come al solito

Ci fosse una cosa, una, che va bene, in questi giorni.
E il post – in assoluto il più breve di “altri appunti” – potrebbe finire qui.
Però.
Fortuna che di notte scrivo e leggo.
Dalle 11 alle 3 scrivo. Poi pausa caffè o tè nero e lettura fino alle 4, poi ancora un’ora, fino alle 5, quando è l’ora di dare i croccantini al gatto, che ha gli orari sballati come me, per l’ultima ora di scrittura.
Due giorni, massimo tre, e ho finito di scrivere  (e rivedere) un romanzo che è stato facile da scrivere: ce l’avevo in testa, da anni, titolo compreso.

Poi.
Domani incontro la persona che ha fatto sì che scrivessi La donna che parlava con i morti.
Infine.
Sabato pomeriggio e domenica sono al Salone.

Vado, che son di fretta, come al solito

lettere anonima, quindi strana

Sulla mia scrivania una lettera anonima.
Ne ricevo tante, anche di insulti.
Comunista bastardo.
Ma anche
servo del sindaco (che è di centrodestra).
Alcune di queste lettere son pettegolezzi a sfondo sessuale.
Oppure: il tale prende mazzette, indagate voi, che siete un giornale serio.

L’ultima lettera anonima è anomala.
Premessa. I lettori del mio giornale sanno (lo sanno dalle risposte che do sulla pagina delle lettere) che i facili qualunquismi contro rom ed extracomunitari non li sopporto.
Comunque.
La lettera anonima che ho appena ricevuto racconta di una ragazza extracomunitaria che sarebbe stata umiliata, racconta l’estensore della lettera (che è siglata), in una ricevitoria del lotto.
Avrebbe effettuato una giocata di 42 centesimi pagando con monetine da 1, 2, 5 centesimi, e questo avrebbe fatto spazientire il titolare della ricevitoria che avrebbe detto, Io i centesimi non li voglio.
L’estensore della lettera, a questo punto, scrive: Si fosse trattato di una ragazza italiana il tabaccaio si sarebbe comportato così.
No, dico subito.
(Tre o quattro anni fa ero in un bar di Gattinara. Accanto a me c’erano due ragazzi albanesi. La cameriera li ha fatti sentire delle merde. A loro, solo a loro, chiedeva i soldi della consumazione, e lo faceva guardandoli come se fossero cacche, infatti, e lo faceva, anche, cercando sguardi di complicità tra gli altri “italiani”, ché siam tutti buoni, noi).
La lettera anonima, come quasi tutte le lettere anonime, però, almeno un po’, puzza: alla fine dice, Non andate più da quel tabaccaio.
Metti che sia una vendetta, va a sapere perché.
E poi: quando si denunciano fatti di malcostume così, perché non firmarsi col nome e col cognome?
(A volte, ma è raro, perché c’è un problema oggettivo, possibili ritorsioni o questioni legate a un minore o alla privacy, si pubblicano lettere con la dicitura “lettera firmata”, ma è raro).

d’amore e morte

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera…

Oggi, su Facebook, la mia amica Gaja Cenciarelli (l’ho vista poco tempo fa, a Roma, era una bella giornata. Un aperitivo, io, lei, Francesca, Enrico) scrive:
Non so come farò senza di te. Sono persa e sconvolta. Ma grazie per tutto quello che mi hai dato, che forse non ho mai abbastanza ricambiato. Perdonami per quello che non sono riuscita a darti. Sono fiera di essere tua figlia. Ti amo, mamma

Pochi giorni fa, una telefonata. Non è un periodo bello, dovremmo vederci, combinare, una domenica da Zena, ci diciamo.
Sul suo blog, l’ultimo post è di gennaio.
E’ il bianco il colore della morte, me sono accorta oggi a pranzo. Un foglio di carta scritto a mano.
Considera che avevo cercato la verità per giorni, come può farlo ogni immaginabile prospettiva: con occhi attenti, spaventati, impietosi, compassionevoli, e poi stanchi.
Ogni passo mi aveva portato più lontano da casa.

