Cose che dico ai miei corsi di scrittura, nel primo incontro

Una traccia di quello che in genere dico quando tengo dei corsi di scrittura.

Possiamo scrivere tutti un libro e che cosa è il talento?
La mia risposta è: non lo so.
Serve un corso di scrittura? Almeno un po’ sì, può servire.
Nei miei corsi io racconto due cose. In un’intervista mi chiesero:; Dove nasce il talento di Remo Bassini? Risposi così: “Io credo che il talento di Primo Levi sia nato nei campi di concentramento, nel suo vissuto, insomma. Il mio potrebbe essere nato nei campi di concentramento che ho dentro”.
Nei miei corsi cito anche Edoardo De Filippo. Mentre teneva un corso per aspiranti attori fu intervistato dalla Rai. Disse: «Chi frequenta i miei corsi in genere mi chiede: qual è il segreto per diventare attori? E io gli rispondo: la risposta ce l’hai tu, dentro di te».
Penso sia la stessa cosa.
Chi vuole scrivere lo faccia, Mettendoci tutta la volontà che ha, e senza ascoltare i giudizi degli altri, soprattutto all’inizio.
I complimenti di parenti, amici, di blogger (nei blog si legge: Ma come scrivi bene? In genere chi lo scrive vuole essere ripagato da un analogo complimento) sono deleteri. Illudono.
Ma attenti anche alle stroncature.
Sulle stroncature faccio un esempio che mi riguarda.
Anni fa mandai un manoscritto a un piccolo editore, che stimo (anche perché legge i manoscritti).
La sua risposta fu per me un pugno nello stomaco. Non c’era nulla che gli piacesse di quel libro. Uno schifo, insomma.
All’incirca un anno dopo trovai un altro editore che me lo pubblicò, non solo: con quel libro vinsi addirittura un primo premio a un concorso letterario.
Allora, gli insegnamenti che si traggono da questa mia esperienza sono tre.
Uno. Non esistono giudizi infallibili. La storia dell’editoria è piena di bocciature illustri.
Due. Mai fidarsi, nel bene o nel male, di un solo giudizio. Cercatene, possibilmente di più persone che ritenete oneste intellettualmente
Tre. Torno a quella mia esperienza. Avevo già pubblicato undici libri (mi pare). Mi chiedo: Avessi ricevuto una risposta così tranciante quando inviai il primo manoscritto? Non ne sono certo, ma probabilmente avrei smesso di scrivere. O per sempre o per un bel po’.
I consigli, i pareri degli altri servono: il difficile è cercare quelli giusti.
E comunque, dico una cosa nota, trita e ritrita.
Chi vuole scrivere un libro deve esercitarsi quando può e deve soprattutto leggere, magari autori con stili diversi. Se ci si innamora di un solo autore si corre il rischio di scimmiottarlo.
Molti, quando dico che bisogna scrivere e leggere, mi rispondono che manca il tempo. Vero. Il tempo manca a tutti quelli che lavorano, che devo crescere figli, che hanno problemi vari.
Torno a me, alla mia esperienza di vita.
All’età di 26 anni mi iscrissi a Lettere. Lavoravo in fabbrica, avevo famiglia (oggi ho un figlio di 13 anni, allora avevo una figlia di 3 anni), avevo qualche problema di salute (e non era roba da poco).
Tutti i giorni la mia vita era questa: sveglia all’alba, corsa alla stazione per prendere il treno che da Vercelli mi avrebbe portato a Torino, autobus, due ore di lezione a Palazzo Nuovo (Torino), ancora autobus dalla facoltà alla stazione di Torino Porta Susa, quindi treno, quindi arrivo a Vercelli dove avevo il tempo per mangiare un boccone prima di iniziare il turno dalle 2 alle 10 (14-22). Poi ritorno a casa, caffettiera da tre, studio finché non crollavo. Ma ore notturne a parte, in quegli anni imparai che si può studiare (e quindi anche pensare, e quindi anche scrivere mentalmente) in tutte le pause che la vita ci concede. Anche pause piccolissime, di pochi minuti.
Ricordo di fabbrica. Mezz’ora di pausa mensa. Finito di mangiare, mancavano ancora 5, 10 minuti al fischio della sirena; e io tiravo fuori dalla mia tasca il libro di poesie di Pascoli su cui avrei dato il primo esame. Cinque minuti: quello che leggeva restava impresso.
Faccio così anche adesso: i miei libri li penso quando porto a spasso il cane, quando devo fare una coda, quando posso insomma. E se ho appresso un piccolo bloc notes per annotarmi cose che mi passano in mente tanto meglio.
Quando lavoravo e studiavo rinunciavo ad andare al cinema o a teatro (amo tantissimo andarci) o a passeggiate primaverili o quando arrivava la prima neve. Volevo laurearmi. Ora è la stessa cosa quando scrivo un libro. E non è facile facile, perché magari ci si sente in colpa con le persone che ci vivono accanto… Ma si tratta di scegliere e di volere.

