di solo posta elettronica

Son giorni, questi, di sola posta elettronica (ed sms).
La scorsa notte: ho acceso il pc che saranno state le 3 di notte, ho risposto ad alcune mail, poi son venuto qui: il tempo di collegarmi e son crollato.
Mi succede spesso di addormentarmi davanti al pc.
Poi stamani, al risveglio.
Come tutte le mattine, posta elettronica e caffè, ma in fretta. E adesso eccomi, per cinque minuti – questi.
Sono giorni, insomma, di lontananza dalla rete, intensi (diciamo di casini e di lavoro e di incontri e di telefonate).
E devo dire che un po’ mi spiace, perché è piacevole dire, ora mi metto davanti al pc e mi distraggo, e un po’ no. Ché si sta bene, a volte, lontani.
Fine dei cinque minuti.
Torno stanotte, se la testa non s’abbassa.
(Però la notte scorsa l’ho impiegata a lavorare su Bastardo posto; il libro fatto e finito è in redazione, alla Newton Compton. E’ che…. ho visto un finale diverso. Lo chiamano “ripensamento d’autore”, mi pare).
Altro da dire non ho: non per altro: mi manca il tempo che i 5 minuti sono passati. Buona serata.

No, ancora due minuti due.
Devo segnalare due cose.
Due libri.
Tu non dici parole, di Simona Lo Iacono, Perrone editore.
(se ne parla qui).
Toghe rosse sangue, di Paride Leporace, Newton Compton.
(Le informazioni sul sito della Newton, qui).
Un romanzo il primo, un saggio il secondo.
Due amici, due scrittore del sud; credo che per entrambi sia l’esordio.
Son belle scritture; siciliana e “colorata” quella di Simona, asciutta quello di Paride, che è giornalista (e se ne vanta), direttore de Il quotidiano della Basilicata.
(Simona, qualche volta, ha commentato, qui. Paride, addirittura, scrisse un post. Li conosco entrambi e son contento di conoscerli).
E basta, ora, che ho impiegato altri 5 minuti, per via dei link (maledetti).

ho un’idea molto romantica…

Forse ho un’idea molto romantica degli zingari.
Ieri mattina ce n’era una, di zingara, faceva freddo e lei, seduta per terra, a pochi centimetri dalla neve, suonava divinamente una fisarmonica.
Aveva però una sciarpa che le proteggeva il viso.
Le ho dato tutta la moneta che avevo, penso un paio di euro, non so nemmeno se mi ha sorriso. Ma posso immaginarlo.
Quando ero piccolo mia madre diceva che era un senza famiglia, uno zingaro.
Forze è vero.
Rubano, dicono bugie, sono sporchi e fetenti, già.
Anni fa presero dei bimbi zingari, alcune educatrici. C’era un progetto comunale non-mi-ricordo. So che si stupirono, però, queste educatrici. Non avevano letto né Marx né il Vangelo (che è un gran testo comunista) ma, videro le educatrici, questi bambini dividevano tutto.
Ecco, io non ho il senso del possesso.
Anni fa, tanti anni fa (primo matrimonio) comperai una casa. Che aveva una particolarità: era in uno stabile dove vivevano altre famiglie ed aveva un giardino, ma che era solo mio.
Mi sentivo, diciamo, a disagio.
Fosse dipeso solo da me avrei detto agli altri, Usatelo tanto è grande (era grande, sui 200 metri quadri).
Fui dissuaso dal farlo e non lo feci.
Un paio di anni dopo un mio vicino di casa uccise un topo che era grande come un gatto o forse più: lo videro che, con una pala, lo lanciava nel giardino.
Dissi, Cosa, nel “mio” giardino?
Ho però un forte senso di possesso. I libri.
Non li voglio in comproprietà nessuno, mogli, figli, padri, amici. O sono miei, i libri, oppure niente.

Il tempo passa, si invecchia quando si ha trent’anni, si invecchia un po’ di più sui quaranta, a cinquanta il tempo vola e ci si interroga sul tempo che vola.
E ci si chiede: son sempre io?
A volte, spesso, dico sì.
Stanotte ho detto no.
I libri. Negli ultimi anni troppi traslochi.
Sono lontani io tempi in cui sapevo, nelle diverse librerie, dov’era questo o quello.
Ho libri dappertutto, ora, anche prestati a non so chi anche in cantina.
E soprattutto ho perso un po’ il senso di possesso.
(Quando troverò qualche giorno per catalogarli – si ma come? – e riordinarli?).
Ecco, sui libri mi sono sempre vantato di non essere zingaro.
Sono una proprietà privata, che va difesa.
Che andrebbe.

