La donna che parlava con i morti – 1

La donna che parlava con i morti, Newton Compton 2007. E’ fuori catalogo, defunto. Spero che prima o poi qualche editore lo faccia resuscitare. Ecco le prime pagine.

Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano, ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne, dicevano, questi vecchi, che era «come una santa». Santa Nunzia del bosco. O dei castagni.
Aveva poco più di vent’anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere come in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule, a controllare.
E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato: aveva tradito il marito, tre volte più vecchio di lei, per un giovane, bel fattore che poi fu trovato morto, dissero per disgrazia, in un torrente.
La pena per Nunzia la decisero, con la benedizione del marito disonorato, i suoi due cognati; clausura a vita, controllata a vista da due contadine, carceriere spietate in cambio di un piatto di minestra, vino buono, un letto per dormire e per altri piaceri, chissà.
Il vecchio marito si accollò le spese del podere e, si disse, non volle vederla più. Lui e i suoi due fratelli, più giovani, facevano paura. Erano i più ricchi, i più fascisti, i più temuti della zona. Quando Nunzia restò vedova, nessuno osò commentarne l’assenza al solenne corteo funebre che partì dal Palazzone.
Tutti sapevano che viveva in fondo al bosco. E qualche ragazzaccio, temerario, in tempo di guerra, scendendo la mulattiera che porta al casolare dei castagni, da lontano, per rispetto e per paura, l’aveva spiata. Di notte, al lume di luna. Restando incantato da tanta bellezza.
Quando i tedeschi si ritirarono, e i due cognati se la diedero a gambe ché i partigiani li volevano impiccare, Nunzia riapparve. Era tempo di rastrellamenti, scontri, morti vicino al suo casolare. Tanti morti. E vermi sui morti.
L’eterno riposo dona loro o Signore, pregava Nunzia mentre, insieme ad alcuni uomini, posava dei rami di castagno a forma di croce su quei corpi da bruciare col petrolio. Divenne Nunzia dei castagni.
Appena si sparse la voce che era stata ammazzata, tutti diedero la colpa ai cognati. Si sapeva, certo che si sapeva: di notte, ubriachi, per anni erano andati al podere per umiliarla, insieme ad altri camerati. Bevevano, ridevano e viva il Duce. Poi facevano a testa e croce.
Era una moneta a decidere.
Una moneta, poi dimenticata nell’aia d’estate, o nel fienile d’inverno.
Chi perdeva, doveva accontentarsi di schiaffarlo in culo alle contadine carceriere, chi vinceva, vinceva lei. Nunzia.
Ma non erano stati loro ad ammazzarla.
Erano stati i tedeschi. Erano andati da Nunzia senza sapere che nascondesse partigiani, poi testimoni del fatto. Erano andati da lei perché volevano un maiale. Li aveva lasciati fare, Nunzia, ma quando aveva visto che stavano scegliendo una scrofa che doveva figliare, gridò che potevano prendere gli altri, ma non quella. E la mitragliarono.
Dopo la guerra, uno dei cognati tornò nel podere con la figlia; le disse: «Questo è un posto maledetto». E le raccontò di Nunzia «da non dire a nessuno». La ragazza, che di lì a poco prese i voti, se ne andò in convento col ricordo di quel nome.

Dalla pancia del blog/6: invidie e sogni di una volta

Questa cosa qui la scrissi nel 2008. A un certo punto c’è scritto: Sto per pubblicare. Il riferimento era a Bastardo posto che, infatti, doveva uscire per la Newton Compton. Il giorno in cui il libro doveva andare in stampa mi scrissero: Purtroppo ci sono solo 900 copie prenotate, riproveremo più in là. Non riprovarono, mi rivolsi a Luigi Bernardi e Bastardo Posto uscì con Perdisa. Per la verità si dichiarò disposta a pubblicarlo anche un’altra casa editrice. Una bella casa editrice. Feci l’errore della mia vita, a dir loro No grazie. libri

 

 

 

 

 

 

 

 