Poi aggiungo questo. Non sono un vero docente di scrittura creativa. Ho rubato cose di qua e di là. Da Pontiggia, soprattutto. Poi da Flannery O’ Connor. Da Giulio Mozzi. Dalla mie esperienza.
Vi dico cose che ho imparato in vent’anni e che, se le avessi sapute, mi avrebbero fatto molto comodo quando iniziai a scrivere.

Certezze e un manoscritto

Mi piace la pioggia, ma non ho ombrelli per le certezze che son peggio della grandine.

Poi.
Senza voglia mi accingo a inviare (come ho sempre fatto) l’ultimo mio manoscritto (Il sentiero dei papaveri) a varie case editrici. Sapendo che…

Per esempio. Anni fa inviai un manoscritto a un piccolo editore. Nessuna risposta. Mesi dopo una traduttrice mi scrive: Se hai un manoscritto mandalo al tal editore, è in gamba; insomma, allo stesso. L’ho già fatto, risposi. Risposta poi del piccolo editore: scusa, mi era sfuggito, ma ne ricevo talmente tanti. Ora ti leggo.
Lesse, gli piacque, non ci accordammo.

Citazione del giorno.

siamo il silenzio dopo le parole

(anni fa, ascoltando la radio in auto, una frase di una canzone, mi pare fosse la Mannoia, ero distratto)

Il sentiero dei papaveri: bozza (notturna) della sinossi

Cortona. Stanotte alle 4 ho terminato la prima revisione del libro Il sentiero dei papaveri.
Prima di addormentarmi ho messo giù una bozza della sinossi.
Da rivedere, certo. Eccola (ripeto, una bozza).

Nella periferia violenta di una città senza nome c’è un locale, il Bar del Capitano.
Sembra un bar d’altri tempi, non c’è nemmeno la televisione.
Il protagonista (anche lui senza nome) ci mette piede il giorno di Carnevale. Il titolare, che tutti chiamano il Capitano, gli dice «Ti stavo aspettando.»
Poi gli dirà: «Sei uno scrittore.»
Il protagonista vorrebbe fuggire. Vive col padre, non lavora a causa degli attacchi di panico, e non vuol sentirsi chiamare scrittore: anni prima ha scritto un libro (solo 49 le copie vendute) ormai dimenticato.
Quello che non riesce a dimenticare è un giorno di pioggia, mai confidato a nessuno, un giorno che lo ha segnato; e invece, il giorno in cui entra nel bar rivive e racconta, come se fosse in trance, la sua storia segreta al Capitano.
Il Capitano gli dice: «Le pareti di questo bar sono fatte di storie belle e dolorose, come quella che mi hai raccontato tu…»
Per dieci mesi frequenterà quel bar (dove si fa il gioco dei nomi diversi: ognuno ha un nuovo nome), ascoltando storie incredibili, sembra che il bar le attragga, e rielaborando la sua storia segreta: mancavano delle pagine.
S’intrecciano storie, nei dieci mesi raccontati dal Sentiero dei papaveri, storie di dolore ma anche storie d’amore: come quella di Marina, vicina casa dello scrittore e cameriera del bar. È innamorata del protagonista, ma non è ricambiata. Non vuole legami, lui, gli basta Verena, una escort che accompagna in clinica, quando sta male. Giorno dopo giorno si sente sempre attratto da una frequentatrice del Bar, Rosa. Era un avvocatessa, ora vive tra gatti e galline, fuori città.
Nel romanzo non compaiono parole dell’epoca digitale. I personaggi non le citano. Sembra di essere negli anni 60 ma invece ci racconta i giorni nostri visti con gli occhi di chi cerca di vivere senza i nuovi feticci.
Ci sono semmai alcuni oggetti-simbolo di un mondo che sta scomparendo. Una vecchia sveglia, una radiolina transistor, una macchina da scrivere, penne stilografiche.
Il protagonista dice: «… la parola rete per me ha un significato preciso: trappola. E il navigatore è colui che naviga, non l’aggeggio che sta impedendo alla gente di usare la piccola bussola che avevano nel cervello.»
Ha qualcosa di magico il Bar del Capitano? Così parrebbe. Il Capitano ha visioni, pratica la meditazione, ha ricevuto insegnamenti da un prete strano, quasi un eretico: il Piccolo Prete.
Un giorno nel Bar entra la violenza. Non solo. Il Capitano e i suoi amici vengono interrogati, accusati d’essere una setta.
Sono colpevoli perché sognano di costruire nuove città. «L’inquinamento peggiore non si vede, arriva nella testa della gente e non fa fumi né puzza, ma pervade tutto, ed è potente.»
I Capitano dovrà fuggire, è il suo destino, da sempre. Prima di andarsene, allo scrittore-cantore racconterà la propria “storia spuntata”, tra ospizi ed elettroshock. E gli lascerà un compito: «Dovrai raccontare le storie della nostra storia».

