.
Perché avevano trovato Anna. Folgorata con l’asciugacapelli nella vasca da bagno.
E l’ultimo numero in entrata sul suo cellulare, manco a dirlo, era il mio, continuai. Un avvocato, mi hanno detto. E io non ce l’ho. E volevo solo compagnia. Tu mi fai compania, ecco.
Giulio andò a parlare con quello in borghese, probabilmente era il capo. Gli disse due parole, ma bastarono a fare piazza pulita. Smobilitarono in quattro e quattr’otto come se avesse parlato il presidente della Repubblica.
Accesi una sigaretta, la spensi subito contro un albero. Ne accesi un’altra, spensi anche quella. Non sapevo quello che facevo.
Anna è morta, dissi a Giulio prendendolo per il bavero. Quasi mi arrestano. Poi arrivi tu e se ne vanno a testa bassa come se li avesse sgridati il preside. Chi cazzo sei tu? Dimmelo Giulio, chi cazzo sei!

Secondo contributo

E pensare che, passeggiando, inizialmente lo avevo schivato: il passo un po’ sghembo, quel camminare con le spalle un po’ insaccate e le mani in tasca, la barba lunga un dito…mi avevano intimorito. L’abito fa sempre il monaco, anche se si sostiene, per retorica buonista, il contrario. Avevo allungato il passo per allontanarmi proprio da Giulio, avvicinandomi invece, indifferente, al tipo che pareva aspettare tranquillamente qualcuno, forse una ragazza ( ne aveva tutta l’aria tra il tronfio e il circospetto), guardando la prima pagina del quotidiano. Lo stesso che mi scippò, assestandomi una giornalata sulla spalla, nell’intento di far scivolare la tracolla della borsa. Persi l’equilibrio e la borsa e caddi malamente, le lacrime annebbiarono gli occhi e smisi di piangere quando proprio la mano di Giulio si strinse al mio braccio per aiutarmi ad alzarmi da terra. Accettai il suo aiuto e ricambiai con un sorriso stentato il suo, incerto e sdentato.

Terzo contributo.

Era corso in mio aiuto d’istinto, quei ragazzi mi avevano circondata ridendo, visibilmente alterati, si palleggiavano la mia borsa, che m’avevano strappato di mano, gingillandosi e sfottendomi: “guarda la signora, che prima camminava così sicura, muovendo bene il culo , come trema, ora…!”. Erano visibilmente alterati, forse, oltre che ladri, su di giri per l’assunzione di qualche sostanza stupefacente o soltanto un po’ ubriachi, chissà. Sudavo freddo. Non mi riusciva un gesto deciso, la fuga, anche la parola mi si ghiacciava in gola. Giulio, che seduto su una panchina a consumare un magro pasto nella carta, aveva assistito alla scena ed era corso urlando, mettendo in fuga i balordi, forse stupiti che qualcuno fosse tanto disperato da sembrare più balordo di loro, m’aveva soccorsa e salvata, che senza lui sarei stata tra i sommersi dalla paura.

Quarto contributo

Anna non si era accorta dell’errore. Guardarlo negli occhi, aveva detto. Proprio a me.
Con le mani gli avevo toccato il volto quel giorno che mi raccolse da terra che avevo perso il bastone. Barcollavo senza riferimenti.
E che potevo saperne dei suoi quarantatre anni, dei suoi occhi da assassino, se le dita rimandavano al cervello rughe di cartapesta. Solo il tempo di accarezzarlo, solo un attimo, per capire a chi dire grazie.
Ma Giulio era già scappato via, ombra nell’ombra che mi avvolge.

Quinto contributo.

Delle volte d’estate lui ci dormiva lì al parco, mi avrebbe poi raccontato, perché quando faceva troppo caldo nella sua stanza che affacciava in uno dei vicoli lì intorno, usciva a fare due passi, a fumarsi una sigaretta, e finiva che si addormentava su qualche panchina.

