Son soddisfazioni queste (nella prima parte del post)
https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/12/quattro-mezze-cartelle-18-la-vanita-dellodio/4213500/
Son soddisfazioni queste (nella prima parte del post)
https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/12/quattro-mezze-cartelle-18-la-vanita-dellodio/4213500/
Una storia vera, questa. Può darsi che io sia impreciso, perché di anni ne son passati, ma l’essenza dell’accaduto dovrebbe essermi rimasta impressa.
Una deconda di anni fa. Una studentessa di medicina sta facendo il giro del reparto di xxx insieme ai suoi compagni e al primario, nonché docente.
La studentessa si sente osservata da una ricoverata, molto anziana. La ragazzina le sorride, si avvicina anche. La donna molto anziana le fa: Posso accarezzarle la mano dottoressa?
“Non lo sono ancora” dice, e prima di lasciare il reparto parla col primario. “Quella vecchietta – le dice – sta molto meglio, diciamo che ha un’altra brutta malattia: è sola e non ha nessuno. Avrei già dovuto dimetterla, ma sta bene qui…”.
Onore al primario docente, e al suo cuore, dunque.
La ragazzina, il giorno dopo, invece di seguire altre lezioni decide di passare la sua giornata insieme alla vecchietta. Fu una bella giornata, per lei.
Aveva un bel ricordo la ragazzina,e pensò di condividerlo con alcuni suio compagni. E fece male. Uno di loro, figlio di un medico, la sgridò, le disse che aveva fatto una cazzata da libro cuore, che doveva imparare a tenere la giusta distanza dai pazienti.
Pensò seriamente di abbandonare Medicina, la ragazza. In effetti andò in crisi, anche per altro, e smise di frequentare. Poi, dopo una pausa, riprese. Oggi è un medico, ho perso le sue tracce. Ma sono sicuro, cento volte sicuro: è un bravo medico.
Venerdì 12, alle ore 18,30, sono a Torino alla Libreria Trebisonda, via Sant’Anselmo 22; insieme a Mario Bianco presento il mio ultimo libro (pubblicato), la Notte del santo, Time crime (Fanucci).
Ha scritto Mario Bianco: Tratteremo, discorreremo, ci dilungheremo in maniera abnorme, sul suo ultimo romanzo La notte del santo, un’inchiesta su alcune morti violente, relativi cadaveri rinvenuti in Torino.
Potrebbe essere un noir ma io sono scettico su questa dizione ch’è sovente ambigua, forse è un polar, perché c’è polizia, c’è un commissario, un ispettore, un curiosissimo investigatore privato da pochi spiccioli che, da solo, meriterebbe un bel romanzo.
Buon Natale, che per me è una bella festa, perché per il bambino povero che sono stato i momenti belli erano due: Natale e quando finiva la scuola.
A Natale mi facevo regalare libri. Il primo fu Il Gatto con gli stavali, che lessi sotto le coperte perché avevo la febbre. A Natale poi la mamma era più buona: mi dava solo sculacciate perché rubavo i babbinatale di cioccolata appesi all’albero.
Buon Natale a tutti dunque, a mia mamma, che stasera mi guarderà e ci guarderà dal suo mondo lontano: ha perso la cognizione del tempo, ci riconosce ogni tanto e, ogni tanto, sorride.
E buon Natale ai bambini, gli stiamo lasciando in eredità un mondo punto bello, di veleni e di odio.
E buon Natale, ma che sia veramente buono, a chi legge i miei libri: buon Natale con gratitudine (vedrete, vi porterò fortuna).
E buon Natale a chi conosco e a chi non conosco, che passa di qua.
E poi buon Natale alle persone sincere, le mie preferite.
Vado a trovare i miei vecchi, come tutte le sere. Vado col cane, porto appresso un libro (a volte mia madre s’addormenta mentre mio padre cucina), la pipa e il tabacco. Il tabacco, però stasera lo avevo dimenticato. Di corsa sono tornato a casa con tanta voglia di farmi una pipata. Arrivato a casa mi accorgo di aver dimenticato la pipa dai miei vecchi. Ne ho altre, certo, ma quella è la mia preferita.
Il meglio di me lo do quando cerco gli occhiali che ho già, o quando scendo dall’auto ma sono bloccato dalla cintura che non ho sganciato.
Sono sempre stato così sbadato. Poi. Non ho il minimo senso dell’orientamento, mi perdo come si perdono i bambini. Da sempre.
Dimentico sempre gli ombrelli, perdo le biro, lascio in giro i miei accendini e metto in tasca quelli degli altri. A volte, quando sono solo, entro in un locale, consumo, poi mi dirigo verso l’uscita, dove però mi fermo: ci risiamo, mi dico, dimenticavo di pagare.