Una breve spiegazione sul libro.
Per la storia di un gruppo di persone che decide di vivere in un proprio mondo mi sono ispirato alle spiegazioni sulla rivoluzione digitale di uno psicanalista, Emilio Mordini.
Nel personaggio del Piccole Prete c’è un po’ di don Luisito Bianchi, scrittore che ho avuto la fortuna di conoscere, unico sacerdote che rifiutò lo stipendio del sostentamento del clero, e c’è un po’ di un salesiano della mia città, don Piero Borelli. Entrambi non ci sono più, entrambi non ebbero una vita facile con le rispettive gerarchie. Nel Piccolo Prete c’è anche un terzo sacerdote, un “ricostruttore” insegnante di filosofia, che tenne un corso sulla meditazione anni e anni fa. Purtroppo non ricordo il suo nome.
Nella vicenda di Luca (una delle storie che il mio protagonista racconta) c’è il mistero del figlio dell’esploratore Augusto Franzoj. Un mistero non ancora svelato. Era figlio di Franzoj, ma non della donna con cui viveva il padre. Fu lui a trovare il corpo del padre, morto suicida, ma poi scomparve nel nulla.
La storia del Capitano, una sorta di messia o di Che Guevara, ci sono analogie con la biografia della poetessa Mariella Mehr.
La storia delle due città. Una ricorda la città anabattista di Munster, che fu distrutta da Cattolici e Protestanti, l’altra Kronstadt, che si ribellò, e per questo fu distrutta, quando vide che il sogno comunista era destinato a restare solo un sogno.
E poi ci sono tanti riferimento ai miei vecchi libri. Dal bar delle voci rubate a Bastardo posto. Ma la storia è una storia tutta nuova. Con elementi autobiografici, disseminati in qualche pagine e in personaggi diversi.
Il personaggio principale è uno scrittore che ha pubblicato un solo libro e che non sa se continuerà a farlo.
Lo farà, scrivendo Il sentiero dei papaveri.

Il sentiero dei papaveri: bozza della sinossi

Sto rivedendo, correggendo e rileggendo più volte Il sentiero dei papaveri (stamattina pensavo che un titolo appropriato sarebbe Anime perdute). Magari in un paio di settimane finisco e spedisco a qualche casa editrice (ma poi continuerò a correggere; sempre fatto così).
Insomma è ancora una bozza il libro (il più strano che io abbia scritto) ed è una bozza la sinossi che ho messo giù, insieme a due righe di biografia e a un estratto, scelto per far capire. Nessuna trama.
Ecco la bozza della sinossi.