Così, quella sera, aveva appena preso sonno, quando lo scricchiolio dei miei passi sul ghiaino del vialetto, gli aveva fatto socchiudere gli occhi, e per un attimo mi aveva intravista, veloce, la maglietta rossa, sotto il cono di luce del lampione. Poi, poco più in là, voci soffocate, confuse, concitate, un rumore di passi, di lotta, le grida.

Le mie grida, il mio terrore sentendomi di colpo il peso di un uomo addosso, e un dolore lancinante alla tempia, alla faccia, il respiro mozzato, il sangue che mi riempiva la bocca, le mie mani che afferravano il niente e le sue, forti, feroci, che mi premevano addosso. Finchè, dietro le spalle di quell’uomo, avevo visto arrivare Giulio, lo sguardo lucido di rabbia e di forza.

“All’inizio pensavo di sognare, ” mi aveva detto poi, in ospedale, quando per un momento mi si era avvicinato, dopo la deposizione al posto di polizia “sa, dormivo, non capivo cosa stesse succedendo. Mi dispiace. Mi dispiace, avrei potuto arrivare prima.” Lo avevo guardato, senza capire bene cosa mi stesse dicendo. Stavo solo pensando che quello che mi stava parlando non sembrava lo stesso uomo che mi aveva salvato da quella bestia. Ma era stato un attimo. Mi aveva fatto un cenno di saluto, e lento, guardandomi, come se non volesse strapparsi da lì, si era girato e se n’era andato.

(ricordo che si vota fino domani alle 16 e che poi si andrà avanti 7 volte acora, sperando di riuscire a chiudere un racconto all’undicesimo contributo prescelto.
ricordo che tutti possono votare, anche anonimi ma da me identificabili
ricordo che tutti possono partecipare)

facciamo dodici?

Sul racconto a più mani, è quanto mai legittimo il quesito di Gregori quando, in un commento, mi domanda
mica per essere fiscali ma, orientativamente, esiste un numero approssimativo di battute per l’intero racconto?
o si va avanti a esaurimento di personaggi, esaurimento di contributi, esaurimento nervoso, esaurimento di pernod?

Facciamo così, stasera si chiude col quinto contributo, diciamo a mezzanotte; poi si vota domani, fino alle 16, poi si prosegue; allora, altri cinque contributi, dieci in totale, mi sembra poco, altri dieci, cioè quindici in totale, mi sembra troppo.
Facciamo dodici, dodici puntate, o contributi, ipotesi e non se ne parla più.

Chiaro che il dodicesimo, per chiudere, dovrà essere, presumibilmente, più corposo.

è importante questa precisazione soprattutto per chi scrive; un romanzo, a questo punto, potrebbe richiedere o o un’ambientazione, o dei flash back, oppure l’entrata in scena di altri personaggi.
il racconto diciamo che non ha tempo.

ricapitolando: dopo questa, altre sette volte.

la luna di settembre

per me le stagioni son due.
la prima, che inizia a settembre, ti proietta verso le nebbie e il freddo e il fumo dei comignoli.
la seconda stagione inizia a marzo, quando il cielo cambia colore e certe notti ti dicono che anche quest’anno l’estate verrà.
potessi scegliere, io, è a settembre che mi concederei una pausa, un viaggio.
ché le città, in fondo in fondo, son belle anche d’agosto.
a  settembre è bella la campagna.

provate a leggere…

La luna di settembre su la buia
valle addormentata ai contadini il canto
Una cadenza insiste: quasi lento
respiro di animale, nel silenzio,
salpa la valle se la luna sale
Altro respira qui, dolce animale
anch’egli silenzioso. Ma un tumulto
di vita in me ripete antica vita
Più vivo di così non sarò mai

(sandro penna)

Racconto a più mani – 5

Gli impreparati alla vita, come Giulio. Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”. Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io. Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo. Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.
(incipit, mio)

”Ha avuto un trauma, sai?” Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola. Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso. Ma Giulio non è un assassino. Non quel tipo di assassino, almeno.
(Gea Polonio)

