l’olocausto dimenticato

Il mio primo vero libro, Dicono di Clelia, (vero sta per distribuito e venduto in libreria, chè Il quaderno delle voci rubate, questo passaggio non lo ha vissuto) è stato pubblicato da Mursia, che è stata quindi la mia prima casa editrice, e va bene, e che però non ha lasciato in me un gran ricordo: comunicare con loro era facile come comunicare con qualche ministero, la promozione di Dicono di Clelia è stata pressoché inesistente.
Poi.
Non ho una gran simpatia per i mezzi busti, specie se bellocci e brillanti, della televisione.
Però questa cosa qui che mi è arrivata dall’ufficio stampa Mursia mi ha colpito, e penso sia giusto che io faccia un po’ di passa parola.

Zingari armati di bastoni e pietre contro i plotoni delle SS arrivate per liquidare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare”.
Accadeva all’alba del 16 maggio 1944 nel campo di Auschwitz-Birkenau, ma di quell’episodio che vide sei mila zingari battersi disperatamente per sopravvivere si era persa la memoria. A riportarla alla luce è il libro La rivolta degli zingari (Mursia, pp. 240, euro 17,00), di Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano, in libreria in questi giorni.
Attraverso un’originale formula di racconto storico i due autori ricostruiscono anche i contorni del  Porrajmos, letteralmente “divoramento”, parola con cui i nomadi designano lo sterminio di migliaia di rom, sinti e kalé, rinchiusi e uccisi nei lager insieme a milioni di ebrei.
La carenza di testimonianze dei sopravvissuti, la poca integrazione degli zingari nelle comunità dell’Europa falcidiate dalla violenza nazista hanno contribuito a offuscare, e a volte persino a cancellare, il ricordo del Porrajmos. “Quella dell’Olocausto zingaro è una storia ancora sfuggente, pochi i libri, molta l’indifferenza. Eppure ad Auschwitz i rom e i sinti furono fra i pochissimi a vendere cara la pelle prima del massacro finale. La loro fu una rivolta disperata, fu però il loro modo di rivendicare il diritto all’esistenza contro chi voleva annientarli”, spiega Cecchi Paone nell’introduzione.

Il quartiere

La scrittura, io credo, deve essere un po’ come il respiro e il respiro, lo sa soprattutto chi fa yoga, “comunica”: se ci si avvicina a una persona agitata si può, respirando lentamente, aiutarla a ritrovare la calma.
In altre parole: io me ne frego abbastanza, in certe pagine almeno, della punteggiatura: perché quando voglio trasmettere ansia le virgole son di troppo e le caccio via (e così ho fatto nei miei libri).
Comunque.

L’incipit è questo.
Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alla prime case della periferia….
eccetera
A leggerlo in fretta, come si vantano alcuni che leggono un libro al giorno, si corre il rischio di non far caso all’elemento nostalgico che è contenuto nell’incipit: Noi eravamo contenti del nostro Quartiere… il Quartiere si estendeva…
se si estendeva, evidentemente, qualcosa è cambiato quando il narratore racconta.
Poi, stessa pagina, si prosegue con la descrizione del Quartiere e di Firenze
Panni alle finestre, donne discinte. Ma anche povertà patita con orgoglio, affetti difesi con i denti. Operai, e più propriamente, meccanici, mosaicisti. E bettole, botteghe affumicate e lucenti, caffè novecento.

Eccolo il grande scrittore: Vasco Pratolini ti fa respirare Firenze (ci son libri, oggi, ambientati a Firenze, ma potrebbe essere Milano, ché Firenze è solo una citazione….).
E poi, proseguendo, siamo sempre alla prima pagina, ecco l’effetto maestoso:
La strada. Firenze. Quartiere di Santa Croce.
Ogni punto ha un suo perché, qui. Tre entità, un’unica entità, ma tre entità comunque:
La strada, punto. Firenze, punto. Quartiere di Santa Croce, punto.
La punteggiature come pausa, anche.
Fermati un attimo scrittore, ad ammirare.