Il sentiero dei papaveri, romanzo (195mila battute)

Remo Bassini, giornalista e scrittore, Cortona Arezzo, classe 1956. Residente a Vercelli. Una dozzina di libri pubblicati (Mursia, Fernadel, Newton Compton, Perdisa, Fanucci, Golem). Un paio di riconoscimenti: libro del mese Fahrenheit nel luglio 2006 e finalista del “Libro dell’anno 2006” con “Lo scommettitore”, Fernandel. Primo posto (ex aequo) nel 2021 al Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica con “Forse non morirò di giovedì”, Golem editore.

Il romanzo.
Nella periferia più grigia di una città senza nome c’è un Bar con vecchi travi di legno, un camino, tavoli che ricordano le vecchie osterie. È il bar del Capitano. Il padrone si fa chiamare così, nessuno sa il suo nome. I suoi panini con la frittata sono i più buoni della città.
Un giorno entra un uomo giovane. È il protagonista del romanzo. Si porta dentro un brutto ricordo mai raccontato, vive col padre, tempo addietro ha scritto un libro che è stato un fiasco, il Capitano, appena lo vede, gli dice: «Ti stavo aspettando».
E poi: «Sei uno scrittore.»
L’uomo vorrebbe fuggire, e invece cade come in trance e racconta la sua storia segreta al Capitano che, dopo averlo ascoltato, gli dirà: «Vedi, questo posto è diverso dagli altri. Certe sere, quando chiudo, ha un’altra vita. Io e altre persone (ma se verrai non fare domande, ascoltale e basta), io e altre persone, ti dicevo, quando si fa tardi e gli altri dormono, tra un bicchiere di vino o un sorso di tè ci raccontiamo storie che possono essere nostre oppure sono state raccolte come si raccolgono certi fiori di campo che nessuno vuole. Le pareti di questo bar sono fatte di storie belle e dolorose, come quella che mi hai raccontato tu…»

Nel romanzo non compaiono le parole che stanno caratterizzando la rivoluzione digitale. I personaggi non le citano. Sembra ambientato negli anni 60 ma invece ci racconta i giorni nostri visti con gli occhi di chi cerca di vivere senza i nuovi feticci.
Ci sono invece alcuni oggetti-simbolo di un mondo che sta scomparendo. Una vecchia sveglia, una radiolina transistor, una macchina da scrivere, penne stilografiche e…. libri di carta.
(Un solo cenno all’epoca Covid, parola che non compare mai: Un medico che durante la grande epidemia andava a visitare i pazienti a casa loro.)
Ha qualcosa di magico il Bar del Capitano? Così parrebbe…

Breve estratto.

«Zia, la parola rete per me ha un significato preciso: trappola. E il navigatore è colui che naviga, non l’aggeggio che sta impedendo alla gente di usare la piccola bussola che avevano nel cervello.»
«Io non l’ho mai avuta, senso dell’orientamento zero. Ascoltami. Tu stai cercando di vivere in un mondo tutto tuo, non ti capisco. Perché non lo accetti continuando a coltivare le tue passioni? Io per esempio non perdo mai uno spettacolo teatrale e appena posso vado a camminare da sola, al fiume. Fai attenzione: se non ti adegui vivrai da emarginato.»
««Chi pensa fa paura, e chi non si adegua viene deriso.»
«Appunto.»
«Ti racconto una storia, piccola piccola…
Quando facevo il portiere di notte ho conosciuto un uomo che non riusciva a dormire. Era elegante, distinto, un uomo d’affari. Mi raggiungeva, mi chiedeva se mi disturbava la sua presenza. Io in genere leggevo. Non parlava mai. Fumava, beveva la sua birra, guardava il vuoto. L’ultima notte della sua permanenza, prima di salutarmi mi raccontò che lui, tempo addietro, aveva provato la nausea del suo mondo ed era fuggito, ed aveva vissuto tra gli emarginati sotto ponti e griglie. Mi disse che la notte non riusciva a dormire per il freddo, e che aveva una coperta brutta e sporca ma soprattutto corta. “Se mi coprivo vicino alla gola restavano scoperti i piedi e viceversa. Eppure ci sono giorni che la rimpiango quella coperta.”»
«Tu però resta.»
Ha una voce bellissima la sorella piccola di mamma.