Non uno che avesse scelto di ammazzare qualcuno insomma, ma uno che ci si era trovato perché la vita, chissà perché, ce lo aveva portato, proprio lì, in quella famiglia, in quella cucina, quella sera. Perché di un ragazzino sconvolto, che afferra il coltello della cucina e che, con un colpo solo, uccide il padre che da una vita ammazza di botte moglie e figli, tutto si può dire, ma non che sia un assassino.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Dove fosse poi sparito per tutti quegli anni dopo l’Istituto, non era stato possibile saperlo con certezza, aveva detto Anna. Di sicuro si era comunque tenuto lontano dai guai, perché di lui non si era più saputo niente, e per una vita iniziata in quel modo, non era cosa da poco. Che poi avesse dentro tante altre vite, accumulate confusamente, una sopra l’altra, lo si capiva guardandolo negli occhi, per chi avesse avuto voglia di guardare negli occhi un uomo come Giulio. Uno che faceva del suo meglio per passare inosservato e che però, quella sera, nel parco, non aveva esitato a correre in mio aiuto.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Primo contributo.

Sono stati quelli a fermarmi, gli dissi indicando la polizia.
Perché avevano trovato Anna. Folgorata con l’asciugacapelli nella vasca da bagno.
E l’ultimo numero in entrata sul suo cellulare, manco a dirlo, era il mio, continuai. Un avvocato, mi hanno detto. E io non ce l’ho. E volevo solo compagnia. Tu mi fai compania, ecco.
Giulio andò a parlare con quello in borghese, probabilmente era il capo. Gli disse due parole, ma bastarono a fare piazza pulita. Smobilitarono in quattro e quattr’otto come se avesse parlato il presidente della Repubblica.
Accesi una sigaretta, la spensi subito contro un albero. Ne accesi un’altra, spensi anche quella. Non sapevo quello che facevo.
Anna è morta, dissi a Giulio prendendolo per il bavero. Quasi mi arrestano. Poi arrivi tu e se ne vanno a testa bassa come se li avesse sgridati il preside. Chi cazzo sei tu? Dimmelo Giulio, chi cazzo sei
!

Secondo contributo

E pensare che, passeggiando, inizialmente lo avevo schivato: il passo un po’ sghembo, quel camminare con le spalle un po’ insaccate e le mani in tasca, la barba lunga un dito…mi avevano intimorito. L’abito fa sempre il monaco, anche se si sostiene, per retorica buonista, il contrario. Avevo allungato il passo per allontanarmi proprio da Giulio, avvicinandomi invece, indifferente, al tipo che pareva aspettare tranquillamente qualcuno, forse una ragazza ( ne aveva tutta l’aria tra il tronfio e il circospetto), guardando la prima pagina del quotidiano. Lo stesso che mi scippò, assestandomi una giornalata sulla spalla, nell’intento di far scivolare la tracolla della borsa. Persi l’equilibrio e la borsa e caddi malamente, le lacrime annebbiarono gli occhi e smisi di piangere quando proprio la mano di Giulio si strinse al mio braccio per aiutarmi ad alzarmi da terra. Accettai il suo aiuto e ricambiai con un sorriso stentato il suo, incerto e sdentato.

Terzo contributo.

Era corso in mio aiuto d’istinto, quei ragazzi mi avevano circondata ridendo, visibilmente alterati, si palleggiavano la mia borsa, che m’avevano strappato di mano, gingillandosi e sfottendomi: “guarda la signora, che prima camminava così sicura, muovendo bene il culo , come trema, ora…!”. Erano visibilmente alterati, forse, oltre che ladri, su di giri per l’assunzione di qualche sostanza stupefacente o soltanto un po’ ubriachi, chissà. Sudavo freddo. Non mi riusciva un gesto deciso, la fuga, anche la parola mi si ghiacciava in gola. Giulio, che seduto su una panchina a consumare un magro pasto nella carta, aveva assistito alla scena ed era corso urlando, mettendo in fuga i balordi, forse stupiti che qualcuno fosse tanto disperato da sembrare più balordo di loro, m’aveva soccorsa e salvata, che senza lui sarei stata tra i sommersi dalla paura.

