i tempi della scrittura e una domanda

L’ultimo libro l’ho scritto in venti giorni. Di notte da mezzanotte alle cinque, con pause caffè, o qualcosa da mettere sotto i denti per star sveglio, e interruzioni dovute al cane che abbaia e al gatto che chiede i croccantini, e poi la domenica e il martedì mattina, che non lavoro.
La prima notte, iniziai che saranno state le 23 e finii dopo le 5, scrissi qualcosa come 50mila battute.
Poi sono cominciate le revisioni.
Bene, domenica ho impegato almeno otto ore per rivedere una ventina di righe.

Claudio Arzani ha scritto una recensione su La donna. Grazie Claudio.
Ho ricevuto un bel po’ di mail, dopo il booktrailer realizzato da Sandra Ladipazz. Molti chiedono del libro. Purtroppo o per fortuna le 5mila e passa copie sono state vendute, sembra.
Poi. Devo rispondere a un’intervista, domande che Anfiosso mi ha mandato per posta elettronica. Solitamente rispondo di getto, senza pensare, scrivo come se stessi parlando. L’ho fatto anche stavolta, ma non mi sono piacuto, mi sono bocciato insomma. Tra oggi e domani riprovo.
E comunque: Anfiosso ha intervistato me e io spero di ricambiare, un giorno. Perché sarebbe lui quello da intervistare, credetemi.

Una domanda, ora. Dovrei scriverci un post, prima, ma non ne ho né il tempo né la voglia.
Quante volte avete comperato un libro di un autore sconosciuto basandovi solo sulla copertina e sul titolo?
Io ci devo pensare.
E buona giornata

righe di rabbia

Ho nella mente pensieri e parole, tanti.
Sulla politica, sull’Italia.
Vorrei scrivere un post, forse il più lungo. Partendo da Berlusconi, e da questa repubblica delle veline.
Taglio corto, scrivo due righe, poi stacco il pc e torno tra ore.
E domando.
Dal dopo guerra a oggi quando mai abbiamo avuto come riferimento non dico un governo, dico un gruppo politico di una certa consistenza, parlamentare, che si sia battuto per:
– più sicurezza nei luoghi di lavoro (perché mentre l’Italia ride di ministre varie, la gente continua a morire nei cantieri)
– una giustizia più giusta (perché mentre si dibatte sulle intercettazioni telefoniche c’è sempre, anche, un’italia piccina e indifesa che sbatte il naso contro un sistema giuridico lento, e che si bada poco o punto dei poveracci)
– una lotta vera e seria, soprattutto culturale, a mafia e camorra e ‘ndrangheta (qui, gruppi di parlamentari attenti, per la verità, ce ne sono stati)
– un’attenzione – vera – all’aria che respiriamo e all’acqua che beviamo (e qui mi fermo e penso al vecchio Pci, nuclearista, e al nuovo Pdl, nuclearista)
– una lotta, serrata e vera, alla lottizzazione, che è il grande cancro italiano: dai vescovi ai parlamentari dei vecchi partiti della sinistra, si sono divisi l’Italia dagli anni Settanta, e oggi questa storia continua.
E questo si collega all’ultimo punto
– una sanità che sappia curare e soprattutto rispettare anche chi soffre e non ha soldi

mi fermo, perché son righe di rabbia, queste.
non ci fosse Berlusconi ci sarebbe comunque l’Italia.
sto cercando di ricordare un’Italia che mi sia piaciuta, ma trovo solo immagini di gente semplice o persone indignate.
o – peggio – rassegnate.

una soddisfazione, almeno

Un breve cenno, qui, sulla mia vicenda giudiziaria. In questo blog e nel primo (Appunti) ho sempre parlato poco del mio lavoro di giornalista di provincia.
Spesso, ho voglia di mollare, fare altro.
Lo raccontavo stamattina a un’amica, che lavora per una casa editrice.
E perché non lasci questa città?, mi ha chiesto.
Penso ai miei vecchi, hanno 82 anni, ci resterebbero male, abbiamo più o meno tutti quanti dei vincoli.
E il giornale, davvero potresti dare le dimissioni?
A volte le ho minacciate, e l’ho pure scritto.
E perché, poi, non lo hai fatto?
Perché i miei editori, fino a oggi, magari mi han fatto girare le scatole ma non si sono mai intromessi nelle scelte editoriali, e poi…
E poi?, mi ha domandato.