Un bar fuori dal tempo, nel mio nuovo libro.

Sto rivedendo il libro Il sentiero dei papaveri.
E’ una storia un po’ strana.
Nata da un incontro.
Tempo fa, lo psicanalista Emilio Mordini, una delle voci più interessanti durante la pandemia (lo seguo su facebook). Commentando la rivoluzione digitale che stiamo vivendo, disse che non ci resta che fare come certi monaci (benedettini, mi pare) che durante le invasioni barbariche si chiusero nei loro conventi a studiare e pregare.
Mi è venuta così in mente una comunità che ho frequentato anni fa. Di cattolici. Ma non solo. Praticavano la meditazione, imparata in Oriente. Vivevano e vivono nelle loro comunità, dove pregano, meditano, fanno yoga, seguono un’alimentazione vegetariana.
E una sera, guardando una serie tv, mi ha colpito una scena: un bar dei giorni nostri con una storia ambientata ai giorni nostri ma che sembrava un bar degli anni sessanta.
Ho ambientato lì, la mia comunità. Un bar dove si incontrano storie.
La prime righe del libro.

Cammini, ma a ogni passo sembra che tu stia per inciampare perché – lo so bene, ti conosco oramai – sei distratto, spaesato, triste. Il Capitano ti manca, ci mancano lui e quella nostra tana: Il Bar del Capitano non era un bar, era una stazione dove arrivavano storie. Una stazione accogliente, diversa: senza regole, orari, capotreni. Ricordo il primo giorno in cui ci mettesti piede.


Poi, a metà, si legge questo.

«Ora però devi spiegarmi una cosa. Perché non usi nessun tipo di telefono? È un vezzo da intellettuale?»
«Per solidarietà con le cabine telefoniche.»
«Cosa?»
«Una sera, affacciati sul cortile, io e papà vedemmo che stavano smontando una cabina telefonica. “Le tolgono per imporci le loro diavolerie? E allora sai cosa facciamo noi? Smettiamo di telefonare” disse papà. Da allora uso il telefono solo se sono disperato.»
«Vivi fuori dal mondo, ma è un nuovo mondo, questo, che corre, e tu non puoi esorcizzarlo fingendo che non esista. Sembra quasi che certe parole ti spaventino, non le pronunci mai…»
«Zia, la parola rete per me ha un significato preciso: trappola.»
«Stai cercando di vivere in un mondo tutto tuo, non è una scelta facile.»
«È una scelta.»
Ha un sorriso bellissimo la sorella piccola di mamma.

Il 23 marzo di vent’anni fa. E poi: nasciamo tutti per caso, io per caso e per Luciana

Il 23 marzo di vent’anni fa nasceva questo blog.
Ricordo la data perché dissi: toh, coincide con il mio mezzo compleanno: avevo 46 anni anni e mezzo.
Quel vecchio blog – che chiamai Appunti – non esiste più, si trova qualche traccia su archive.

Qualcuno mi rubò il dominio (remobassini.it) così nacque questo.

Quel primo blog nacque – e lo scrissi – per pubblicizzare i miei libri. Era uscito Il quaderno delle voci rubate (che ho riscritto ed è diventato Il bar delle voci rubate), avevo firmato il mio primo contratto con la casa editrice Mursia per il romanzo Dicono di Clelia (che pensavo uscisse nel 2003, ma che invece fu pubblicato nel 2006).

Poi il blog divenne anche altro. Divenne una piazza dove ogni giorno incontravo persone, molte delle quali ho poi conosciuto, di persona.
Anni fa, quando facevo il caporedattore o il direttore di giornale, la mia vita era questa: di giorno il lavoro in redazione, di notte, da mezzanotte alle quattro, la lettura o la scrittura. Al mattino alle 9, con una tazza di caffè, accendevo il Pc (ora sono passato al Mac, ma ho avuto anche una parentesi con Linux) e scrivevo la prima cosa che mi passava per la testa.

Come questa (e buona giornata a chi passa di qui).

