A 4mani, anno 2° (dall’1 al 15)

1. COME CORPO MORTO
di Gaja Cenciarelli ed Enrico Gregori

Mi sveglio sempre alla solita ora e bevo il caffè in piedi, prima di radermi.
Il pennello si tuffa nella schiuma da barba. Né cappuccino, né brioche. Il bar è un miraggio, un ologramma.
Al mare, d’estate, ci tuffavamo tutti. La vacanza perfetta della mia perfetta vita. Quindici giorni alla “Conchiglia”, confusi tra quelli come noi: la cabina meglio di no, troppo cara, ma l’ombrellone sì, e anche due lettini. Sveva, Stella, Fabio e io: I Quattro Moschettieri della Spiaggia: a Stella piaceva tanto sentirmelo dire. Rideva di cuore, spalancando la piccola bocca puntellata di vuoto tra un dente e l’altro.
“Ma io non sono un maschio, papà”, protestava.
“Giusto. Sei la mia Sirena”, mi correggevo, accarezzandole la guancia.
La prossima estate i nostri lettini resteranno chiusi. È difficile spogliarsi dell’orgoglio da postelegrafonico che, prima, con millecinquecento euro al mese si tuffava nella quotidianità. Grigia come i miei pantaloni, sicura come la cinta che li regge.
Oggi tremo, vacillo davanti allo specchio. Mi rado con mano incerta mentre mi vedo sommerso dalle pratiche, con un occhio alle scartoffie e uno alle lancette. Un incubo quel quadrante, implacabile orologio che cronometra al secondo la mia angoscia. Ogni giorno guardo l’orologio e penso: fermati, cazzo. Smetti di girare. Che quelle lancette restino paralizzate dalla stessa ruggine che mi sta corrodendo l’anima. È così tutto il giorno, una lotta contro il tempo. E ogni notte a difendermi da lenzuola stritolanti come le serpi di Medusa. Mi si attorcigliano intorno al corpo, m’impediscono di tuffarmi nel sonno.
La notte mi regala ormai un buio liquefatto che penetra goccia a goccia nella pelle, e quando mi sveglio e mi rado so già che intorno all’una ho un appuntamento con me stesso. E penso a me, che prima mi tuffavo, e che invece adesso cado. Annodo la cravatta. Ho uno spezzato grigio e blu, perché lo stile è importante quando si nuota tra le pratiche.

Vorrei che la pausa pranzo non arrivasse mai. Vorrei non dover rispondere che no, al bar non vengo. Io non posso più permettermi di volere “due tramezzini-chinotto-caffè”. “Cinque euro, dottore. E mi saluti la famiglia”, borbottava sempre Pino. E io saluto, saluto, saluto, continuo a salutare anche se al bar non vado più. Saluto Sveva, Stella e Fabio, con tre baci che sanno di salsedine.
“Da parte di Pino, il barista”. Sveva sa. Non gliel’ho mai detto a chiare lettere, ma lei sa. L’ha capito, come sempre, solo guardandomi negli occhi. E da quando l’ha capito il suo viso è imploso.
La osservo e non vedo più il suo sguardo, ma solo un mare grigio. Ed è l’unico mare che vedrò, d’ora in avanti.
“Ti sarai mica fatto l’amante, che non vieni più a pranzo con noi?” mi dice Lamonica, scherzando ma non troppo.
“Ma no, se la tira. Non gli va di mischiarsi con noi, poveri mortali!” rincara Marietti, che mette una mano sulla spalla di Lamonica e lo trascina via.

Cinque euro al giorno sono centocinquanta euro al mese.

Ogni giorno aspetto che Lamonica e Marietti escano per infilarmi la giacca e tuffarmi tra gli odori di chi non ha cravatta, né spezzato blu e grigio.
Odori acri, disgustosi, anche se talvolta mi arriva un’ondata di dopobarba o di profumo. D’istinto cerco con lo sguardo qualcuno che mi somigli. Abiti di buon taglio si confondono nel mare delle donne e degli uomini defraudati dall’atrocità dell’as-senza: creature prive d’individualità, corpo, attenzioni.
“Ma no, se la tira”, mi risuonano nella mente le parole di Marietti. Allungo il collo per rendermi conto di quante persone mi precedono: c’è il solito derelitto con i capelli lunghi e bianchi, e i baffi ingialliti.
Una volta mi è capitato di fianco, teneva in mano la scodella da riempire, come me: puzzava di vino e sudore e di notti stritolate da serpi di cartone. Mi pare di aver capito che si chiama Luigi. Non siamo poi tanto diversi, noi due: non andiamo in vacanza, e siamo poveri. L’unica differenza è che lui lo è da più tempo di me: i mesi, i giorni, le ore hanno moltiplicato la quantità e la qualità dei suoi senza. Tuttavia, se non troverò la forza, se non imparerò a nuotare controcorrente, tra qualche anno anch’io sarò il Luigi di qualcuno.

“Papà, mi ha morso una medusa”, mi aveva detto Fabio una volta, tenendosi una caviglia. “Non ti morderà più. Scommettiamo?” avevo risposto.

Non siamo poi tanto diversi, Luigi e io: sia le mie lenzuola che i suoi cartoni hanno tentacoli.
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2. UFFICIO RECLAMI
di Francesca E. Magni e Mario Bianco

Spesso, per una mia patologia maniacale, vengo qui: davanti all’ufficio reclami, e trovo un’informe e mostruosa montagna che straborda dal bianchiccio stanzone.
Ci sono talmente tanti ricorsi da far paura, per una loro proprietà associativa si sono accartocciati e pressati insieme in una stella di neutroni: materia densissima, pesante, che nereggia e puzza. Mi capita qui, talvolta, di osservare un fenomeno singolare cioè, quando può, il neutrone che fa da scorza al reclamo come la stagnola del Bacio Perugina esplode.
Ne scoppia uno adesso, ma è una nocciolina, fa solo “pling”:
All’ufficio di Piazzale Accursio non mi avete voluto fare la carta di identità nell’agosto dell’85 perché la mia foto tessera non era a capo scoperto. Nella foto avevo gli occhiali da sole in testa, come un cerchietto, mi si vedeva la faccia o no? Non era un cappello o un burka, erano occhiali. Ho dovuto rifare le foto, per una spesa di lire 2000.

La porta dell’ufficio reclami dovrebbe esserci ma praticamente è chiusa, o meglio non si vede nemmeno più. Ne emerge solo l’angolo superiore destro.
Una volta, nel 2001, ho fatto, cioè ho sporto, qui un reclamo.
Allora si vedeva ancora quell’uscio: sembrava che trapelasse un filo di luce da una fessura. Poi si spense tutto. Però all’inizio del corridoio c’è ancora un orario di ufficio ma l’ufficio è impraticabile, il numero verde è occupato, e permane solo un segnale rosso che debolmente sfrigola, trictracca.
La stella di neutroni non è sempre uguale.
Due mesi fa ha preso la forma di un aleph, alla Borges, schiaccia reclami di tutti i tempi. Quando ne scoppia uno io sto attento: guarda qui, questo è di Tomasi di Lampedusa… Questo è di un morto ammazzato sull’impalcatura, quello è di mio zio che lo hanno licenziato a cinquantadue anni. Un altro crepitante di una donna calabrese a cui i magistrati dettero ragione ma non protezione e le decapitarono il marito. Quello ridicolo di uno scrittore ingenuo che afferma che gli editori non leggono i manoscritti inviati loro. Poi ho sentito anche lo scoppiettio di una triste cosa così:
Egregio direttore
Perché a me che sono invalido civile vero non mi date l’accompagnamento mentre lo assegnate a un cieco finto che guida la macchina e magari è amico di chi so io e anche suo?

Ho visto che si sviluppava pian piano una bolla che poi si è sparsa in minuscoli lapilli sanguinanti e mormorava così:
Stim. dott. Giudice
Mio fratello e mio cugino sono morti bruciati in fonderia. A noi è rimasta un po’ di cenere. Perché gli ispettori, gli ingegneri dell’ASL non controllavano mai i forni e loro tutti i giorni tornavano a casa mezzo asfissiati?

Ho chiesto quattordici mesi fa all’ultimo sparuto usciere presente nel corridoio chi dirigesse quest’ufficio. Lui indicando con un dito lo scrostato soffitto mi ha sussurrato con sussiego: “Sua Eccellenza il Superiore”.
Ormai è circa un anno che arrivo qui ogni lunedì mattina, e sono sempre solo. Dietro la porta sento rumori sordi, sfrigolii.
Allora c’è qualcuno dentro, oppure qualcosa…

Mi siedo su una panca polverosa nel corridoio e spio i movimenti sottili della stella e i suoi inquietanti scoppiettii. Oggi vincendo lo schifo per la massa, tuttavia affascinato dalla stessa, e rischiando qualche scheggia neutronica mi sono avvicinato come mai a quel che rimane della “porta” e l’ho temerariamente toccata. Ho avuto una sorpresa terribile e illuminante: ho constatato de visu che quella sagoma era dipinta in finto legno mogano.
Ho ancora osato. Ho accostato l’orecchio a quella forma residua e frammezzo a un fastidioso zzzzzzz continuo ho udito una sorta di voce rara che scandiva:
Qui c’è un nano-dispositivo ad autonomia illimitata. Voi state fuori e vi lamentate, ma lui opera, lui addensa, sincro-ammortizza più veloce della luce. Tutto intorno c’è il vuoto siderale e armonico del Disporre. Un algoritmo algido e perfetto. Così adeguato che è in grado di auto-lamentarsi e auto-disattivare il reclamo stesso. Voi che state fuori, tutto questo non lo saprete mai. Vedrete per sempre la massa informe di reclami che ogni due minuti lui sputa fuori, mista a collante ultraneutronico …
Ho sentito ancora che vivevo nel più bel Paese del mondo, una patria piena di bellezze, di opere d’Arte, ove ogni cosa va al suo posto se uno è ottimista, ha fede, è operoso, e collabora coi superiori, ove sono inutili i reclami perché espressi solo da gente disfattista: per questo le lamentele vengono ormai trasformate in materia ecocompatibile.
Ho capito in un amen di aver avuto l’immensa fortuna di percepire un’eco della parola del “Superiore” e che la mia costanza, che prima pareva assurda cocciutaggine, è stata premiata.
Ciò mi è stato ancora più manifesto quando all’uscita dell’Edificio ho incontrato un distintissimo uomo in doppio petto blu, il Sovrintendente in persona, che senza dir parola mi ha sorriso, battuto una mano su una spalla e appuntato sul bavero una grande coccarda azzurra: un magnifico premio.
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3 LA TELEFONATA
di Cristina Bove
e Domenica Luise o Mimma

– Uffa, non mi viene uno straccio di idea. Dell’Italia di oggi, dice. Dovremmo saperne qualcosa, no?
– Ci sarebbe da metterci di tutto, dalla politica al lavoro nero, ai barconi che vomitano persone a Lampedusa come se fossero pesci andati a male, alle badanti rumene e polacche, alla prostituzione di ogni colore. Ma che ne sappiamo veramente di queste cose, tranne quello che ci arriva dai giornali, dalla televisione e da qualche sporadica conoscenza di riporto?
– Va bene, la carne al fuoco è molta, forse troppa, ma di buono cosa c’è? La libertà d’informazione no. Ci dicono quello che vogliono e poi dobbiamo immaginare più verità possibili.
– I canali televisivi sono di parte, questo ormai l’abbiamo capito. Ognuno tira l’acqua al suo mulino. Forse potremmo capire qualcosa quando litigano, agli uomini la verità scappa sempre appena gli vengono i nervi.
– Si dice In vino veritas, se mi consenti, traduco in latino maccheronico, tanto al mondo, ormai, è tutto maccheronico: In nervis stat veritas, ti piace?
– Non solo gli uomini, se permetti, si infuriano in diretta televisiva e tutti sparano le rispettive pecche senza riflettere che accusando si accusano.
– Però io continuo a non avere le idee chiare, gli argomenti possibili sono davvero troppi. Che mi dici della condizione femminile?
– Paleolitica, ecco. E devo dirlo a mio svantaggio. Anche se il maschio non trascina più la femmina per i capelli come nelle barzellette tradizionali, siamo ancora lontani secoli da una vera parità.
– Ieri mi è venuta a trovare un’amica e ha pianto, parlava di violenza psicologica del marito.
– Per fortuna tu questo problema non lo hai…
– Già, però questo non è un problema dell’Italia di oggi, è una storia di sempre e del resto non si può generalizzare.
– E chi generalizza? ci sono sempre le eccezioni che confermano la regola, ah, ah, ah.
– Tutto vero. Intanto io sono ancora senza idee per questo racconto a quattro mani.
– E pure io. Ma mica ce l’ha ordinato il medico di partecipare, se non ci va ci cancelliamo e amen.
– Certo che possiamo, però, prima di arrivare a tanto, mi piacerebbe proprio mettere in piedi un bel racconto, di quelli che fanno magari “audience”, tanto per restare in tema.
– Uhm, a me pare che in fondo potremmo anche rimaneggiare quel tuo racconto sul caporeparto e farlo passare per nuovo, in fin dei conti è attuale anche il tema.
– Ma no, dai, è meglio rinunciare. L’argomento va troppo nel particolare.
– Forse hai ragione tu. Vabbé, allora glielo scrivi tu a Remo che ci ritiriamo, per mancanza di idee?
– Senti, che ne diresti di raccontare di quel mio amico che si fa crescere la barba lunghissima per sembrare un islamico?
– Ma a chi vuoi che importi?
– A nessuno. Allora senti queste: i vecchi abbandonati dalla famiglia all’ospizio e i cani scaricati sull’autostrada o comunque sulla strada per farsi la vacanza in pace.
– In pace dici? Ma non senza rimorsi. Quand’ero piccola ho letto sul sussidiario la storia di quel nonno trascurato a cui cade la tazza della colazione e si rompe, allora il nipotino tenta di aggiustarla e, quando il papà gli chiede cosa faccia, risponde: “Voglio riparare la tazza per darla a te quando sarai vecchio”. Altro che Italia di oggi, questa è storia antica e gli animali sono stati sempre abbandonati, però la fissazione della vacanza a tutti i costi per fare crepare d’invidia amici e nemici con le cartoline spedite dall’Egitto o dall’isola esotica, questa sì, potrebbe essere un’idea, tu che hai attraversato il Sahara a dorso di cammello…
– Sì, sì, prendimi in giro. Piuttosto, secondo te il razzismo è veramente superato o cova sotto sotto per riesplodere a luogo e momenti opportuni? Guarda la violenza negli stadi, vanno lì a divertirsi e si ammazzano come niente, ciao mamma, ciao papà, e il figlio non torna mai più .
– Io dico sempre: poveri genitori. E che mi dici delle stragi del sabato sera, di ritorno dalle discoteche? E’ un argomento troppo triste, vedo le famiglie straziate. Ormai è un’abitudine planetaria, come se ci fosse un orgoglio a chi resiste di più al sonno, alle pasticche, ad agitarsi ballando e facendo gli scemi. Intanto i genitori aspettano e sperano senza essere capaci di frenare i figli.
– Potremmo continuare all’infinito, questa è la verità, ma non abbiamo risolto il nostro problema, che ci mettiamo in questo racconto a quattro mani?
– Ho una certa confusione in testa, non mi viene un briciolo d’ispirazione,
– Aspetta, io ho bisogno della tinta, perché non mi accompagni dalla parrucchiera? Lì sì che se ne sentono di storie! Così mentre io mi faccio sistemare la chioma tu aguzzi l’udito e prendi appunti.
– Questa mi sembra proprio buona, anche io dal barbiere ne sento delle belle. L’ultima era di un vecchio che per sposare la badante ha divorziato dalla moglie ottantenne.
– Certo che ormai non ci si meraviglia più di niente!
– Infatti, pensa che la badante ha solo ventisette anni.
– Cose da pazzi!
– Allora cosa gli scriviamo a Remo per dirgli che rinunciamo?
– La verità, che non abbiamo trovato un’idea decente, ecco.
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4. RACCONTO ‘MBRIAGO (FORSE, NON SO, FATE VOI)
di Irene De Sanctis e Remo Bassini

Italia di oggi, Italia di ieri, Italia che viene Italia che vai, vai a quel paese, quale? Prendi l’Alitalia? Boh, intanto la Maria sta cantando mio fratello è figlio unico e la Giuliana si è risposata per la terza volta, mentre Mario ieri – oh sentite a me ha detto così – ieri, dicevo, Mario entra in un cesso di un bar di periferia, che per l’appunto è anche un cesso di bar, gli scappa la pipì ma vuole anche un attimo di intimità, voglia di piangere, niente di che, così sceglie il cesso con la tazza, ché lo sciacquone porta via lacrime e piscio, solo che quando entra, sorpresa: dentro, seduto, “Comodo, comodo, stia comodo”, c’è un vecchio gay, ma garbato, che mostrandogli un pennarello gli dice: “Posso scrivere sul suo ombelico?”, e Mario lo lascia fare, e anche se gli scappano lacrime e pipì scopre la pancia, ma poco, e l’altro, col pennarello, dove c’è l’ombelico gli scrive, Ciao e grazie. Si salutano, poi.
“Io sono Mario”,
“Io sono gay”.
“Ciao”.
“Ciao”.
“Alla prossima”.
“Alla prossima”.

