aquattromani: 28

DA PADRE IN FIGLIO

Che se potessi chiudendo gli occhi tornare indietro, figlio mio, io vedrei ancora questa campagna come tu non la vedrai mai. Ed è questo che mi fa rabbia. Anche se io ora non la vedo, ho del mio passato un ricordo di qualcosa che tu non potrai mai avere. Adesso che ai padri e ai figli non si danno più le stesse possibilità non si danno nemmeno gli stessi ricordi che bene o male io, mio padre e mio nonno avevamo. Quello che sono la materia stessa dei ricordi: i sapori, i profumi ed i colori che la campagna qui a Mestre aveva.

Io vedo chiaro nei miei ricordi quelle icone che sono rimaste indelebili nella memoria collettiva di anni che non torneranno, come non torneranno neanche i nostri ma che sono convinto che chi li ha vissuti li rimpianga un po’ di più di quanto tu non rimpianga i tuoi, Giovanni.

Vedo ancora tua mamma con i suoi capelli rossi e ondulati. Anche se lei la vedo sempre, ogni momento, soprattutto quando vedo te. I tuoi capelli ed i tuoi occhi sono belli come i suoi.

Vedo la mia bicicletta con il freno davanti rotto e quello dietro allentato che mi costringeva a frenare sempre con le scarpe. Vedo le mie scarpe bucate sul tacco perché consumate. Vedo gli schiaffi di mio padre forti e a mano aperta. Mano da contadino, pesante come una bestemmia in chiesa.

Vedo le chiese sempre aperte, sempre con le stesse persone. Ora che mi concentro vedo anche la signora Antonietta sempre in ginocchio sull’altare della chiesa. E’ stata li per mesi immobile dopo che è morto suo marito e per anni non ha avuto altra vita oltre alla chiesa dove è morta da li a poco.

Vedo la mia prima macchina, era bianca. Mi ricordo, l’ammaccai la prima sera che la presi per uscire con gli amici. Contro un muretto. Mi ricordo che era un graffio da poco, un bollo che neanche si vedeva ma piansi per tutta la notte maledicendo il cielo e me stesso che, per quella macchina, avevo lavorato i campi per un anno intero dopo scuola.

Vedo il mio paese che sembrava non avere paura, nella sua immobilità era tranquillo. Non temeva di stare fermo perché questo in un certo senso lo proteggeva. Mentre il resto d’Italia tremava scosso dalla paura, dalla rabbia e dal fischio delle bombe noi qui stavamo fermi, immobili e zitti. Come se niente stesse succedendo. Permettendoci di vivere tranquilli, come piaceva a noi. I ricordi del mondo sono ricordi in bianco e nero della televisione, ricordo Berlinguer e Moro, ricordo Platinì e Bearzot.

Vedi, Giovanni quello che non ti posso dire di tutto questo è quello che sentivo in quei momenti alla tv. Quello che sentivo guardando tua madre o la mia macchina nuova. Il sapore del pane non te lo posso raccontare, i colori ed i profumi che non puoi neanche immaginare.

Questo è il mio di ricordo, ed ora dimmi tu cosa immagini invece del tuo futuro.
Il mio futuro, papa’? Non so vederlo, mi pare che i miei sogni siano solo enormi fantasie irrealizzabili.

Lavoro al supermercato d’estate e da Aldo alla carrozzeria d’inverno. Solo contratti a termine. O accetti o resti a casa. Sei ore al giorno di lavoro al market a sistemar scatoloni e se ti iscrivi al sindacato mica ti riprendono. Quindi niente tutela, ci si arrangia faticando sei ore al giorno per 900 euro al mese, e si confida nel favore del capo, che è lui che decide se resti o no. Sono un lavoratore a termine e mi pare che anche la mia felicita’ abbia la scadenza impressa sul retro.

C’ho le rate della macchina nuova da pagare, c’ho le rate del mutuo della casa. Cosa vedo nel mio futuro? Un sacco di debiti da pagare. Se Elena non lavorasse pure lei, il mio stipendio non basterebbe. Leggevo l’altro giorno sul giornale che la mia generazione è la prima che non ha un tenore di vita piu’ alto di quello dei padri. Ed è vero, papa’, te la passavi meglio tu. E quando sento i vecchi dire che una volta si stava meglio, do loro ragione. Non sono solo discorsi da nostalgici. No stavolta e’ proprio così.