Le ho raccontato una cosa, io, a questa mia amica.
Due, tre giorni prima di Natale di tre anni fa. In redazione vengono i membri del consiglio di amministrazione, si fa così tutti gli anni. Vengono per il solito (e formale) brindisi.
Mentre si taglia il panettone e si dicono le solite cose che si dicono a Natale, una “mia” giornalista, una che parla con contagocce, si gira verso di me e mi dice, Ma tu ti sei reso conto del regalo che ti abbiamo fatto?
Io penso: sarò rincoglionito ma non ho ricevuto regali, e quindi taccio, e quindi le dico: Scusa, ma di che regalo parli?
E lei: sei direttore da un anno e mezzo e noi (il “noi” sta per sette giornalisti, una segretaria e tre grafiche) in quest’anno e mezzo non abbiamo mai fatto un giorno di malattia.
Son soddisfazioni, queste, che almeno un po’ ripagano dei bocconi amari.
Perché non è bello, oggi, fare il giornalista in Italia. Oddio, mica è colpa di Berlusconi: qui la stampa è stata sempre troppo servile. O almeno: questa era la mia impressione quando stavo dall’altro parte: quella del lettore.

Alò Barone

Volli farmi un regalo, quando mi laureai. Un cane.
Mai regalo è stato così azzeccato.
Lo presi a Cortona nell’agosto del 1991. Sopra la mia testa, quando scrivo, c’è l’immagine sua, un segugio impuro di un mese, tra le braccia di mia figlia, Sonia, che allora aveva undici anni.
Non era di razza ma era come se lo fosse: sua madre Lula attaccava i cinghiali, senza timore.

Così, per anni, tra le nebbie di Vercelli, io e questo cane, ribelle e testone, ci siam fatti chilometri. Soprattutto al fiume Sesia. Lui annusava, sembrava un cane da tartufo, oppure nuotava, correva avanti e indietro e io, che avevo sempre da fare, ovvio, cose di giornale, tornei di bowling, poi lettura e scrittura, gli dicevo sempre (in cortonese) Alò Barone.
Andiamo Barone, insomma, che ho cose da fare, io, importanti.
Lui, testardo, se era al guinzaglio, tirava nella direzione opposta alla direzione di casa, se invece eravamo al fiume ed era libero mi abbaiava, come a dire, col cavolo che vengo.
Vado ancora al fiume e, nonostante i miei sforzi, non riesco, mentre ascolto il rumore dell’acqua che passa, a ricordare le cose importanti che avevo da fare. Risento la mia voce, però, Alò Barone.

tutti chiusi in tante celle

Dal momento che non ho un dio, né una fede, né troppe certezze, tutt’altro, da un certo giorno della mia vita ho trovato nel pensiero della morte il pensiero guida. La più grande fregatura della nostra esistenza è il tempo che va.
Sono cresciuto a pane e olio del mio paese (Cortona) e canzoni di De André, ma, in assoluto, la canzone che preferisco è di Francesco Guccini: La canzone della bambina portoghese.
Ci sono due passaggi, che sento come miei.
Quello sul tempo

Ti accorgerai
che una sera o una stagione
son come lampi
luci accese e dopo spente

quello sulle certezze degli uomini

Tutti chiusi in tante celle
fanno a chi parla più forte
per non dir che stelle e morte
fan paura