Dicevo poi che la Maria invece, che qui nel punto dove lo stivale è slacciato, si chiama solo Maria, canta ancora una canzone che fa: Mio fratello è figlio unico dimagrito declassato sottomesso disgregato e ti amo Mariù. Lo dice a se stessa, Maria. Dovrebbe forse dire: “Io sono figlia unica crepata coi capelli color melanzana le varici e le rughe che la crema Nivea da euri tre non ci fa mica i miracoli sopra e ti odio, Mariù”. Questo dovrebbe cantare. Ma poi, Maria, Mariù mette cinquantacentesimi nel buchetto del carrello e come la iena va a procacciare il cibo morto per i figli. Ma c’è poco da ridere anche per una iena.

E Giuliana si prova il vestito grigio perla, perlamadonna quanto cazzo costa, però l’ha comprato, ché al terzo matrimonio sembra brutto andare in bianco. E’ l’era, pensa Giuliana, delle famiglie extra large. Gli svedesi da mò che si sono allargati, però il tasso di suicidi in Svezia è altissimo perdio, Giuliana, che ti metti a pensare ora? Non leggi mai i giornali. Spòsati, intanto. Poi ridivorzi. Poi ti riallarghi. Poi ti suicidi pure tu, forse. Auguri!

Vedi, provo a parlare di Berlusconi adesso e mi viene in mente che ci
ha i capelli come il dottor Chierichini, che faceva il dentista davanti a casa mia. Era pazzo. E la moglie pur’essa. Lui si spalmava sulla testa, ogni mattina, un amalgama misterioso. Usciva per strada come sui mattoncini del lego. Tornato a casa, che fungeva, o fingeva fate voi, anche da studio, cavava i denti al pari di uno sciamano, con gli occhi fuori dalle orbite, e la moglie schizofrenica, dal buco della serratura, controllava se per caso qualche femmina avesse l’intenzione di baciarlo, infilandogli la lingua insanguinata in bocca. Non si è mai saputo che fine facessero i denti cavati. Io credo che la moglie li raccogliesse lesta per farsene una collana. Erano altri tempi. Forse era un Italia migliore? A me sembra di si. Chi andava in Vespa mangiava le mele; le mele erano già avvelenate ma facevano bene con la buccia inzuppate nel diserbo, e poi qualcuno che vinceva lo scudetto c’era sempre e morto un Papa ne abebamus subito un altro, e Pippo Baudo, il sabato sera, ci faceva tanto divertire, poi si andava a letto presto e le mogli non davano fastidio ai mariti e i mariti, sognando la Carrà, non si lasciavano dare fastidio ché l’indomani, domenica, prima si distribuiva l’Unità poi si andava al cinema, nell’Italia di allora, altrochecazzi, c’erano cinema che proiettavano due film al prezzo di uno, era già lunedì quando finiva il secondo, così non c’era il trauma del sabato del villaggio, che sarebbe poi domenica, e comunque, proprio bella bella non è mai stata l’Italia, diciamocelo, tre morti sul lavoro al giorno non tolgono nessun medico di torno, ambulanza, stop, condoglianze, stop, rammarico del padrone, incazzati che poi ti passa, c’è Sanremo, c’è Andreotti, e raccomanda tu che raccomando anch’io, però almeno, un attimo, diciamolo, dai, ferma tutti: ci-si-incazzava-ci-si, almeno-no?
Non per nulla il dentista Chierichini, che era pazzo, e la di lui moglie pure, furono sgozzati un giorno dalla donna di servizio, che era di origini francesi e conviveva con un pastore belga, ma allora nessuno disse “via gli stranieri dall’Italia”, “ce l’ho duro“, “ce l’ho così così”, cielo cielo manca, via via, vieni via con me, diciamolo, un po’ meglio era l’Italia dei fantastici anni fate voi fratelli, che dite? Sessanta? Settanta? Ottanta? La paura fa Novanta, basta, fermiamoci, a quando c’era chi vestiva alla marinara e chi con le pezze al culo, però si sperava, almeno, allora. Vedrai vedrai vedrai che cambierà… una cippa. Sì si sperava, sì era meglio, almeno un po’, forse, fate voi. Io, come vedete che ne so?, io, non faccio testo, e non so mica se è vera la storia che mi ha raccontato Mario, la storia siamo noi, quando?, non so, ecco. Quello che so è che Pippo Baudo non morirà mai e questa certezza, nella bufera, è per me fonte di una bizzarra consolazione. Forse.

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5. LETTERA DAL MIO MOLINO
di Donatella Lovison e Anna Maria Curci

Sono al lavoro, oggi, in questo luogo-non luogo straniante per chi vive la propria quotidiana immersione nella realtà. Spesso mi sorprendo a immaginare la scena che si apre agli occhi del novello visitatore. Stanze asettiche si affacciano su lunghi corridoi dal pavimento lucidissimo e la sala del televisore è popolata di anziani in carrozzella, chiusi in se stessi e che non sembrano avere la percezione di dove si trovino. Hanno un’espressione assente o sono appisolati.
Ma la visione straniata dura poco. Anita chiama ossessivamente: “Mamma!”. La sua voce da bimba segnala una regressione a livello infantile. Leda recita all’infinito una preghiera: “Sacro cuore di Gesù, fa che t’ami sempre più”. Alfredo chiama di continuo: “Signorina! Signora! Giovanotto!”. Emma invoca: “Aiuto! Aiuto!”. Carolina a voce altissima ripete a raffica: “Voglio bere! Voglio bere! Voglio bere…”.
Ecco che ritorna la tentazione della telecamera oggettiva. Sembra un luogo di pena dove sono rinchiusi tutti coloro che hanno perso la concezione dello spazio e del tempo, che non servono più.
Nella zona di là, verso la stanze, tutto si muove: personale in camice bianco che fa le pulizie… una caporeparto che impartisce ordini e risponde al telefono… un infermiere che prepara un carrello di farmaci… il medico che riceve …
Ma non c’è nessuno che bada ai vecchi? Che risponde loro? Che dedica un po’ di attenzione a questi esseri disorientati e dipendenti da tutto e da tutti?
Compare qualcuno. Una figura sottile e scattante, vestita di bianco, con i capelli raccolti in una cuffietta bianca da cui spunta un ricciolo bruno.
Sono io, un po’ mi emoziona vedermi così. Certo, oggi avrei preferito essere ripresa da un’altra telecamera, in un altro luogo. Radio Sherwood o giù di lì. Devo accontentarmi dei miei sdoppiamenti, delle mie visioni ad occhi aperti. Non è il favoloso mondo di Amélie, questo è lo stralunato mondo di Federica.
“Eccomi! Ecco il succo, Carolina.”
Carolina non beve e getta a terra il bicchiere colmo di succo.
“Amen. Che c’è Alfredo?”.
“Ma non è ora di mangiare?”.
“Manca ancora pochissimo, porta pazienza. Di che cosa hai bisogno Emma?”.
“Ho bisogno dell’indirizzo.”
Dialoghi senza senso e gesti schizzati. Fantastico se fossimo a teatro, se fosse Ionesco. Non lo è. Ma non è neanche l’inferno.
Possibile che sia così complicato capire che cercano solo un po’ di attenzione, uno scambio di parole?
Il mondo esterno non sembra così diverso da quello che sta dentro questi muri e se ci si guarda attorno non si vedono più solo musi lunghi e anziani malati o fuori di testa: Olga, sempre ben vestita con le sue collane di perle, ha voglia di comunicare e di parlare dei bei tempi; Antonino “gestisce” le informazioni sui fatti che accadono e “controlla” che tutto vada bene; Angela ha cento anni e con la sua carrozzella si muove autonomamente e mi si avvicina; Vincenzo non vede l’ora di dire le sue battute e di far ridere; Anita, che non sta bene, sorride se tu le sorridi; Leda recita ossessivamente le preghiere, ma, se le si dà uno spunto, canta intonatissima le canzoni di un tempo; Alfredo guarda le belle donne che salgono con l’ascensore; Mario, spesso scorbutico, arriva a fare il baciamano con eleganza per salutare la signora appena entrata; Emma si illumina se qualcuno solo le dice ciao e ricambia con cordialità il saluto; anche Carolina, che richiede continuamente e con impazienza cura e attenzione, diventa una persona sopportabile quando mi metto a scherzare con lei.
Ora immagino che la telecamera mi riprenda alle spalle. Che buffo! Appaio proprio uno scricciolo, ma scattante e forte. Mi viene da ridere, sembro la protagonista della trilogia Millennium. Tra schiena e collo si intravede qualcosa: è un tatuaggio. Al posto del drago è un ramo di fiori a spuntare dal colletto del camice bianco. Sono decisamente poco credibile come emula di Lisbeth Salander. E poi io sorrido.
Ecco che la telecamera zuma sul mio braccio e inquadra il bel livido di ieri, poi ritorna la mia immagine intera: sono io che mi massaggio il punto dolorante, quasi a voler aiutare il dolore ad andarsene.
Torno in me. È l’ora della cena e tutto sembra animarsi come in una pensione al mare: “Cosa mangi stasera, Anita? La vuoi un po’ di pizza?”- “C’è la crema di legumi, Vincenzo. Ti va bene?”- “Vuoi farti la solita insalata di arance, Antonino?” – “Dorina, ti do il budino al cioccolato, oggi, che dici?”
Oggi il sorriso fa fatica a uscire, il magone mi si para davanti e quasi mi provoca dolore quando la bocca si allarga e mi spuntano le fossette.
La telecamera nella mia testa mi mostra pensierosa. Tra una domanda e l’altra, tra un piatto servito e un bicchiere riempito di spuma al ginger ogni tanto sembro assentarmi. Mi vedo guardare nel vuoto o fuori dalla finestra.
Alla fine appaiono i sottotitoli:
Domenica 5 luglio, Vicenza. Ieri c’è stata una manifestazione del NoDalMolin contro la costruzione di una nuova base militare americana
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6. SERVIZIO ISPEZIONE LAVORO
di Paola Mattiazzo e Paolo Borghi

“Ha visto la faccia di quel tipo? Quanto dovrà sborsare, secondo lei?”, chiese la nuova collaboratrice al suo ispettore capo, tornando da una verifica a un cantiere edile. “Minimo quindicimila”, rispose l’uomo, riordinando i verbali nella valigetta griffata, “faremo bene i conti prima di spedirgli il verbale. La cifra potrebbe aumentare e, se non paga, chiude!”.
“Però non mi sembra giusto”, replicò dubbiosa la ragazza, “i macchinari e i ponteggi erano a norma, e i dipendenti rispettavano le prescrizioni di sicurezza. Se l’azienda chiudesse, gli operai si ritroverebbero disoccupati.”
L’ispettore divenne paonazzo.
“Ma chi cazzo si crede, ‘sta troietta?”, pensò, “solo perché è laureata, ritiene di sapere tutto? Vent’anni di gavetta, come il sottoscritto, e poi ne riparliamo. Maledette donne. Si sentono le più intelligenti e poi, al primo che ci casca, si fanno mettere incinte e mantenere. Se non fosse perché devo tenermi buono il direttore, le avrei già mollato un calcio in culo e tanti saluti!”.
Rispose a voce alta, ma cercando di contenere la rabbia: “Non è questo il punto! Conta la carta, capisci? I macchinari erano a posto, ma mancavano i documenti! Nessuna valutazione del rumore, e neppure per il rischio chimico. Alcuni versamenti di contributi sono avvenuti in ritardo, e il registro presenze non era aggiornato. Vuoi diventare una brava ispettrice? Sanziona duramente le aziende, e ci riuscirai!”
Ancora non si capacitava del fatto che gli avessero affibbiato una donna. Era tutto così complicato con quella. E doveva evitare apprezzamenti e gesti equivocabili o addio carriera. Forse un frocio sarebbe stato più gestibile e ricattabile. Ma lei no, cazzo! Era una mina vagante!
“Cose da non credere. Pensano solo al guadagno e della sicurezza dei lavoratori se ne fregano”, commentò il collega, mettendo in moto l’auto.
L’uomo proseguì: “Mio zio m’ha raccontato che da lui, in Germania, queste cose non succedono. Tanto ti spetta per legge? Bene, tanto ti pagano. E son tutti assicurati. Il lavoro nero, in Germania, non esiste.”
La vettura partì, nell’afa dell’una meno un quarto. Soltanto la ragazza indossò la cintura di sicurezza. L’auto era rimasta in sosta sotto il sole torrido e iI caldo, all’interno dell’abitacolo, faceva incollare gli abiti alla pelle.
“Se ci fermassimo al ristorante e, poi, richiedessimo il rimborso della ricevuta all’ufficio?”, propose il capo dal sedile posteriore. Tutti annuirono.
“Vabbé, allora a ‘sto semaforo mi fermo”, disse il conducente con aria indolente. Prese il cellulare e chiamò la moglie, per avvisarla che non sarebbe rientrato a pranzo. Era ancora al telefono quando scattò il verde ed egli, reggendo il cellulare con la mano sinistra, con la destra abbandonò il volante per cambiare marcia.
Arrivarono al ristorante e scesero dall’auto rovente, per rifugiarsi nei locali climatizzati.
Non appena il proprietario vide entrare l’ispettore capo gli corse incontro, cercando di nascondere il legame di parentela che li legava. “Che sorpresa, benvenuto! E che bella collega ci avete portato!”, gridò, stringendogli calorosamente la mano.
“Modestamente, è uno dei nostri migliori acquisti. È una ragazza bella e competente. Ha un grande avvenire”, rispose il funzionario, dissimulando l’avversione per quella donna.
“Ispettore, posso parlarle in privato? Vorrei domandarle un consiglio”, domandò il ristoratore.
Seguendo il cugino nel retro della cucina, l’ispettore si rivolse disinvoltamente ai due sottoposti: “Mi sbrigo in un attimo. Guardate il menu e scegliete quello che volete.”
“Ho un problema con uno dei cuochi, quello albanese. Vuole denunciarmi perché non l’ho messo in regola e ora lo voglio licenziare. Ho poco lavoro, non mi occorre. Che faccio?”, bisbigliò il ristoratore.
L’ispettore ebbe una furente reazione: “Ma ti rendi conto, disgraziato? Hai un cugino ispettore del lavoro, gestisci uno dei locali più rinomati della zona, e ti prendi un dipendente in nero? Ma sei pazzo?”
“Sono quasi tutti in nero qui e lo sai benissimo. Chi può permettersi, al giorno d’oggi, di tenere tutto il personale in regola? Mi costerebbe troppo. Aiutami, o quello mi farà chiudere!”, supplicò il cugino.
Il tono del funzionario ridivenne cordiale: “Senti, il problema è delicato, non posso darti un consiglio immediato. Devo studiarmi la faccenda con calma, parlare con quel tipo, capire se sia disponibile ad un accordo. Però ora ho fame. Portaci da mangiare e vedrò cosa posso fare. A proposito, offri tu a tutti e mi fai pure la ricevuta, perché devo farmi rimborsare.”
I tre pranzarono e, alla fine, uscirono dal ristorante così sazi da non riuscire quasi a respirare.
Entrarono nell’automobile e l’ispettore capo ordinò al collega: “Metti in moto e andiamo. Dobbiamo studiare una bella punizione per quell’impresa di stamani. ‘Sti delinquenti vanno messi in riga. Lavoro nero? Fossero tutti come noi, non esisterebbe più. Altro che Germania. All’ufficio, forza!”