Ma deve essere che il cielo mi sorveglia, e così mi sono fermata. La morte mi ha prestato il suo sguardo e, adesso che so, mi affido alle parole sicure che mi hai lasciato
immagino che nel fondo di quegli occhi spenti ci sarebbe il riflesso dei fiori che amavo coltivare, sfiorare, annaffiare, quasi mai recidere, per timore di far loro del male

Sono in redazione. E’ sabato, c’è il sole, forse più tardi riesco a fare un giro, se non ce la faccio oggi andrò domani, con il cane, al fiume.
Alla mia destra, vicino al telefono, c’è l’immagine di un ragazzo, Moreno Bassini, nato l’8 luglio del 1975, morto il 18 agosto del 2005.
E’ uno di quei ricordini che si fanno per i morti. solitamente si scrive qualcosa, anche. Io, quando morì, avevo in mente di scrivere questo: Ciao Moreno, ci ricorderemo sempre del suo sorriso buono e perdente.
Qualcuno mi scrisse e mi disse, No, non va bene, ricordi qual era la sua canzone preferita? Per amore solo per amore mio, ho giocato sempre a strabiliare.
Questo c’è scritto dietro la foto di Moreno.

Buon sabato


finché negli ospedali…

Ieri una signora, malata, che lotta per la vita, con dignità e forza, m’ha raccontato che è stata calpestata – è il termine giusto – in un ospedale.
Le han detto, Cosa pretende signora, tanto lei con la patologia che si ritrova…
Io credo che la civiltà di questa Italia si debba misurare proprio nei posti dove si soffre.
Le case di riposo, gli ospedali.
Dov’è la politica, dove sono i proclami, le promesse?
Sorge spontanea una domanda?
Succede anche in Francia, in Spagna, in Germania.
Mi dicono che succede: meno che qui.
E in Italia?
Non è così dappertutto ma finché negli ospedali (preciso meglio: in alcuni ospedali di alcune regioni) verranno trattati meglio quelli che hanno soldi e conoscenze, finché negli ospedali si sentirà dire a un anziano “come stai nonno?” significherà che siamo un grande paese incivile.
E senza speranza: perché io ancora devo sentire una forza politica che dica, con chiarezza, che la sanità italiana ha bisogno di una profonda rivoluzione strutturale e culturale: quella del rispetto.

(… e mi chiedo dov’è la sinistra. Mesi fa, nella mia città, ci fu un consiglio comunale aperto sulla crisi dell’ospedale cittadino. Ci andai.
Un consigliere comunale disse: Sappiamo tutti come vanno le cose a Vercelli. Chi non ha soldi è curato male, chi ne ha non ha problemi, perché si rivolge alle strutture private.
Era un consigliere comunale di Alleanza nazionale, ora PdL.)

dl cellulare al pc

Quante volte si perde tempo a non far niente?
Son giorni, questi, più balordi del solito, e mi sa che fino a luglio sarà così.
Sta di fatto che, essendo di corsa corsa, quando mi son messo davanti al computer, va a sapere perché, mi è venuta voglia di scrivere.
Son due notti che scrivo e correggo quello che scrivo: e sono 27mila battute, ho visto.
E’ un libro – sempre che io vada avanti e lo finisca – strano, diverso: di ricordi, miei o che mi appartengono.
Scrivendo, so che ho pensato: e perché non l’avevo scritto prima?
E devo dire che ho provato un certo piacere nello scrivere: perché scrivendo pensavo sentivo, ma lo sentivo veramente, che stavo scrivendo per me.
Ora vediamo che capita. Son capace che vado avanti, son capace che distruggo tutto (e non sarebbe la prima volta).

E poi.
Nei giorni scorsi mi si è rotto il cellulare. Non è che fosse rotto rotto, è che non si accendeva la luce del dispaly.
E’ (era) un cellulare che mi garbava poco, sicché l’ho cambiato.
Ne ho visto uno che non fa le fotografie e per 39 euro l’ho preso al volo.
C’è un problema, però.
I numeri che avevo in memoria son finiti in un cestino, insieme al cellulare.

Dovrei rileggere quello che ho scritto in primo luogo perché si dovrebbe sempre rileggere e in secondo luogo perché questo vecchio pc mi fa gli scherzi: ci sono alcune lettere che, ogni tanto, saltano.
L’acca, in particolare.
Al secondo posto c’è la o.
Ma ora sono le cinque e spero di dormire almeno cinque ore: a meno che il (nuovo) cellulare non mi svegli prima.
E buon lunedì.

la curva

Il dolore alla coscia era forte, tremendo. Pensò: Le pugnalate saranno così.
Poi pensò: Certo che Giulio Cesare…
Poi rise e disse: l’importante è saper ridere sempre…
Ma, prima, un attimo fa, aveva avuto voglia di bestemmiare.
Il dolore alla coscia destra era fortissimo, la testa non poteva che fargli male, era scomodo, era bloccato, era sottosopra.
Il braccio destro non lo sentiva più, e comunque era imprigionato; quello sinistro invece sì, ma gli serviva: così da puntarlo sul tettuccio della macchina, e diminuire, per qualche attimo, premendo forte, la pressione sulla sua povera testa.
A destra e a sinistra, per quel che po’ che poteva vedere, c’era solo il buio.
S’immaginò la scena: la sua auto con le ruote all’aria, in aperta campagna.
Tutta colpa della fretta, tutta colpa di Ilaria.

