a proposito del voto

enrico gregori mi ha fatto notare che sarebbe meglio votare i racconti e basta, senza sapere cioé il nome dei due autori.
mi sembra cosa saggia.
il 15 di agosto (oppure prima, se avrò la certezza che non arriveranno più racconti) si potrà votare.
ricordo che potrà votare
– chi ha partecipato
– chi ha dato la propria disponsibilità a partecipare  o chi si è ritirato
a occhio e croce (dalle mail che mi sono state inviate) dovrebbero arrivare ancora almeno cinque racconti; altri so che si stanno rincorrendo.
più di venti racconti, comunque, mi sembra un buon risultato.

adesso andiamo col racconto numero 16

dica duca dica

Stasera (o magari anticipo, dipende se accendo il pc) posto il racconto numero 16, e poi aspetto; s’è detto (ho detto) del termine ultimo, 15 di agosto. Resta. Ma se gli altri mi mandassero un aggiornamento (lo stiamo scrivendo, invieremo presto, invieremo tardi, abbiamo gettato la spugna) mi farebbero, anche, cosa gradita.
Ventiquattr’ore dopo aver postato l’ultimo racconto aprirò una pagina con tutti i racconti firmati e spiegati dai protagonisti. Eppoi si vota. I primi sei vincono un’impaginazione… da primi sei.
E poi si riparte, credo.

A quattro mani, ancora, ma a sorteggo.
A sei mani, ma non a sorteggio, definendo: magari io.
A due mani, copie che si formano da sole, ma stabilendo tre temi guida.
A gruppi più numerosi, quattro o addirittura cinque persone. Scrittura di gruppo usando mail e, se serve, il telefono.

Oppure ci si saluta e arrivederci ragazzi.
(Il blog ha più di 1000 visite al giorno, non vorrei diventar troppo famoso).

Ricapitolando:
– chi deve ancora inviare il racconto mi mand una mail (va bene qualsiasi indirizzo; chi manda il racconto, invece, spedisca a raccontiaquattromani@gmail.com)
– chi ha in mente una prosecuzione (perché no?, magari su un altro blog) mi dica.

Riepilogo racconti

1. RUGIADA
Alla visione delle sue gambe lunghe e affusolate, distese ed allargate sull’erba umida di rugiada, cominciai a perdere l’equilibrio. E dovetti stringerle il ventre e le cosce per riprendere coscienza di me.
(4840 battute)

2. L’UOMO CHE VENDEVA SOGNI
”Quanto costa un sogno d’amore?” chiese Blankman.
”Dipende” rispose Necromandus.
”Da cosa?”
”Da quanto tempo è che non sogni più e da come vorresti che fosse il tuo sogno d’amore.”
(4461 battute)

3. LO SGUARDO INDIFFERENTE
Se con l’obiettivo si potessero catturare pezzi di anima, e non solo immagini, penso che sarei la regina di un immenso regno di spiriti.
Sarebbe un regno promiscuo, il mio. Anime buone e anime dannate danzerebbero insieme in una sarabanda di luci e ombre. Detterei tempi e ritmi.
E, invece, catturo solo immagini.
(4741 battute)

4. AMORETORICO SESSOLINGO
Una strada buia affollata solo di pensieri e qualche passante distratto.
Mi guardavo intorno. Stavo riscoprendo l’eccitazione di un gioco dismesso troppo presto. Più passa il tempo, più si diventa grandi, più ci si cala in una sciocca maturità che indurisce. Un involucro protettivo che fatalmente, prima o poi, si rompe.
(6828 battute, 1300 battute in più)

5. TUTTE CAZZATE
Il sole era basso, dietro il bosco.
Per questo non aveva visto subito l’auto parcheggiata in fondo al cortile.
Non aspettava visite a quell’ora. Non ne aspettava quasi mai: la posta gli arrivava ancora in città e chi altro poteva capitare lì, se non sbagliando strada in cerca di un’altra casa?
(5744 battute)

6. LA NEVE CHE NON C’ERA
Fu quando il Francin spalancò le gelosie sull’alba che vide cadere il primo fiocco. Rimase a naso all’aria, in uno stupore immobile, seguendo con gli occhi, ancora inciuccati di sonno, quel lento volteggiare.
(6627 battute, 1200 in più)

7. VENT’ANNI
Scrivo questa lettera mentre osservo il sole tramontare dietro quelle colline che da giovani hanno accompagnato i nostri passi. Quei passi verso sogni di cartone. Te li ricordi? Te li ricordi, anche se sono trascorsi vent’anni?
(4918 battute)