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7. DAVVERO. NEL SOGNO
di Sandra Giammarruto e Barbara Garlaschelli

Milano incanta come fosse una luce forte.
Milano sembra che debba morire da un momento all’altro soffocata nel cemento.
Ma rinasce sempre, e rinasce cattiva.
Milano la invadono, la sfregiano, la fanno a pezzi.
E ogni volta che si riveste è sempre più nuda.
Milano è il Purgatorio. Senza Paradiso né Inferno.

Milano, Via Fabio Filzi, ore 21:35

– E’ pronta la cena!
Pollo allo spiedo con contorno di patatine fritte e insalata
Non lo so quand’è che ho iniziato a provare disgusto per mia moglie. Da quando l’ho tradita, forse. Da allora, Teresa ha imparato a cucinare e a ingurgitare.
Oggi mi ritrovo nel letto una cicciona che puzza di lacca per capelli.
Mia figlia Virginia ha diciotto anni ed è sempre a dieta, ce l’ha con me perché sua madre è grassa e depressa.
Lei assaggia appena l’insalata e stasera mi sembra più bionda del solito.

Milano, Stazione Centrale, ore 21:35

– Gioigiò fuori di qua la vita è un mondo che non ci capisce… Loro non sanno il vero problema della questione. Loro cercano di entrare nelle nostre confidenze, perché noi siamo delle persone segrete, abbiamo dei tesori nascosti e loro lo sanno.
– Ma che cazzo stai dicendo Zippo? Ma perché non taci e non te ne vai da un’altra parte? E fa un freddo del pio. Domani me ne vado al dormitorio. Toh, bevi e non rompere più i coglioni.
– Il fatto è che loro ci tengono ad avere quel minimo di confidenza che tu gli dai. Loro ti rispettano perché sanno che abbiamo dei tesori nascosti, dentro di noi… Loro…
– Ma chi cazzo sono ‘sti loro?
-I giovani, quelli che tu vedi diversi perché non sei nel loro sistema sociale… Per esempio, se dovessi salutare queste persone, non è che loro mi dicono Vaffanculo o mi rispondono male. No: se ne stanno sulle loro e stanno timidi o mi dicono Ciao… Si vede che ci tengono perché noi siamo persone segrete, te l’ho detto…
– Senti, Zippo, vaffanculo te lo dico io. Dammi ‘sta bottiglia che me ne vado.
– Gioigiò…
– Cristo, vado giù nella metropolitana almeno non ti sento più…
– Gioigiò…
– Vaffanculo…
– No, dai Gioigiò, non lasciarmi solo stanotte.

Milano, Via Fabio Filzi, ore 23:30

Teresa si è addormentata sul divano, come sempre. Virginia sta guardando la registrazione del suo programma preferito.
– Ciao, io vado.
Non risponde.
– Virginia, mi senti? Papà sta andando.
Lei abbassa gli occhi e, annoiata, risponde: – Ciao. – Un ciao che è più simile a un vaffanculo.

Milano, Stazione Centrale, ore 23:30

-Ma cos’è, sono la tua balia? Guarda quei cazzo di marocchini. Ci hanno fregato il posto migliore. Dai, muoviti Zippo. Schiodiamo, andiamo giù ai mezzanini. Cristo si gela.
-Gioigiò, mi ha baciato oggi.
-Chi?
-Sara.
-Ma piantala che quella non ti si fila nemmeno per striscio.
-Ti dico che mi ha baciato.
-Davvero?
-Davvero. Davvero nel sogno.
-Te sei fuori.
-Io me la sposo quella, Gioigiò. E faremo dei figli e avremo una casa e un giardino. E un’altalena.
-Sì. E io avrò una Cadillac…
-Davvero?
-Dai, sbrigati. Mi si stanno gelando anche le palle.

Milano, Piazza Duca D’Aosta, ore 24:05

In strada io e Antonio stiamo facendo il giro notturno. Da due settimane con altri del quartiere abbiamo deciso di armarci e proteggerci da soli, visto che la polizia non fa un cazzo.
Sembra tutto normale. Ci sono le solite puttane e ci sono le macchine che fanno la fila.
– Che poi, Antonio, io non ci trovo niente di male nell’essere puttana. Anche se sei polacca, slava, albanese… le puttane sono puttane ovunque. Mia figlia però non è una puttana e tutti gli extracomunitari di merda che hanno fatto entrare in città se ne devono andare. Sono loro il vero problema del paese.
– Hai ragione. Ci fottono le figlie e il lavoro… Ieri ne hanno violentata un’altra, l’ho sentito al tg. Ancora non lo hanno preso lo stronzo, ma hanno detto che probabilmente è un albanese.

Milano, Stazione Centrale, ore 24:15

-Zippo, muovi il culo che quelli non mi piacciono.
-Secondo te mi sposa Sara?
-Sì, sì ti sposa, basta che ti muovi. Quelli guardano proprio noi… dai Zippo, cristo corri…

Milano, Stazione Centrale, ore 24:17

-Antonio, oh, guarda là… ma che cazzo succede?
Vedo due che corrono. Li riconosco: sono Giogiò e Zippo, tra i barboni più famosi della Centrale. Dietro di loro c’è un gruppo di ragazzi. Sono in otto, forse dieci, armati di bastoni. Raggiungono i due uomini. Ho i piedi inchiodati a terra. Antonio fissa davanti a sé con occhi sbarrati. I ragazzi inziano a colpire Giogiò e Zippo. Uno due dieci colpi e ancora ancora.
I due barboni sono a terra, cercano di proteggersi il volto.
-Cristo! Antonio li stanno ammazzando. .. Dobbiamo chiamare la polizia.
Lui tace.
-Antò’…
-Non so che farci. Non c’impicciamo.
-Ma la polizia…
-Sì, poi glielo spieghi tu che ci facciamo qui armati?
Lui si volta e si allontana. Lo seguo dopo pochi secondi. Quando siamo abbastanza lontani i gemiti di quei due non si sentono nemmeno più.

Milano nera, prende e porta via.
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8. IL PASSAGGIO DEL TESTIMONE
di Maria Teresa Valle e Rossana Massa

-Mamma, il prof di matematica ti vuole vedere…
-Di nuovo? Ma perché, che c’è ancora?
-Il solito. Dice che se vado così male nella sua materia, non passo.
-Ormai sono convinta che abbiamo sbagliato a iscriverti ad una scuola tanto impegnativa. D’accordo, un diploma serve, ma così compromettiamo le cose veramente importanti. La tua insegnante di danza si è lamentata che vai sempre alle lezioni stanca, svogliata, rendi poco. Ti farò cambiare scuola.
-Mamma, vado bene? Non mi sarò truccata troppo?
La madre guarda la ragazza con occhio critico. Guarda la gonna cortissima che non copre le cosce polpose e non eccessivamente lunghe. Assomiglia al padre in questo, non ha preso da lei, ma con un bel sandalo a stiletto, il difetto s’attenua. Guarda la camicetta da cui debordano le tette spinte in alto dal push-up. Guarda la bocca rossa, lucida di gloss metallizzato. Guarda gli occhi truccati da finta ingenua. Cosciente di sé, ma a quell’età si è fragili, non deve fare come lei, che ha ceduto all’amore. Sposata a 20 anni, incinta. Brusco risveglio da vagito, sogni di sfondare riposti nel cassetto, e tutto per uno che nella vita non ha combinato niente. Un buon partito, che tuttavia non è mai arrivato, nonostante la laurea in scienze politiche, scienza del nulla. Già tanto che abbia trovato un modesto impiego, e grazie a lei!
– E’ tutto a posto. Sei perfetta. E io come sto?
La ragazza guarda la madre. Gonna corta che non copre le gambe lunghe e nervose con un accenno di varici. Guarda la camicetta che lascia intravedere un seno abbondante, morbido e leggermente cascante. Guarda le labbra ancora belle ma tirate in una perenne smorfia, il trucco sapiente, di maniera.
-Vai bene, ma’. Mica devi essere presa tu.
Anna dà una botta alla figlia su una coscia. Sa d’essere ancora molto piacente, ma oramai fuori tempo massimo. L’orologio, corre. Si può sedurre il bottegaio, il coetaneo avvocato o commercialista, ma non il mondo, alla sua età….
L’occasione del casting potrebbe essere buona. Leo, poi…è una vecchia conoscenza. Tutto merito suo: Miss Muretto di Alassio, Salsomaggiore, sfilate in giro per l’Italia, pubblicità sulle tv locali, qualche servizio di moda, infine, purtroppo soltanto…sagre; con Giacomo che rompeva le balle. Due bambini e poi una vita a far la parrucchiera. Odore d’ammoniaca su per le narici per vent’anni. E lodarle poi, le rugose. Soddisfarle sempre, le perfide. Ringraziarle per la mancia a Natale.
La sala d’aspetto è gremita. Ragazze a gruppi, solitarie con il broncio e qualche mamma con la figlia. Anna guarda soprattutto le altre madri: dei cessi. Si chiede come possano avere messo al mondo certe bellezze, che tuttavia poi cambieranno, lo s’intuisce. Troppo rotonde di fianchi, capelli opachi e spenti, senza nerbo. La sua Sonia è qualcosa di più.
Si apre la porta, esce una ragazza in lacrime.
– Porco! Schifoso porco!
Nessuna reagisce, soltanto una biondina sembra imbarazzata e spaventata, ma abbassa gli occhi, si limita a cincischiare con i pupazzetti che pendono dallo zainetto.
Un’impassibile ragazza statuaria, dall’accento slavo, introduce Anna e Sonia nello studio. Un ufficio arredato in modo essenziale e spoglio: scrivania, manifesti d’attori e cantanti alle pareti azzurro polvere, poltroncine d’acciaio foderate di pelle grigia, pc, mobili per archivio.
Piante vere e finte sapientemente mescolate creano un effetto verde di sobria eleganza.
Anna e Sonia si siedono, ponendosi davanti al lucido scrittoio di cristallo.
– No, non lì, Leo vi aspetta di là.
Si apre una porta da cui si affaccia un uomo robusto. Giacca di lino chiaro stropicciato su camicia aperta e vissuta. Un sorriso gli illumina la faccia abbronzata, avanza allargando le braccia, mostrando l’alone beige di sudore ascellare. Capelli troppo scuri per i suoi 50 anni.
– Anna! Anna mia cara e mia bella! Anna mia dolcissima!
Effusioni.
La ragazza resta in disparte.
– Anna, fatti guardare! UNO SPLEN DO RE! Sempre più gnocca! Ma come fai! Come fai…?!
Anna fa un giro su stessa, accompagnata dalla mano di lui, che la fa ruotare alzandole il braccio sopra il capo. Anna piroetta ed infine lui l’attrae a sé. Leo si struscia ed Anna asseconda. Panza contro pancia lievemente lievitata con l’età ma accogliente. Sonia serra per contrasto la sua, soda, allenata dalla danza.
Gli occhi di Leo finalmente si posano su di lei, la squadrano, la spogliano, la valutano, si soffermano su quei fianchi un po’ abbondanti, ma di marmo. Su quel seno non molto grande ma invitante e poi, insomma, volendo, un bisturi…aggiusta le cose. La bocca è già carnosa di suo. Lo sguardo è docile, malizioso senza fatica alcuna. Offerto, senz’ombra di posa.
– Lasciatelo dire, Anna, hai fatto un capolavoro di figliola!
Sonia biondissima sorride, di un sorriso accennato, come di chi si degna ma, già seduta sul divano di velluto nero, per tutta risposta accavalla le gambe. Nel movimento lento mostra assai bene il tulle trasparente lì, sul pelo, anch’esso nero.

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9. QUANDO NON SEI NESSUNO
di Elys e Sylivie

Eccolo Ernesto. Occhi chiusi, bocca aperta, screpolata dall’arsura e piegata dal dolore. Le mani immobili, rilasciate sul grembo, rigide e con i palmi rivolti verso l’alto.
A Cecilia sembra che dorma. E invece è morto, così, nel silenzio di una notte qualunque mentre l’ennesimo treno passa veloce sulle rotaie. Un tu-tum, tu-tum asfissiante e ripetitivo. Le pareti sporche ondeggiano, cullando il padre in un moto lento.
«E io mo’ che faccio?»
Il pensiero, gridato sottovoce, si perde negli angoli bui dell’appartamento, mescolandosi alla polvere, alle pentole incrostate di sporcizia nel lavandino, al letto disfatto. Il cadavere, incastrato nella poltrona della sala, emana già il tanfo della terra. Di quelle quattro ossa divorate dai vermi.
«Pa’…» La donna, sguardo nero pece, s’accovaccia di fronte a lui, adagiando le dita sulla guancia gelida.
«…pa’…scusame…»
Non le viene in mente altro da dire. Ogni parola s’invischia nella saliva e scompare in un’eco sordo nelle sue orecchie.