E LUCIANA?
Ho cambiato bar, ieri mattina. Desidera? Un caffè ristretto, grazie. Poso un euro, in attesa del caffè, e mi giro verso i clienti, ai tavolini; ci sono sei sette persone, ma conosco nessuno penso, del resto, penso ancora, questo è un bar nuovo. Mi ri-giro, e il caffè è servito. Appena porto la tazzina alle labbra mi sento sfiorare da qualcuno, sulla spalla. Qualcuno che, appena mi volto, sento che mi chiede, “E Luciana?”, dileguandosi. A questo punto il… sogno è finito. Era un sogno. Il bar esiste. Io pure, ho il sospetto di esistere. Chi abbia detto “E Luciana?” non lo so. Nei sogni a me capita spesso di vedere persone senza volto, oppure di ricordare un volto che sembra una foto terribilmente sfuocata. E Luciana? Esiste? Quante ne conosco? Nemmeno una, ho pensato ieri mentre andavo a lavorare. Devo dire la verità: durante il giorno non è che ci ho pensato molto. Prima di arrivare in redazione ho incontrato un avvocato (che non è il mio), poi, a parte due telefonate a due amiche, una che sta in Romagna e una che sta invece nella mia città, non ho fatto altro che lavorare, rispondere al telefono, rispondere alla posta elettronica, il mio solito giorno di lavoro, insomma, che inizia un po’ prima delle 11 di mattina e termina verso le 23 tra menabò, riunioni, titoli da passare. E Luciana?, mi sto domandando ora, da un po’, che è notte fonda e il cane e il gatto, stranamente, stanotte dormono e non fanno avanti indietro dal giardino scambiandomi per il loro portinaio. Forse so chi è Luciana. C’è una Luciana nella mia vita, e forse è anche la donna più importante della mia vita. C’è un ma: ma io, questa Luciana, non l’ho mai vista. Era duro il lavoro nei campi per i mezzadri. Una giovane copia, Franco e Nella, lavorano in podere con viti, ulivi, grano. Si sono appena sposati. E’ il 1955. Nella resta incinta. Ma lavora anche. Ha trent’anni, è da quando aveva sei anni che porta al pascolo maiali o pecore. Ed è una donna forte: sa sollevare da terra una balla di grano da un quintale e se la porta sulle spalle. Roba da uomini: forti. E’ incinta, certo, e un po’ si riguarda, ma deve comunque lavorare. Non mangi se non lavori, quando sei a mezzadria. Sotto il sole o la pioggia. C’è abituata, lei. Una sera, però, si sente male. Franco corre, chiama il dottore che arriva, visita Nella e le fa una visita ginecologica, perché vede che ha perso sangue. No, non ha perso sangue: ha perso la bambina. La chiamarono Luciana, nata morta (e prematura: doveva venire al mondo a gennaio, credo, del 1956). Era l’autunno del 1955 quando sotterrarono il corpicino di Luciana nel cimitero di Sant’Angelo vicino a Cortona. Un anno dopo, settembre 1956, sono nato io. Per caso. Certo tutti nasciamo per un caso. Un incontro tra due persone. L’incontro casuale delle due persone che mi hanno messo al mondo avvenne perché Luciana lo consentì, morendo prima del tempo. Nasciamo tutti per caso. Io per un caso, come tutti, e per Luciana.

Due cose. Un Santo e un Re di cui non so il nome e i libri dimenticati

Pensieri in libertà (che scrivo dopo giorni e giorni dedicati solo ed esclusivamente alla stesura del libro Il sentiero dei papaveri, terminato stamattina alle 11,19. Riprenderò in tarda serata, con la prima revisione).

È per questo che negli ultimi giorni ho scritto poco e niente, qui (o su facebook).

Il primo pensiero non è un pensiero ma un appello a tutti coloro che conosco o la storia medievale o la storia dei santi.

Mi servirebbe per il libro.

È stata infatti una delle idee di partenza.

Allora, anni fa ho seguito un corso di meditazione con un sacerdote, che conosceva bene tanto il Vangelo quando tecniche di meditazioni di origine indiana.

Ci fece un racconto, questo.

Un giorno il Santo (?) fu ricevuto dal Re (?), che volle metterlo alla prova. Ordinò a un suo consigliere (?) si sedersi sul trono, al posto suo. Lui si sedette defilato, in disparte. Ma il Santo non ebbe dubbi quando entrò: non guardò colui che era seduto sul trono regalo ma il Re.