Buona giornata e, come al solito, scusate per questi pensieri in libertà ma stanotte pensavo fosse presto: e invece il primo sbadiglio è arrivato alle 6.
Stavo leggendo un buon libro ambientato a Marsiglia (di cui ora non ricordo né il titolo né il nome dell’autore; sento però un profondo senso di rincoglionimento).

in ginocchio da te…

Ha lavorato ogni sera, tutte le sere eccetto il lunedì, l’estate di due anni fa, Guido.
Trenta euro a sera, quaranta la domenica.
Dalle 18, orario di apertura, alle 2 di note, il sabato fino le 3, anche le 4 a volte.
In nero, ma ve bene così, ché i tempi son neri.
Dopo la morte di suo padre c’era bisogno di quei soldi in famiglia. Sua madre, poi, non li ha voluti tutti tutti; gli ha detto, Ti tieni cinque euro al giorno, la domenica invece ti tieni la metà.
E così hanno fatto, e così lui ha racimolato un gruzzolo, arricchito da qualche rara mancia, perché è raro che ti diano la mancia in una birreria, anche se è grande, anche se c’è una cucina, una buona cucina. Con piatti niente male.
Una mancia, però, non la dimenticherà mai, Guido.
Per tutta la vita.

Una sera, mentre stava apparecchiando, sente un urlo dalla cucina. Il padrone, che fa anche il cuoco, dice Mamma mia.
Mamma mia: stanno per arrivare quaranta persone, bisogna metterle tutte nella sala grande, dove devono stare bene e isolate, solo loro.
Ma non è tanto per le quaranta persone, che il padrone cuoco ha detto Mamma mia. E’ per il fatto che, insieme ai quaranta, ci sarà lui, il Personaggio.
Minchia – dice il padrone che è anche cuoco – mi fa effetto, ieri l’ho visto in televisione e oggi è qui…
Non c’è tempo da perdere. L’occasione è storica. Alla fine i cuoco padrone chiederà al Personaggio di posare accanto a lui per una foto, da esibire ai clienti. Che diranno: Minchia, qui è venuto?

Guido, ora, ricorda quella sera. Con un certo disgusto.
Vede che arrivano. In tanti. Rivede le donne: dagli abiti trasparenti, eleganti, s’intravvedono corpi che emanano sensualità e sudori.
Invece dei soliti urlatori (terroni, albanesi e tamarri o, peggio del peggio, figli di papà) ci sono queste donne, che ridacchiano e gracchiano, anche, attorno al Personaggio.

Che sta leggendo qualcosa nel poster della birra Carlsberg: si vede che è uno che c’ha cultura, lui.
Comunque. Delle tre ore di quella sera, ora Guido ricorda soprattutto quattro cose. Gli sbadigli del personaggio, annoiato, Ma come fa uno ad annoiarsi in mezzo a queste donne bellissime pensava Guido, con gli occhi incollati su scollature e spacchi e culetti impertinenti.
E questa era la prima (cosa).
Poi ricorda la mancia: 200 euro per i tre camerieri, insieme ai caffè e del conto; il l’han pagato altri, la mancia no, e sua, del Personaggio.
E questa era la seconda (cosa).
E’ la terza (cosa) però la più importante.
Che è una scena da film, che Guido ha visto, stropicciandosi gli occhi, incredulo. A un certo punto il Personaggio dice, dopo l’ennesimo sbadiglio, Sono stufo, vado.
Mentre si sta per alzare una ragazza, bella, decisamente bella, sembra meno zoccola delle altre, e pure questo vuol dire, si alza pure lei, raggiunge il Personaggio e, guardandolo con aria di sfida, gli dice: E se te la faccio passare io la noia?
E’ rimasto ancora un po’ il personaggio. Lui si è seduto, e la ragazza, invece, si è abbassata sotto il tavolo. Qualcuno ha urlato Monica, Monica, ma è stato azzittito. Sta di fatto che il Personaggio, anziché sbadigliare, ha chiuso gli occhi, aperto la bocca, mugulato e… e poi basta, perché è arrivato il cuoco padrone che ha fatto un cenno, esplicito, ai tre camerieri: Fuori dalle palle.
Insomma, questa era la terza (cosa).
Ci sarebbe ora la quarta (cosa), che in realtà è poca cosa.
Ma Guido ci ripensa, spesso.
Il salone è vuoto. Stanno pulendo. Il Personaggio e il suo codazzo sono lontani ma il clima è diverso stasera.
A lavare il pavimento dove c’è, e si vede, dello sperma, ci pensa la mamma del cuoco padrone.
E’ una donna del sud. Saggia e amara.
Vede che Guido è triste.
Gli dice: Le donne sbavano per quelli famosi, gli uomini sbavano per le donne belle e senza cervello, che ci vuoi fare?