Il ricordo di quella sera la perseguitava ancora, insieme alla faccia immobile dell’uomo. Alla quiete scesa nel monolocale a coprire ogni gemito di disperazione. Non era mai stata niente Cecilia. Né bella, né fortunata, né impiegata in un lavoro qualsiasi. La vita l’aveva sfiorata obbligandola a sopravvivere in mezzo alla merda. Semo nati poveracci e resteremo poveracci. La madre gliel’aveva ripetuto fino alla fine. A che serviva sperare? Era una domanda cui non voleva rispondere. Sospesa sul nulla arrancava sulla strada incendiata dal sole di mezzogiorno. Il sudore si scioglieva tra le pieghe di pancia e fianchi. La maglietta stinta di cotone le restava appiccicata addosso come una condanna. Luglio la stava uccidendo e il respiro affaticato somigliava al rantolo di un moribondo. Magari sarebbe stato meglio arrendersi. Non l’avrebbero mai assunta. Dove andava con quel corpo schifoso, le gambe mollicce e la faccia grossa? Dove andava senza uno straccio di laurea? Dove?
Ceci’ se te fai mette li piedi in testa te riempo de tanti de quei calci che nun c’avrai manco la forza de rialza’ quel culone!
E sì Ernesto l’avrebbe ammazzata se l’avesse vista cedere. Ma non poteva continuare a recitare la parte della figlia forte. Lui non c’era più e forse quell’assenza se l’era cercata. Il senso di colpa fuso in ogni centimetro di pelle ne era la prova. La bandiera. Due giorni era stata fuori casa e per cosa?

«Cicciona lo sai. Una, du’ scopate massimo ma poi te ne vai a cagare da n’artra parte.» «Carlo va bene…va bene…io…nun c’ho troppe pretese.»
«E vorrei vede’ co’ tutto il lardo che te ritrovi me devi solo da ringrazia’, che te faccio il favore de sverginatte.»
«Come…come funziona? Cioè…quando ce vedemo?»
«Stasera la prima e domandi replicamo.» «Va beh allora…io t’aspetto qua, cioè, t’aspetto al portone.»

E mentre il macellaio se la mangiava, il vecchio s’irrigidiva in una smorfia d’orrore.
«Che cazzo de caldo…non gliela…faccio…»
Bisbigliò e scansando dietro la schiena una ciocca ispida di capelli castani arrestò il passo di fronte a un edificio. La ragazza sospirò tesa. Quella era la sua occasione. Cercavano una segretaria e aveva i requisiti per farla. Essere assunta avrebbe significato tante cose, soprattutto ricominciare da capo e sentirsi una persona.
Entrò, tremando per l’agitazione. La porta di Alfredo Meneghini era aperta. L’uomo, distinto ed elegante, leggeva con noncuranza i documenti sulla scrivania. Non si accorse subito dell’ingombrante presenza. Quando la scorse immobile all’entrata, l’osservò perplesso.
«Sì? Dica…»
«Buo…buongiorno. Io so’…sono…mi scusi, Cecilia Esposito. Io…sì ecco sono qua per il posto.»
Alfredo spalancò la bocca in un moto di stupore. Ma che è scema? E che secondo lei, io me metto de fianco un mostro? Porca puttana…ma perché la gente non ce pensa alle cose prima de veni’ a fa’ figure de merda? Eppure sull’annuncio ce stava scritto “bella presenza”.
«Sì…signore…io c’ho i titoli…insomma…posso farlo, davvero…davvero…non me…cioè scusi, non se ne pentirà.»
Meneghini incrociò le dita sui fogli, puntando le iridi blu in quelle nere di lei.
«Mi dispiace signora Esposito. Il posto è già stato assegnato.»
La gelida affermazione non fu seguita da repliche. Cecilia si limitò ad annuire e ad andare via. Si limitò a ripercorrere a ritroso il corridoio. L’androne. Lo spiazzale antistante il palazzo. Fino a raggiungere la stazione della metropolitana.
Mancava un minuto all’arrivo del treno. La fermata era deserta. Il sole accecante.
«Non so’ mai stata niente. Non sarò mai niente.»
Sussurrò tra i denti, ricacciando nel fondo di sé le lacrime spuntate sulle guance.

Cecilia fa le valigie e vattene. Non me paghi l’affitto da tre mesi e io me so’ rotto le palle de sta aspetta’ che te decidi a damme sti’ sordi!

Un alito di vento caldo le sferzò il volto deformato in un’espressione di rabbia e sofferenza. Sua madre aveva ragione. E per questo si gettò sulle rotaie in un tonfo assordante.
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10. 2 ITALIANS
di Massimo Bignardi e Chiara Ravasenga

Avvolto dalla voce di un anziano antiquario come dalla musica di un incantatore di serpenti, Teodoro Forte Magniz, stimato civilista del foro di Milano, sta terminando in via Montenapoleone gli acquisti della vigilia di Natale:
– Questo è l’originale del primo biglietto d’auguri della storia. Disegnato nel 1843 dal pittore J.C.Horsey, raffigura un trittico con temi medievali, gli ornati derivano dal libro delle preghiere di Dùrer, i pannelli laterali raffigurano opere di misericordia: vestire gli ignudi e sfamare gli affamati, quello centrale ritrae ospiti che levano il calice all’indirizzo del destinatario del messaggio augurale.
– Sì, sì, la seguo, ma cinquemilaottocento euro! Biglietti natalizi inglesi di metà ottocento, si trovano a Portobello per non più di quaranta sterline!
– O certo, ma li pagherebbe anche troppo a quel prezzo! Pensi che già nel 1860 la moda dei biglietti di auguri natalizi addirittura imperversava in Inghilterra. Ma oltre ad avere scarso valore artistico, sono arrivati a noi in migliaia di esemplari.
Teodoro sbuffa e si allontana per una telefonata al cellulare. Dopo due minuti torna al bancone e stacca un assegno da novemila euro, controvalore di tre oggetti in argento e del biglietto di Horsey. Nello stesso momento Bruno Castiglia, un giovane e corpulento barbone, nella calca di Piazza San Babila sta cercando inutilmente di accelerare il passo; con un sacco di pane vuole arrivare ai giardini dell’Arena in tempo per rimediare il pranzo dei suoi amici. Appena lasciata la piazza gli si apre dinnanzi un po’ di spazio, così si mette a correre. L’urto è così forte che scaraventa Bruno e l’elegante signore investito seduti uno di fronte all’altro, a gambe all’aria. Dopo alcune interminabili frazioni di secondo una pioggia di oggetti gli precipita addosso: due pacchetti regalo ed un vassoio che rimbalza con un rumore assordante, seguiti da un cartone vuoto, da paglia per imballaggio e da un cartoncino che svolazzando si deposita infine sulla sua pancia.
– AL LADRO, AL LADRO!
Bruno guarda atterrito il signore che ad un metro dalla sua faccia sta urlando a squarciagola. Si alza d’istinto per fuggire ed è già lontano quando sente un fischio che gli intima di fermarsi.

In casa Forte Magniz, di ritorno dalla messa di mezzanotte, tra pochi intimi amici si brinda, nonostante il rancore di Teodoro per il furto del prezioso biglietto non si sia ancora placato. Mentre la moglie annega la delusione per il mancato regalo in un ottimo brandy servito sul nuovo vassoio d’argento, gli ospiti dibattono sulla ormai totale mancanza di sicurezza anche nelle vie del centro: – Comunque, trattandosi di un pezzo unico, se il balordo si azzarda a rivolgersi ad un ricettatore è incastrato!
– Basta che il barbone non sapendo che farsene non se ne sia sbarazzato!
Nelle stesse ore Bruno è placidamente accovacciato sulla panchina più nascosta tra i parcheggi dietro la stazione Garibaldi. Per tutto il giorno ha evitato i soliti luoghi e maledetto la sua sfortuna, che gli ha persino fatto restare tra le dita quel vecchio biglietto d’auguri. Ma se il primo pensiero era stato quello di gettarlo, con il passare delle ore aveva deciso di farne il suo portafortuna ed ora, di fronte a quei sorrisi e a quel brindisi, si sente in pace col mondo e vuole assaporarne ancora per un poco la sensazione. Avverte appena i piccoli cristalli di ghiaccio che gli si formano sulle ciglia e sulla barba e che si sciolgono a contatto della sua pelle ancora tiepida.
Tutti i rumori della strada, ovattati dal battito stesso del suo cuore, nelle orecchie si trasformano in una nenia dalla quale farsi cullare. La spossatezza gli impedisce di riaprire gli occhi, portandolo in uno stato semi-onirico in cui si fondono realtà e immaginazione. Da un lato ha la percezione degli spilloni del freddo che si fanno sempre più pungenti e che ora sente attraversargli i muscoli delle gambe e delle braccia. Dall’altro inizia ad avvertire una dolce sensazione di tepore al petto, proprio dove sa di aver nascosto il prezioso biglietto. Avverte ad un tratto la presenza amorevole di due mani lunghe e sottili che, come uscite dal disegno, gli sfiorano il petto e risalite fino alla nuca, si fanno avvolgenti e materne. Lo pervade un profumo di fanciullezza, di vaniglia, che si spande nel naso, ipnotizzandolo, per poi scendere attraverso la gola fino allo stomaco, donandogli un suadente, dimenticato senso di sazietà.
Ora sente la dolce nenia rallentare, come provenire da un disco suonato a giri sempre più bassi: sono i battiti del suo cuore che rallentano. Sente tutti i muscoli, prima rigidi, ad un tratto rilassarsi. Sul viso si staglia un sorriso, sereno, mentre prende un ultimo respiro, strozzato a metà.

A volte non viene dato peso ad un barbone assiderato, ma oggi gli agenti che hanno provveduto al recupero del cadavere di Bruno sono stati scrupolosi nel perquisirlo, così il venticinque prima di sera Teodoro può consegnare il prezioso regalo: – Cara, Buon Natale!
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11. MIRACOLO ITALIANO
di Piera Ventre e Mauro Calenda

Certo che ci pensava al suo futuro! Mica voleva restare impantanato come suo padre, a smoccolare sotto la sferza del padrone finché in bocca non gli sarebbero rimasti che due denti e tutti i rinfacci del fiele di una vita. Aveva visto e rivisto quel film, La ricerca della felicità e pretendeva il sogno americano. Anzi, meglio: il miracolo italiano. Per raggiungere la felicità bisognava impegnarsi, questo aveva imparato; che non viene giù dal cielo come una grazia, che bisogna conquistarla, crederci fino a buttare il sangue.
“Studia!”. La perdente giaculatoria di sua madre. Per anni non aveva fatto che ripetergli questo: “Studia!”. Ma a cosa cazzo gli sarebbe servito starsene tutto il tempo sui libri? A fare la fine di suo cugino Nicola, laureato con lode e il culo vizzo appiccicato sulla postazione di un call center? Naà! Lui aveva studiato, sì, ma davanti alla tivvù. E aveva capito che, per fare strada non bisognava conoscere la geografia, per realizzare il suo miracolo italiano non gli occorreva masticare l’inglese. Il cantiere era soltanto un contentino. Gli serviva per pagarsi la sauna, la palestra e far tenere chiuso il becco ai suoi vecchi. Lui gliel’avrebbe detto a cose fatte, a tutti quelli che lo conoscevano, “avete visto, eh, di cosa sono stato capace?”
Da un anno ormai tutte le sere si allenava. Era arrivato a fare cent’ottanta piegamenti sulle braccia; a mani aperte, coi pugni, con lo schiaffo, come quelli che faceva Robert De Niro in Taxi Driver. E poi duecento addominali perlomeno. Saliva e riscendeva e, nel frattempo, si controllava in faccia allo specchio la scacchiera dell’addome. E che bellezza quell’addome a tartaruga! Poi la depilazione. Tutto quanto s’era fatto levare, persino le sopracciglia si era sfoltito, un taglio preciso ad ala di gabbiano. E si era completamente rasato la capoccia. Ci spalmava la crema antirughe, sul cranio liscio e la faccia, mattina e sera.
Si preparava. Anzi, era già pronto per svoltare.
Il provino per il Grande Fratello, di lì a poco.
E adesso eccolo là, schiattato in mezzo al cantiere. Inzuppa rena e cemento con la sua roba, sbrodola giù, schifoso, pare un fantoccio scassato, lo stramadonna troia di un accidente.
La cazzuola aveva mulinato nell’aria, poi l’urlo, la parabola del volo e infine il tonfo: sordo, di schiena.
Aveva sentito sciamare miliardi di formicole in capa, una corrente, e ci aveva provato, cazzo, ad alzarsi da lì, rabbioso, non è niente, seh, non è niente, le formicole dovunque. Poi manco quelle. Aveva cercato di muovere le gambe, ma niente, nessuna reazione, e lungo le braccia  un via vai come di insetti.
Poi il bordello degli operai col capomastro: chi piangeva, chi bestemmiava in dialetto e, per finire, l’urlo della sirena, la barella, l’ambulanza. Una lesione profondissima al midollo. Immobile, seccato dalla vita in giù. Sua madre non fa altro che portarsi i fazzoletti ciancicati agli occhi, ciabattando nella stanza dell’ospedale. Suo padre, assieme al capocantiere, si era dato da fare a ribadire ch’era veramente una sciagura cadere dal ponteggio durante il primo giorno di lavoro. Del resto è così che funziona da sempre, una mano lava l’altra si dice, no?, e tutte e due lavano il viso.
La saggezza dell’Italia popolare.
Nella disgrazia però aveva avuto gran culo. La faccia, per dire, non gli s’era rovinata. Qualche graffio, sì, qualche ematoma, ma i denti graziaddio li aveva ancora tutti.
L’infermiera gli ha prestato uno specchietto. Con cura lui si controlla il viso. Le sopracciglia necessitano di un’attenta sfoltita: bisogna  darci dentro di pinzetta per ritracciare gli archi ad ala di gabbiano. La felicità non è una cosa semplice. E’ il becco spalancato di un uccello da nutrire a molliche. Cosa aveva imparato da quel film? Che quando si cade ci si deve rialzare. E lui, porcamadonna, l’avrebbe fatto. Anzi, lui lo sta bell’e che facendo.
“E’ tutta gente da mille euro al mese” – si dice, ripensando ai parenti e agli amici – “Ma quando cazzo vincono mai, co’ ‘ste facciacce? Blaterano di valori, di apparenze e poi, va’, piangono per un graffio, una malattia, perché sono ingrassati o gli hanno rubato il motorino” .
L’infermiera gli chiede se può sospendere un momento perché deve controllargli la fasciatura.
Il lupo in lui, quando ripone lo specchietto sul comodino, pensa e sorride “Lo so, troia, che cosa ti stai chiedendo. Se sono ancora in grado di armare. Un vero peccato, ve’?, tutta ‘sta grazia sprecata”.
Ha la certezza che la felicità sia lì vicino; che l’incidente, la sua attuale condizione, le cause all’origine della disgrazia siano dettagli preziosi. Sono i dettagli che fanno il personaggio.
Si vede opinionista, testimonial e, perché no?, corteggiato da uno schieramento.
Deve soltanto continuare ad allenarsi.
E presentarsi a quel cazzo di provino.
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12. TRESETTE A SPIZZICHINO
di Laura Costantini e Lory Falcone

Pensa alle sue estati Nino. Ai tuffi nel fiume, alle grattachecche seduto sul muraglione. I ricordi corrono via veloci, slittano sull’asfalto insieme alla canicola. Scivolano come il sudore che gli circumnaviga il grosso stomaco. Pensa che la vita è ingiusta Nino. C’è stato un tempo in cui la canotta a costine metteva in risalto il fisico asciutto, i muscoli fatti scaricando cassette ai mercati generali. Oggi non basta a contenere lo stomaco. Il fazzoletto che tira fuori dalla tasca dei pantaloncini avana è ciancicato di sudore vecchio, se lo passa sulla pelata, sul collo, su ciò che rimane della peluria del torace. Non se lo spiega Nino: è il caldo che aumenta ogni anno oppure è la vecchiaia?