parole nuove

Questo post di Alcor mi ha fatto venire in mente tre cose.
La prima.
Che la parole nuove Cesare Pavese, così ho letto in un articolo di una terza pagina di non ricordo quale giornale anni fa, le segnava in un quadernetto, così feci la stessa cosa anche io, e cominciai, ricordo, con Il male oscuro di Giuseppe Berto, che mi insegnò almeno cinque nuovi vocaboli.
E che la parole nuove è giusto conoscerle, è giusto leggere, è giusto imparare, ma occorre poi dosarla la cultura acquisita.
La seconda.
E ho il ricordo di uno storico, di cui son stato allievo, Corrado Vivanti; non esibiva mai il suo sapere, parlando, ma leggendo Machiavelli e Guicciardini sì, e lo ammiravo, io, per questo.
La terza.
E mi ricordo un collega giornalista, anni fa.
Aveva un chiodo fisso: essere assunto in una grande testata.
Le ambizioni è giusto coltivarle. E lui le coltivò, non facendo mancare nulla, lui, alle sue ambizioni.
Amicizie influenti, e va bene. Iscrizione alla massoneria, boh, magari andava bene. Infine – era un po’ paraculo ma non era male – coltivò anche il suo sapere, utilizzando, per l’appunto, il vocabolario.
Ogni settimana, cercando a caso, imparava cinque parole nuove, una al giorno insomma perché il sabato è un prefestivo e la domenica si va a messa e poi si riposa, le trascriveva, e qui va bene, le usava anche nel giornale locale in cui lavorava.
Dirige un Bingo, oggi.

percorsi

 

Per raggiungere il posto di lavoro da casa mia, ogni mattina, impiego dieci minuti a piedi.
Ci sono due percorsi: il percorso a, dove è facile che io trovi gente che mi conosca; il percorso b, dove è più facile svicolare. Se ho fretta faccio il percorso b, se non ne ho faccio l’altro.

Nel  percorso b, da mesi, almeno due volte alla settimana, la solita barista, dopo avermi preparato il caffè, mi guarda, e si domanda. forse s’interroga, ho gli occhiali da sole anche con la neve, magari pensa o che gioco a fare l’investigatore privato o che sono scemo; magari, prima o poi, le spiego che dopo una notte davanti al pc mi sveglio con gli occhi che lacrimano, e gli occhiali da sole mi consentono, punto prima, di evitare che qualcuno mi domandi, Ma piangi?, e, punto secondo, di piangere un po’ meno.
comunque.

anni fa ho conosciuto un vecchio collega. è morto. uomo d’altri tempi. se incontrava una donna s’inchinava per il baciamano, se incontrava qualcuno che conosceva alzava quel tanto che basta il cappello, che aveva, sempre.
lui faceva sempre il solito tragitto.
E passava davanti a un importante negozio.
Succedeva, soprattutto d’estate, che davanti al negozio aperto ci fosse un uomo, così lui, cortese, salutava. Buongiorno signor Giovanni.
Pare che questi incontri siano durati alcuni anni finché un giorno, era un mattino presto, il vecchio giornalista incrociò il signor Giovanni mentre alzava la serranda.
Buongiorno signor Giovanni.
Vada al diavolo, sono il commesso.
(O forse disse, Sono il commesso, cazzo).
Ci restò male, dicono.

buon lunedì 

agenti letterari

Ho sempre meno tempo per occuparmi delle cose mie, e poi non ho mai avuto una “testa commerciale”: penso che alla fin fine il pensiero dei soldi sia un pensiero che faccia perdere del gran tempo (come ha detto il mio vecchio, mesi fa, a una delle persone più ricche di Vercelli, Tra cinque dieci o quindici anni se ci sa tanto sedere saremo tutti e due al camposanto, lei con tutti i suoi soldi, io senza).
Comunque.
Ho visto che alcune case editrici che fino a poco tempo fa leggevano manoscritti ora non li leggono più. Bastano e avanzano, appunto, le proposte degli agenti.
L’agente letterario vende il manoscritto al miglior offerente, poi stitupla solitamente un contratto a condizioni che lo scrittore, fosse da solo, si sognerebbe, magari riesce a farti tradurre all’estero.
Sul ruolo delle agenzie mi sono ricordato di un fatto.
E’ vero, non insisto mai per avere qualche spicciolo in tasca in più, ma una volta è successo che mi sia arrabbiato: con una casa editrice.
Prima di telefonare ho assunto un bel po’ di informazioni, quindi, preparato a dire e confutare, ho chiamato.
A un certo punto sono sbottato.
Mi spiegate perché a me avete fatto un contratto capestro mentre invece al tipo, che vale o quanto me o meno di me, avete fatto un contratto dignitoso, e lui se ne vanta, dicendo che io sono un pollo?
La risposta che mi diedero fu: Lui ha l’agente e lei no.
Ah.
Comunque.
Un agente serve, oggi, in Italia. Io ho individuato un’agente: o lei o niente.
Che poi, sulle agenzie letterarie ci sono due considerazioni ancora da fare.
Curano, e bene, gli interessi di chi ha mercato, insomma di chi vende tanto.
Due, a volte ti bloccano. Tu dai loro un manoscritto e aspetti a speri, più che altro aspetti.
E buone cose a tutti