Quarto contributo

Anna non si era accorta dell’errore. Guardarlo negli occhi, aveva detto. Proprio a me.
Con le mani gli avevo toccato il volto quel giorno che mi raccolse da terra che avevo perso il bastone. Barcollavo senza riferimenti.
E che potevo saperne dei suoi quarantatre anni, dei suoi occhi da assassino, se le dita rimandavano al cervello rughe di cartapesta. Solo il tempo di accarezzarlo, solo un attimo, per capire a chi dire grazie.
Ma Giulio era già scappato via, ombra nell’ombra che mi avvolge.

Quinto contributo.

Delle volte d’estate lui ci dormiva lì al parco, mi avrebbe poi raccontato, perché quando faceva troppo caldo nella sua stanza che affacciava in uno dei vicoli lì intorno, usciva a fare due passi, a fumarsi una sigaretta, e finiva che si addormentava su qualche panchina.

Così, quella sera, aveva appena preso sonno, quando lo scricchiolio dei miei passi sul ghiaino del vialetto, gli aveva fatto socchiudere gli occhi, e per un attimo mi aveva intravista, veloce, la maglietta rossa, sotto il cono di luce del lampione. Poi, poco più in là, voci soffocate, confuse, concitate, un rumore di passi, di lotta, le grida.

Le mie grida, il mio terrore sentendomi di colpo il peso di un uomo addosso, e un dolore lancinante alla tempia, alla faccia, il respiro mozzato, il sangue che mi riempiva la bocca, le mie mani che afferravano il niente e le sue, forti, feroci, che mi premevano addosso. Finchè, dietro le spalle di quell’uomo, avevo visto arrivare Giulio, lo sguardo lucido di rabbia e di forza.

“All’inizio pensavo di sognare, ” mi aveva detto poi, in ospedale, quando per un momento mi si era avvicinato, dopo la deposizione al posto di polizia “sa, dormivo, non capivo cosa stesse succedendo. Mi dispiace. Mi dispiace, avrei potuto arrivare prima.” Lo avevo guardato, senza capire bene cosa mi stesse dicendo. Stavo solo pensando che quello che mi stava parlando non sembrava lo stesso uomo che mi aveva salvato da quella bestia. Ma era stato un attimo. Mi aveva fatto un cenno di saluto, e lento, guardandomi, come se non volesse strapparsi da lì, si era girato e se n’era andato.

chi vuol continuare mandi a raccontiaquattromani@gmail.com

Possibili varianti. Supponiamo che qualcuno scriva una buna continuazione del racconto.
Si potrebbe anche fare come a poker, si dice passo e si va avanti.
E poi. Sono ammessi anche due contributi per volta di una stessa persona.
E comunque.
Chunque, anche chi dovesse passare per caso qui per la prima volta, può partecipare .
E infine: domani avviso quando si vota.
Dipende dalle cose che mi arrivano, dipende dai commenti.
Chiunque – purché abbia un’entità riconoscibile – può votare.

quando si andrà avanti?
vediamo.

dunque

da mezzogiorno alle 17 si vota.
(ché prima devo vedere se si aggiunge qualcun altro).
si vota qui (inutile fare il copia incolla, vero?)
e poi si va avanti, vediamo quanto.

io devo fare un po’ di cose; rivedere un manoscritto nuovo e un racconto vecchio, poi devo scrivere due racconti, uno ispirato a un quadro di un giornalista-noto vignettista di Vercelli (a cui ero molto affezionato), si chiamava Francesco Leale, morto dieci anni fa, e uno per Blog&Nuvole (che parte il 15 settembre).

Mezzogiorno è scoccato, si può votare, qui.
e buon sabato

racconto collettivo

Si vota ancora per un paio d’ore, poi posto:
incipit (mio) e continuazione (rivelando il nome dell’autore o autrice)
e poi si procede col racconto collettivo:
chi volesse provare a dare il proprio contributo potrà, ma solo dopo la pubblicazione del prossimo post, scrivere a
raccontiaquattromani@gmail.com
e poi si va avanti finché non ci si incarta.
e se ci son domande, fate.