Guido non sa come fossero gli occhi della ragazza, dopo che ha fatto il servizio, inginocchiandosi.
Lui, Guido, i suoi occhi li ha abbassati, quando lei gli è passata davanti, guadagnando l’uscita.

pensieri sciolti. e il grande attacco

la scrittura più vera?
quella del “qui e ora”.
Insomma: dove sono e cosa faccio e se non faccio cosa mi passa per il cervello.
Tante cose passano, vanno di fretta, veloci veloci veloci, faccio fatica a fermarne una.
Certo: potrei raccontare quello che ho pensato dieci minuti fa. No, non vale: qui e ora.

Allora penso al mio giornale. Stampato.
Domani nelle 12500 copie stampate c’è – prima pagina – un mio articolo, che è la seconda puntata di un altro articolo, già uscito giorni fa.
Ho detto cose spiacevoli giorni fa le ho ridette, riscritte oggi.
Vediamo domani. Telefonate, lettere di protesta, lettere di solidarietà.
Piccole cose di una città di provincia, un centesimo d’Italia.
Ma in questa città se dicon qualcosa i direttori del Corriere della Sera o di Repubblica nessuno se ne accorge, se dico io è diverso.
La gente che prende il mio giornale – non tutti certo ma tanti – mi credono.
Mi credono quando scrivo che dirigo il giornale a modo mio e che se questo non dovesse avvenire io me ne andrei.
Mi credono hanno visto che, più o meno, mi hanno attaccato tutte le forze politiche: ché certe cose a nessun politico piacciono.
E mi credono perché quando sbaglio chiedo scusa.
E mi credono perché sanno che sono a scadenza: dirigo il giornale ma ogni mese che passa dico, Ho resistito un altro mese, miracolo.
Ma succederà, lo sento, che arriverà il grande attacco.
Ne vissi già uno nel 1991.
Degli anonimi confezionarono un dossier su di me.
Fu il periodo peggiore della mia vita. Rimpiansi di non essere ancora un operaio, un portiere di notte che di notte incontrava carabinieri e puttane e intanto studiava Machiavelli, Guicciardini, ascoltava jazz, e Lola, quando arrivava, guardando i libri che avevo appresso mi diceva Certo che sei proprio strano.
Come a dire: guardi loro e non me?
Ecco nel 1991 non so cosa avrei dato per lavorare ancora di notte in albergo, che poi notte non era mica: iniziavo alle 18 e 30 minuti della sera e tornavo a casa alle 9 del mattino: 14 ore e mezzo, che però passavano veloci veloci veloci, come i pensieri, cinque minuti fa.
1991, allora. Attacco il potere.
La pago.
C’è un dossier su di me. Hanno preso cose vere mescolandole con falsità.
Per esempio: han saputo che ci fu un furto anni prima, dove lavoravo. Han ricostruito: ero il palo di una banda.
Non mi restava che cercare di difendermi. Cercare chi aveva saputo del furto, chiedere solidarietà, testimonianze. Ricostruire.

Imparai una cosa.
Che quando sei nella merda assoluta, anzi no, che quando sei minacciato da qualcuno che fa paura a tutti gli amici che credevi amici si rivelano dei vigliacchi.
E quelli che ritenevi dei gran pezzi di merda, invece, si schierano dalla tua parte.
E qualcuno che ti dà una mano, cazzo, è pure fascista, oppure puzza, o è uno che…
Ma ti senti amaro amaro amaro dentro: hai letto la paura negli sguardi di chi pensavi amico, fratello.

Fu una grande lezione di vita, insomma.
E forse fu da allora che diventai anarco disfattista.
Come finì.
Bene per me.
Stava per scoppiare tangentopoli, al mio fianco mi ritrovai nientepopodimeno che Marco Travaglio, che allora era un illustre sconosciuto, mio ex compagno di università ma anche inviato del Giornale di Montanelli.
Certo, era dalla mia parte lui. Con altri.
Però successe questo.
Avevo attaccato il Potere, ho detto prima, e il Potere un giorno mi telefona e mi dice: Devo parlarti, ti prego.
Come?, penso, prima mi scanni con quel dossier e poi mi dici Ti prego?