pari e patta

mi dice, la nostra generazione….
siamo cresciuti…
i nostri genitori ci hanno insegnato…
a noi che il sessantotto l’hanno raccontato…
Io la lascio parlare, ha una quarantina d’anni ben portati, è carina, perché debbo dirle che io non sono della “sua generazione”, perché dirle che ho dieci anni più di lei, e poi non sta bene interrompere le signore quando parlano, no?

il giorno dopo.
esco di casa, mi ferma un signore, mi chiede delle elezioni a sindaco, parliamo un po’ della città.
mi dice:
e poi noi di cose ne abbiamo viste, abbiamo la barba bianca tutti e due
io penso, la tua è bianca, la mia no, non del tutto ancora; approfitto di una pausa, gli domando (ci diamo del tu):
quanti anni hai?
sessantacinque.
ah

Il giorno prima quaranta, il giorno dopo sessantancinque: passa il tempo (pari e patta, insomma).
(Però il signore aveva degli occhiali con lenti molto spesse, la donna invece no, avrà avuto 17-10 di vista, se non di più)

… di ricordi nuovi

Dicono che la Vargas, che leggo ma non mi fa impazzire (meglio Mankell per esempio) scriva i suoi gialli in ventun giorni e che poi, questi suoi gialli, vengano riveduti e corretti da un primo editing, della sorella.

Il primo maggio, che per me è un bel giorno per tanti motivi, ha iniziato a pensare a un libro. Le prime ventimila battute le ho scritte nella notte tra l’uno e il due, il 20 maggio l’avevo finito, il 25 (domenica) ho rivisto ancora delle parti. Sono a 208mila battute, per ora.
Il cuore di questo libro è qua, in questo post.

“Il quaderno di mia madre”, insomma.

Ma il titolo sarà diverso.
E’ il mio sesto romanzo, quindi, dopo Il quaderno delle voci rubate (il mio libro fantasma, uscito solo a Vercelli e regalato ad alcuni amici), Dicono di Clelia (che sarebbe, quindi, il mio primo libro pubblicato, ma che non è andato molto bene), Lo scommettitore (quasi introvabile, poi io, che non partecipo mai a concorsi, posso almeno vantare di aver avuto un libro che è stato Libro del mese a Fahrenehit, nel 2006,  e anche finalista dei Libro dell’anno 2006, sempre di Fahrenehit, solo che è cosa questa, che non si sa perché non andai alla trasmissione finale, a Roma), La donna che parlava con i morti (il primo e unico libro che ha venduto bene), Tamarri (raccolta di racconti che ho pubblicato con l’editore-ragazzino, Francesco Giubilei, un po’ per gioco e un po’ perché mi andava), Bastardo posto (che deve uscire, non so quando, per la Newton), quindi questo appena terminato, ma da rifinire ancora (so già che arriverò a 220mila battute almeno), il sesto romanzo, insomma.
Già consegnato alla Newton, vedremo. La sinossi ce l’ha anche un’agente (non è ancora la mia agente, ma io sto insistendo, con mail che son quasi dichiarazioni d’amore), vedremo. La deve spedire anche a una grande case editrice, vedremo tre. Ma non è escluso che lo pubblichi in rete, vedremo quattro.
Dipende.