E comunque.
Ringrazio tutti quelli che hanno provato a proseguire un incipit non facile, poco vago.

racconto a più mani: 7 ipotesi

Prima ipotesi.

Gli impreparati alla vita, come Giulio.
Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”.
Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io.
Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo.
Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.

Ovvio che avevo sbagliato referente. Anna, ben conscia delle sue parole, aveva denigrato Giulio ai miei occhi. Mi domandai perché. E ci misi poco a scoprire che lei lo voleva per sé. Tutto per se, la stronza.

Seconda ipotesi.

Gli impreparati alla vita, come Giulio.
Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”.
Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io.
Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo.
Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.

Per questo quel sabato ero lì, a chiedermi se avevo fatto bene, a guardare le scarpe troppo eleganti, a sentire i chili di troppo, a specchiarmi nella vetrina del caffè e a non riconoscermi in quella signora vestita di scuro così diversa da quella che mi sentivo.
Ancora dieci minuti, poi vado, avevo pensato.
Va bene i ringraziamenti, va bene anche il traffico, va bene quel che mi aveva detto Anna, ma non avevo tempo da perdere, io.
O se anche l’avevo, non volevo dimostrarlo così, subito, in quell’attesa.

Terza ipotesi.

Gli impreparati alla vita, come Giulio.
Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”.
Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io.
Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo.
Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.

Anna sa sempre di tutti; non la invidio per niente. Come faccia a stare dietro a tutti quei gossip da paese me lo sono sempre chiesta. Poi, a dirla tutta, chissà cosa racconta di me, chissà cosa andrà a dire in giro adesso. Senza sapere, senza domandare. Senza rispetto.
Rispetto mi ripetevo, Giulio merita rispetto…

Quarta ipotesi.

Gli impreparati alla vita, come Giulio.
Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”.
Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io.
Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo.
Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.

”Ha avuto un trauma, sai?”
Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola.
Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso.
Ma Giulio non è un assassino.
Non quel tipo di assassino, almeno.

Quinta ipotesi.

Gli impreparati alla vita, come Giulio.
Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”.
Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io.
Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo.
Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.

Al solito Anna aveva commesso lo sbaglio di non giudicare, come insegnano ad ogni assistente sociale che si rispetti (si dice “sospendere il giudizio”) e con il passare degli anni si stava accorgendo che a furia di “non giudicare” spesso non “coglieva”.

Sesta ipotesi.

Gli impreparati alla vita, come Giulio.
Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatre anni”.
Quarantatre, ma come quarantatre, ne dimostra più di sessanta, pensavo io.
Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo.
Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.

Facile buttar lì “quarantatré!”, a mani giunte e voltando gli occhi in su, con quel movimento del capo che indica riprovazione e sconforto.
” E’ stato un caso. Solitamente non sa quel che si fa. T’è andata bene che sarà stato ai primi giri di bianco, di bar in bar, o non avrebbe avuto i riflessi tanto pronti!”
” Sì, ma se non mi avesse afferrata per un braccio, il ragazzetto in motorino m’avrebbe presa in pieno! M’ha tratta in salvo e se n’è andato subito, quasi avesse vergogna di sé…”.
Ha vergogna di sé, Giulio. Di avere un sorriso zoppo, perché gli mancano alcuni denti davanti e guarda negli occhi, fisso, la gente, soltanto per pochi attimi, poi volge lo sguardo a terra e se ne va al più presto, col suo passo un po’ incerto, bravo a fuggire quando vede Anna ed altre come lei, caritatevoli. Ispide.

Settima ipotesi.


Gli impreparati alla vita, come Giulio.
Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”.
Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io.
Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo.
Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.

Non fosse stato per lui, quella sera, attraversando il parco, ché da scema avevo pensato di far prima per arrivare al parcheggio, non so che fine avrei fatto.