No, giuro che non li invidio quelli che vendono più libri di me; spero di raggiungerli, magari di superarli, ma non li invidio. Ho un po’ di invia per quelli che possono mangiare e bere tanto da scoppiare “tanto non ingrasso”, dicono. Giuro che non invidio quelli che son ricchi e hanno soldi. Ho un po’ di invidia per chi vive in un posto di mare. Giuro che non invidio quelli che son più giovani di me; non avrebbero conosciuto le ragazze della mia età; non avrebbero i miei ricordi. Ho un po’ di invidia per chi ha più tempo di me; io, avessi più tempo, lo utilizzerei per leggere, passeggiare in riva al fiume (mancando, dove vivo io, il mare), rimettermi a studiare l’inglese, non parlandolo e non leggendolo ho dimenticato quasi tutto. (Per scrivere mi sta bene il poco tempo che ho,di notte: ho sempre scritto in fretta, o di notte, oppure dovunque). Non ho nessuna invidia per chi vive serenamente; non posso invidiare, in questo, caso, ché i casini, io, me li vado a cercare e certe volte dubito che vivrei benesenza. Ma ora mi fermo, sto diventando noioso. Quel che invece mi premeva dire, fin dalla prima riga che ho scritto, è questo: ho una profonda invidia per chi riesce a vivere senza far piangere altri, senza far danni, senza ricevere sguardi pieni d’odio, a volte, quando cammina per strada. So che qualcuno prova dell’invidia nei miei confronti. Dirigo un prestigioso giornale, dal 1871 a oggi non è uscito solo alcuni mesi, nel 44. Ho pubblicato e sto per pubblicar libri. Provo un po’ di invidia per quel ragazzo che studiava, di notte, lavorando in un albergo. Non conosceva Pessoa allora, ma aveva in sè tutti i sogni del mondo.

Dalla pancia del blog/5: perdere tempo

Questa, pure lei tratta dalla pancia del blog, è del 19 aprile 2013, è recente quindi. Pioveva quel giorno.

Dal mio vecchio blog:
La morte è un brutto pensiero. O forse no. Pensandoci, almeno qualche volta, ci si accorge che il tempo, grosso modo, può essere diviso in due categorie: quello perso, e quello no.

Chiaro,
si capisce sempre troppo tardi cos’è il tempo perso.
Metti che uno passi il suo tempo nel tentativo di diventare famoso.
Sapesse, quest’uno, che ce l’ha contato, il tempo, smetterebbe subito, direbbe: Sto perdendo tempo, meglio che vada da, meglio che vada a.
(E se ripenso al mio passato, non so dire se ho perso giorni, non lo so ancora dire; quando si rincorre qualcosa, inevitabilmente, si rischia di perdere qualcos’altro, magari di più importante. E poi vengono i successi, magari, e i sensi di colpa. Stop).
Ma forse, dico forse perché vedo doppio dalla stanchezza e quindi magari penso male, il tempo che più sprecato non si può è quello che dedichiamo a vomitar veleno sugli altri.
Martin Luther King (mi pare fosse lui) diceva (spero) che il sentimeto peggiore è l’odio: perché tu regali le tue energie a colui, appunto, che odi.

Il problema vero mica è la morte. E’ scegliere.
Buona giornata.
E speriamo smetta di piovere.

dalla pancia del blog/4: il pc sempre dietro

Dalla “pancia” del blog. Bozza del 19 giugno 2008.

Ce l’ho sempre appresso il computer. Vado via un giorno?, e lui mi segue.
Abbiamo deciso così, ché altrimenti sentiamo la lontananza, sentiamo.
Il pc dove scrivo, leggo mail, siti vari, blog, google.

Da tg.com.
Un cittadino francese residente negli Usa e accusato dell’omicidio della moglie e della figlia ha usato Google per cercare il modo migliore per togliere la vita alle due parenti. Durante le indagini sul duplice omicidio si è infatti scoperto che l’uomo, soltanto sei giorni prima del ritrovamento dei cadaveri, aveva cercato sul popolare motore di ricerca “come uccidere con un coltello”. Lo ha detto un perito informatico durante il processo all’uomo. (tgcom.it)

dalla pancia del blog/3: defunti (di Visotskij)

Anche questo, dormiva nella pancia del blog

 

Vi regalo un pezzo di una poesia di Visotskij

I defunti, gli ex-umani, hanno stabile fermezza
Mica fatti come noi sono proprio un’altra razza
Poi in quanto a sangue freddo non si fanno compatire
Non li vedi mai scomporsi, mai avranno da ridire
Sanno star nel loro ambiente, quieti quieti fino in fondo
Non si sente anima viva, proprio cose d’altro mondo
Perché, senza entrare nel merito è soltanto questione di spirito

Là nel regno delle ombre non si sente una parola
e di notte una signora ci può andare anche da sola
Che non corre nessun rischio, né pericoli di sorta
qui nessuno la importuna o le fa la mano morta

Dalla pancia del blog/2: gettoni

Tra le bozze del blog. Scritto anni fa… Ho 147 articoli non pubblicati.