Se non avessi vissuto, ogni minuto, sempre, col pensiero del tempo che va sarei qualcosa che non vorrei essere, anche se, certo, la mia vita sarebbe meno incasinata.
Ho un unico grande dispiacere: di aver fatto piangere qualcuno, a volte.
Ho da fare per un paio di giorni, ora. Incombe questa cosa qua.
Ho cose da raccontare, presto. Spero novità: sul mio primo libro-fantasma, Il quaderno delle voci rubate (dove il tempo che va e le certezze urlate ma che poi si sgretolano come argilla ci sono, certo).
E buone cose a tutti

voci rubate al bar

Due giorni fa. Per andare al giornale faccio il percorso breve, sette minuti a passo sostenuto, dieci se vado a rilento, più le tre pause: caffè, sigari e sigarette, pezzo di pizza per il pranzo.
Entro nel bar.
E’ nuovo. Lo ha rilevato una ragazza siciliana, viene da Torino. Si dà un gran da fare, è gentile. Parla con i clienti ma – grande dote – solo quando capisce che sono loro che han bisogno di parlare, altrimenti saluta, e basta.
Mi fa il caffè, lo bevo, do un’occhiata al giornale concorrente (La Stampa) ma non posso fare a meno di sentire quello che la giovane proprietaria sta raccontando a una donna, al banco.
Siamo in quattro, in tutto. Proprietaria, donna che ascolta, io, un ragazzo (forse il ragazzo della proprietaria, lo vedo spesso lì) al tavolo che legge Tuttosport.
Alla donna, la proprietaria sta raccontando di un gatto, Stanotte mi ha morsicato, dice.
Storie di gatti, io del mio preferisco non dire, che fa sempre casini.
Ma mentre pago, e mentre pago la giovane proprietaria prende l’euro, mi dà il resto, batte lo scontrino, ma con gli occhi incollati sulla donna che la sta ascoltando…
Quella donna voleva che io lo tenessi, e io, non lo voglio questo gatto, ma lei sempre ad insistere, poi un giorno la incontro e mi dice che lo ha portato al canile, così io penso, Bella stronza, ma due giorni dopo quando ho visto sul giornale che si era suicidata mi sono pentita e ho fatto di tutto per prenderlo.

PS Quando lavoravo in fabbrica imparai le canzoni di Ivan Della Mea, come O cara moglie.
Ci ricorderemo di lui, insomma, a lungo.

intellettuali d’oggi idioti di domani

Da una parte ci sono le televisioni di Berlusconi, le Striscia la notizia e le De Filippi che impersano, o gli slogan facili facili e stupidi stupidi, Ce l’ho duro e Roma ladrona e Vogliamo città più sicure, dall’altra, a sinistra intendo, c’è la stupidità: intellettualoide.

1975, entro in fabbrica, leggo il Manifesto, sono iscritto a Lettere, a Milano.
1983, esco dalla fabbrica, leggo romanzi e poesie, voglio laurearmi, e così sarà, in Lettere, ma a Torino.
Nel 1975 gli altri operai mi dicono che sono un intellettuale, nel 1983 lo stesso.
Io però avevo imparato una lezione: che la parola intellettuale, in fabbrica e tra la gente che ha poco tempo, è una brutta parola.

Racconto vero vero.
Un’assemblea sindacale in fabbrica. Ci sono i funzionari del sindacato metalmeccanici. Io propongo uno sciopero, uno di loro interviene e mi dice “che non è più tempo degli scioperi ad oltrenza, perché i rapporti di forza in Italia sono cambiati”.
Non ricordo se replicai o cosa replicai.
Ricordo questo. Accanto a me c’era una donna, moglie di un operaio, madre di tre figli. La sua vita era correre: correre in fabbrica, correre a casa. Poi magari la pausa: di qualche trasmissione televisiva.
Io avevo vent’anni o poco più, lei quasi quaranta, c’era una certa confidenza tra noi. Quando finisce l’assemblea mi fa una domanda: «Cosa sono i rapporti di forza?».
Glielo spiegai, rispose “ah”.
Giorni dopo, nella sede del sindacato dico, a dei funzionari, che quando si parla agli operai bisogna fare in modo di farsi capire, e racconto l’episodio, della donna, cioè, che non sapeva cosa significasse “rapporti di forza”.
Qualcuno rise, e disse qualche battuta scema, qualcuno no.
Che avesse un marito che votava Pci e che la sera andava al bar mentre lei badava a figli, biancheria e cena fotteva una beata fava a pochi.
Era ignorante, punto.
Il dramma è: che qualcuno rise.
Ancora oggi, a sinistra, qualcuno ride.
Non capisce che c’è gente che non legge e ha tempo solo per distrarsi e dimenticare i propri problemi guardando la televisione.
E che peste li colga, a questi ignoranti.