Porca puttana. Io l’avevo detto che non serviva a un cazzo rifare la frizione, ‘sta macchina è un catorcio, neanche allo sfascio se la prendono.

La sa riconoscere una testata lessa Nino. Non fa in tempo a dire al ragazzo di fare attenzione al tappo del radiatore che lo sente imprecare. Un getto di vapore sale dal cofano della vecchia Punto e pare aggiungere caldo al caldo. Ora sono in due a tergersi il sudore con un fazzoletto ciancicato. Nino abbandonato sulla pieghevole al balcone, il ragazzo in pieno sole al centro della carreggiata. Dopo tanto si sente fortunato Nino. E’ l’ora più calda della giornata, in giro non c’è anima viva e la prima fontanella è a un paio di chilometri sulla Palmiro Togliatti.

Ariporca puttana. Si doveva scaricare pure il cellulare. Poi dice che uno bestemmia. E non c’è un cazzo di nessuno in giro. Morti, questa ad agosto è una città di morti.

“Maschio…” E’ il fischio alla pecorara che fa alzare gli occhi a Jacopo. E’ in piena luce e fa fatica a mettere a fuoco il vecchio sul balcone. “Devi aspettare che si freddi e poi aggiungere acqua. Se non l’hai squagliata a casa c’arrivi.”
“Si, grazie tante. E l’acqua dove la prendo?”
Gli ha già voltato le spalle. Potrebbe farsi i fatti propri Nino. E’ così che vorrebbe suo figlio, quello dei saggi consigli. Solo quelli. Si alza dalla sedia, entra in casa e riempie d’acqua una bottiglia di plastica.
“Maschio…”
Jacopo sta meditando di abbandonare il catorcio e rassegnarsi a prendere un autobus. La bottiglia d’acqua lanciata dal balcone è un miraggio nel deserto. L’afferra al volo e solo quando arriva sotto casa si rende conto di non averlo neanche ringraziato il vecchio.

Pensa che sta passando un’altra estate Nino. Uguale a quelle che gli restano. Un pranzo leggero, una bottiglia d’acqua, il pomeriggio sul balconcino a guardare la vita che scorre sulla strada. La vita degli altri. La sua si è persa da qualche parte e non saprebbe dire dove e quando.

“Capo…” E’ il fischio alla pecorara che fa abbassare gli occhi a Nino. Il ragazzo è appoggiato alla Punto e ha una bottiglia di birra ghiacciata in mano. “Capo, se scendi ce la beviamo insieme.”
“Maschio, me sa che devi salì.”

In casa l’odore è quello della solitudine. Una solitudine appiccicosa. Se la sente addosso Jacopo, fino a quando non esce sul balcone. Lancia un’occhiata alla Punto verde parcheggiata a ridosso del marciapiede.
“Ce l’avessi avuta io a vent’anni”, dice Nino portando i bicchieri.
“E invece ‘sta fortuna è toccata a me”, risponde Jacopo sedendo al tavolino dove ingiallisce al sole un mazzo di vecchie carte. Siede anche Nino, la birra a freddargli il palmo della mano e gli occhi lucidi per la gioia di avere un ospite dopo troppo tempo.
Se ne accorge Jacopo e sente le guance arrossire lì dove la barba stenta a crescere.
“Te la fai una partita?”, chiede per spezzare l’imbarazzo.
Finge di asciugarsi il sudore Nino mentre si passa il fazzoletto sugli occhi.
“E che ci giochiamo?”
“La Punto. Magari se perdo mio padre si decide a mettermi la firma per una Volvo C30.”
Mescola le carte Nino.
“Non ce l’hai un lavoro?”
“Faccio il magazziniere alla GS. Contratto a tre mesi. In banca non mi ci fanno neanche entrare.”
“Scommetto che tuo padre voleva che studiassi.”
Ride Jacopo. Il riso di chi per una volta la sa più lunga degli adulti.
“Forse all’epoca tua un diploma dava diritto al posto fisso. Oggi studiare è una perdita di tempo.”
“Magari avessi potuto perdere tempo io. Ero portato per la geografia e il massimo che sono riuscito a fare è il camionista.”
“E una famiglia non te la sei fatta?”
“Una moglie e un figlio, di più non ne sono venuti.”
Gli fa tagliare il mazzo Nino.
Jacopo sa che non dovrebbe ma proprio non ce la fa a sopprimere la curiosità.
“E che fine hanno fatto?”
“Adele è morta dieci anni fa e mio figlio… lui è uno di quelli che ha trovato il posto fisso. Fa il bancario e abita a Boccea.”
E’ dall’altra parte della città Boccea. E Jacopo capisce che quei trenta chilometri sono un’ottima scusa per evitare rotture di coglioni.
“Allora ‘sta partita?”
Gli passa tre carte Nino.
“Ci sai giocare a tresette a spizzichino?”
Jacopo sorride.
“M’ha imparato mio nonno.”
“Speriamo che t’ha imparato bene. Se perdi come ci torni a casa?”
“Se perdo mi lasci la Punto. E domani torno per la rivincita.”
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13. ANDREA LEONETTI
di Eva Carriego e Pasquale Esposito

Andrea Leonetti viveva in una casa ampia e accogliente di ricordi, che da circa vent’anni bastavano a riempire la sua vita. Il suo tempo scorreva lento e sereno, attutito dal parquet d’olivo ricoperto di tappeti, tra libri rari e magnifiche porcellane di Lladro che riempivano librerie e cristalliere di casa. Una damina di Lladro in particolare assomigliava a sua madre, dai tratti acuti e dalla carnagione di luna; il volto di sua madre incorniciato d’argento e la porcellana venivano entrambi illuminati dallo stesso raggio di sole tutte le mattine. Suo padre aveva avuto una vita avventurosa, e le foto alle pareti dello studio stavano lì come mute testimoni. Ritraevano un giovane alla luce dorata d’Africa che a trent’anni sembrava già vecchio. Ufficiale d’un esercito italiano dagli stivali di cartone ma non per questo privo di sogni imperiali, conobbe semplici e potenti e di molti fu amico, fino a diventare leggenda in entrambi i Paesi. Nell’immaginario collettivo di quegli anni l’Etiopia sembrava ricca di risorse e di opportunità. Ebbe modo di distinguersi, in quelle lande desolate, il capitano Leonetti.
Dichiarò al Generale Marchiori, che lo esortava a usare il gas contro la popolazione magrebina, che non avrebbe annaffiato d’iprite la popolazione civile, poiché lui ‘comandava dei soldati, non degli assassini’.
Se questa forma di disobbedienza non portò Roberto Leonetti alla corte marziale, fu per un miracolo, quello della diserzione con la complicità di soldati semplici e indigeni della resistenza etiope. Nel suo girovagare in terra d’Africa, vestito come un uomo blu del deserto a cui assomigliava per altezza, tratti somatici e per via di una parlata araba da nativo, il comandante finì in Libia, dove ancora ebbe modo di assistere, dalla parte dei vinti, a uno dei più disumani colonialismi della Storia. Alla fine della guerra restò in quella che ormai considerava la sua terra, si rimboccò le maniche e mise su un’impresa di costruzioni di strade, ospedali, scuole: di tutto quanto servisse a quel paese quasi vergine, e non è un modo di dire che lo fece con le sue mani. Quando Alia ebbe un maschietto, Roberto credette che la sua vita fosse finita, perché ormai gli sembrava di non aver più nulla da desiderare. Il suo paradiso perennemente immerso in una polvere d’oro l’aveva ripagato con la stessa moneta: l’amore.

Agli inizi degli anni ’60, all’età di diciassette anni, Andrea Leonetti e i suoi furono costretti a lasciare il paese natale. Lasciò anche i suoi amici dalle gambe sottili, dai muscoli lunghi e dai capelli a lana d’acciaio. Lasciò le loro madri che, tra le lacrime, non riuscivano a smettere di accarezzare i suoi capelli biondi e morbidi, ricordo di un Leonetti sabaudo. Lasciò infine una ragazzina sottile come un giunco dalla pelle di luna come quella di sua madre. Nel suo paese natale rimasero anche i beni della sua famiglia: se si esclude il denaro, unico triste valore che si può portare con sé in una fuga precipitosa per un colpo di Stato.

“Buon giorno, Andrea”.
“Oh, Caterina, è sempre una piacevole sorpresa incontrarla” disse Andrea sorridente. Si appostava giornalmente all’angolo tra il tabaccaio e il supermercato dove entrambi facevano la spesa per poi seguirla subito dopo, come se vi fosse arrivato per caso.
Caterina non si vergognava d’arrossire per quella chiara danza di corteggiamento e si divertiva al gioco che Andrea portava avanti da tempo.
“Che dice, Caterina, sarà preferibile il Tè nero Celebration Blend o l’African Tunda?”, le chiese mentre entrambi sostavano coi carrelli alla cassa in attesa del conto. Caterina era innamorata di quell’uomo maturo, bello ed elegante, dal fare aristocratico e ironico: ciò che non riusciva a capire era il perché non permettesse che il loro rapporto subisse una svolta. Era certa che lui l’amasse quanto lei; aveva cinquant’anni, era ancora bella, indipendente. Sentiva di avere diritto a una felicità che avrebbe appagato entrambi.
Invece accadde, come di consueto, che Andrea cavallerescamente le cedesse il posto.
“Prego, mia cara, dopo di lei. Spero di aver la fortuna di incontrarla anche domani”.
Mentre un cassiere annoiato passava gli articoli nel lettore di codice a barre, la spazientita cinquantenne pensava a come prendere, finalmente, l’iniziativa. Prese le sue sporte, salutò Andrea e si avviò verso casa. Lungo la strada, improvvisamente entrò dal tabaccaio e gli chiese col fiato corto per l’emozione “Le dispiace se lasciò qui la mia spesa? Ho dimenticato qualcosa di molto importante al super mercato…” Poi volò via come una rondine. Entrò nel negozio e lo vide alla cassa. In una mano teneva una confezione di tè dozzinale, nell’altra una carta azzurra, simile a una carta di credito, sulla quale ondeggiavano i colori della bandiera italiana.
Rimase impietrito, guardandola negli occhi senza dire nulla. Pagò il conto e ripose la carta nel portafogli.
A nulla valse lo sguardo di lei pieno d’amore.
Andò via senza salutarla, e non lo vide mai più.
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14. SCARPE
di Angela Ravetta e Laura Bevilacqua

“Posso prendere l’auto dello studio?”
“No, va’ in treno. E, ricordati, giacca e cravatta!”

I finestrini rigati di sporco sbattono nel vagone affollato. Cesare si pulisce la bocca con il fazzoletto e scuote via le briciole. Il caffé nella tazzina di plastica gli scotta le dita.
“Che razza di incarico – tutto questo viaggio in treno e poi un altro tratto di strada chissà dove.” Ma, in fondo, è il suo primo lavoro di fiducia. Non può lamentarsi.
La donna di fronte, scosciata, agita il ventaglio.
Scappano via le squallide periferie anarchiche, sbrecciate e caotiche. Le gallerie risucchiano i vagoni amplificandone il frastuono.
Sistema la piega dei calzoni e arrotola le maniche della camicia bianca. Le scarpe nere sono perfettamente lucide.

La stazione si avvicina tra campi verdi e, poi, ancora, palazzi scrostati con i panni stesi sulle terrazze e le tapparelle semi-abbassate.
Agguanta la valigetta e la giacca scura appesa al gancio. Un uomo dorme su una panchina di marmo. All’uscita l’aspetta un’auto con i finestrini oscurati. Sale rapidamente. Di tanto in tanto appaiono angusti rettangoli di orti coltivati macchiati di zolle rosse. A metà costa, muri diroccati e sventrati lasciano intravedere finestre buie dai vetri rotti. L’ultimo tratto è accecante.
L’auto percorre una via sterrata che prosegue dopo una curva secca accanto a tre altissimi pali della luce.
Una recinzione circonda la proprietà. Il cancello di ferro scivola sui binari. Cesare scende e si avvicina al portone. Le telecamere mobili gli puntano addosso il loro occhio rosso mentre un cagnetto zoppo gli annusa le scarpe tentando di pisciargli sui pantaloni. Lo allontana con cautela e si aggiusta il nodo della cravatta.