Lui era lì, seduto sulla sua panchina, e aveva visto quei due arrivare da dietro. Allora si era alzato, mi era venuto incontro, e prima che capissi cosa stava succedendo, mi aveva fissato con due occhi chiari, mi aveva teso la mano e mi aveva detto:”Venga, si fidi.” Io non avevo potuto fare altro che lasciarmi prendere a braccetto, come se l’avessi sempre conosciuto, e arrivare con lui al parcheggio.

Date un solo voto a una di queste ipotesi.
E poi si va avanti o si procede.
Io, renderò noto solo il nome di chi ha scritto il pezzo che riceverà maggiori consensi.
La continuazione è aperta a tutti.
Il mio contributo – lo ricordo – è l’incipit, in corsivo.
Poi vediamo cosa fare, cammin facendo e cammin improvvisando.
Notte oppure buon venerdì.

esempi

Presso il salone del…
Quindici punti all’ordine del giorno del consiglio comunale di…
Abbiamo intervistato…
Giovedì si è svolto…

Nella cronaca, spicciola e meno spicciola, chi ha poca esperienza di cose giornalistiche inizia gli articoli in questo modo.
A scrivere sui giornali, però, volendo si impara.
Questi sono alcuni esempi di attacchi, o lead.
E buona giornata.

ATTACCO A: criterio nominale
Si comincia con una frase senza verbo, un’affermazione decisa che dia il senso generale della situazione.In questo caso la notizia dovrà poi essere precisata nella frase successiva.
Esempi:
– Tempi duri per i contrabbandieri.
– Ancora scontro sulle pensioni.
– Dibattito acceso ieri in Giunta.
– Nessuna notizia del medico rapito.

ATTACCO B: criterio dell’enumerazione
Elencare fatti o decisioni, per poi spiegare dove si sono verificati.
Esempi:
– Quattro morti, decine di feriti e le comunicazioni tra Parigi e Lione bloccate per ore. E’ il bilancio della sciagura avvenuta questa notte….
– Stangata dei prezzi, riduzione del debito pubblico e situazione politica sono all’ordine del giorno…
– Aumento delle imposte, tagli nella sanità, decreto per i terremotati.Il Consiglio dei ministri ha deciso oggi di…

ATTACCO C: criterio dell’enunciazione
Si sfrutta subito ad effetto, nella prima frase, l’elemento più importante della notizia.Deve però essere semplice e immediato.Funziona se la frase è corta ma contiene tutti gli elementi significativi.
Esempi:
– Il sindaco si è dimesso.
– Gli italiani che guidano l’auto sono 24 milioni, le donne meno della metà.
– Un aereo della TWA è scomparso ieri al Polo Nord.Si teme…

ATTACCO D: interrogativo
Quando ci presentiamo con un dubbio.
Esempi:
– Suicidio o omicidio?
– Ce la farà questa volta il Presidente del Consiglio?

ATTACCO E: criterio del virgolettato
Quando iniziamo riportando le dichiarazioni di qualcuno.
Esempi:
– «Non ho mai detto che mi dimetterò» precisa, arrabiatissimo, il Ministro.
– «Finalmente giustizia è fatta»: Caterina Rossi è felice dopo essere stata assolta.
-«Un’intesa debole e incerta».Così il il commento del…
– «O vinco o mi ritiro»: questa volta Alberto Tomba fa sul serio.

ATTACCO F: criterio del particolare
Porta il lettore nell’atmosfera del fatto.
Esempi:
– Riverso sulla poltrona, il pugno ancora serrato sul trenino elettrico che voleva regalare al figlio di 5 anni: così un vicino ha trovato il cadavere di…
– L’altra notte, nell’ufficio del Procuratore verdi, la luce è rimasta accesa fino all’alba.

ATTACCO G: criterio del personaggio
Una frase breve, che mette a fuoco la personalità di chi è al centro della notizia.Deve essere una frase significativa.
Esempi:
– Sulla scrivania di Marco Verdi, accanto alla foto della moglie che sorride ai due bambini, c’è un piccolo ritratto di Fidel Castro.
– Da 30 anni, quando sono le 6,30 del mattino, Luigi Rossi ha già fatto diverse telefonate ai suoi collaboratori.