Provate a leggere, se vi va.

Un’altra grandiosa scoperta fu che Giovanni mi parlava con un linguaggio che non era il mio ma che io ugualmente comprendevo. Mi rincresce dirlo, ma qui la filosofia non c’entra, in nessuna maniera. Le cose di ogni giorno erano chiamate con il loro nome, come quando Adamo disse: Questo è un cavallo, e fu un cavallo per sempre. Questa è una donna, e fu una donna per sempre. Mi parve che Giovanni mi riportasse alle origini, all’aria frizzante e pura del primo giorno. Hai moglie? Nemmeno io ce l’ho. Vuoi mezza arancia? E mi dava mezza arancia. Sono cose da ridere, lo so. Ma bisogna avere provato, a quarant’anni, per la prima volta, la familiarità dei termini semplici…
Da “Come un atomo sulla bilancia”, romanzo di Don Luisito Bianchi, casa editrice Sironi.
(La storia di un prete che va a lavorare in fabbrica, siamo negli anni settanta, e in fabbrica capisce tutta l’inutilità del suo essere prete: perché le virtù teologali, fede, speranza, carità, gli operai, senza magari sapere cosa siano le virtù teologali, già le hanno e le sanno).

Conosco don Luisito, la vita a volte ci regala incontri.
A Torino, in università, ebbi la fortuna di fare un altro grande incontro. Con Gian Renzo Morteo. Lui, che aveva tradotto Ionesco per Einaudi, quando fu nominato direttore del teatro stabile portò il teatro in periferia, fabbrica, carcere, scuole. A lezione, lui, diceva sempre che quando si recita bisogna capire chi ci sta ascoltando. Che Shakespeare o Pirandello, per chi li ascolta per la prima volta, possono essere qualcosa di duro qualcosa di arduo. E che quindi è opportuno semplificarli, a volte.


la sinistra

Il Pd è alla frutta o quasi (bello l’editoriale che c’è oggi in prima pagina sul Corriere della Sera) così la sinistra rimpiange i vecchi tempi, quelli del vecchio Pci, in particolare, quello di Enrico Berlinguer che, questo sì, avrebbe tentato di traghettare un partito dai forti connotati stalinisti – ero in Toscana quando i carri armati Sovietici invasero Praga, facendo finire anzitempo la Primavera, bene, ricordo ancora gli applausi dei tesserati del Pci, in un vecchio bar – a quelli gramsciani.
Sul compromesso storico avevo e ho dei dubbi: per me era solo l’ipotesi di una spartizione di potere tra la vecchia Dc e il Pci che avanzava, con, in mezzo, i Socialisti.
Io, fine anni settanta, anni ottanta, ero sindacalista nella Cisl di Carniti, votavo o Democrazia proletaria o Radicali (allora contro le lottizzazioni, ma che oggi non voterei).
Allora, io non ho un buon ricordo del Pci di allora, l’ho scritto in un commento su Nazione Indiana, lo ribadisco qui: quel vecchio Pci cominciava a fare l’occhiolino al Vaticano, era contro la riduzione dell’orario di lavoro (perché stringeva l’occhio alla Confindustria e alla Fiat), era, dove amministrava, nuclearista.
Che il Pd, oggi, sia poca cosa,è un fatto, ma, per me, la storia della sinistra italiana ha dei bellissimi capitoli, fatti di scioperi, di gente semplice che la domenica andava a vendere l’Unità, di solidarietà, di gente insomma che ci credeva, ma ha anche un passato su cui si riflette troppo poco.
Aveva però due elementi positivi, il vecchio Pci, la vecchia sinistra.
Dirigenti che sapevano comunicare (Terracini in particolare), sindacalisti vicini a chi lavorava. Oggi, chi lavora ed è sfruttato (penso agli interinali, a certe cooperative), non sa che nemmeno esiste il sindacato.