Lo dice anche Aldo ogni volta che ci ritroviamo al bar a bere: i nostri genitori hanno avuto delle possibilita’ di cambiare la loro vita. Noi, no. Siamo una generazione precaria e di conseguenza la nostra vita è precaria. E pensare che Aldo è padrone di una carrozzeria ma teme di dover chiudere anche lui perchè i soldi non gli bastano. Mai.

Anche il pane, cavoli, il profumo del pane all’olio che mi comperavi quando ero piccolo – te lo ricordi? – adesso non c’è piu’. La spesa la faccio al supermercato dove lavoro, il pane che porto a casa è di produzione industriale. La frutta e la verdura arrivano dalla serra, e non san di niente. Li mangio e mi pare che la mia vita sia insapore. Anche Mestre non è piu’ la stessa. E’ una citta’ adesso e non sta mica ferma. Sembra immobile ma è un continuo movimento, di traffici. Migliaia di camion passano di qui ogni giorno, molti viaggiano pure vuoti perchè conviene. A chi? Non a noi che abitiamo a due passi dalla tangenziale e ci respiriamo ogni giorno le polveri sottili. Ma adesso non abbiamo neanche la possibilita’ di lamentarci. Perchè adesso la tangenziale è mezza vuota visto che hanno costruito un’altra autostrada, ancora piu’ grande che si è mangiata la campagna, quella dove tu andavi a lavorare per comperarti la tua prima macchina. Insomma tra citta’ e campagna oggi si e’ in democrazia, si sta male ovunque.

Mi dici, papa’, di raccontarti il mio futuro. Io vorrei meno asfalto e piu’ campagna, vorrei guardarmi attorno e ritrovare le tracce della mia infanzia, cancellate dalla corsa alle costruzioni. Vorrei lavorare con la possibilita’ di progredire senza umiliarmi, vorrei non esser schiavo dei soldi. Vorrei aver colori e sapori da raccontare a mio figlio.

Vorrei avere ricordi e non solo pensieri.

26 pensieri su “aquattromani: 28

  1. Socia Cristina: certo che ci si deve aiutare. Io cederei il mio posto subito, da ieri, se mi lasciassero andare in pensione con 35 anni di servizio, mica sono pochi. Invece io dovrò andare avanti anche trascinando i piedi ed i cavalli a trottare inutilmente in tondo. Vale a maggior ragione per i lavori manuali. Certi pover’uomini che rischiano d’essere segati a metà dall’ernia del disco, durante un’attività artigianale…e certi bestioni muscolosi nullafacenti in giro che l’unica fatica fisica che fanno è il calcetto.
    Un lavoro manuale però è disdicevole.
    “Ciò il diploma, la licenza liceale…”

  2. Bello. C’è il confronto tra passato e presente. Mi piace, come pure mi piace leggere i commenti tra chi giustifica i giovani (ho 46 anni, sono precaria, sono tornata a vivere con mamma, ergo appartengo di diritto alla categoria bamboccioni?) e chi invece li vede come deboli troppo facili alla resa. Penso che essere giovani oggi (ma giovani sul serio, 20 anni o giù di lì), sia immensamente più difficile di quanto lo fosse per la precedente generazione che, per lo meno, aveva ben chiari ruoli e progetti per il futuro.

    I miei preferiti quindi si aggiornano:

    1) Paradiso perduto (la classe operaia non va mai in paradiso, ma si suicida sotto le ruspe del centro commerciale)
    2) Passaggio epocale (una buona fotografia di come siamo oggi)
    3)Miracolo italiano (l’Italia del GF e degli incidenti sul lavoro coniugata con originalità)
    4) Davvero. Nel sogno (il titolo ci azzecca poco, ma il racconto è una telecronaca appassionante)
    5) Da padre in figlio (com’è cambiata l’Italia in una generazione)
    6) 2 Italians (scontro barbone-spocchioso, vince lo spocchioso ma non è così che va il mondo?)

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