Sveglia alle 5 del mattino. In fretta all’aereoporto. Telefonata al socio, Arriverò verso le 11, telefonata a un cliente, ci vediamo per pranzo, ma alle 14 e 47 minuti ho il check-in.
Telefonata prima di salire in areo: Mamma mi spiace, lo so che papà ci teneva, però ascolta…
Telefonata dall’aereo, prima del decollo: Ascolta, pure oggi devi farmi delle paranoie? Domenica starò tutto il giorno con voi…
Telefonata, appena dopo l’atterraggio. Stasera sono da te verso le undici, preparami un boccone e poi (sussurrando) ti faccio vedere le stelle.

Sta rivendo(si).
Ora 19, dal suo avvocato. Cosa?, stamattina eri a Roma?
Tra le 19 e 45. e le 19 e 50 (meno di un’ora) dodici telefonate in taxi.
Ore 20, a casa per una doccia e il vestito nuovo.
Ore 21 e 43, di nuovo in taxi. Mi porti a….
Ore 22 e 14, di nuovo a casa. Finalmente può salire in auto, andare da Gianna, suo marito, a casa non c’è.
E’ brava come cuoca, fa dei primi a base di pesce che sono eccezionali, è brava a letto, è fantastica a letto, eccessiva, ti sfianca, ma ne vale la pena.
Ore 22 e 29, sono in anticipo, pensa, poi sbadiglia, poi vede quel boschetto: lui e Ilaria, che ha perso di vista, che ogni tanto si ripromette di cercare, L’unica donna brava a farmi ridere
la prima donna in un bosco, vent’anni fa, impauriti…
chissà cosa c’è in quel bosco, chissà se c’è ancora lo spiazzo in cui…

La curva presa male, ha piovuto, oggi, mentre lui telefonava, correva, stringeva mani, cadeva anche la pioggia su un prato, Chissà cosa ci coltivano?, daranno dei diserbanti, occristo che male la testa, perdo sangue ne sono sicuro, chissà che fine ha fatto Ilaria, cazzo il cellulare squilla, ma dov’è, chi sarà, Gianna andrà a dormire, ma domattina… domenica prendo i ragazzi e vengo qui, giuro, non è male qui, e magari vengo qui anche lunedì, chi cazzo me lo fa fare di andare a Tunisi?, certo Gianna dirà che sbaglio,  ha ragione Gianna, sbaglio, è tutto sbagliato… com’era bello, qui, vent’anni fa con Ilaria, venivamo in bicicletta, lo è ancora, cosa darei per fare due passi…

il giornale e la notte, anni fa

Per caso, ho trovato questa cosa qui sulla rete.
lasesia

Foto e parole di ragazzi in visita al “mio” giornale.
Dietro le loro spalle, appunto, la redazione, disposta su tre piani (se ne vedono solo due).
Oltre il cancello, ci sono i posti auto per i giornalisti.
Insomma, è il posto dove da anni (s)corre la mia vita.
Mattino tardi, pomeriggi interminabili fino alla chiusura del giornale
(la rotativa s’affretta, me ne vado col bavero alzato dietro il fumo della sigaretta*).
Anni fa (e a volta ancora adesso) ci ho trascorso anche le notti. Alcune pagine dei mie romanzi le ho scritte lì.
Alle cinque del mattino, quando rincasavo, incrociavo i primi pendolari che andavano verso la stazione.

