Numero di battute (in eccesso, poi basta per favore eh).
Avevo scritto 5500 battute, ma avevo scritto anche che avrei accettato racconti con 100 o 200 battute in più. E ho portato avanti il tutto senza pensarci: davo per scontato che i racconti avessero quelle dimensioni.
Poi una sera ne prendo uno che mi sembra lungo e verifico: son mille in più.
Poi faccio un’altra cosa: in dieci minuti, ripeto dieci minuti, taglio avverbi, aggettivi, frasi che possono essere tagliate. Guardo le battute: non sono 5500, ma se ricomincio so che in dieci minuti ulteriori di potatura ce la posso fare. E penso anche che il racconto sta diventando più leggibile (parere mio, certo).
Guardo altri racconti: qualcuno c’è stato nelle 5500, qualcuno no.
Qualcuno (come la mia amica Lucia Marchitto) ha pensato spazi esclusi, altri, suppongo io, magari sono andati a occhio.
Così penso.
Potrei lavorarci io, oppure rispedire a chi ha sfondato e farmeli rispedire: però mi chiedo: che male ho fatto?
Dal momento che di escludere non mi andava, decido di lasciare così, indicando però il numero delle battute.
Certo che mi spiace, poi, quando leggo che Sabrina Manca ha chiesto al suo socio di stare entro il tetto previsto. La capisco. E ho capito il suo sfogo.
Ma tutto il gran casino che ne è derivato poi, no. Perché – ripeto – bastava un mio supplemento di lavoro, e nessuno – ripeto nessuno – avrebbe potuto dir niente, dal momento che l’editing è ed era previsto.
Spero d’essermi spiegato.
Concludo dicendo che Enrico Gregori ha scritto: a me non disturba (e lui è stato dentro le 5500) ma se qualcuno quando si vota vuol penalizzare chi ha sfondato io lo posso anche capire.
Alla ricerca del mio gatto scomparso mi son fatto una cultura di gatti e gattare.
Perché mi son rivolto alle gattare della mia città.
Una mi ha rimproverato. Mi fa. Se i gatti li si lascia liberi prima o poi non tornano.
Sono stato zitto.
Ma non sono d’accordo. Se il mio gatto ha fatto una brutta fine posso consolarmi, pensando che ha avuto una casa ma è stato anche libero di scorazzare, combattere, cercare femmine.
Se io fossi nato gatto avrei voluto così.
Mercoledì a Imperia sono stato intervistato prima da Radio Rai, per i notiziari regionali, poi dai Rai Tre Liguria. Hanno ripreso anche parte della mia presentazione. MI hanno chiesto, sia radio che tv, del mio prossimo libro.
L’ho spiegato in un minuto, poi ho detto anche il titolo.
Bastardo posto.
Qui non l’avevo mai scritto. Qui avevo solo scritto che è il titolo più corto, scelto per un mio romanzo.
Durante la presentazione ho detto, tra le altre cose, che le televisioni di Berlusconi ci hanno rincoglionito, e rincoglioniscono, e quindi influiscono anche sui gusti dei lettori e sull’editoria. E era vado a spiegare perché, ora, ho scritto questa cosa.
Le mie ferie son durate due giorni, fino a oggi. Imperia, ospite di Marino Magliani per la presentazione del libro, e poi – per poco più di un giorno – Narbonne, in Lingua d’oca.
Dove vado, vado sempre a vedere le librerie.
Propro nella piazza centrale di Narbonne ce n’è una, imponente, grande, ben fornita.
Mi son detto: voglio vedere chi sono gli italiani tradotti.
In mezzo a tante e tante Vargas (che sarà brava ma per me è anche sopravvalutata: meglio Mankell) non vedevo italiani. Nessun Manfredi (che in Spagna avevo trovato dappertutto), Camilleri, Lucarelli. Dopo venti minuti vedo il primo, evviva.
Moccia.
L’unico italiano ben visibile, ben distribuito, insomma.
Così mi son chiesto: ma è davvero colpa di Berlusconi? E qui, allora?
Comunque. Poi, nascosto, di dorso, ho trovato un Dante Alighieri e poi, uscendo, tra i libri religiosi (sic), c’era un libro della Tamaro che ho letto, che non è religioso, e del quale libro ora non ricordo il titolo né mi importa di di ricordarlo.
Preferisco ripetere: Moccia.
Poi, nascosti, Dante e Tamaro.
Che Moccia sia tradotto mi fa piacere per lui. Che sia l’unico italiano ad essere visibile mi ha fatto pensare.
Come fa pensare che in Francia trovi soprattutto autori francesi.
Noi invece…
Forse la sapete. Ma si dice si dice, so mica se è vero, ma me l’han detto in tanti, compreso un critico) che alcuni editori italiani facciano scrivere gialli ambientati negli usa da scrittori italiani, che poi si firmano Robert, o Tom, o Harry.
E buona domenica
PS E’ arrivato il racconto numero 22; penso di postarlo stasera.