8. PUGNI DI SABBIA
Speravo che entrasse dentro di me nella sciocca illusione di farne un duplicato, pur se temperato nella turpe arroganza e malcelata timidezza. Ma lui mi fuggì via come sabbia tra le dita, e quando si alzò il vento era già sparso tra le onde in mille frammenti cristallini che brillavano nell’acqua.
(4531 battute)

9. ASIMMETRIE
Si aspettavano alle dieci fuori il suo portone, al bar di fronte, non c’era gente. Era il vuoto dentro loro e il vuoto fuori per la strada gremita del silenzio dei lampioni, che sembravano scimmiottare, ridere zitti zitti sotto i baffi.
(4890 battute)

10. CON GLI OCCHI SPALANCATI
Sillabavo quelle parole. Sillabavo “malattia” e “morte”. Ma-lat-tia, mor-te, e poi di nuovo e di nuovo: ma-lat-tia, mor-te. Contavo le lettere, le volevo imparare a memoria, sentire il loro suono, capirle finalmente quelle stronze di parole.
(5629 battute)

11. STELLAMADRE
Ho scelto questo angolo di cielo per nascere. Una volta strappata la volta celeste – così veniamo al mondo noi stelle – la vista era magnifica.
(2850 battute)

12. SCINTILLE
Andy si frugò nelle tasche. Niente spicci e comunque non sarebbero bastati neanche per lo zucchero filato. Svuotato, dentro e fuori. Pazienza, niente sorpresa per la cucciola.
Tornò a casa a testa bassa, fissando l’asfalto scomposto e tremolante per il caldo.
(3749 battute)

13. HAYNT
Oggi funziona a scatti. Perché il tempo non è un continuum come sembra, magra illusione dei sensi. Lei opera al presente, accumula eventi, simula il contemporaneo. Forma cubica, materiali diversi, caratteristica: l’adesso.
(1935 battute)

14. EFEDRINA
Si alzò a sedere di scatto: le era parso di sentire dei rumori. Tremante, rimase immobile in ascolto, ancora confusa dal sonno interrotto bruscamente. Adesso, però, le giungeva solo il battito amplificato del suo cuore.
(6528 battute, 1000 in più)

15. IL CANTO DEL GALLO
Persino le orme sulla spiaggia facevano pensare a un carattere piuttosto prepotente. S’infilavano nella sabbia quasi mordendola, a volte le piante dei piedi sollevavano grumi di sabbia che si attaccavano alle caviglie degli astanti o alle facce ignare dei bambini impegnati nell’eterno compito di svuotare il mare con un secchiello, o nell’impresa, altrettanto effimera, di costruire castelli.
(6024 battute, 500 in più)

16. ODIO L’ESTATE
Sono estremamente sorpresa. Davvero. Cinque minuti. Sono bastati cinque minuti.
Hai presente quei giochi a quiz, dove devi compiere in poco tempo tutta una serie di cose strambe… una manciata di minuti sembra così breve per fare tutto quello che ti dicono di fare…
(3265 battute)

17. FUORI DAL VILLAGGIO
La spiaggia. Solo loro, sedute sulla sabbia tiepida a guardare il sole che se ne va a dormire, il mare che si inquieta, pieno di riflessi tristi e dorati.
(2196 battute)

18. NATURALMENTE
“E’ la vecchiaia.”
E il dottore nuovo, giovane, lanciò uno sguardo saputo alla Benedetta, l’infermiera del turno di giorno. Quella scosse la testa, che sembrava dicesse: eh, che brutta malattia che ha preso questa, la vecchiaia, guarda te.
(5555 battute)

Raccontiaquattromani/15

Il canto del gallo

Persino le orme sulla spiaggia facevano pensare a un carattere piuttosto prepotente. S’infilavano nella sabbia quasi mordendola, a volte le piante dei piedi sollevavano grumi di sabbia che si attaccavano alle caviglie degli astanti o alle facce ignare dei bambini impegnati nell’eterno compito di svuotare il mare con un secchiello, o nell’impresa, altrettanto effimera, di costruire castelli.
Il primo schizzo s’impiantò come uno sputo sulla guancia, il secondo colpì l’occhio sinistro. Così Sarah non ebbe modo di vedere cosa successe nell’attimo successivo ma sentì bene l’alluce penetrarle nel fianco e la rovinosa caduta, con conseguente faccia spiaccicata sulla sabbia, poté soltanto intuirla.
“Ma proprio in mezzo ai piedi doveva mettersi!” urlò nel rialzarsi.
Sarah non rispose, si scrollò la sabbia dal costume, prese la bottiglietta dell’acqua, si sciacquò l’occhio che ormai era diventato tutto rosso e lacrimava abbondantemente e si allontanò.
La guardò a lungo, fino a quando la sua figura divenne un piccolo punto all’orizzonte. Non riusciva a capire. Non aveva aperto bocca. Semplicemente si era alzata, si era scrollata la sabbia e si era allontanata come se niente fosse successo, come se … non fece in tempo a finire il pensiero, il cellulare suonava lampeggiando furiosamente.