Quando nacque Rifonfazione comunista Lucio Libertini venne a Vercelli.
Ricordo che, durante un comizio davanti al popolo che rivendicava la propria anima comunista, raccontò un aneddoto.
Disse che era stato ospite, a cena, del padre padrone di Repubblica, De Benedetti. E che De Benedetti aveva detto (più o meno): Quasi quasi, cerco un po’ di gente che abbia un miliardo di lire e compro il Corriere della Sera, del resto, oggi, chi è che non ha un miliardo di lire?
Libertini, rivolto allo zoccolo duro comunista commentò: Ecco cosa dice questa gente, frasi folli, pensano che tutti abbiamo un miliardo di lire…
E giù applausi.
Mi chiesi, ma forse fui il solo, e i dirigenti comunisti con chi vanno a cena, allora?
Sono sempre stato eccessivamente intransigente, lo so.
Ma quando Bertinotti e Ferrero si son commossi perché Luxuria aveva vinto all’Isola dei famosi ricordo che pensai: a rieccoli.

Come sapete ho scritto un libro che, chissà quando, uscirà, Bastardo posto.
Sto raccogliendo del materiale per scrivere un romanzo su come si viveva e si moriva e si veniva sfruttati nelle fabbriche prima dello statuto dei lavoratori.
Le guardie che controllavano, nessuna tutela.

«Una volta arrivammo davanti alla timbratrice, uno che lavorava con me si gettò per terra a piangere: non c’era più la sua cartolina, l’avevano licenziato, così, senza spiegazione, forse perché era della Cgil. E lui, per terra, che diceva: Come faccio a sfamare i miei tre figli? Una guardia gli urlò, Mandi la tua donna a battere….».

regalo

Ho regalato a Ladypazz2
Ronda fascista
uno dei racconti postati sul blog a cui sono maggiormente affezionato.
Presto Ladypazz2 farà un regalo a me.

Devo mattermi a studiare, ora. Tra una settimana sono davanti al giudice, imputato per diffamazione.
Se perdo, un quinto del mio stipendio andrà alla mia querelante. Sento puzza di bruciato, l’ho sempre detto che morirò povero.

soprattutto una

Panetteria.
Due donne dietro di me parlano.
Per non sentire dovrei tapparmi le orecchie, le ho dietro di me, che poi: sento Soprattutto una, L’altra dice poco.
Soprattutto una: Ma sì, guarda si è lasciata andare, adesso sai con chi si è messa, si è messa con quel magnaccia di (sussurrato), sono anni che passa da una storia all’altra…
L’altra: Veramente anche io…
Soprattutto una: Ma no, ma figurati, siete diverse, completamente diverse, lei, credimi, si sta gettando via, ma lo sai che (sussurrato)…
L’altra: No, ma davvero? Però ascolta, anche io, guarda che non ne sono uscita…
Soprattutto una: Ma cosa dici, tu hai una certa cultura, poi ti sei messa in analisi, a proposito lo sai che ho costituito un gruppo di (sussurrato)… ci troviamo a casa mia tutte le settimane…
L’altra: Interessante, e potrei…
Soprattutto una: Ma certo, guarda e poi costa pochissimo…
L’altra: Costa?
Soprattutto una: Sì ma cosa vuoi, solo l’iscrizione, in pratica costa solo l’iscrizione, guarda sono 480 euro in un anno…
L’altra: Ma per me sono troppi…
Soprattutto una: Scusa, ma se prima mi hai detto che volevi comperarti una borsa di trecento euro, vuoi mettere una borsa con la tua salute psichica…
L’altra: Ma non penso di essere conciata come Barbara… l’hai detto anche tu, prima no?
Soprattutto una (alla panettiera): Due panini senza niente, quelli naturali,
(poi all’amica): no guarda che non mi hai capito, a Barbara nemmeno lo chiederei di venire, sarebbe fiato inutile
Nel frattempo io mi sono voltato, indeciso se far notare a Soprattutto una che mi è passata davanti. Non faccio in tempo.
L’altra: Sai cosa penso che sei la solita testa di cazzo.
Desidera?, mi chiede una delle due panettiere. Cioè l’altra, perché in panetteria, almeno in quella dove vado io, come panettiera è considerata soprattutto una, che, appunto, non era quella, l’altra cioè, che mi ha chiesto cosa desideravo.