Mi rivedo nella stanza del Potere.
Il Potere mi guarda. Mi dice: Hanno fatto una porcata, io non c’entro.
Poi mi fa anche un complimento il Potere: Tu sei uno dei pochi che non mi ha mai chiesto un favore.
(Ripenso ai miei amici…).
Poi esco. Il Potere mi ha spiegato. I suoi servi, pur di farsi belli, volevano fargli un regalo: Un falso dossier.
Lui però disse, No grazie.
E ora mi fermo, che ho scritto troppo.
Dico solo – pubblicità – che qualcosa, di quell’esperienza, ne scrissi ne Lo scommettitore; aggiungo adesso che, sempre di quell’esperienza, ora ne ho scritto ancora, arricchendola, con il noir Bastardo posto, che esce in primavera
Ho fatto una certa fatica a scrivere questo post, sgorgato così, all’improvviso, come acqua che cola da un tubo che perde.
E ho fatto fatica a scrivere Bastardo posto.
A volte scrivere fa anche male.

(E questo post, che ha raccontato in diretta quel che ho pensato, mi è venuto in mente oggi quando mi son detto, Ci risiamo. Qualche servo dei servi di un qualche potere sta preparando un attacco).

guarda che luna

… anna che vorrebbe andar via, ma l’america è lontana

Un poster che qualcuno ha già scarabocchiato. Dice vieni in Tunisia C’è un mare di velluto ed una palma. E tu che sogni di fuggire via. E andare lontano …

Mi scrive un’amica e mi chiede (ho appena letto) come va?
Le ho risposto che adesso andrò a camminare per le strade della mia città, mezz’ora, e poi andrò a farmi bombardare di telefonate e mail (fino alle 23).
Dopo che mi ha scritto mi sono venute in mente – già – due canzonette (Dalla e Baglioni).
Stasera, alle 23, mi verrà in mente Ernesto Ragazzoni:
il giornale è stampato / la rotativa s’affretta / me ne vado col bavero alzato / dietro il fumo della sigaretta.

Poi. Ieri sera a Torino ho visto la Banda Osiris che, con Testa e Bollani e Rava propongono Guarda che luna, spettacolo ispirato a Fred Buscaglione. Era pieno zeppo il teatro Nuovo. Tanti ragazzi, anche: che non guardano le minchiate televisive, in un giorno infrasettimanale, e che hanno applaudito, giustamente.
(Complimenti ai miei amici della Banda Osiris: il palco mantiene giovani. Fanno gli acrobati come vent’anni fa….)

Poi: Guarda che luna

Ore 14,49 (pausa panino):
Su Gaza, segnalo questa poesia di Filippo Tuena.
Bella, la citazione di Camus (ricordata da Serino):
Quando tutti saranno colpevoli allora sarà la democrazia

brel e battiato e i due amanti

ma dimmi c’è peggior inisidia
che amarsi con monotonia….

La versione per chi conosce il francese, di Jacque Brel
(Brel ha scritto le più belle canzoni d’amore, disse una volta Ornella Vanoni durante un concerto con Gino Paoli; ho una cassetta di quel concerto, sepolta chissà dove.
Mi fa un certo effetto rivedere le cassette.
Ce n’è una, pure lei sepolta, di Guccini mi pare si intitoli Via Paolo Fabbri; dentro c’è una dedica, per me.
A Remo Bassini per i suoi vent’anni.
Silvana).
Comunque… ecco Brel

E quella “italiana”, comunque splendida, di Battiato

Mica vero che i gatti sono teste di minchia e i cani sono buoni e fedeli.
Mentre riascoltavo Battiato dal portafinistra vedo che, sul pezzo di giardino che c’è sulla mia sinistra, il mio cane, un pastore tedesco un po’ bastardo (ha le orecchie piccole, quindi) ma comunque buono buono e giocherellone, dopo aver abbaiato (lo fa sempre di notte) rincorre qualcosa. Sento un “maooo”, e penso: avrà cacciato qualche gatto zingaro. Macchè, vedo, questione di un attimo, che ha dato una morsicata al mio gatto.
E pensare che quando sa di essere visto gli si avvicina buono buono, e il gatto infastidito a volte soffia persino.
Le soprese son come gli esami: finiscono mai.
Notte (sono le 2 e 36 minuti e per ora non nevica) oppure buon giorno.

Segnalazioni
Uno. Sono due belle persone Laura e Lory. Ho letto un loro libro, ho letto le bozze di un altro libro, appena avrò tempo leggerò questo loro libro, che è il loro primo noir.

Due. Una bella intervista sulla storia di un amore tra alfredo e una trans: ne La jatta, di Cinzia Pierangelini.