 

fine anni ottanta. facevo lavori saltuari, frequentavo lettere, collaboravo con il giornale che ora dirigo.
un giorno fui ospite in casa del caporedattore.
era primavera, andammo sul balcone a fumare.
sotto casa di quell’uomo c’era e c’è un viale alberato e, tra gli alberi, c’era ma ora non c’è più, una cabina telefonica.
mentre fumiamo e parliamo vedo, ma senza farci troppo caso, un uomo che entra ed esce dalla cabina telefonica.
il caporedattore si mise a ridere e mi disse, Hai visto?
Visto cosa?, domandai.
Il tipo che entrato nella cabina telefonica, ma come non lo conosci?
No.
E non sai che…
Non so, dissi.
Non sapevo che il tipo era un insegnante che aveva l’abitudine, tutti i giorni, di fare il giro della cabine telefoniche della città, alla caccia di gettoni o dimenticati o che, per generosità della telecom, l’apparecchio sputava fuori.
giorni dopo vado in università. lezione il mattino, lezione il pomeriggio.
quando torno a vercelli è quasi sera,  c’è poca gente in stazione. passo nell’atrio e mentre passo, e vedo il telefono a gettoni, mi viene in mente il tipo che andava a raccattar gettoni o avanzati o sputati.
guardo in giro: c’è nessuno.
faccio come lui.
bene, da non credere.
ricordo ancora il rumore: il rumore d venti, e dico venti, gettoni che l’apparecchio telefonico sputò fuori appena schiacciato il pulsante della restituzione dei gettoni.
venti gettoni.
festeggiai.
(fu in quegli anni che presi l’abitudine di raccogliere monete per terra e metterle da parte; ma la prima prima moneta portafortuna che raccolsi è tutta un’altra storia).

Continua a leggere “Dalla pancia del blog/2: gettoni” →

dalla pancia del blog/1: parole che stridono

Questo, con altri cento e più, è un post non pubblicato. Era nella pancia del blog, l’ho tirato fuori, ora. L’avevo scritto il primo luglio del 2008

Nella piazza del borgo medievale che dà sul mare ho cercato l’angolo più lontano, così da non sentire voci, rumori, risate.
E stamane, camminando, ho fatto di tutto per passare inosservato.
Certe volte il desiderio più grande è quello di sentire il rumore del vento o quello dell’acqua di un fiume o di un torrente che scorre e che corre.
Ché le parole è come se stridessero.

Natale 2013

Quando ero piccolo ero povero e come per tutti i bambini poveri la vigilia di Natale era il giorno più bello dell’anno. Anche l’ultimo giorno di scuola, però, era il giorno più bello dell’anno. Insomma, erano due. Profumavano, entrambi, uno di neve, anche se non c’era, l’altro di sole. Quello, che io ricordi, c’era. Buon Natale

PS Da grande, mi è sempre piaciuto, la notte della Vigilia, scrivere. Lo farò anche stanotte. Sto per finire un giallo-denuncia contro le multinazionali del farmaco e contro il progresso che avanza: nucleare, ogm, pesticidi. Penso proprio che lo finirò stanotte.

Ciro Paglia ricordato da Paride Leporace

di Paride Leporace

 