Comunque, mi sono ammazzato a scrivere questo libro. Stavolta (a differenza de La donna che parlava con i morti che mi fece ingrassare di dieci chili, ho perso peso, tre chili almeno, ho bevuto “litrate” di caffè, ho fumato più del solito, ho dormito niente.
Pensavo, scrivendo, che se non avessi scritto avrei potuto perdere le storie che sono collegate da un’unica storia, un libro di passato e presente, insomma.
Di ricordi. Credo di aver svuotato il sacco, credo di non averne quasi più di ricordi. Ora per scrivere, se voglio scrivere ancora, ho bisogno di ricordi nuovi.
Buona giornata

un bel ricordo dei miei vent’anni

Ho vissuto la fabbrica, io, dal 2 aprile 1976 (primo stipendio, 79mila500 lire) al 1983, quando, stufo di fare lo studente ogni mattina a Torino, prendendo il treno che partiva alle 6 e 55 e arrivava a Torino Porta Susa alle 8 e 15 minuti, e l’operaio ogni pomeriggio dalle 14 alle 22, chiesi sei mesi di aspettativa.
Il treno due volte al giorno non era poi così pesante: studiavo e ascoltavo “storie”. E poi in fabbrica la mia vita aveva un senso (tanto per non farmi mancare nulla ero anche sindacalista).
La fabbrica, già: è un ricordo troppo lontano, oggi, per poterne scrivere, eppure vorrei.
Quando si scrive non si deve barare: i fumi, i rumori, il freddo al mattino, i capi ruffiani, la solidarietà esigono una scrittura attenta, non vaga.
E io, purtroppo, non ho ricordi così vividi da poterne scrivere.
Qualcosa sì, però, qualcosa che mi porta a chiedere: le poche fabbriche che ci sono oggi come sono?
(Faccio un sogno ricorrente: torno a essere un operaio. Giro per la fabbrica, non so fare niente e la cosa mi preoccupa. Che io non sia più quello che sono ora nel sogno non è motivo di preoccupazione).
Comunque, qualcosa ricordo.
Allora, lavoravo per una multinazionale giapponese che produceva e produce cerniere lampo.
Sono di tre tipi: di metallo (quelle dei jeans), di materiale plastico (quelle grosse con i dentoni per le giacche a vento), quelle di nylon.
Bene, io ho lavorato per cinque anni nel nylon.
I primi tempi ero una sciagura, ché con le mani sapevo far niente. Mi chiamavano lo studente, quando facevo qualche pasticcio.
Un giorno però feci una scommessa con me stesso, anzi non con mio padre. A mio padre che io studiassi o leggessi fregava niente. Per lui un uomo si distingue dalla cose che sa fare (lui sa fare tutto, l’idraulico, l’elettricista, il muratore, il giardiniere).
Volli stupire lui e me stesso.
Diventando operaio specializzato e, poi, quasi “meccanico”; quello cioè che va a mettere a posto i pasticci degli altri.
Ho scritto “quasi meccanico”.
In effetti avevo imparato facendomi un discreto culo approfittando della pause, e poi studiandoci su anche a casa.
Il diventare meccanico con il carrello degli attrezzi richiedeva però l’ufficiliazzazione da parte del capo del reparto, che era, appunto, un giapponese.
Gli stavo simpatico, credo, ma gli risultavo anche odioso: permessi sindacali, scioperi, ero sempre in prima fila, io.
Un giorno arriva, scuro in volto. Io sono lì che friggo, penso, quand’è che ti decidi a darmi il carrello degli attrezzi?
Significava, quel carrello, una grande soddisfazione e, cosa da tenere ben presente, ora, leggendo, anche un aumento di 20mila lire.
Il giapponese, però, quel giorno voleva risolvere ma a modo suo: escludendomi, e quindi scegliendo un altro.
Eravamo in una quindicina, in quel reparto. Domandò a tutti, tutti, meno uno, tutti gli dissero “Tocca a Remo”, oppure “Non sarebbe giusto”, oppure “No grazie”.
Chiaro, aveva detto di sì uno che non faceva mai sciopero ma anche uno che non era certo benvoluto dagli altri. Il giapponese, sconfitto, mi consegnò il carrello.
Dal mese successivo, ma per me non era così importante (qualcuno stava peggio di me) avrei guadagnato ventimila lire in più.
Grazie alla solidarietà, o al senso di giustizia, chiamatelo come volete, che si respirava allora.
Ci ripenso spesso a quell’episodio, e mentalmente dico “grazie ragazzi”.
Li ho persi di vista, quasi tutti.
Mi è successo di incontrarne uno, recentemente. Io lo fissavo, per salutarlo, gli avrei offerto un caffè, volentieri, lui guardava da un’altra parte.
Sono uno che scrive, ora. Che in una piccola città conta.
Conta quell’episodio, conta. Conta il cuore di quella gente, umile, semplice, vera. Quando scrivo penso sempre a loro. Nelle mie storie, alcuni di loro, ci sono.
Buon lunedì