Con un ronzio impercettibile il portone si apre e lui entra in quella che sembra una casa padronale, ma il cui ultimo piano è ancora in lavorazione con parte dei muri alzati e i ferri del cemento armato che fuoriescono già arrugginiti. Il salone è in ombra.
A capo di una lunga tavola di quercia sta seduto un uomo massiccio di circa 50 anni con i capelli nerissimi. “Ah, è arrivato? Stavamo per andare a tavola, vuole mangiare con noi?”
“No, no, grazie, non si disturbi, preferisco finire in fretta, se non le dispiace.” Tira fuori dalla borsa le carte. “Ecco, una firma qui… e qui… e ancora qui.”
Il signor P., senza leggere, esegue con calma. “Fatemi prendere tutto quello che mi serve, anzi, quello che mi spetta. Non ho ancora ricevuto un euro!”
“Non si preoccupi, ci pensiamo noi”
Il padrone di casa solleva la testa: “C’è un’altra questione. Posso dire a Lei? Dica al suo capo di venirmi a trovare. Lui lo sa, io non posso venire in città” e, intanto, allunga una carta.
Il giovane avvocato la scorre rapidamente “E’ la Banca che chiede il rientro di tutti i soldi che le deve.”
“Che cosa possono fare?”
“Vedo che lei ha delle proprietà. Se non paga potrebbero chiederne il sequestro e mandare tutto all’asta”
L’uomo gli restituisce uno sguardo annoiato. Poi replica lentamente con un ampio gesto delle braccia: “Tutto questo non esiste, al catasto non appare neppure, è tutto abusivo, non c’è nulla”
Cesare comincia ad allarmarsi e risponde affrettatamente: “Mi dia la carta. Riferirò all’avvocato. Le telefonerà o verrà lui.”
Il signor P. riprende: “Ho un’altra causa. Con un altro avvocato.”
Il giovane sta ficcando nella borsa i fogli firmati “Mi dica…”
“Le mie due figlie sono state travolte da un’auto. Il responsabile è un pirata della strada rimasto sconosciuto. Non ho ancora preso manco un soldo”
“Riferirò. Mi scusi ma ho il treno…”
“Vada, vada…Mi farò vivo io. Sa la strada, vero?” Questi ragazzi, sempre di fretta. Non sanno stare al mondo.
L’avvocato esce dalla casa e si avvicina al cancello. Lo oltrepassa e si gira per vedere se qualcuno lo segue. Sopra c’è un cartello: “I cani mordono e gli uomini sparano”. Dovrò chiamare un taxi chissà se arriva in questo posto di merda.
Si asciuga il collo: sotto la giacca la camicia stropicciata è zuppa di sudore acre. Quel bastardo, mandarlo lì, da quel farabutto, senza uno straccio di spiegazione. E quelle morti; di sicuro un avvertimento. No, non vuole averci nulla a che fare. Che se la sbrighi lui. Coglione! Il cellulare vibra nella tasca della giacca.
“Hai fatto?”
“Sì, ho finito adesso. Tutto regolare….Ah, una cosa: il signor P. mi ha parlato anche di una pratica del Fondo vittime della strada. Un’auto impazzita gli ha ucciso le figlie.” Si accorge, nauseato, che, nonostante la rabbia e la paura di prima, vuole compiacere il suo capo, fargli vedere che gli procura nuovo lavoro, che può fidarsi di lui. Mentre parla si guarda intorno: radi cespugli verdi contendono la poca terra alla roccia, più in alto si raccolgono case affastellate, abbarbicate; poi il bagliore giallo di un campo di girasoli. Il blu brillante del cielo cancella dallo sguardo le nubi gonfie, si fa divorare, passa nella retina, rimane sospeso nell’angolo della pupilla. Guarda in basso. Le scarpe sono chiazzate di polvere e fango.

Il taxi appare subito dopo la curva.
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15. BELCASTRO DANIELE, TUBISTA
di Barbara Delfino e Dario D’Angelo

Sarebbe bastato non prenderla quella chiamata. Sarebbe bastato solo quello. E invece era andato. Belcastro Daniele, idraulico, pochi anni alla pensione dal lavoro imparato da ragazzino, quando, appena arrivato a Torino dalla Calabria, aveva iniziato poggiando scossaline.

Gran lavoratore Belcastro; piano piano s’era fatto la sua ditta e anche una nuova occasione era arrivata, quella al quartiere, consigliere per la Lega. Aveva raccolto solo tre voti però. Eppure gli avevano assicurato che ce l’avrebbe fatta, e poi tutti i clienti, il palazzo: la Debora, la Gabriella, il Gianni, la Samantha… Tre voti. Eppure in famiglia erano in quattro.
Bastardi, aveva pensato, ed era tornato subito a faticare, che a quello bastavano solo le sue mani.

Quelle di via Moretta sono negre. A saperlo neanche ci sarebbe andato. In due in una stanza con cucinino e doccia: una sui quaranta, l’altra sui dieci anni. Che schifo, una puttana bambina. Le guarda facendo il distratto, sono quasi nude. Sì, è Agosto. Fa caldo. Ma che c’entra. Scimmie, pensa. La tv è accesa col volume altissimo. Scimmie.

“Vieni, vieni, è la doccia. Niente pressione, guarda! Solo un filo d’acqua. Guarda!”
È già al lavoro. Analizza bene il soffione. Di solito basta svitare la cipolla e disincrostarla.
“Debbo smontare il pezzo dal muro” dice.
La donna lo guarda dubbiosa poi, prima di tornare davanti alla tv, bofonchia: “Sì, basta che tu non ci freghi”.
Belcastro di sicuro non ha sentito perché allora avrebbe risposto che lui non ha mai fregato nessuno, che lui è per la legge, per le ronde, mica cazzi. Prende dalla borsa gli attrezzi adatti. Devono essere le tubazioni vecchie, pensa. E lavora, ché quello gli hanno insegnato. E quando Belcastro Daniele lavora neanche le cannonate lo distraggono. Neanche quell’infittirsi di voci alle sue spalle, quelle urla. Non può girarsi ora. Ha quasi finito, l’entrata e l’uscita dei raccordi andavano bene, basta solo eliminare il calcare dalle vecchie tubazioni senza romperle.
“Puoi tenermi questo?” sente chiedere: si gira ed è tutto un gran casino.
“Non è possibile!” gli gridavano i poliziotti, e lui lì a difendersi, a dire che stava solo lavorando, che non aveva visto né sentito nulla. E no, che non sembrava possibile. Ma era la verità.

I giornali avevano tutti fatto il suo nome vicino ai titoloni: “Cliente assassino”, “Calabrese uccide prostitute di colore”, “La strage delle nigeriane”. La vicenda, il sangue: tutti sottolineavano il suo essere meridionale. E leghista. E idraulico.
Quattro mesi in carcere prima che si scoprisse la verità. Mesi d’inferno prima di scappare, di tornare giù, in Calabria.

“Puoi tenermi questo?”.
L’uomo gli porge con le mani inguantate un coltello. Non l’ha sentito entrare in bagno. Belcastro Daniele non ha la prontezza di guardargli il viso, fissa il rosso sulla lama. Instupidito dalla sorpresa afferra il manico, osserva incuriosito quel colore posarsi sui propri polpastrelli. Segue l’uomo correre via, si inchioda in soggiorno.
La donna è prona sul tavolo, le braccia allargate, le gambe flosce. La ragazzina affoga nel sangue, per terra, la gola squarciata. In tv c’è una vecchia candid camera.
Il coltello gli scivola dalle dita. Sente l’appiccicoso del sangue sul cellulare mentre chiama la polizia. Mentre si rende conto del gran casino.

Per chi provò ad indagare seriamente fu facile, in quei quattro mesi, scoprire di quel padre italiano. Uno che ogni tanto si faceva vedere quando la madre riusciva finalmente a trovarlo. Lo stesso che si faceva negare da quasi dieci anni. E lei, la madre, s’era dovuta arrangiare. La badante, le pulizie, un aiuto dalla parrocchia, ogni tanto, solo se era necessario.

Fu facile rintracciarlo, dall’elenco delle telefonate fatte. Poi l’uomo confessò. Tutto secondo copione. La decisione improvvisa. Il volersi liberare da quelle noie. Dieci anni di vita con sulle spalle una figlia negra. Gli amici e soprattutto la famiglia a martellarlo, a farlo sentire un reietto. La donna che di continuo lo cercava per soldi, per affetto. A ogni telefonata seguivano litigi con la moglie, quella bianca, quella ufficiale. L’ultima settimana era stata la scintilla. Lo aveva chiamato più di dieci volte al giorno per dirgli che non c’era acqua in doccia. Doveva darle i soldi per l’idraulico. E sua moglie che strillava, che cosa aveva fatto di male per sposare un puttaniere che andava con le negre.

Daniele Belcastro era stata una fortuna. Non sapeva fosse in casa a riparare la doccia. Se l’era trovato di fronte andando in bagno a lavare il coltello. Gli era andata bene. Per qualche mese.

Belcastro Daniele osserva i ragazzi lavorare nell’inverno calabrese. Sono quasi tutti di colore. Si gira verso la porta della stanza, prende la giacca ed esce di casa. Al cantiere chiede del mastro, parlottano. Domani comincerà come tubista. In nero.

aquattromani: 29

TOMAS, SENZ’ACCA

Benvenuto in questo mondo di merda. E benvenuto in quest’Italia del cazzo.
Tutti sorridono mentre ti prendo dalle braccia di tua madre per darti una lavata sommaria e già mi guardi con occhi accusatori. No, non ti voglio privare dell’amore che meriti. Sono solo poco più di un’infermiera, devo fare il mio mestiere. Tra poco tu, neonato, farai il tuo. Succhierai amore da quella donna per i prossimi
trent’anni, come minimo, e poco mancherà se toccherai i quaranta prima di andartene di casa.
Non è più come una volta.
La gente oggi non lavora, studia. La gente oggi non suda, compra condizionatori a tasso zero e case a mutuo agevolato. Lo sai cos’è un mutuo agevolato?
Tuo padre sorride, è sudato e stanco, manco t’avesse sparato fuori lui. Tua madre piange lacrime mute condite da un sorriso ebete, ma la capisco, povera ragazza.
Non avrà più di vent’anni, non ha un lavoro ma fuori dalla sala parto, proprio là dove si accalcano i parenti e gli amici con le macchinette digitali e i cellulari pronti allo scatto, c’è ad attenderla un set completo: carrozzina, fasciatoio e tutto il resto. Comprato a meno di mille euro, un affarone.
E ora che fai, piangi? Frigna, ragazzino, frigna. In fondo fai bene.
Sono convinta che già hai capito tutto, e non mi sento minimamente in colpa di averti parlato di mutui agevolati proprio nel tuo primo giorno di vita.
Sono una vecchia ostetrica lungimirante. Non ho mai avuto figli e, nello stesso tempo, ho partorito migliaia di volte.
Facendo una media di un neonato al giorno, in quasi trentasei anni di lavoro ho sentito il primo respiro di più di tredicimila persone.
Molti sono ormai adulti: guidano tram, consegnano posta, cantano in televisione, vendono droga o insegnano italiano.
Li incontro ogni giorno per strada. I nostri sguardi s’incrociano, magari sull’ascensore di questo stesso ospedale, senza la minima traccia di gratitudine o speranza.

É nato, non mi sembra ancora vero. Dopo tutti questi mesi, senza contare il pancione con l’estate più calda degli ultimi 200 anni, l’ho sentito dire ieri al tiggì.
Hanno detto anche di bere molto. A me non può che far bene, con tutta questa ritenzione idrica: Dio, che gambe che ho. Per non parlare della pancia: pensavo sparisse subito dopo e invece ho ancora un gonfiore…assolutamente antiestetico.
Non vedo l’ora di rimettermi in forma: dieta ferrea e palestra.
Ora posso andarci quando mi pare e non solo in pausa pranzo … Che bella invenzione la maternità!
A proposito, chissà se Andrea ha avvisato le ragazze del Corporesano Gim Club.
Basta un messaggino, anzi no, potrebbe mandargli un mms con la foto del nostro piccolo Thomas.
Appena torna glielo dico.
Chissà dov’é andato, vorrei proprio saperlo. Quando serve non si trova mai.
E il bambino, quella strega dell’ostetrica me l’ha levato dalle mani per lavarlo … D’accordo: era tutto sporco e non sarebbe venuto bene in foto, però con tutta la fatica che ho fatto poteva lasciarmelo ancora un po’.

Thomas t’ha voluto chiamare tua madre. Io gliel’ho detto che era una mezza cazzata, che poi la gente non sa mai dove mettere la H. Quasi quasi ti registro come Tomas, che ne dici nanetto? E poi le dico che si sono sbagliati quelli del Comune, facile che ci creda, fanno sempre casini quelli. Meno male che il ministro, come si chiama, quello piccolo, li ha messi tutti in riga.
Dovrebbe venire anche qua, quel ministro, a sistemare questo casino: altro che. Romeni, neri, cinesi, ecuadoriani, non é possibile che in questo reparto siano tutti di “loro”. Per carità, non sono mica razzista, ma ci nascono i bambini e questi extracomunitari non mi sembrano neanche tanto puliti. Specie i neri, c’hanno quell’odore…
La donna qua a fianco ne ha già due, di figli, dico. Uno se lo porta appeso dentro una fascia, poverino, si vede che lì nella jungla non usano i passeggini. Noi l’abbiamo preso la settimana scorsa, una sassata eh, però é lo stesso modello che usavano in quella fiction.
Potrei chiamare i ragazzi del bar, magari stasera si riesce pure a fare il calcetto, ché tanto Marta e tu ve ne state bravi bravi in ospedale.
Ciao bello, stammi bene.

Dio. Dio, non eravamo d’accordo così. Mi hai fregato. Non dovevo nascere in Svizzera? Italiani tamarri da bordo stadio e Centovetrine. Pazienza, dài. Lei sembra quasi una buona mamma, lui è un po’ coglione e un po’ razzista, ma può andare. Sono ancora giovani. C’è tempo per tirarli su. Anzi, già che ci sono, comincio
subito e stanotte gli pianto una di quelle cantate liriche da sveglia fino all’alba. Però la prossima volta, in Svizzera, ok? Ci conto.

aquattromani: 28

DA PADRE IN FIGLIO

Che se potessi chiudendo gli occhi tornare indietro, figlio mio, io vedrei ancora questa campagna come tu non la vedrai mai. Ed è questo che mi fa rabbia. Anche se io ora non la vedo, ho del mio passato un ricordo di qualcosa che tu non potrai mai avere. Adesso che ai padri e ai figli non si danno più le stesse possibilità non si danno nemmeno gli stessi ricordi che bene o male io, mio padre e mio nonno avevamo. Quello che sono la materia stessa dei ricordi: i sapori, i profumi ed i colori che la campagna qui a Mestre aveva.

Io vedo chiaro nei miei ricordi quelle icone che sono rimaste indelebili nella memoria collettiva di anni che non torneranno, come non torneranno neanche i nostri ma che sono convinto che chi li ha vissuti li rimpianga un po’ di più di quanto tu non rimpianga i tuoi, Giovanni.

Vedo ancora tua mamma con i suoi capelli rossi e ondulati. Anche se lei la vedo sempre, ogni momento, soprattutto quando vedo te. I tuoi capelli ed i tuoi occhi sono belli come i suoi.

Vedo la mia bicicletta con il freno davanti rotto e quello dietro allentato che mi costringeva a frenare sempre con le scarpe. Vedo le mie scarpe bucate sul tacco perché consumate. Vedo gli schiaffi di mio padre forti e a mano aperta. Mano da contadino, pesante come una bestemmia in chiesa.

Vedo le chiese sempre aperte, sempre con le stesse persone. Ora che mi concentro vedo anche la signora Antonietta sempre in ginocchio sull’altare della chiesa. E’ stata li per mesi immobile dopo che è morto suo marito e per anni non ha avuto altra vita oltre alla chiesa dove è morta da li a poco.

Vedo la mia prima macchina, era bianca. Mi ricordo, l’ammaccai la prima sera che la presi per uscire con gli amici. Contro un muretto. Mi ricordo che era un graffio da poco, un bollo che neanche si vedeva ma piansi per tutta la notte maledicendo il cielo e me stesso che, per quella macchina, avevo lavorato i campi per un anno intero dopo scuola.

Vedo il mio paese che sembrava non avere paura, nella sua immobilità era tranquillo. Non temeva di stare fermo perché questo in un certo senso lo proteggeva. Mentre il resto d’Italia tremava scosso dalla paura, dalla rabbia e dal fischio delle bombe noi qui stavamo fermi, immobili e zitti. Come se niente stesse succedendo. Permettendoci di vivere tranquilli, come piaceva a noi. I ricordi del mondo sono ricordi in bianco e nero della televisione, ricordo Berlinguer e Moro, ricordo Platinì e Bearzot.