Una volta andai a prelevare col bancomat. Feci tutto per bene, meno una cosa: non ritirai le banconote. Fortuna che il bancomat le “inghiotte” se non le prendi, fortuna che nessuno passò di lì… mi pare fossero 500mila lire.
Sbadato perché sempre con la testa altrove. Tre giorni fa, guidando, imbocco una strada, a venti metri da casa mia. La percorro, ma a un certo punto vedo tre auto che mi vengono incontro, e la carreggiata può ospitare un solo veicolo. Capisco di essere contromano, succede a qualche turista, ogni tanto. Io però vivo a venti metri di distanza da questa strada.
Mi sta bene tutto, va bene così, ma se guardo la mia scrivania, che una volta ogni tre mesi riordino, mi viene male, ché sembra una discarica.
Unica nota positiva: ritrovo spesso qualcosa che credevo perso.
I libri no, erano un’eccezione. Ordinati per autori, fino a un certo periodo della mia vita sapevo dove trovare un Flaubert o un libro di un autore moderno. Poi sono aumentati, così li ho disseminati per la casa, in libreria c’è la doppia fila e, c’è, un casino indescrivibile. Nemmeno i libri si salvano.
Mi sono fatto questa idea.
Più o meno inconsciamente, il lettore di un libro cerca la complicità con il protagonista della storia che sta leggendo. Se gli va a genio, se trova affinità allora il libro piace, altrimenti no.
Ad eccezione del protagonista del mio primo libro-non libro (Il quaderno delle voci riubate non è stato distribuito, ma regalato agli abbonati del bisettimanale La Sesia nel 2002), i protagonisti dei miei libri non piacciono. Vado oltre: a volte non piaccione nemmeno a me. Ma se Anna Antichi (ne La donna che parlava con i morti) è sboccata, antipatica e aggressiva c’è un motivo: il suo malessere, il suo sentirsi male, il senso di colpa che le pesa dentro.
Anche il protagonista de La notte del santo, il sostituto commissario Pietro Dallavita, ha le sue imperfezioni e alcuni suoi lati del carattere non piacciono nemmeno a me.
Ma ho deciso di scrivere così da tanto tempo.
In questo romanzo non c’è spazio per gli eroi, ogni protagonista è descritto per ciò che è, brutalmente, senza sconti, in un affresco di una nazione che sempre più si allontana dall’immagine patinata del Bel Paese,
scrive Cinzia Ciarmatori, in
questa recensione
de La Notte del santo.
http://www.dasapere.it/2017/12/12/la-notte-del-santo-remo-bassini-libreria/
C’era ancora luce e, ma non ne era proprio certo, il piccolo sentiero che lo avrebbe riportato fuori dal bosco ancora s’intravvedeva, laggù sulla destra. Doveva affrettarsi, avrebbe dovuto, e invece si sedette. Ci pensò ma al tempo stesso non voleva pensarci che se non si affrettava sarebbero arrivati il buio, il freddo e la fame. Sorrise pensando al suo portafoglio, ché in un bosco non servono banconote.
La voce che gli diceva di sbrigarsi era incazzata con lui, me tenue, lontana. Ridicola.
Preferì aspettare. Sorrise, quando vide le sue braccia conserte, perché il primo brivido era arrivato.
Si abbottonò l’ultimo bottone della camicia bianca, poi guardò verso la direzione del sentiero, ma era buio ormai. Alzò gli occhi, non c’erano stelle. Ma lo sapeva, mancavano da tempo.
Ne ho fatte di presentazioni dei miei libri, e conservo tanti ricordi belli (di quelle di Sermide, di Martina Franca, di Bologna, di Cortona…) ma sta di fatto che io, quando si tratta soprattutto di presentare libri miei, sono a disagio.
Parlo, ma cerco di andare fuori tema, di allontanarmi, cioè, dal parlare bene del mio libro, ché in fondo quando si presenta un libro si deve fare essenzialmente questo: parlare così bene del proprio libro da convincere i presenti ad acquistarlo e magari, poi, a farne parola con gli altri.
Per adesso ho presentato solo due volte l’ultimo mio libro, La notte del Santo. A Vercelli e poi in un rione di Vercelli (che si chiama Isola) dove però ho parlato (e per fortuna) anche d’altro. Di Primo Levi, dell’editoria a pagamento, della prima sigaretta che fumai proprio in quel rione, delle botte di fortuna che ho avuto io, in campo editoriale, e delle jatture, anche.
A volte è successo che io sia andato a presentare un mio libro nel posto X senza avvisare nessuno, lasciando che fossero le locandine (e magari l’evento creato su facebook) a fare. Nemmeno ai parenti dico che il tal giorno presento il mio libro.
Non sono un buon venditore dei miei prodotti, insomma.
A Bologna una volta feci così: un’ora di corso sulla scrittura – metto insieme le mie esperienze personali e tutto quello che so degli insegnamenti di Pontiggia – e un’ora di presentazione di un mio libro. Può darsi che riproponga questa formula, se mi capita.
