Vecchi

C’è un post drammatico, oggi, su il fattoquotidiano.it. (firmato da Marina Sozzi)
La storia di un ottantenne di San Mauro che prima uccide la moglie malata e poi se stesso.
Ecco il post.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/25/ottantenni-suicidi-e-problema-del-fine-vita/511597/
Tanti commenti.
Tra i commenti c’è un certo querty che scrive.
ricordo che i vecchi hanno già vissuto. I giovani devono ancora vivere. I vecchi hanno già avuto la loro parte, hanno avuto tutto, lavoro e famiglia, magari senza neanche uno straccio di laurea. Basta. Non devono rubare dal piatto degli altri.
A quelli che osano lamentarsi che prenderanno la pensione “solo” a 70 anni, ricordo che i giovani non la prenderanno mai.
L’eutanasia? Io non ho mai parlato di eutanasia. Chi ha già vissuto dovrebbe proprio capire di togliersi di mezzo da solo, non scaricare perfino questa responsabilità sugli altri.

internet fa pensare.

Lo scommettitore: sogno “vaticano”

Avrebbe voluto piantarla con aspiranti sindaci, presidenti di provincia, parlamentari, europarlamentari. Avrebbe voluto di più. Avrebbe voluto che si sapesse della sua bravura anche nelle alte sfere, in alto in alto, dove non era mai arrivato.
 Al Vaticano.
Qualcuno lo convoca, magari a Parigi – no, meglio in un castello nelle vicinanze di Praga – e gli dice che deve lavorare silenzio, da solo, per anni, affinché Tizio venga eletto Papa. E per fare questo lui, da solo, deve contrastare Caio. Annientarlo.
Avrebbe accettato di corsa, perché sarebbe stato il modo migliore per chiudere la carriera da scommettitore. Avrebbe accettato senza badare ai soldi, non si era mai preoccupato di diventare ricco.
Era il suo sogno proibito, che faceva ad occhi aperti: microspie nei confessionali, donnine che scuciono indiscrezioni sbottonando qualche veste cardinalizia, incontri nei sotterranei del Vaticano. Roba da fil, o da libro giallo.

estratto (pagine 73 e 74) da Lo scommettitore, Fernandel 2006.

Un mondo di ebook (speriamo di no)

Anni fa, una mia amica scrittrice mi parlò di un suo amico appassionato di libri e di jazz. Non si poteva inviargli mail, perché lui non aveva né computer né posta elettronica.
Non ha nemmeno il cellulare, mi disse questa mia amica.
Ho controllato nei giorni scorsi: ora ce l’ha un indirizzo di posta elettronica.

Ho una figlia grande, si chiama Sonia, ho un figlio piccolo, di tre anni, lo chiamiamo Cico.
Sonia, quando si iscrisse a Medicina non aveva familiarità con il computer. L’aveva usato a scuola, aveva visto il mio, sapeva che esisteva Napster ma… viveva bene senza connettersi, insomma.
Quando si iscrisse a medicina fece una scoperta: che doveva procurarsi un computer, o perlomeno usarlo. Gli appelli agli esami erano solo on line.

Pochi mesi fa, sono a Cortona, con Francesca e Cico. Siamo in un’enoteca, mangiamo.
Accanto a noi ci sono tre donne. Parlano di yoga. Poi di teatro. Poi di libri.
Una dice: Non leggerò mai un ebook, a me piace il contatto fisico con il libro.
Dice, insomma, una cosa nota. Che dicono in tanti.
Le altre due annuiscono, sono d’accordo con lei.
Lei però si accorge della presenza di Cico. Lo indica e dice: Ma vedete quel bambino? Da grande non avrà la possibilità di scegliere. Vivrà in un mondo fatto di ebook.

Speriamo di no.

Un futuro di plastica

Quand’è che il futuro è passato da essere una promessa a essere una minaccia?

Chuck Palahniuk da Invisible Monsters

(… che non ho letto. La frase l’ho letta, e poi copiata, dalla bacheca su facebook di Annamaria Mercuri.
Le ho scritto che erano giorni che cercavo queste parole, io.
E mi interrogavo, oggi, sulla mia inacapacità ad adattarmi a questo mondo di plastica.
Forse, mi son detto, se tu avessi vissuto nel periodo in cui si vedevano le prime automobili tu, di sicuro, avresti detto che non avresti mai rinunciato al tuo cavallo…
Nella mia città hanno tolto acqua, luce e corrente a una famiglia composta da padre, madre e tre figli, due piccoli. Sono stati al freddo per giorni.
Vent’anni fa il “letturista” sarebbe passato e avrebbe minacciato di tagliare i fili della luce e di piombare il contatore; ma se c’erano dei bimbi piccoli non avrebbe fatto nulla, se non segnalare.
Vent’anni fa non c’era il paradiso.
C’era solo meno plastica
Ma vent’anni fa l’aria cominciava a essere meno buona e l’acqua pure).