L’avessi visto, gli avrei chiesto scusa

Devo chiedere scusa a una persona, anche se non servirebbe, però mi sento di farlo.
Allora, la persona è Giulio Mozzi. Non lo conosco bene, per quel po’ che lo conosco dico che lo stimo. Il primo blog che ho seguito è stato il suo – e quando si segue un blog tutti i giorni ci si affeziona, tanto al blog quanto a chi lo scrive -, poi, col passare del tempo, ci siamo scambiati qualche mail – e una volta mi ha dato un consiglio davvero prezioso -, ci siamo incrociati due tre volte al salone del libro, dove però solo una volta, davanti allo stand di Fernandel, abbiamo parlato (di Luisito Bianchi, della sua Bottega di lettura, di Sironi, di libri belli ma che non vendono…).
Allora, al salone del libro, escludendo i tanti amici che ho visto e quelli che non ho visto, ho incontrato scrittori che mi sono cari, come Barbara Garlaschelli, Marino Magliani, Francesca Bonafini, Rosella Postorino e Roberto Alajmo (e ho conosciuto – un vulcano di simpatia e di umiltà, anche – Maurizio De Giovanni, autore di punta Fandango con i libri del commissario che parla con i morti).
Avrei voluto vedere e salutare anche Luigi Bernardi
e, appunto, Giulio Mozzi.
A Mozzi, l’avessi visto, avrei chiesto anche scusa. Scusa, gli avrei detto, se tante volte, con altri, ci siamo detti che tu hai il brutto vizio di rispondere a una mail su cinque.
Allora, Mozzi è uno scrittore, ed è soprattutto un talent scout (con Sironi, Einaudi stile libero, Vibrisse). Quante mail riceverà in un giorno da me, da gente più famosa di me, da illustri sconosciuti, da conoscenti che poi s’arrabbiano – giustamente – se lui non risponde?
Torno al salone del libro. Arrivo che è sabato, ho con me il computer portatile con tanto di chiavetta. Poi, sto peggiorando lo so. Ho con me anche numero due cellulari. A un certo punto, ero all’aeroporto che aspettavo Laura Costantini, mi sono detto: ho rispondo agli sms e alle mail, e non vado al salone, oppure lascio perdere.
Non è la prima volta che maledico posta elettronica, cellulari e quant’altro.
Vigilia di Natale: mi rivedo, dalle 10 del mattino fino alle 19 di sera a scrivere mail. Per poi accorgermi, giorni dopo, di non aver pensato ad almeno due, tre persone che mi sono un po’ più care di altre (ognuno di noi, ha, no?, delle gerarchie affettuose?).
Ecco spiegato perché avrei voluto chiedere scusa a Mozzi.
Perché sono in torto marcio anche io. Uno vede una mail, la lascia stare e pensa Poi la leggo, oppure la legge e pensa Poi rispondo, e intanto il tempo corre e arrivano altre mail ed altri sms.
Ci son quelle legate ai miei libri, a questo blog, a face; ci sono quelle dei lettori del mio giornale, che magari mi scrivono per problemi un po’ più gravi, a volte anche per criticarmi, duramente.
Stamani no, ho ricevuto una bellissima mail. Sono orgoglioso di essere il lettore di un giornale libero, grazie direttore, c’era scritto.
Siamo fatti male, siamo egoisti, chiaro: a quel lettore ho risposto, ringraziandolo.
Buona giornata

PS Anche tra i lettori del mio giornale c’è chi, magari per posta, mi manda un manoscritto da leggere. Settimane fa un signore, invece, si è presentato e mi ha detto, Guardi che regalo che ho per lei. Un romanzo, scritto da lui. C’è rimasto male quando gli ho detto, scusandomi, che per ora non ho tempo.