Nella pancia di questo blog ci sono 140 bozze, roba non pubblicata, insomma.
Questa è del 2012.
Stamattina.
Sto camminando per strada, insieme a Federico Libero. Che mi fa penare. Dammi la manina: No. Dammela. No. E mi fa cenno che vuol venire in braccio. Bene, lo prendo in braccio, ride, e cerca di rubarmi gli occhiali. Lo rimetto giù. Manina: No.
E avanti così.
A un tratto, però, cede: e mi dà la manina. E io ho voglia di fumare. Caricare la pipa non è facile opto per mezzo toscano.
L’accendo.
Squilla il telefono, non sento nulla.
Pronto, pronto? (E Federico Libero: ponto, ponto).
A un certo punto sento una voce, mai sentita. Mi dice: Abbiamo avuto il suo numero dall’ufficio stampa di Perdisa ha tempo per una breve intervista su Vicolo del precipizio?
Veramente sono per strada col bambino, dico.
Possiamo provare lo stesso?
Quanto durerà?, domando.
Tre minuti.
Parte l’intervista. E Federico Libero mi fa cenno che vuol essere preso in braccio.
Ci parli di questo libro, iniziamo dal titolo.
Vicolo del precipizio esiste davvero, dico, e vado avanti, col sigaro sul lato estremo de labbro a sinistra e Federico Libero in braccio, a destra.
Stranamente fa il bravo.
Mentre sto parlando, però, si avvicina al telefono e dice: Ponto, ponto, ponto.
Non ho fatto in tempo a sentire il nome della radio, alla fine.
Ci sono notizie di cronaca che fanno più male. I maltrattamenti di Vercelli, oggi, fanno male a tutta una città.
Fino a due anni fa, io, ci portavo mio figlio, nella scuola dei maltrattamenti.
http://www.infovercelli24.it/2017/11/23/leggi-notizia/argomenti/cronaca-10/articolo/maestre-arrestate-il-comunicato-della-questura-e-il-video.html
Facevo terza elementare, e i maestri che alzavano le mani non facevano notizia. Un giorno il maestro disse che aveva bisogno di una bacchetta di legno per punire chi non gli dava retta. Il giorno dopo un mio compagno, si chiamava Guido, ne portò una e gliela donò. Poi, appena raggiunto il banco disse qualcosa al suo compagno di banco, risero. Guido, vieni un po’ qua, disse il maestro. Guido non capì, io sì, invece, immaginai cosa sarebbe successo: il primo che pianse per una bacchettata sul dorso della mano fu proprio lui, Guido.
E’ proprio il caso di dire “altri tempi”.
Però le immagini viste oggi fanno male. Ho visto una mamma piangere. Non sapeva, non immaginava.
L’anno passato è uscito un libro che è un giallo ma è soprattutto un libro che non era facile scrivere e che non era facile, poi, pubblicare.
Ringrazio Serena Gobbo che ne ha parlato (è riuscita anche a farmi sorridere) sul suo bel blog, Librini.
https://librini.wordpress.com/2017/11/22/vegan-le-citta-di-dio-remo-bassini/
Leggo libri, anzi no, ne inizio tre, quattro cinque, poi a fatica ne finisco uno. E non scrivo più niente, da tempo. Da giorni e giorni mi chiedo se scriverò ancora. Per la prima volta ho riletto uno dei miei 11 libri pubblicati. Lo scommettitore. Ne parlerò (credo). Adesso sto recuperando da web.archive.org i post che scrissi quando aprii il mio primo blog, Appunti. Creerò una pagina, con il copia incolla dei post più significativi.
Ecco un vecchio post. Lo scrissi il 29 marzo del 2006.
29 Marzo 2006
È il 1987. Torino, Palazzo nuovo, quarto piano, dipartimento di Storia. Devo sostenere l’esame di Storia del risorgimento. Ho parecchie lacune. Per esempio non ho studiato la rivoluzione americana. Aspetto di essere chiamato. Accanto a me, in attesa, c’è un ragazzo. È preparatissimo, sa tutto, così ne approfitto: e sulla rivoluzione americana mi dice tutto tutto. Insomma: è molto ma molto più preparato di me.
Veniamo interrogati insieme. Io dall’assistente (carogna) lui dal docente (Narciso Nada, il professore con mi mi sono poi laureato). Poi ci invertiamo: lui dal prof io dall’assistente. Faccio in tempo ad ascoltare il mio compagno d’attesa: le cose che mi diceva prima, ora, le balbetta, fa fatica ad esprimersi, è in crisi, capisco che rischia. Io invece me la cavo.
Finale di partita: io 30, lui 24.
Era contento, uscendo. Ma lui sapeva da 30, io da 24