Qualcuno sa chi era il Santo e chi era il Re?

Non si trattava di un miracolo, disse il sacerdote. Si trattava di “saper vedere”.

Concorsi, premi letterari, saloni eccetera.

Uno scrive un libro, a meno che non sia un capolavoro o divenga un best seller, o uno di quei libri che, giustamente, sopravvivono al mercato, quel libro scritto e pubblicato o da una piccola o da una casa editrice media è moribondo, due anni dopo dopo è morto e sepolto.

Sarebbe bello (e ci sto pensando) se venisse organizzato o un concorso o un salone dedicato al libro dimenticato. Così, per dare un po’ di fastidio all’epoca dei libri usa e getta come fossero lamette.

Parntesi politica, 9 anni fa giusti giusti

Nove anni fa lasciai la direzione del giornale La Sesia per candidarmi a sindaco (Sel più una lista Civica, Voce Libera. Era l’anno del Pd di Renzi, che infatti stravinse. Noi prendemmo il 6 per cento. Fu una bella esperienza; fu meno bella quella di consigliere e di assessore all’ambiente, che durò meno di due anni. Detto in soldoni… ci rimisi (per davvero) un bel po’ di quattrini ma non mi pento di quella scelta. Ritenevo e ritengo l’ambiente una priorità dimenticata di questo territorio. IL bello della diretta è questo: da assessore, il centrodestra mi attaccò per problemi ambientali vecchi, il centrosinistra non appoggiò alcune mie richieste (per l’ambiente non c’erano soldi, per concertini e sagre sì), e così salutai per tornare a scrivere libri e fare il giornalista. Avevo un sogno (ero il nostro slogan: abbiamo un sogno), quello di migliorare l’aria di Vercelli. Magari con un grande parco oppure con tanti piccoli parchi o aree verdi. Tutto sfumato, finito, dimenticato. E non è una questione di destra o sinistra. Destra e sinistra, ho imparato da quell’esperienza, usano l’ambiente per scannarsi a vicenda. Quelli che ci tengono davvero sono pochi pochi.

Allora, il libro che sto scrivendo….

Titolo. Il sentiero dei papaveri.
Ci son giorni che penso (già successo con La suora; con La donna di picche; con Bastardo posto): sto scrivendo il mio miglior libro; ci sono giorni che dico (mai successo prima): sto scrivendo il mio peggior libro. E mi dico anche: stavolta (mai successo prima) non troverai un editore.
E se qualcuno lo pubblicherà arriveranno tanti complimenti ma anche tante stroncature, tante sassate.
È un libro fiaba o forse no. Non si sa se l’azione si svolge dopo il Covid o negli anni Sessanta (favolosi? dipende dai punti di vista.)
Ci sono giorni in cui scrivo 30mila battute, ci sono giorno in cui ne scrivo 2000.
All’inizio pensavo: sarà il libro con più pagine che ho scritto.
Invece è molto probabile che sia (sarà) quello ccon meno pagine (sulle 160mila battute).
Ci saranno alcuni capitoli con riferimenti da spiegare poi, nella pagina finale: nel tal capitolo parlo del figlio di un personaggio vero, un figlio di cui non si è saputo nulla. Nel talaltro, invece, c’è un prete che ho visto davvero, mentre celebrava messe strane con le imposizioni della mani, ma che dirà cose che diceva don Luisito Bianchi, un grande prete, un grande uomo, un grande scittore (autore del libro-capolovaro La messa dell’uomo disarmato).
Ci son cose autobiogarfiche anche, disseminate qua e là.
Quando ho del tempo scrivo, leggo, rileggo, correggo.
Per la prima volta ho fatto una scaletta. Insomma, prima ancora di iniziare sapevo e so come andrà a finire. Ci son notti che dormo male, pensando al libro. O alla scaletta da modificare.
In questo perido – insomma da inizio febbraio – non ho visto un film, leggo in fretta i giornali al mattino, non ho visto una serie tv, non ho letto un libro.
Lavoro al giornale e alcune cose le faccio, come seguire le partite di basket di mio figlio. O portare a spasso il cane, due volte al giorno. O tenere il corso di scrittura a Santhià (le lezioni le preparo sempre la sera prima).
Ma diverse cose le faccio coi tempi diversi, chessò, a mezzogiorno mangio un pezzo di focaccia con le olive oppure una banane in dieci minuti e poi mi fiondo davanti al mac.
Il libro che sto scrivendo è un po’ come un’ossessione voluta: come Romolo Strozzi, protagonista de La suora, che vive e mentre vive pensa a lei, alla suora.
Sono arrivato a (vado a vedere…) a 110,007 battute.
Può darsi che lo finisca in tre giorni, può darsi che lo finisca in tre settimane. Poi per un mese, forse due, correggerò, limerò, riscriverò, soprattutto taglierò.
A giugno lo invierò in lettura a qualche editore. Ho in mente i primi sette invii: a Giulio Mozzi, a Sergio Fanucci (non credo rientri nelle sue corde), a Golem, ad Arkadia, a Marcos y Marcos e a… una grossa (tentare non nuoce).
Se non ricevo risposte soddisfacenti magari me lo stampo da solo e lo vendo in quache presentazione. Amazon? Così fan tanti, non mi va.
E intanto continuerò – come ho sempore fatto – a correggere, tagliare, aggiungere.
Adesso ho un’ora di tempo libero. Poi ho da fare cose. Stanotte – fumando la pipa e bevendo caffè (e tanta acqua, anche) – lavorerò dalle 23 (circa) alle 4. Domattina posso permettermi di svegliarmi alle 9.
Buone cose a tutti.
PS se ci son refusi scusate, ma son di fretta…
perché sei di fretta?
Perché tante cose le ho appuntate, ma tante le ho in testa e ho paura che scappino via…