Vedi, Giovanni quello che non ti posso dire di tutto questo è quello che sentivo in quei momenti alla tv. Quello che sentivo guardando tua madre o la mia macchina nuova. Il sapore del pane non te lo posso raccontare, i colori ed i profumi che non puoi neanche immaginare.

Questo è il mio di ricordo, ed ora dimmi tu cosa immagini invece del tuo futuro.
Il mio futuro, papa’? Non so vederlo, mi pare che i miei sogni siano solo enormi fantasie irrealizzabili.

Lavoro al supermercato d’estate e da Aldo alla carrozzeria d’inverno. Solo contratti a termine. O accetti o resti a casa. Sei ore al giorno di lavoro al market a sistemar scatoloni e se ti iscrivi al sindacato mica ti riprendono. Quindi niente tutela, ci si arrangia faticando sei ore al giorno per 900 euro al mese, e si confida nel favore del capo, che è lui che decide se resti o no. Sono un lavoratore a termine e mi pare che anche la mia felicita’ abbia la scadenza impressa sul retro.

C’ho le rate della macchina nuova da pagare, c’ho le rate del mutuo della casa. Cosa vedo nel mio futuro? Un sacco di debiti da pagare. Se Elena non lavorasse pure lei, il mio stipendio non basterebbe. Leggevo l’altro giorno sul giornale che la mia generazione è la prima che non ha un tenore di vita piu’ alto di quello dei padri. Ed è vero, papa’, te la passavi meglio tu. E quando sento i vecchi dire che una volta si stava meglio, do loro ragione. Non sono solo discorsi da nostalgici. No stavolta e’ proprio così.

Lo dice anche Aldo ogni volta che ci ritroviamo al bar a bere: i nostri genitori hanno avuto delle possibilita’ di cambiare la loro vita. Noi, no. Siamo una generazione precaria e di conseguenza la nostra vita è precaria. E pensare che Aldo è padrone di una carrozzeria ma teme di dover chiudere anche lui perchè i soldi non gli bastano. Mai.

Anche il pane, cavoli, il profumo del pane all’olio che mi comperavi quando ero piccolo – te lo ricordi? – adesso non c’è piu’. La spesa la faccio al supermercato dove lavoro, il pane che porto a casa è di produzione industriale. La frutta e la verdura arrivano dalla serra, e non san di niente. Li mangio e mi pare che la mia vita sia insapore. Anche Mestre non è piu’ la stessa. E’ una citta’ adesso e non sta mica ferma. Sembra immobile ma è un continuo movimento, di traffici. Migliaia di camion passano di qui ogni giorno, molti viaggiano pure vuoti perchè conviene. A chi? Non a noi che abitiamo a due passi dalla tangenziale e ci respiriamo ogni giorno le polveri sottili. Ma adesso non abbiamo neanche la possibilita’ di lamentarci. Perchè adesso la tangenziale è mezza vuota visto che hanno costruito un’altra autostrada, ancora piu’ grande che si è mangiata la campagna, quella dove tu andavi a lavorare per comperarti la tua prima macchina. Insomma tra citta’ e campagna oggi si e’ in democrazia, si sta male ovunque.

Mi dici, papa’, di raccontarti il mio futuro. Io vorrei meno asfalto e piu’ campagna, vorrei guardarmi attorno e ritrovare le tracce della mia infanzia, cancellate dalla corsa alle costruzioni. Vorrei lavorare con la possibilita’ di progredire senza umiliarmi, vorrei non esser schiavo dei soldi. Vorrei aver colori e sapori da raccontare a mio figlio.

Vorrei avere ricordi e non solo pensieri.

aquattromani: 27

SEMPRE LA SOLITA STORIA


Una precisazione: queste righe nascono dalla necessità di rispondere al vile attacco verso il Paese perpetuato a opera di Beppe Pazzinovi. Vorremmo dire, prima di tutto, che quanto affermato nelle sue recenti dichiarazioni non corrisponde minimamente a verità: non sono sussistite irregolarità e intimidazioni alla popolazione durante lo svolgimento delle ultime elezioni. Dunque Pazzinovi deve smetterla di chiederne la nullità e di ostinarsi, giorno dopo giorno, a minare la stabilità della Nazione accusando la classe dirigente del Governo di efferatezze e prepotenze a danno del popolo italiano. Sempre la solita storia. È infatti noto che Pazzinovi farcisce i suoi discorsi di menzogne utilizzando quella retorica comunista con cui sono soliti esprimersi i nemici dello Stato, coloro che operano per far precipitare l’Italia nell’anarchia e nella confusione. La verità è che il gruppo di sovversivi, di cui Pazzinovi fa parte, appoggia l’invasione del suolo nazionale a opera di torme di stranieri senza scrupoli, che cercano rifugio tra le nostre terre dopo essere stati ripudiati dalle loro, e vorrebbe far credere che i gruppi di Milizia volontaria per la sicurezza nazionale rappresentino un’usurpazione della libertà. Questo gruppuscolo di eversivi vorrebbe eguagliare in diritti, ma non in doveri, gli appartenenti a religioni destabilizzanti, incitando all’odio razziale verso gli italiani cristiani e cattolici, e si applica per infangare il nome e l’onore nonché la memoria del nostro Paese e della sua storia secolare. Per questo l’opposizione fomenta le infanganti dicerie sul Capo del Governo attribuendogli una condotta non corretta. Non vogliamo qui soffermarci sulle ridicole voci che questi signori e i loro amici della stampa estera stanno cercando di far circolare e che non sono degne di minima considerazione. È più importante ribadire che il cittadino italiano non deve e non può credere alle irresponsabili accuse lanciate contro le leggi approvate da questo Governo per la riforma elettorale, la sicurezza del Paese, la sua ripresa economica, lo sviluppo, l’apertura alla modernizzazione dei trasporti, del sistema sanitario, dell’istruzione, per la lotta alla malavita, all’anarchia. Pazzinovi, che osa definirsi “democratico e socialista”, continua a insinuare che il nostro Governo sarebbe capace di atti di violenza contro l’opposizione e contro i falsi testimoni assoldati da questa e lo accusa di orientare l’opinione pubblica per ottenerne il consenso manipolando i mezzi di comunicazione. Tutto questo proprio quando l’Italia, dopo anni di incertezza e di lotte intestine, si trova finalmente tra le salde mani di chi saprà traghettarla oltre le difficoltà economiche e politiche promuovendo la conciliazione delle forze sociali, finalizzata allo sviluppo della produzione, e ponendo ai vertici dei valori la Nazione e lo Stato. Ricordiamo che il Capo del Governo è stato scelto da una maggioranza schiacciante di italiani. Quando prese la decisione di scendere in campo fu indistintamente seguito, da nord a sud, come un nuovo unto del Signore da tutta la cittadinanza che aspettava una forza capace di prendere le redini di questa Nazione. Le opere già attuate dal Governo, che i suoi nemici accusano di essere atti fittizi di mera propaganda, stanno a testimonianza di quanto gli stia a cuore il benessere di tutti gli italiani. E quando gli oppositori affermano che il potenziamento delle nostre milizie implichi un desiderio guerrafondaio, mentono sapendo di mentire. Tale potenziamento, infatti, è solo preventivo. Ma la destabilizzazione del Paese non passa solo attraverso le accuse e le menzogne. Essa si manifesta anche nelle insane proposte di considerare uguali persone che vivono nell’illecito e nell’immoralità accusando proprio di ciò la nostra classe politica, sfruttando la virile prestanza e la naturale galanteria di chi ci rappresenta. Ma noi non ci stiamo. E l’indignazione che ci invade davanti a certi scritti, massicciamente distribuiti alla popolazione e che potrebbero farla cadere in errore, ci ha condotto a impugnare la penna per smascherare i nemici dello Stato. Primo fra tutti quel Pazzinovi che sia dagli scanni del Parlamento che dalle colonne dei fogliacci comunisti attenta alla dignità del Paese. Il deputato faccia attenzione alle persone con cui si accompagna. Riveda le sue posizioni prima di cadere vittima delle sue stesse malsane alleanze. Apra gli occhi e riconosca di essere stato strumentalizzato da forze estere che mirano al controllo del Paese. Personalmente non abbiamo nulla contro il deputato Pazzinovi che reputiamo vittima della propaganda sovversiva bolscevica. Di questi tempi, in cui l’Italia si sta rialzando dopo essere stata duramente colpita, è ancora più impellente la necessità di unire le nostre forze per ricostruire.


Onorevole Mario Farinata di Roma, membro della Federazione Nazionale Fascista, Responsabile delle Comunicazioni e della Propaganda, 6 giugno 1924

dunque

siamo a 26, ne mancano tre, di raccontiaquattromani.
– Sempre la solita storia.
– Da padre in figlio.
– Tomas senz’acca.

qualche cifra.
l’anno scorso i racconti furono 27.
due in più quest’anno.
Non so dire se i migliori di quest’anno son belli come i migliori dell’anno scorso, o viceversa. Ma quest’anno – credetemi – è migliorata la qualità. Non per altro: nella scorsa edizione non dico che feci degli editing, ma delle correzioni, anche laboriose, delle bozze sì. Quest’anno quasi nulla. L’anno scorso qualche bestialata la corressi.

Poi. Qualcuno temeva (giustamente) un calo di interesse dopo che i giurati han detto “via dalla pazza folla”.
Non è così. Oggi c’era il triplo dei visitatori di quando ho postato i primi racconti (io penso che Face sottragga, ma penso anche che Face abbia un effetto moltiplicatore), oggi c’erano gli stessi visitatori di quando, l’anno passato, postai “adesso si vota”.
Fu il giorno record di visitatori.

Poi.
Se mi sentissi all’altezza di valutare i racconti direi: Decido io chi sono i sei migliori, e se a qualcuno non va bene lo dica, che tolgo il racconto che mi ha mandato.
Certo, ho commentato, e ci mancherebbe, e ho pure partecipato, ma tenendo conto (anche) dei commenti poco lusinghieri che io e la mia socia abbiamo ricevuto, non mi metterei di sicuro tra i sei eletti.
Non faccio l’unico giurato anche perché non sono un esperto di racconti, come lo è invece la mia amica Barbara Garlaschelli, e soprattutto: non ho né tempo né voglia.

Finiti di postare i racconti dirò chi sono stati gli autori.
Le biografie e il metodo di lavoro verranno inseriti se la mia amica “t” avrà voglia e tempo di fare l’ebook come l’anno passato.
Altrimenti creerò una pagina con tutto: racconti e biografie.

aquattromani: 26

D.O.C. Denominazione di Origine Controllata

Quando vide l’indice tremante premere il grilletto, Amir ebbe il tempo di scegliere come ordinare gli eventi in quel famoso ‘istante’ prima di morire in cui tutta la vita ti passa davanti.
Si sorprese di come quella frase che aveva sentito ripetere centinaia di volte, buffa e inverosimile, fosse vera. Una frazione di secondo per rivivere trent’anni.

Rivide la propria sagoma oscura scivolare sul pavimento, lo stesso su cui ora si trovava disteso, e fermarsi a metà della stanza.
– Mi devi pagare! – erano state le sue parole.
Davanti a lui, chino su dei fogli, stava un ometto in maniche di camicia. Magrissimo e dal cipiglio testardo. Un fiotto di capelli sudati gli colava sulla fronte mettendo in mostra il cranio arrossato dal caldo. Contava a voce alta, torturando coi denti il fondo di una matita.
Quarantadue gradi, diceva un elegante ufficiale dell’aeronautica alla tv.
– Gaetano, mi devi pagare! – ripeté l’ombra nera, immobile.

Amir sapeva aspettare. Aveva imparato attraversando il Mediterraneo.
Erano partiti dalla Libia in duecento, stipati su una bagnarola di legni marci, carichi solo di disperazione, e il mare li aveva accolti in malo modo, come fosse stanco di sentire storie tutte uguali. Onde alte e corrente feroce, il vento che seccava ogni speranza.
Amir non riusciva a smettere di fissare gli sguardi terrorizzati dei compagni di viaggio e di pensare che non ce l’avrebbero mai fatta. Avevano tutti troppa paura. Ce n’era così tanta intorno che sarebbe bastata anche per lui, si era detto mentre stava aggrappato a vomitare la sua fame da una balaustra arrugginita. Allora aveva deciso che sarebbe stato meglio aspettare. Senza pensare a niente, facendo finta di non avere paura. Aspettare che il tempo cambiasse, che la barca arrivasse a destinazione o che qualcuno li soccorresse. Il terrore e le preghiere non servivano a nulla. Il mare, come l’uomo, non conosce pietà.
Così, infine, era successo che un pattugliatore della Marina Militare Italiana li aveva intercettati e scortati fino a un’isola grande come un morso di pane, dove erano stati curati e imprigionati e dove aveva nuovamente cominciato ad aspettare l’occasione buona per fuggire.
Gaetano era stata la sua salvezza. Gli aveva procurato un lavoro e un posto dove stare: un lavoro duro e mal pagato, la schiena rotta dalla fatica e un materasso marcio dove dormire. Ma almeno era di un passo più lontano dal luogo da cui fuggiva.

Nella stanza non si muoveva un refolo d’aria. Neanche gli insetti si azzardavano a entrare in quella fornace.
L’unico rumore era lo strisciare del lapis sulla carta, lo svolgersi delle cifre in colonna.
Quando Gaetano alzò lo sguardo dai suoi fogli, svelò un ghigno tagliente come quello di una iena. I bei tratti ancora si distinguevano dietro la maschera di rughe e sudore. Doveva essere stato un bel giovane, prima che le preoccupazioni dell’azienda agricola di famiglia lo facessero invecchiare e rinsecchire prematuramente, come accadeva ai suoi pomodori quando prendevano troppo sole e troppo caldo.
– Vediamo cosa posso fare per te – disse senza più distogliere lo sguardo dalle braci di Amir.
Al telegiornale, il Presidente della Repubblica annunciava avvilito che il pacchetto sicurezza diventava legge. La bandiera alle sue spalle sembrò sbiadire, come di vergogna.
Sul viso di Gaetano comparve un moto impercettibile di maligna soddisfazione, quindi estrasse qualche banconota dal cassetto, poche decine di euro, e porgendole disse con fastidio:
– Ecco quanto ti spetta.
Amir gettò uno sguardo ai soldi ma non li raccolse.
– Non sono abbastanza. Non è quello che mi hai dato la scorsa settimana.
– Eh, ma la scorsa settimana era diverso.
– Io ho fatto lo stesso lavoro.
– Ma quando l’avevamo stabilito, tu non eri un criminale. Eri solo un negro – ghignò l’ometto.
Amir non capiva.
Non era un ladro. Aveva attraversato metà mondo alla ricerca di un modo per sopravvivere e ora lavorava. Sì, qualche pomodoro se l’era mangiato per vincere la sete di quelle giornate estenuanti di raccolta, ma non aveva mai rubato.
– E ora vattene se non vuoi che ti denunci – disse infine Gaetano, quasi ridendo. Finalmente quei negri non avrebbero più accampato pretese. Finalmente era libero di trattarli come meritavano.
Così aveva rimesso la mano nel cassetto, ma non per dargli gli altri soldi che gli spettavano.