L’uomo senza orologio

Svegliarsi al mattino, bere di fretta il caffè e guardare l’ora con la sensazione di essere già in ritardo.
Succederà a tanti di voi, credo.
E non è una cosa buona, anzi.
Quando mi capita io penso a un uomo, conosciuto da poco.

Allora, mese di luglio 2012, Cortona; mi trovo nella Sala del Biscione, tra mobili in stile rinascimentale e reperti dell’accademia etrusca.
Un luogo di assoluto prestigio, insomma.
Scelto dal sindaco di Cortona, Andrea Vigini, per la presentazione di Vicolo del precipizio.
E’ un sabato mattino caldissimo, e dal momento che io non ho avvisato né parenti né amici (non lo faccio mai quando deve presentare un libro) c’è poca gente: quaranta persone scarse.
Fa tanto caldo, dicevo. Niente ventilatori, niente aria condizionata.
Tra i presenti in sala c’è un uomo che avrà la mia età, credo (ha la barba più bianca della mia ma in compenso è più magro) che, con disinvoltura, a un certo punto si toglie le scarpe, le mette in un sacchetto di plastica e poggia i suoi piedi nudi sul pavimento.
Qualcuno non vuol credere ai propri occhi: nella Sala del Biscione, a Cortona, certe cose non si sono mai viste.

Poi me lo presentano.
Fino a due anni fa faceva il medico. Cardiochirurgo. Si svegliava al mattino e magari era già in ritardo.
Adesso fa l’olio d’oliva e produce vino in un podere.
E per non annoiarsi la sera organizza spettacoli o teatrali o musicali e quando non ci son gruppi o artisti c’è comunque un vecchio film in bianco e nero con Sordi, un piatto di pasta e un bicchiere di vino: quanto basta per trascorrere una bella serata.
Mi immagino il suo mattino: con la tazza del caffè mentre guarda il verde.
L’orologio l’ha dimenticato per sempre, da tempo.

sigarette costose

Giorni fa.
Entro in tabaccheria, ho finito il tabacco per la pipa. Faccio una miscela: tra un tabacco costoso e uno che invece è a buon mercato.
Davanti a me c’è un ragazzo, che riconosco solo quando si gira.
E’ di nazionalità marocchina, può avere 17, 18 anni.
Ho visto bene cosa ha comperato: un pacchetto di sigarette, le più buone, le più costose.
Perché lo conosco: perché ogni tanto mi chiede una moneta.
Non è insistente. Ed è educato.
Non navigo nell’oro, io.
Sono stato povero, due volte.
Quando mio padre era in cassa integrazione, ed eravamo in cinque (babbo, mamma e tre figli, io, il più grande, facevo le superiori) e quando, a ventotto anni, mi licenziai dalla fabbrica per studiare, facendo lavori saltuari e risparmiando su tutto.
Ho sempre fumato.
Oggi la pipa, allora le sigarette.
Fumavo quelle che costavano meno.
Mio padre e mia madre, fin da piccolo, mi hanno insegnato a risparmiare.
Quel marocchino, invece, non sa o non vuole risparmiare.
Ma non lo conosco bene.
Sono anni che lo vedo, solo, per strada.
Credo che nessuno gli abbia mai insegnato.

 

 

Sul pubblicare, oggi.

Sul blog che ho sul Il Fatto quotidiano.it, ho postato, a beneficio di chi vuole pubblicare un libro e non sa come raccapezzarsi, questa cosa qui.
http://www.radio24.ilsole24ore.com/player/player.php?filename=130105-reportage.mp3
Lo posto anche qui perché penso possa servire.
Certo, il discorso è molto più articolato e ampio, da sviluppare.

Non è un gran momento, questo, per l’editoria italiana. Si pubblica di meno, si comprano meno libri. Alcuni editori (tanti, pochi?) hanno diminuito il getto, che fino a due anni fa era esagerato, delle pubblicazioni.

Ho scritto a un piccolo editore, ma ben distribuito, che due anni fa, dopo l’uscita di Bastardo posto, mi propose di pubblicare con lui. Gli ho scritto dicendo: ho una raccolta di racconti e, se ti interessa, avrei Il quaderno delle voci rubate da ristampare.
Mi ha risposto così: fatti vivo tra un anno, io per un anno vedo se riesco a sopravvivere, ma per adesso ho sospeso le pubblicazioni.