Tre. Sta per uscire il libro “Davide” di Carlo Coccioli. Lo pubblica Sironi. Meglio: lo ri-pubblica. Perché “Davide”, che nel 1978 era nella cinquina finalista del Campiello, nonostante una ristampa negli Oscar Mondadori non si trova più. Nè si trovano, se non nelle bancarelle, gli altri libri di Coccioli.
Per chi vuole saperne di più c’è questo sito: http://www.carlococcioli.com/it/.

un diverso male di vivere

ci son momenti in cui nessuna storia mi appassiona, nessun libro.
li
sento falsi.
tutti.
i peggiori sono i miei, son cacca.
ma non reggo nemmeno quelli che sono definiti (e sono) capolavori.
sfoglio La strada di Cormac McCarthy.
non provo né angoscia né senso di morte né nulla: ma vedo solo la tecnica: delle parole che uno scrittore ha sapientamente dosato per stupire, stupirci, e invece di vedere il libro vedo lo scrittore.
(succede come mei film: quando invece del personaggio si vede l’attore che recita).

ci sono eccezioni: e non sono storie.
in questi momenti ci sono comunque pagine che mi colpiscono sempre.
scritte per gli altri oppure dialoghi tra sé?
non lo so, ma so che sempre, almeno queste, le leggo e ri-leggo con piacere.
le trovo comunque vere.

Non riesco ancora a scrivere con naturalezza nella mia stanza nuova perché il tavolo non è all’altezza giusta e per scaldami le mani devo chinarmi. Bisogna che ogni cosa sia conforme alle mia abitudini.
Dimenticao di dire che facendo il bilancio semestrale abbiamo scoperto che l’anno scorso ho guadagnato circa 3020 sterline, lo stipendio di un impiegato statale; una sopresa per me che mi sono accontentata per tanti anni di 200 sterline. Ma credo che calerò di molto. Le onde non venderà più di 2000 copie.

… dubito di poter scrivere con qualche profitto. Nella mia mente fluttua una nube. Sono troppo cosciente del mio corpo e sbalzata fuori dal solco della vita per tornare al romanzo.

… dio come vorrei sapere se riuscirò a portare a fondo questo libro. Fin’ora è un’accozzaglia di frammenti.

pagina 210 e 211 di Diario di una scrittrice, Virginia Wolf (Minimum Fax).

Diario?
Lotto strenuamente contro la tentazione di cominciare un diario. Non che agli altri, non servirebbe neanche a me, probabilmente. Meglio, molto meglio lasciare che ogni giorno scompaia senza memoria, come se ognuno fosse un bimbo nato morto.

Autocritica.
Riletto la Malora. Mi pare di aver piantato i paracarri e non aver fatto la strada.

Ageing.
Invecchio: lo deduco da tanti fatti, il più importante dei quali è quello che mi piacciono forsennatamente le sedicenni.

Morte sul lavoro.
Ieri pomeriggio, un urlo m’ha rigato il cuore: la tebbia si è arrestata, un manovale ci ha lasciata una gamba, a quattro dita sopra il ginocchio. Trasportato all’ospedale di Ceva, ci è morto nela serata, per il tetano che il pulviscolo ha iniettato nella ferita.
L’ho visto caricare: il bavaglio che portava contro la polvere e che non gli avevano tolto era un presagio del lenzuolo che a sera gli hanno tirato sul volto grigio.

Fascino.
Conosciuta, a distanza, la giovane signora Prandi. Essa è l’amante di un prete. Personaggio.

da Tutti i raccontidi Beppe Fenoglio, Einaudi

Hanno, la Woolf e Fenoglio, in comune un (diverso) male di vivere.
Quello della Wooolf è dento di lei; quello di Fenoglio va e viene, dalle strade delle laghe al suo sguardo triste, ma non solo.

buona giornata

libri, meglio semplici?

sono reduce dalla libreria.
ho preso due libri; uno da leggere, Nostra signora della solitudine (Marcella Serrano), e uno da rileggere, Il misantropo (Molière); stavo per comperare anche la Peste di Camus, guardandolo mi son detto, Mi ricordo niente, devo rileggerlo, sarà uno di quei libri che ho prestato, o perso.
Ho fatto bene a non prenderlo. Ce l’ho ancora: un’edizione Bompiani del 1976, 1200 lire.

In libreria guardo sempre se ci sono quegli autori italiani che, nella mia personale classifica, stanno tra i primi vento, trenta.
Bene, anzi male: nell più grande libreria della mia città non ho visto libri di Maggiani, né di Mari né di Tuena.
Se c’erano, erano in qualche anfratto. Io dopo due ore di ricerche non li ho trovati.