“Forse non ci siamo capiti… ci sono tre modi per fare le cose: quello giusto, quello sbagliato e il mio… tu per chi lavori? No, rispondi, cazzo… per chi lavori? Ah, per me… E allora fai a modo mio, è chiaro?”
Click.
Stronzo.
Sono circondato da imbecilli.
Per forza le cose vanno male.
È che non posso fare tutto da solo.

Mentre parlava aveva iniziato a camminare appoggiando i piedi, senza rendersene conto, esattamente sopra le orme delicate di Sarah. Il cellulare ricominciò a suonare con insistenza.

“Pronto… ah, è lei… sì, tutto bene.. problemi? Che problemi? Come sarebbe a dire che non c’è copertura? Non avete ricevuto la delibera… Ah, non avete ricevuto niente? Ci deve essere un equivoco, mi è stato assicurato che i finanziamenti sarebbero stati sbloccati… procedura ferma? E da quando? Chi l’ha bloccata? Ah, lei non sa nulla… penso comunque che non ci siano problemi per lo scop… ah, i problemi ci sono? Come “rientrare”…ma lei sa benissimo chi sono io, il mio nome è una garanzia!!!” “E il mio motto è: nessuna garanzia per nessuno!” Rispose l’interlocutore”

Click.
Bastardo.
Ma so io come fartela pagare.

La faccia si trasformò in un ghigno.
Il gabbiano fermo su uno scoglio volò via.

Se lo trovò di fronte all’improvviso con tutti i braccialetti su un braccio, la pesante sacca sull’altro, gli occhiali da sole ben allineati e i ciondoli e i foulard e le bandane e quel sorriso bianchissimo che sapeva d’Africa e quegli occhi che evitò accuratamente cercando di scansarlo anche se oramai gli stava di fronte.
“Ehi, capo, tu vuoi comprare….?”
“Quello che voglio a te non deve interessare un cazzo, intesi? Quello che voglio io me lo prendo, capito? Io sono un uomo libero. Libero!”

Non li sopporto i marocchini sulla spiaggia.
Sono quasi come gli zingari.
Rom, come li chiamano adesso.
Ipocriti.
Sempre zingari restano.
Non sono razzista.
Neri, gialli… non c’è problema.
Basta che rispettino le nostre regole.
E che lavorino. Sodo.
Però gli zingari non li digerisco.
Quelle mani sempre in movimento.
Quel colorito malsano, giallastro.
Quella voce lamentosa
Quello sguardo obliquo, che sembra umile
Ma in realtà promette porte sfondate
ed appartamenti svuotati.

Mohammed si sedette, appoggiò le sue cose e frugò tra i portachiavi, avevano tutti inciso un nome: Marco, Giuseppe, Chiara, Maria … cercava tra questi il proprio nome. Lo aveva fatto fare a Majid, ‘Così non dimentico chi sono’ gli aveva detto. E gli era servito. Ora che quel tizio l’aveva aggredito, ne aveva bisogno, aveva bisogno di ricordarsi chi era per riuscire ad andare avanti su quella spiaggia piena di ombre.
Sarah aveva assistito alla scena. Si sedette al suo fianco, ‘Hai perso qualcosa?’‘Il mio nome’ rispose ‘Te lo scrivo io’ disse. Glielo incise sulla carne col suo colore preferito, quello che usava per le occasioni speciali: un rosso intenso, pastoso. “Adesso non lo puoi più perdere!”