… e stasera, per caso, parlando, mi è tornato in mente un ricordo.
si parlava delle tre di notte.
un’estate, era fine agosto, a Cortona, in campagna.
mio padre che dice, domattina mi sveglio molto presto e vado per funghi a Ruffignano.
cortona_ruffignano1 io che dico, Vengo anche io.
lui che dici, No, che ci sono le vipere.
andai a dormire, ma con l’orecchio teso.
e quando lui si alzò, mi feci trovare bell’e vestito.
dimenò la testa, fece i caffè: erano le tre.
(svegliarsi presto, allora, per mio padre ma anche per me significava le tre del mattino. adesso sono le 2 e 26 minuti…).

trovammo un bel po’ di porcini, nessuna vipera.
e verso le sei ci presentammo a casa della sorella di mio padre, che era sveglissima.
era estate, ma eravamo infreddoliti.
lei accese il camino, poi si presentò con un tegame su cui fece friggere un numero incredibile di uova, almeno una decina.
ho un’immagine sfuocata, del tegame, del camino.
ma risento il profumo di quelle uova fritte nell’olio di oliva e il calore della legna arsa.
e il silenzio, rotto o dal gallo o dall’abbaiare di un cane.
le tre di notte mi ricordano quella notte.

lo scimpanzé

Lui, lei, un figlio piccolo
E uno scimpanzè, trovato un sabato nella foresta, siamo in Nigeria.

E lo scimpanzé
… col tempo imparò a preparare la tavola, a stendere il bucato… persino ad accarezzare il gatto fino a fargli fare le fusa.

Una scimmia sensibile, capace di riconoscere, fiutare, quando uno di noi era triste….
… un giorno salvò Immanuel
(il bambino – np) dal morso di un serpente velenoso…
Una volta portò a Erella in regalo un magnifico scialle colorato che aveva rubato per lei chissà dove e noi non sapevamo a chi restituirlo. Se uscivamo in jeep…, correva dietro la jeep e piangeva con voce straziante, come un bambino.
Quando si prendeva una sgridata… si offendeva e spariva…, ma dopo faceva la pace, cercava a ogni costo di riconquistarci, compensadoci con favori e gentilezze quali lucidare gli occhiali di Erella e meterli sulla testa del gatto.

Poi – però – lo scimpanzé diventa adulto.
E si sente attratto da Erella, e si strofina contro di lei quando lei si abbassa, e quando Erella e il marito sono in camera da notte, lui ulula disperato.
Per due volte abbracciò Erella con una stratta troppo forte. A nulla valsero le inziezioni di estrogeni…
Senza dire nulla alla moglie e al figlio, il capofamiglia prende una decisione:  di riportare lo scimpanzé nella foresta.

Per strada ci fermammo a far benzina e lui, come al suo solito, infilò il tubo dentro il serbatoio e azionò la pompa…
Lui capì e durante il viaggio, quasi tre ore, si accoccolò sul sedile accanto al mio tenendo il braccio sulla mia spalla…
Man mano che ci addentrammo nella foresta, calò sudi lui  il silenzio: Si rannicchiò sul sedile e cominciò a tremare forte…
….
Così giunsi finalmente a una piccola radura. Lui venne a sedersi in braccio a me e posò una guancia sulla mia spalla. Gli dissi di scendere e di andare a prendere dei bastonicini…. indugiava. Dovetti riproverarlo brutalmente… e mentre lo sgridavo ancora speravo che non si fidasse…


L’uomo torna a casa. Missione compiuta, forse.
E così, l’ultima cosa che sentì da me fu quella brutta sgridata…

Il corsivo è tratto da Non dire  notte, di Amos Oz, Feltrinelli.

mangiare bene per vivere meglio

Vado avanti io, a panini a mezzogiorno (inoltrato) e pizze quand’è quasi notte fonda.
E, son sicuro, la colazione per me com’è sempre stata sempre sarà: un cafè, poi un secondo caffè, poi un terzo caffè che coincide col mio arivo in redazione.
E quand’è notte fonda per davvero e sto scrivendo un libro e qualche frase non torna, oppure devo rivedere lo schema di un capitolo, oppure son fermo e aspetto un’idea, oppure ancora devo battere i tasti in fretta che di idee ne ho troppe e ho paura poi di scordarle e poi però subentra il sonno, e la testa va giù, be’, risolvo tutto con uno spuntino con quel che c’è nel frgorifero: formaggio, un’insalata, succo di pomodoro (a cui aggiungo tabasco)…
E poi basta.
Sull’alimentazione, io, predico bene e razzolo male (o forse non predico solo male perché io, potessi, vivrei di legumi, aglio e cipolla e un piatto di pasta con aglio olio e peperoncino ogni tanto), comunque: questo video è siuramente più importante di tati post.