esserci o meno

Loredana Falcone (Lory della coppia di scrittrici Laura e Lory) ha scritto questa cosa qua de Lo scommettitore.
Ogni tanto ricevo mail (una cinquantina almeno) di gente che lo ordina, ma la libreria dice che è fuori catalogo o introvabile o altro.
Sta succedendo un po’ la stessa cosa per La donna che parlava con i morti.
Introvabile, quasi.
Il libro dovrebbe aver venduto 5mila copie (secondo una agente letteraria).
La Newton Compton sta ipotizzando una ristampa in versione economica a 4,90, quando non so.
Scrivo questo perché vedo che ogni giorno qualcuno (da 3 a 10 persone) va a vedere il link I miei libri.
Diciamo che è abbastanza inutile, ora come ora, cercarmi in libreria.
Sì è vero, oggi vengono sfornati più libri rispetto al passato.
Ma sono libri usa e getta. Durano un attimo, in libreria.
E uno si chiede, Vale la pena?
Direi comunque sì: chi scrive non deve fare anche di conto.
Vendere tanto vendere poco, essere pubblicati non essere pubblicati, essere recensiti non essere recensiti: non sono queste cose che fanno di un libro un buon libro.
Che poi “buon libro” non vuol dire niente.
Leggere e (per me) scrivere: questo conta. Interrogandomi, anche.
Buona giornata

i libri, anche i libri

Del salone del libro è inutile che io dica: ché ha già detto Laura Costantini, qui.
Aggiungo questo: quando lei si è imbattuta nel principe Emanuele Filiberto attorniato da sette otto guardie del corpo c’ero anche io e penso di aver stupita Laura.
Chi è?, le ho domandato.
Non vedendo mai la televisione (vedo cose vecchie su san youtube) e saltando le cronache mondane dei giornali mi sfuggono “cose e personaggi”.
Mica tutti. Sgarbi l’ho riconosciuto.
M’han detto, Guarda Sgarbi.
Ah, ho risposto.
C’era pure la sorella, guarda, quella di Bompiani.
Ah.
Ho invece visto Fausto Bertinotti, ma da lontano. Era nello stand (stand?) di Ibs. Diceva, e di pubblico ce n’era, che “se Berlusconi e le destra oggi fanno il bello e il cattivo tempo il merito non è loro, ma della sinistra che noin c’è, non esiste”.
Eh.
Che altro dire sul salone. Che mi ricorda un po’ il calciomercato (ma il mio è il punto di vista di uno scrittore).
Al calciomercato, che seguii anni fa come cronista, a Milanofiori, vidi giocatori applauditi e intervistati che, in fila, attendevano d’essere ingaggiati da qualcuno.
Calciatori che cercano la squadra, scrittori che cercano editori: ci sono analogie.
Anche nel divisimo.
Comunque. Io penso che alla fin fine i grandi problemi del salone del libro stringi stringi son tre: fare la coda per il biglietto (o per i più fortunati per l’accredito); fare la coda per un caffè o un panino; fare la coda per fare pipì.
Poi ci sono i libri, certo.

No, sul salone devo aggiungere una decina di grazie, forse dodici. A Silvia, Morena, Milvia, Doriana, a Jack, che mi ha cercato per dirmi cose de La donna che parlava con i morti…
e a Lucia, che non c’era, ma ho trovato Blog & Nuvole…
a Francesca, Nadia, Elisa…
e a tutti quelli che non sono riuscito a incontrare o che mi sono dimenticato di salutare; ne faccio spesso, di figuracce, io.

Bene, adesso (ore 2 e 35 minuti) scrivo.
Ho finito di scrivere un libro, sto riscrivendo.
Auguro un buon lavoro a me e una buona notte o un buon giorno a chi passa di chi.

Dimenticanza.

Ho visto una sola presentazione, io, al Salone.
Di Massimo Novelli e Laura Hess (Spoon River) è uscito il libro “Guido Seborga. Scritti, immagini, lettere”.
Giancarlo Vigorelli, negli anni Sessanta, di Seborga scrisse:
Forse il solo tra noi a ostinarsi a scrivere un romanzo di rivolta sociale.
Uno scrittore dimenticato, libero e ribelle.