Sul corpo di Amir il rosso del sangue si mischiava con quello dei pomodori.
Gaetano si aggiustò i capelli: non riusciva a spiegarsi come era potuto partire quel maledetto colpo. Teneva sempre la sicura inserita.

aquattromani: 25

PARADISO PERDUTO

Il sole non si è ancora alzato, dentro la fabbrica c’è buio pesto. Antonio continua a rigirarsi sulla branda senza riuscire a riprendere sonno. L’aria è immobile. Questi ultimi giorni di luglio sono tremendi.
“Sei sveglio?” chiede, con un filo di voce.
Corrado non risponde. Allora Antonio si alza sui gomiti e con l’accendino illumina il viso del compagno. Per alcuni secondi, ne osserva le palpebre chiuse, i movimenti degli occhi sotto la pelle.
Più tardi mi racconterà le meraviglie con Maria, pensa, ormai posso vederne anche i sogni.
Poi, cercando di non fare rumore, si mette dritto e si dirige a tentoni verso il reparto tessitura. Va a sbattere su un telaio, ma riesce, ugualmente, a trovare il fornellino da campo. Lo accende e ci sistema sopra la caffettiera che ha preparato la sera prima.
Sorride, Antonio, al pensiero della semplicità del suo amico.  Si conoscono da tanto di quel tempo che i venti giorni di occupazione hanno aggiunto ben poco alla loro amicizia. Hanno lavorato per quasi trent’anni in quella fabbrica, un telaio affianco all’altro. Negli ultimi tempi, con le macchine spente, hanno parlato un po’ di più, soprattutto la notte, sulle brande. Ma non si sono confidati niente di nuovo. Niente che già non sapessero l’uno dell’altro.

Il caffè viene su con un gorgoglìo più forte del solito. Anche il profumo sembra più intenso. L’oscurità e la quiete amplificano i sensi.
Dopo aver vuotato la tazzina, Antonio si arrotola una sigaretta e con la prima aspirata guarda verso una vetrata del capannone. Un raggio di luce comincia a filtrare.
“Potevi aspettarmi!”.
La voce di Corrado lo coglie di sorpresa.
“E’ ancora caldo, ma se vuoi lo rifaccio”.
“Va bene così”.
“Ci metto un minuto”.
“No, è meglio che mi risvegli subito”.
Antonio rimane in silenzio, finché il compagno non consuma tutta la sua dose di caffè.
“Non c’era Maria anche stanotte? Non siete andati a rotolarvi vicino al fiume?”.
“No” risponde in un grugnito. “Non ho sognato niente. Non mi ricordo niente”.
C’è una luce scura al fondo degli occhi di Corrado che guardano un punto lontano.
“Anche Maria mi ha lasciato…”
Lo sguardo è un sorriso amaro verso Antonio.
“Ma che ti metti a pensare… hai solo dormito male”.
“Non so. Quel niente mi spaventa”.
“Ma se a te non ha mai fatto paura nulla. Su, dai, mettiamoci al lavoro. Dobbiamo preparare l’assemblea. Vengono anche i responsabili regionali del sindacato. Ripartiremo con la produzione, andremo in autogestione. Questa volta, vedrai che qualcosa succede”.
Corrado si stringe nelle spalle e scuote leggermente testa, come a voler dire che la presenza dei capi non è affatto una garanzia. Ma non dice niente, non vuole svilire l’ottimismo dell’altro.
Antonio capisce. Lo commuove il riguardo del compagno.
Rimangono così, ognuno immerso nei propri pensieri, riordinando l’angolo di reparto che hanno adibito a cucina e, per tutto il tempo, non si scambiano una parola.
Finché Antonio non decide che è il momento di allestire lo spazio per la riunione.
Nel salone della filatura hanno costruito un palchetto con le casse di legno che servono al trasporto delle rocche. Vi sistemano sopra un tavolo, un megafono e quattro sedie per i relatori. Corrado srotola uno striscione di tela e lo stende per terra. Con un pennarello dà un ultimo ritocco alla scritta.
“E’ una bella frase” dice Antonio.
“Me l’ha suggerita Andrea, il delegato giovane. E’uno in gamba”.
“Sì, è il migliore”.
“Avercene”.

Quando finiscono di attaccare anche l’ultimo lembo di stoffa alla parete, scendono dalle sedie con cauta agilità. Entrambi affondano le mani nelle tasche dei pantaloni e controllano che tutto sia a posto.
“Va bene, mi sembra”.
“Sì, manca solo una bottiglia d’acqua, la mettiamo quando arrivano”.

“Stanno arrivando, ascolta…”.
Un rumore di motori giunge dalla strada, ancora in lontananza. Quando si fa più vicino, Antonio stringe per un polso Corrado.
“Ci siamo”.
Lo sguardo di Corrado è limpido, adesso. Gli occhi, in quel volto antico, sembrano quelli di un ragazzino. Si abbracciano, come due amici che si stanno salutando alla stazione.
Alle otto e cinque minuti, la prima ruspa spinge la benna contro la parete del lato nord. Le altre si accaniscono sul tetto di uno dei capannoni.

E’ pomeriggio inoltrato, quando l’ispettore Rondoni arriva sul posto. Un sole cocente riverbera sbieco sulle macerie della vecchia Texal, la fabbrica chiusa da anni che lascerà finalmente il posto al nuovo centro commerciale. Sporco di polvere e accaldato, arriva a fatica vicino ai corpi senza vita. La Scientifica ha già terminato i rilievi. Rondoni si chiede come mai due persone anziane siano venute propri lì e abbiano scelto quello strano modo di farla finita. Pensa alla depressione, alla solitudine che diventa insopportabile con l’avanzare degli anni, a chissà che gli sarà passato per la testa.

A quello striscione rosso, che parla di operai e di paradiso, non ci vuole proprio pensare. E’ una frase senza senso, una sfida inutile, con il caldo che fa.

Piccolo aggiornamento

Aitan, dunque, non fa più parte della giuria: ha commentato in itinere; anche se non stava scritto da nessuna parte che non dovesse (avete presente il Premio della Giuria di Sanremo?… nessuno chiede di non fare commenti, prima) è stato deciso, da pochi ma è stato deciso, che c’era un vizio di forma.
Allora: se le regole valgono per tutti, e le regole dovrebbero valere per tutti, anche chi ha partecipato, e aveva diritto a esprimere un voto, non avrebbe dovuto commentare.
Poi, altra novità. Diciamo per solidarietà con Aitan, ma non solo, Stefania Mola non fa più parte della giuria.
Resterebbe Gloria Pozzo: e non mi pare il caso.
A questo punto, per me, il gioco finisce così: posto i restanti racconti, alla fine faccio un elenco con titolo e autori, e basta.
Contattare altri giurati, cercare nuove soluzioni?
Devo lavorare fino a martedì, poi da martedì sono in ferie per 12 giorni, vado in Salento. E il pc, certo, me lo porto dietro, ma per la posta elettronica, e post veloci, al mattino. Ho sei libri da leggere, in Salento, e un’ora al giorno (di notte) la dedicherò alla rilettura di un mio manoscritto.
Così è (se vi pare), perché così è andata.
Buona giornata

aquattromani: 24

PASSAGGIO EPOCALE

Seduto sulla tazza del cesso mi arrivano dalla stanza a fianco i toni sempre più alti della voce del Bravo Presentatore. E me li vedo, mio padre, mia madre, i loro amici coi  figli, raccolti intorno al caminetto elettronico.
Sulla parete, a due spanne dal mio naso, seguo con lo sguardo ogni venatura del legno perdersi in circonvoluzioni, fino ad implodere nel buio di un nodo. Così i miei pensieri. Una volta no, una volta le feste, qualsiasi festa, erano la mia festa. Tutto aveva un senso compiuto. Quando mangiare il pollo allo spiedo e le meringhe alla panna, guardare in TV Carloconti ed Antonellaclerici, ricevere i regali, qualsiasi regalo, era tutto ciò che potevo desiderare.
Mi alzo, trascinando la gamba sinistra, intorpidita per la posizione ed avvicino il termosifone elettrico, affinché riscaldi me e, magari, anche questa schifosa serata. Perché io, di tanti anni passati, ricordo solo feste bellissime. Ricordo che riuscivo a desiderare intensamente un certo tipo di modellino Supercar o una particolare confezione di Gormiti fino a ritrovarmeli di fronte il giorno del compleanno. Non ricordo però quando tutto ha iniziato a cambiare. So soltanto che tutti hanno sempre più spesso sbagliato i regali con me, e poi, io non sono più capace di desiderare intensamente qualcosa.
In questo momento potrei, forse, desiderare di essere inghiottito dal turbine dello sciacquone ed essere trasportato a qualche centinaio di chilometri da qui. Qui, dove, nella stanza a fianco, il sonoro del televisore ha raggiunto il suo apice di starnazzamenti e nonostante ciò è sovrastato a tratti dalla voce di mia madre che invoca il mio nome:
– ALESSIO! E’ quasi mezzanotte!
E me li vedo quelli di la’. I timpani oramai perforati da qualche centinaio di decibel, prodotti, in barba alle leggi della fisica, dall’unico altoparlantino da dieci Watt del portatile, che distorce la voce, ormai inutile, di Amadeus. Me li vedo, gli sguardi inebetiti, puntati sull’orologio in sovrimpressione che scandisce il passaggio epocale dal nulla del 2008 al niente del 2009 ed i calici ancora vuoti, ma pronti, nelle mani destre, meno uno, speranzoso, nella mano sinistra di mio padre: il mio.
Qualcuno bussa alla porta. Sentendomi braccato, apro e scavalco la finestra, risalgo la scala esterna dello chalet e rientro dalla finestra della mia camera, dimenticata aperta. Dentro la temperatura, ma finalmente anche il silenzio, si avvicinano a quelli del bosco di fronte a casa.
Cazzo quanto aveva ragione il Bollo a dirmi che una settimana in montagna coi miei mi avrebbe sfrantumato i gemelli e che senza le sue pastigliette miracolose mi sarei trasformato in uno yeti, o diceva uno zombie, insomma in una specie di zombie delle nevi. Recupero le magiche in fondo allo zaino e mi calo uno Scoop mentre mi collego col PC, che in questo inutile paese almeno la chiavetta prende.
Sul monitor l’immagine della farfalla gialla sta roteando attorno ad un asse virtuale e le serie alfanumeriche che la circondano fanno il loro lavoro ipnogeno. Entro nel sito dove potrò ritrovare Elsita con un avatar di tutto rispetto: per il nostro incontro mi presenterò con un magnifico paio di morbide ali blu notte, che mi avvolgono dalle spalle alle caviglie. Chiedo al computer di trovare la sua essenza all’interno del sito, con il comando /whereis Fata_ArtElsa lanciato attraverso il motore di ricerca. Questa volta viene individuata e subito chiedo una conversazione privata con lei. Elsita mi appare come l’ultima volta, circondata come me da un paio di ali che danno l’impressione di due teli di seta gialla. Quanto mi sei mancata. Elsita mi riconosce subito, un sorriso le addolcisce il volto. Quante volte ti ho cercata. Ma non ci diciamo niente, finchè dopo aver volteggiato random un tempo indefinito, le nostre proiezioni virtuali riescono a baciarsi.
Solo pochi secondi ed avverto un cambiamento, dentro di me. L’immagine dell’avatar lentamente si sfoca, assieme alla proiezione visiva di tutto ciò che lo circonda. Le immagini si sgranano, si confondono, con i pixel che si riducono di numero, ingrandendosi. Ma non è solo la vista a tradirmi, in questo momento. Un larsen mi tappa le orecchie e tutto comincia a girarmi intorno. Mi sento stanchissimo, ora. Sarebbe così bello dormire un poco.
Invece qualche fottutissimo essere umano si affaccia nella stanza:
– Alessio sei qui? Stai bene?
– E’ nel letto, si deve essere addormentato davanti al computer.
Benissimo, mia madre si è trascinata su la madre di Giulia. Giusto un po’ di sputtanamento per iniziare bene l’anno.
– Il mio bambino. Non si è neanche goduto i fuochi d’artificio.
– L’anno scorso si erano divertiti così tanto con Giulia e con gli altri.
– E’ da ottobre, da quando va al liceo che si è chiuso così. Sarà una cotta.
– Dai, lasciamolo dormire, andiamo giù che chiedo qualcosa a Giulia.
Apro di scatto un occhio dietro al gomito e incrocio il suo sguardo, che diventa quello di chi ha appena visto un marziano.
Sarebbe cosi bello dormire un poco.

convinto

Giusto, mi avete convinto. Aitan non fa parte della giuria perché camminfacendo ha commentato.
Istanza accolta: c’è un vizio di forma.
Chi fino a oggi ha commentato non vota.
Chi vota?
Io continuo a postare, diventare scemo per i raccontiaquattromani no.

Qualcuno mi chiedesse, Qual è il tuo romanzo preferito?, penso che chiederei, almeno, dieci giorni per rifletterci un po’ su.
Sul racconto più bello, invece, non ho dubbi: Il pescatore e la sua anima, di Oscar Wilde. Letto e riletto e riletto.

la giuria

Gaetano “Aitan” Vergara (www.aitanblog.splinder.com), insegnante di spagnolo, un tempo animatore teatrale, scrive, disegna e suona vari strumenti per diletto. Si occupa anche di nuove tecnologie per alunni e docenti delle scuole di Stato.

Gloria Pozzo, giornalista (La Stampa) è soprattutto una lettrice. E’ stata editor di una grande casa editrice, ha collaborato con un’agenzia letteraria.

Stefania Mola (Squlibri – Leggo per trovare domande) è blogger ed editor. In rete ha recensito centinaia di libri e collaborato con diversi siti, letterari, storici, artistici. Lavora nell’editoria, vive di libri insomma.

Ecco i tre giurati. Ognuno di loro darà 6 voti al miglior racconto, 5 al secondo, 4 al terzo, 3 al quarto, 2 al quinto, 1 al sesto.
Nessuno di loro sa chi sono gli autori dei racconti.
Tutti i partecipanti, se lo vorranno, potranno dare 1 voto al miglior racconto.
Il voto sarà espresso pubblicamente, qui, nei commenti.
Il giorno 30, alle ore 21, scade il termine per partecipare. Ma il giorno 30 potrebbe essere che io abbia ancora dei racconti da postare, e quindi comunicherò per tempo quando votare.
A uno dei giurati (Aitan), che parte ad agosto, farò leggere prima, per posta elettronica, gli eventuali raccontiaquattromani in coda. Se non potrà intervenire nei commenti, ripoterò io i suoi voti.
Torno a ripetere: è un gioco serio, ma non prendiamolo troppo sul serio.
Libertà di giudizio, va bene, ma con garbo, se potete.
Grazie.

Racconto epocale
Da padre in figlio
Sempre la solita storia
Un racconto di cui non ho il titolo
Queste è quanto bolle in pentola: ho, per caso, dimenticato qualcuno?