Nel vecchio blog, una volta Giulio Mozzi parlò di Grisham, e disse: alla gente piacciono libri così semplici?
Al salone del libro, l’anno passato, sentii che un editore parlava del Cacciatore di aquiloni. Vende, diceva, perché è semplice.

Il concetto di semplicità, si sa, è ballerino.
Se io sono abituato a fare addizioni dirò che è complessa anche una sottrazione, specie se ci sono i decimali.
Se io invece so fare i logaritmi (penso a un critico) quel che è semplice sarà banale.
La sensazione, ora, è che il mercato editoriale comunque rincorra libri semplici: nel linguaggio, nei contenuti e soprattutto nella struttura.
Colpa, soprattutto, di una televisione stupida. O forse no. La televisione, dal 2000, io non la guardo più. E quindi parlo per sentito dire. O per le impressioni di un attimo, quando la vedo accesa dai miei vecchi.

Non so, mi piacerebbe che sul mercato editoriale si dicesse qualcosa di profondo (non le solite banalità).
Io, sinceramente, ci capisco poco. Certo, i libri semplici son quelli che vendono di più e piacciono tanto a tanti librai ed editori.
Ma Saramago?
Saramago, se non sbaglio, vende: e semplice non è.

Comunque.
Devo cercare bene nella mia posta elettronica, ma ho ricevuto i dati sulla situazione del mercato editoriale del 2008.
A memoria ricordo questo: che le cose sono andate meglio, rispetto al 2007.
Che aumentano le vendite on line.

Buona domenica

Incipit di cui non si sa: ce n’è uno nuovo, oggi.
Di Morena Fanti.
Chi volesse mandarne mi contatti per posta elettronica.

pagine bastarde

L’ho visto per un attimo, indeciso se salutarlo.
Vive in alta montagna ora, non torna quasi più.
Lo capisco, non puoi tornare ed evitare sguardi per la vergogna.

Ha la mia età. La moglie è un po’ più giovane di noi.
La ex moglie. Che era molto, molto bella. Lo è ancora, lei gira, si fa vedere, non ha vergogne, ma è in sovrappeso.

Fece un grande sbaglio, lui.
Quando trovò, nell’ufficio della moglie, il diario di lei, fece male a raccontare a tutti cosa aveva letto.
Non era nemmeno un diario.
Non amo più mio marito e sono innamorata di…
Macché, non c’erano sentimenti. C’erano scene a luci rosse. Ed erano, ognuna di quelle frasi e di quelle pagine e di quelle scene, una coltellata, per lui.
Ho provato cose mai provate…
Oggi l’abbiamo fatto…
Ho visto le stelle…

In quelle pagine, lei, raccontava i suoi incontri con l’altro, descrivendo cosa aveva provato, la passione travolgente, insomma, le scopate che non aveva mai fatto con suo marito, così privo di fantasia e, forse, di virilità.
Son cose che succedono da sempre, si sa, ma l’errore, il grande errore, fu che lui disse e raccontò cosa aveva letto in giro, ad alcuni.
Il passaparola, poi, amplifica a dismisura.
Qualcuno disse che lui è un povero impotente e lei una puttana o una ninfomane, a scelta, anche per le definzioni viene il tempo dei saldi e delle offerte speciali.
E poi quell’amante. No, non era un amico suo, ma era comunque una persona in vista, diventata importante.
E una donna che cede alle lusinghe di uno importante che donna è, si sarà detto lui, che si sua moglie, così sembrava, era innamoratissimo?

Così è scappato, lui, con il ricordo di quelle pagine bastarde.
Non solo: con una maledizione di famiglia.
Da piccolo, sua madre era fuggita con un uomo giovane, perché il marito, più vecchio di lei di vent’anni, dissero le voci che per dire si piazzano sotto le lenzuola, non era in grado di soddisfarla.

(E questa cosa qua mi è venuta in mente leggendo un blog. Meglio: leggendo una blogger. Che fa capire di essere stata abbandonata dal marito, ché oggi, accidenti a berlusconi e mediaset, è tempo di veline, e le brave mogli, invecchiando, complice magari il viagra, non son più di moda).

La solita storia, insomma.
Le solite storie. Vecchioni ci fece una canzone (che fu anche interpretata da Tenco): Povero ragazzo, sapessi come trema la tua donna, povero ragazzo, qui tra le mia braccia,….
Niente di nuovo sotto la neve.
E buona domenica.

E grazie a Enrico Gregori.

Impegnamoci: appello di pace di Moni Ovadia e Alì Rashid

Copio e incollo (e ho aderito). Ringrazio Filippo Tuena della segnalazione.