l’urlo bestemmiato

… a un certo punto si voltò di scatto verso di me disse: E torna a casa presto la sera.
E poi si rigirò tra le lenzuola, dandomi la spalle. Di sicuro, in quella camerata d’ospedale con otto posti letto, tutti sentirono il rimprovero di mio padre.
Pensai, Vaffanculo.
Lo penso ancora adesso. A casa, mica mi sentiva rincasare, lui. Che fossero le undici o le due di notte lui, beato, ronfava. A mia madre no, non sfuggivano eventuali minuti di ritardo.
Sei arrivato dopo mezzanotte, cosa credi ti ho sentito?, e poi al mattino fai fatica a svegliarti.
Quell’estate del 1972, però, fu diversa. Era luglio, non ci sarebbero state ferie. Mio padre era stato ricoverato per un’ernia inguinale.
Ho ripensato a quei giorni, ieri e l’altro ieri.
A com’è mio padre. A come io, almeno un po’, gli somiglio. Nelle non reazioni e nelle reazioni.

Negli ospedali si sa come vanno le cose.
Se prima di ricoverati passi dal primario, a pagamento, hai la precedenza e un trattamento migliore.
Se il primario è troppo caro, puoi andare, rigorosamente a pagamento, dal numero due o dal numero tre o dal numero quattro; più scendi e peggio di tratteranno, era così nel 1972 ed è così – almeno un po’ – ancora oggi.
Mio padre non volle sentire ragione.
Vado all’ospedale con l’impegnativa del dottore, fanculo.
Gli rodeva essere ricoverato proprio a luglio.
A luglio lui viveva tra fabbrica e orto.
Comunque, lo ricoverano.
Sembrava un’altra persona, in peggio. Lui, che non è capace a stare fermo e che non è capace a stare in casa, sembrava un leone demoralizzato in gabbia.
Però era gentile, con infermieri e medici, così mi aveva insegnato, così era lui.
E intanto aspettava, fingendo una pazienza che non aveva.
Passò una settimana.
Dottore quando mi operate?
Presto, abbia pazienza.
Passò una seconda settimana.
Dottore quando?
Abbia pazienza.
La terza settimana s’interruppe a metà.
Allora mi dite quando mi operate?
Era più o meno il ventesimo giorno e mio padre aveva visto che alcuni pazienti, ricoverati dopo di lui pure loro per ernia, erano stati operati e dimessi.
Io ero fuori, quando il chirurgo disse a mio padre, abbia pazienza, quel giorno.
Quando lo vidi uscire dallo stanzone, entrai.
Mio padre era tesissimo, non mi disse una parola.
E quando lo salutai non mi rispose. Mentre mi allontanavo sentii un urlo, tutti sentirono un urlo, ma non era un urlo di dolore, era un urlo: una bestemmia urlata e prolungata che attirava l’attenzione di tutti, soprattutto delle suore.
Dopo la prima, ne seguirono una seconda, una terza, una quarta…
Il giorno dopo lo preparano per l’intervento, il giorno dopo ancora venne operato.
Con le buone bestemmie si ottiene non tutto, ma qualcosa.

(Spero che nessuno mai vada a raccontare quello che ho scritto a mia madre; sarebbero due culi assicurati: per me e per mio padre).