Con Ciro, per Ciro,su Ciro. Ciro Paglia non e’ più’ tra i vivi ma la sua firma resta nei giornalisti giornalisti.
In un mio pensato ma mai realizzato libro sui grandi giornalisti non celebrati dal sistema dei media il nome di Ciro Paglia era impresso a chiare lettere.
Il mio primo incrocio con la sua firma fu da imberbe cronista degli anni Novanta quando lessi un suo strabiliante reportage per il Mattino nella mia Cosenza, articolo custodito nel mio lontano archivio bruzio e che mi brucia domani non possa essere pubblicato in qualche giornale calabrese. Aveva portato al suo seguito uno di quei brillanti giovanotti che hanno sempre fatto parte del suo seguito e con cui va ancora avanti un’amicizia professionale e umana.S’illudeva di poter far aprire una redazione calabrese del Mattino per aggredire il monopolio della Gazzetta del Sud, ma le buone idee nei giornali non sempre sono ascoltate da chi ha i cordoni della borsa. Nel mio archivio c’è anche una straordinaria intervista a Franco Piperno sui primi anni di Ciroma. Paginate dell’Europeo di vibrante giornalismo colto e tosto in grado di capire mutamenti e saper raccontare. Chi s’immaginava che Ciro Paglia era andato a Parigi nel Sessantotto per vederle da vicino le barricate della più’ rutilante rivoluzione giovanile del secolo breve. Il destino riserve sorprese incredibili. E unendomi in sodalizio con mia moglie Lucia scopri’ che era stato il suo maestro, uno dei più’ decisivi.
Ciro Paglia era stato cronista da giovane. Conosceva e amava Napoli come l’Evaristo Carriego di Borges conosce i quartieri di Buenos Aires. La cronaca precisa e data. I fatti. La cultura e la mediazione con il pubblico. Una carriera in salita in un giornale complesso. Era il caporedattore del Mattino la sera del 23 novembre 1980 quando il terremoto feri’ l’Osso del Mezzogiorno e tutta la Campania. Di turno al giornale è lui che si rende conto che sono saltate le comunicazioni ufficiali di mezzo Meridione e che deve raccontare un racconto epocale. Tra le sue decisioni l’ordine in tipografia e in distribuzione di portare gratuitamente il giornale a chi bivacca terrorizzato nelle piazze di Napoli. Contribuirà a scrivere il celebre titolo “Fate presto” che sarà fonte di ispirazione per artisti di fama internazionale. Per settimane dormirà in una stanza di un grande albergo adiacente alla redazione di via Chiatamone per non perdere tempo negli spostamenti con la sua casa napoletana e seguire il giornale con determinazione. Nel fascicolo del trentennale del terremoto ho avuto l’onore di ospitare il suo contributo testimonianza in un fascicolo rievocativo del Quotidiano della Basilicata.
La sua vita fu un romanzo. Attraverso’ con dignità e fermezza vicende noir personali che scossero Napoli e il Mattino. Nell’avvicendarsi dei ruoli fu sempre grande giornalista. A Campobasso, a Salerno, a Roma. Un combattente mai domo amante della vita, meridionalista vero, libertario a modo suo, divoratore di libri, analista secco e preciso, mai prono al pensiero unico. Durante Tangentopoli scelse la strada del torto. L’unico che non abbandono’ mai al suo destino De Lorenzo caduto nel fango adoperandosi a tentare di smontare la canea giudiziaria ordita tra procure e redazioni. Rispose all’Inferno di Giorgio Bocca con un libro bellissimo sul Nord altrettanto infernale. Un lupo di redazione. Uno di quelli che da tre righe di comunicato comprende che dietro c’è una notizia che dura sei giorni. Comandante dalle parole giuste. L’analisi sempre utile ma con il sorriso presente e la battuta partenopea ferma nel segnartela.
Decise con l’amata Stefania di ritirarsi nella verde campagna umbra di Bettona in un buon retiro che in questi anni è stata una comunità separata di spiriti liberi di ogni sorte e contrada. Con Lucia quando siamo andati nel loro splendido casale si è sospeso il tempo come quel sonetto di Dante che inneggia alla buona vita. A Bettona ha preso forma “Toghe rosso sangue” grazie all’incontro con Remo Bassini, grande scrittore e giornalista, seguace di Ciro. Fuochi d’artificio napoletani a Capodanno nella quiete umbra. Ore a discutere nella sua biblioteca. Ho visto crescere il figlio oggi giornalista che tiene alta tanta schiatta. Non rimase un Cincinnato. Pronto ad essere marsigliese, corso, napoletano. Come un lupo raccolse il richiamo della foresta e ando’ a dare una mano al Corriere dell’Umbria a modo suo facendo il giornale all’antica come non si vedeva da più’ da tempo. Chiamo’ tutta la sua compagnia di giro a descrivere le città d’Italia e per lui ho potuto raccontare Cosenza come quel progetto meritava.Fu decisivo anche nello scegliere il mio nuovo destino professionale. Notando il mio esitare esistenziale mi disse: “Farai bene. Una cosa e’ certa. Non sprecherai soldi pubblici inutilmente”. Mi mancheranno le ore trascorse a tavola a discutere, la sua simpatia, la sua cultura libera e garantista, l’aneddotica da teatro napoletano.
Un maestro generoso, un comandante nato, un amico vero. Ti sia lieve la terra Ciro. Da domani nell’altro mondo leggeranno ottimi giornali.