“Impegnamoci”
di Moni Ovadia, intellettuale ebreo e Ali Rashid, già Primo Segretario della delegazione palestinese in Italia – (Per aderire usate la mail in calce a questo testo)

“Le immagini che giungono da Gaza ci parlano di una tragedia di dimensioni immani e le parole non bastano per esprimere la nostra indignazione. Col passare dei giorni cresce la barbarie che insieme alla vita, alle abitazioni, agli affetti, ai luoghi della cultura e della memoria, distrugge in tutti noi l’umanità e con essa il sogno e la speranza. E deforma in noi il buon senso, mortifica la cultura del diritto, forgiata dalle tragedie del secolo passato per prevenirne la ripetizione. Così diventano carta straccia le convenzioni internazionali e le norme basilari del diritto internazionale nonché le sue istituzioni, paralizzate dai veti e svuotate di autorevolezza oltre che di strumenti per l’agire. Così crescono l’odio e il rancore, si radicalizzano le posizioni e le distanze diventano incomunicabilità. Le stesse responsabilità si confondono, tanto che la vita in una prigione a cielo aperto diviene la normalità, l’invasione di uno degli eserciti più potenti del mondo è alla stessa stregua di un atto pur esecrabile di terrorismo. Ma così non si aiuta la pace, che è fatta in primo luogo di ascolto, dialogo e compromesso. Certo, anche di diritto, ma abbiamo visto che per questa sola via sessant’anni non sono bastati e dopo ogni crisi ci si è ritrovati con un po’ di rancore in più e di certezza del diritto in meno.”

“Noi sappiamo che l’occupazione genera resistenza, la guerra rafforza il terrorismo, la violenza cambia le persone e i fondamentalismi si alimentano reciprocamente. Ma abbiamo anche imparato in tutti questi anni che gli obiettivi di pace, sicurezza e prosperità non passano attraverso l’uso della forza delle armi, ma attraverso l’adozione di scelte accettabili per entrambe le parti in causa e l’avvio di un processo di riconoscimento reciproco, del dolore dell’altro in primo luogo, che è il primo passo verso la riconciliazione. Al contrario, ogni volta che ci si è avvicinati ad un compromesso accettabile, il ricorso scellerato alla violenza, all’assassinio premeditato, all’annichilimento dell’altro, è servito a demolire ciò che si era pazientemente costruito, quel po’ di fiducia reciproca in primo luogo. Il tutto viene poi complicato dal peso della storia che in questo passaggio fra l’Europa e la Palestina agisce come un macigno non elaborato, generando falsa coscienza, ipocrisia, irresponsabilità. L’esito è stato l’incancrenirsi di una questione, quella palestinese, che ha avuto ed ha effetti destabilizzanti in tutta la regione ed anche oltre, diventando – come ebbe a definirla Nelson Mandela – “la questione morale del nostro tempo”.

“Di questo vulnus si sono nutriti in questi anni il terrorismo e il fondamentalismo, regimi autoritari e cultori dello scontro di civiltà. A pagare sono state le popolazioni della regione, sono i bambini e i ragazzi cresciuti in un contesto di odio, di violenza e di paura, ma anche la democrazia e la cultura laica che pure traevano vigore dalle tradizioni ebraiche e arabo-palestinesi. Così anche da questa guerra, assassina e stupida come ogni guerra, a trarne vantaggio saranno solo i fondamentalismi e chi pensa che la soluzione possa venire dall’annichilimento dell’avversario.”

“Come hanno scritto nei giorni scorsi Vaclav Havel, Desmond Tutu ed altri uomini di cultura «…quello che è in gioco a Gaza è l’ etica fondamentale del genere umano. Le sofferenze, l’ arbitrio con cui si distruggono vite umane, la disperazione, la privazione della dignità umana in questa regione durano ormai da troppo tempo. I palestinesi di Gaza, e tutti coloro che in questa regione vivono nel degrado e privi di ogni speranza non possono aspettare l’ entrata in azione di nuove amministrazioni o istituzioni internazionali. Se vogliamo evitare che la Fertile Crescent, la “Mezzaluna fertile” del Mediterraneo del Sud divenga sterile, dobbiamo svegliarci e trovare il coraggio morale e la visione politica per un salto qualitativo in Palestina”.