Passione, erotismo, pornografia: un mio intervento sul blog di Paola Pioppi

sai come son fatta, piccola Sara

Comunque ti vogliono bene, sai?
Ti volevano bene quando urlavi che il mondo era tutto da rifare, tutto sbagliato, ti vogliono bene ora, che ti vedono ballare.
Devo essere sincera, però, adesso.
Tuo padre e tua madre un o’guardano e un po’ fanno finta  non vederti,  però, li ho visti, sai?, le volte che la televisione ti inquadra si vede che sono contenti, la corsa settimana tuo padre è arrivato perfino a dire che la più bella del programma sei tu, e che non è giusto che ti si veda così poco.
Io sono stata contenta, perché, sai com’è fatta tua madre, se tuo padre dice bianco lei deve dire nero, ecco invece stavolta tua madre ha detto, Hai ragione Luca, hai proprio ragione, e a me è parso così bello che la nostra famiglia fosse unita come una volta avanti al focolare, ché la fiamma eri tu, tu, piccola Sara,e io, io, dalla contentezza, sai che ho fatto?, piccola Sara?, mi sono alzata di scatto, sono andata a prendere una bottiglia di spumante e ho detto, Brindiamo ragazzi?
Mica m’ero accorta che tuo nonno, sai com’è fatto lui, cammina adagio adagio, non si mai sentire, era dietro di noi.
Poveri scemi, ha detto.
Povera cretina, mi ha detto, e… ma sì te lo dico: ha sputato sul tavolo, sulla tovaglia ché la pasta stava ancora bollendo, e io avevo preparato la pasta con la acciughe che a lui piace tanto, ma a tuo padre no, tuo padre potesse vivrebbe di pomodori e fagioli e mortadella, ricordi piccola Sara?, che quando eri piccola io, di nascosto da lui, sostituivo il panino con la mortadella di Bologna con uno con la Nutella che ti piaceva tanto?
Ma è per tuo nonno, sai, che ti sto scrivendo ora.
Tu lo sai, vero?, ti ricordi com’è fatto lui, Piccola Sara? Si sveglia, e poi beve il caffè e legge il giornale senza dire una parola. Poi, se il tempo è brutto va al bar a litigare, sai com’è fatto, lui è rimasto a Togliatti, se invece è bello o anche solo così così lui fugge all’orto, e tu ricordi, ricordi vero?, piccola Sara, che io l’orto lo odio (ho i miei motivi).
Però, sai com’è, col tempo ci si rammollisce e io, erano almeno dodici anni che non capitava, io domenica sono andato all’orto. E’ sempre lo stesso orto, vicino al fiume dove tuo nonno ti portava a giocare.
Senti Sara, non volevo dirtelo ma ora che ci sono te lo dico: io dodici anni fa andai all’orto perché sapevo che lì tuo nonno si vedeva con una donnaccia. Come lui ha sputato sulla tovaglia mentre noi ti si guardava in televisione, io sputai… sul culaccio bianco di tuo nonno, aveva i calzoni abbassati il maiale, quando entrai nell baracca.
Gli dissi, Paga questa troia, e poi a casa pagherai qualcos’altro.
Invece sono stata zitta, per anni e anni.
Domenica, sai come son fatta piccola Chiara, tremavo tutta: un po’ avevo paura, tuo nonno ha settantatue anni ma l’appetito per le donne mica ghi è passato, e un po’ c’era quel brutto ricordo.
E invece, entrando, ho visto gli attrezzi di tuo nonno, sai com’è fatto piccola Sara, in casa lascia in giro di tutto, penso che nessun uomo sia disordinato come lui, ecco, invece lì all’orto era tutto a posto. Gli attrezzi, la caffettiera, una borraccia, il suo cappello da alpino, un armadio, ecco dov’erano andate a finire, con le vecchie Unità, piegate come fossero fazzoletti di seta, ma non ti ho detto tutto, sai come son fatta, mi piace far le sorprese, piccola Sara.
Sopra al banco degli attrezzi pensavo di vedere la solita fotografia di Togliatti, te lo ricordi vero Sara quando ti diceva, E’ a lui che devi pregare, non a quei bastardi dei preti…
Togliatti c’era, ma poggiato per terra.
C’era un quadro con un ritaglio di giornale dove c’eri tu, piccola Sara.
Sono scappata via, sai com’è fatto tuo nonno, si vergogna, lui è così, se sapesse che ho visto il quadro con il ritaglio di giornale dedicato a te, quello sarebbe capace di cacciare un urlo, mandare via me e dare fuoco al quadro, sai che ha comprato pure una bella cornice?
Senti piccola Sara, io lo conosco, lo conosco bene.
Io adesso son convinta che la sera, quando lo vedo rigirarsi sul letto e gli dico, Nello che pensi?, son convinto, sai com’è fatto piccola Sara, son convinta che lui sogna di vederti arrivare lì, da lui.
Lo so che non c’hai tempo, non ti chiedo niente.
Però te lo dico lo stesso, e tu non t’arrabbiare che un po’ il carattere ce l’hai come lui. Io ti dico piccola Sara, che un’ora sola, sì come la canzone che lui canta sempre (Che palle, nonno, mi pare ancora di risentirti, e lui che a squarciagola urlava, U’ora sola ti vorrei….), un’ora sola, con te, nel vecchio orto, a tuo nonno regalerebbe il paradiso.
Mandami tue notizie, piccola Sara, che son due mesi che non mi scrivi, ti bacio e ti abbraccio forte forte, sai come son fatta, a me piace abbracciarti, a me basta solo un abbraccio, un’ora regalala a tuo nonno.