Gli ultimi due attacchi, secondo me, van bene anche per “raccontare storie”.
Mesi fa lessi l’attacco di un pezzo di nera sulla Stampa di Torino. Avrei voluto riproporlo: meglio di tanti incipit.
Poi mi son dimenticato, e ora non ho voglia di cercare.

s’arrabbiarono

la poesia iniziava così
I miei occhi hanno pianto e le mia mani tremavano
Ma a loro questo non importava
e hanno preso le mie valige, e hanno preso i miei ricordi
(…)
Il mio biondo amore mi è passato vicino
ma non mi ha riconosciuto e io
ho implorato sette volte la morte
poi non ricordo

erano gli anni degli Inti illimani, del Cile e del Che.
delle prime letture (quanto capivo dei Quaderni dal carcere di Gramsci?).
Delle poesie: a me piaceva Garcia Lorca, Neruda poi nemmeno tanto.
Delle belle canzoni
E correndo mi incontrò lungo le scale
quasi nulla mi sembrò cambiato in lei

oppure
Un giorno credi di essere giusto
e di essere un grande uomo
in un altro ti svegli e devi
cominciare da zero

e io, sedicenne, scrissi quei versi, andai al bar e agli amici di allora dissi che era di Pablo Neruda. Conoscendomi (non ho l’animo burlone, io) mi credettero e dissero Bella, uno addirittura la ricopiò. Erano più grandi di me, facevano la Statale a Milano (io per non andavo d’accordo con loro, perché ho sempre avuto in uggia Stalin e anche Mao).
Non osavo dire che avevo scritto io. Lo dissi mesi dopo, s’arrabbiarono.

Tanti anni dopo lessi su Millelibri lo scherzo fatto da una giallista inglese.
Scopre che il suo giardiniere scrive pure lui dei gialli.
Prende un manoscritto del giardiniere e lo invia alla sua casa editrice, dicendo L’ho scritto io. Poi prende un proprio manoscritto, lo invia, ma con la firma del giardiniere.
Risultato: la casa editrice dice che è ok il primo.
L’abito, insomma, nell’editoria fa il monaco (e di scherzi così ne son stati fatti. Ne ricordo un altro, di un dipendente di una casa editrice, che si spacciò per Borges, e ci credettero).
Questo per dire che se io fossi un editore ai lettori di manoscritti darei solo il manoscritto.
(Ed è stato questo pensiero a proporre che la prima pubblicazione dei raccontiaquattromani, qui, non riportasse il nome degli autori. Io, nelle mie valutazioni, ero più condizionato di chi leggeva e non sapeva).

E buona giornata

PS. Questo blog ha una media di 500, 600 visitatori al giorno, 700 a volte.
Durante la pubblicazione dei raccontiaquattromani i visitatori sono stati sempre più di 1000, con una punta record di quasi 1800, quando fu l’ora del voto.
Ne sono contento: per tutti quelli che hanno partecipato.

Scrittura e suicidi

Non dimenticare il lettore. Non il lettore massa da accudire nel suo legittimo bisogno di qualche ora di distrazione, né il lettore snob da accontentare nelle sue piccole voglie da gravidanza isterica. Non si scrive per sé, come ti dice l’esordiente quando ti porge il manoscritto, né si scrive per gli altri, come dicono gli apologeti della letteratura commerciale o i missionari della letteratura sociale. Si scrive per quel sé che coincide idealmente con gli altri.
(Pontiggia)
L’intero decalogo di Pontiggia è qui.

Poi, cose di vita quotidiana.
Nelle grandi città si disperdono, credo. Ma in quelle piccole no, restano nell’aria parole e silenzi quando qualcuno si toglie la vita.
Uno dice magari dipende da.
L’altro dice che non si fa, e che e che.
E ci si interroga sul fatto che erano mesi che non ce n’erano stati di suicidi e che poi, nell’arco di pochi giorni, ce ne sono stati due più un altro, tentato.
E tutto resta sospeso, come altre volte. Come sempre.
Chissà dove si posa il loro ultimo pensiero.