La presenza delle cose, reali eppure assenti

La traccia del cervo

che nel giardino si perse la notte scorsa,

si ferma sotto il melo senza frutti

delineata e rilucente per la brina.

Puoi percepirla, qui, sull’orlo di ogni immaginabile,

il cervo che se n’è andato splende con la presenza

delle cose che sentiamo, reali eppure assenti.


Charles Tomlinson

https://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Tomlinson

(dal blog akatalēpsía)

Il sentiero dei fiori senza nome

Il libro che sto scrivendo, allora.

Sono a 80mila battute, e non so dire se sono arrivato a un quarto o alla metà, però questo so: che adesso, e magari domani e poi dopodomani, invece di andare avanti tornerò indietro, tagliando magari 20 o 30mila battute.

E’ un libro diverso dagli altri, non importa.

Aveva un bel titolo: Il sentiero dei papapaveri.

Pensavo: uno dei titoli migliori tra i libri scritti.

Purtroppo dovrò cambiarlo, diventerà: Il sentiero dei fiori senza nome.

Era meglio “dei papaveri” ma il libro – non io – ha preso un’altra direzione.

(ma potrei cercare un altro titolo, comunque)

Vendite su Amazon e libri di carta

Vendite Amazon: dopo mesi La suora non è più il mio libro più venduto.
È stato sorpassato da La donna di picche.
Io ogni giorno vado a vedere: quando qualcuno compra anche solo la copia di un mio libro uscito mesi o anni fa, che sia La donna di picche o un altro, dico che va bene così. Che è un miracolo picccolo piccolo, microscopico.
Oddio, c’è un’altra cosa che a me sorprende: il libro de La donna di picche costa 6,77 mentre l’ebook 7,99. Il più venduto? L’ebook.
(Amazon cambia i prezzi in continuazione).
Per dire. Anni e anni fa fui contattato da una casa editrice (non ricordo il nome, non so se è ancora nel mercato) che pubblicava solo ebook. Mi chiesero un manoscritto. Dissi no grazie.

Su Amazon c’è anche il mio primo lbro ristampato, riveduto e (profondamente) corretto: Il bar delle voci rubate: l’editore (I buoni cugini) pubblica solo su carta.
Sono circondato da libri, ho uno studio che è più piccolo della cella di un francescano, un tavolo, una cassettiera, libri alla mia destra e alla mia sinistra, sistemati in doppia fila, messi come capita. Ma va bene così. I libri, io, quelli belli, quelli a cui tengo, li voglio di carta.