Per questo facciamo appello alle persone che amano la pace e che vedono nella tragedia di queste ore la loro stessa tragedia, di fare tutto ciò che è nelle loro possibilità affinché vi sia:
– l’immediato cessate il fuoco e non la beffa delle tre ore;
– la fine dell’assedio sulla Striscia di Gaza e il rispetto delle istituzioni palestinesi democraticamente elette;
– l’intervento di una forza di pace internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lungo i confini del ’67;
– l’avvio di un negoziato per arrivare ad una soluzione politica basata sul rispetto dei diritti dei popoli, delle minoranze e della persona, nell’ambito di un processo che possa garantire nell’immediato confini sicuri per lo Stato di Israele e per lo Stato di Palestina;
– la creazione di un comitato per la pace in Palestina, che liberi la sua causa dalle strumentalizzazioni per fini propri che hanno caratterizzato la condotta di alcuni gruppi negli ultimi anni;
– l’adesione delle persone e delle associazioni che hanno a cuore la pace in Medio Oriente per impedire che il conflitto si trasformi in guerre di religione e tra civiltà, con la promozione di iniziative su tutto il territorio italiano e la convocazione di una manifestazione nazionale al più presto.

“Non di meno, in un contesto dove l’interdipendenza è il tratto del nostro tempo e come persone che hanno comuni radici mediterranee, non smettiamo di pensarci come cittadini di una comune regione post-nazionale euromediterranea, parte di una cultura che – attraverso la storia di conflitti tra città e campagna, o nella concorrenza tra fede e sapere, o nella lotta tra i detentori del dominio politico e le classi antagoniste – si è lacerata più di tutte le altre culture e non ha potuto fare a meno di apprendere nel dolore come le differenze possano comunicare.”

“In questo spirito ci impegniamo a ricostruire quel che la guerra sta abbattendo, i ponti fra le persone, le culture, i luoghi della pace in e fra entrambe le società, per creare nuovi terreni di relazione e collaborazione fra l’Italia e la Palestina, intensificando altresì gli atti di solidarietà verso tutte le vittime, in modo particolare la popolazione della Striscia di Gaza.”

Per aderire scrivere a: paceinpalestina@gmail.com

Inverno. E preghiera in gennaio

ci sono la vita e la speranza

rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate

c’è l’angoscia di morte

dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

E’, tra le canzoni di De Andrè, quella che reggo meno. Mi ricorda lunghi pomeriggi di neve o nebbia, con mia madre. Lei che stira, o fa la maglia, e intanto mi dice che devo studiare e che non posso uscire perché prendo sempre note o brutti voti (andavo benissimo solo di storia, infatti). Era una madre sentinella, la mia cara mamma. Però mi concedeva un’ora di pausa (poi avrei continuato a fingere di studiare fino all’ora di cena): o la tv dei ragazzi, oppure un disco, mangiando magari pane e olio, o la Nutella, due tre volte l’anno. Spesso, ascoltavo De Andrè; mia madre preferiva Orietta Berti, ma non le spiaceva ascoltarlo.

Inverno e poi gennaio.
Ecco, questa invece, nella mia personale hit parade, la metto, di sicuro tra le prime dieci di De Andrè. Certo, tristissima anche questa, ma era anche un doveroso omaggio a Tenco.

Mario, l’ebreo

Domani conosco Mario.
Mario ha ottant’anni, Mario è un lettore del mio giornale, Mario ogni tanto scrive.
Contro il Papa, contro Berlusconi, contro chi inquina.
Oppure s’indigna: per le morti sul lavoro.
O prende posizione, netta: contro chi vuol negare i valori della Resistenza.
Il padre di Mario era un socialista, e lui, Mario, si rammenta, e lo scrive, dei giorni bui della sua infanzia: interrogatori, minacce, povertà.
Chi non prendeva la tessera, e il padre di Mario non la prese, viveva male. E nella paura.
Mario, insomma, sa cos’è il coraggio.
E quando mi scrive precisa sempre: spero di poter continuare a dire, in libertà.
Non vi ho detto una cosa di Mario: sua madre era ebrea, e Mario, quindi, si sente ebreo.
Mi ha scritto una lettera, oggi. Lui, che è di sinistra, è indignato con la sinistra: perché, dice Mario, anche i bambini israeliani uccisi dai razzi sono dei bambini.
Dice anche, Mario, che i bambini palestinesi vengono usati come scudi.
E che, invece, quelli ebrei non vengono mai usati come bombe viventi.
Dice comunque in libertà, come è giusto che sia.
Domani parleremo: di quanto è difficile, soprattutto a distanza, sapere.

Segnalazioni

– Pendiamo tutti dalle labbra di chi ci informa. Ma forse l’informazione è davvero troppo lontana: provate a leggere, insomma (grazie Arial, da cui ho attinto).

– No ai signori della guerra, dice Luca De Biase.