Dove appoggiò il piede non c’era sabbia.
Un sasso bianco, grosso come un uovo, si piantò proprio sotto la pianta, proprio dove c’è la curvatura del piede, proprio lì e il piede fece crack, il telefonino volò nell’acqua creando cerchi concentrici, il dolore lancinante lo costrinse a fermarsi. Imprecazioni violente tra i denti stretti.
La giornata stava cambiando e si era alzato un vento forte e freddo.
Il foglietto di carta si appiccicò al viso come una ventosa.
Era un foglietto a quadretti, piccolo, una calligrafia minuta aveva appuntato queste parole:
“Nel pollaio da dove partirà verso la morte, il gallo canta inni alla libertà perché gli hanno dato due trespoli. Fernando Pessoa”
Uno strano malessere serpeggiò lungo la schiena, si guardò intorno: sulla spiaggia non c’era più nessuno e sulla sabbia neppure un’impronta, sembrava fosse stata lisciata da una nottata d’onde, quelle onde belle lunghe e piatte che fanno appena un po’ di biancore quando toccano la sabbia. Il mare cominciò a ritirarsi come se qualcuno lo stesse succhiando, poi improvvisa si alzò l’onda, era così alta da dare le vertigini. Cominciò a correre, il piede dolente sembrava spezzarsi ad ogni passo, strinse i denti, soltanto quando i piedi morsero l’asfalto si fermò. Nell’enorme parcheggio c’era solo la sua macchina. Pure la faccia nera di Mohammed o il colorito giallastro di uno zingaro l’avrebbe rincuorato, ma non c’era nessuno.
Il tergicristalli sembrava spezzarsi sotto il peso dell’acqua. Non vedeva niente e il piede era una palla dolente. La strada era tutta in salita, tutta curve, la macchina arrancava, rami d’albero si abbattevano sui vetri e sulla carrozzeria. Non aveva fiato né per urlare né per imprecare. Quando vide il tronco d’albero piegarsi gli tornò alla mente la frase scritta sul biglietto, mentre gli cadeva sulla testa pensò: “Pessoa, Pessoa …. chi è Pessoa?”.

Raccontiaquattromani/14

14. Efedrina

Si alzò a sedere di scatto: le era parso di sentire dei rumori. Tremante, rimase immobile in ascolto, ancora confusa dal sonno interrotto bruscamente. Adesso, però, le giungeva solo il battito amplificato del suo cuore. Tu tum, tu tum, tu tum. Assordante. Avrebbe facilmente ceduto all’illusione d’aver sognato se, proprio quando si era appena un po’ rinfrancata, un altro suono sospetto non l’avesse fatta balzare su dal lettone in cui dormiva da sola.

Non ostante il nome che i genitori le avevano dato, dopo aver letto la pubblicità dell’Efedrina Santos su una rivista medica – scambiandolo per un vero nome- Efedrina incarnava l’antitesi della popolare pianta: pacata, abitudinaria e un tantino pigra.
Alla morte dei genitori era rimasta nella casa paterna e, quasi quarantenne, viveva tranquilla del suo stipendio da maestra, concedendosi l’unico lusso di una montagna di libri, deposti a casaccio un po’ ovunque, alcuni già letti e molti ancora in paziente attesa di essere aperti. Erano i suoi amici, i libri. Gli unici.
La solitaria monotonia della sua esistenza, da qualche tempo, era stata mitigata dalla presenza d’un bel gatto nero, rinvenuto malconcio in un angolo dell’androne. Le erano sempre piaciuti i gatti, per la loro indipendenza e per l’indolenza sensuale anche. L’aveva raccolto senza indugi portandoselo nel suo tranquillo regno di carta e silenzio.
Così la sua vita le pareva abbastanza completa: lavorava, leggeva e aveva qualcuno che l’attendeva a casa ricambiando le effusioni e oziando con lei.

Imponendosi un atto di coraggio che non sentiva affatto, si diresse verso l’ingresso dal quale provenivano, adesso, soltanto dei fruscii, come se qualcuno si sfregasse contro la porta.
Guardò dallo spioncino, ma il ballatoio era deserto. Eppure il rumore continuava. Efedrina si scoprì a immaginare una lumaca, indugiante e lenta, sul legno. Rabbrividì di disgusto al pensiero dell’improbabile scia di bava appiccicosa lungo il battente. I postumi del sonno, a questa fantasia, svanirono del tutto e, trepidante, accostò l’orecchio alla porta. Improvviso un tonfo. Un rumore netto che le fece fare un balzo indietro. Poi, il silenzio.
Attese, tormentandosi le mani, atterrita. Niente.
Si fece animo e schiuse cautamente la porta senza però togliere la catenella. Fu a questo punto che il gatto, inaspettatamente, s’infilò nello spiraglio aperto, scomparendo nel buio del pianerottolo.
“Gatto… gatto” sussurrò, allarmata, e solo in quel momento si rese conto d’averlo sempre chiamato così, Gatto, senza un vero nome. Adesso le pareva assurda questa dimenticanza, ora che la bestiola era stata ingoiata dalla spaventevole oscurità della scala.
In risposta, le giunse un leggero rantolo che non poteva certo appartenere a Gatto.
O sì?
‘Quando è troppo è troppo’ pensò, in ansia per la bestiola e afferrando l’ombrello, unica arma che le capitasse a tiro, tolse silenziosamente la catenella e schiuse la porta.
Nel cono di luce che via via si allargava sulla soglia comparvero dapprima gli occhi spiritati di Gatto, placidamente assiso come se non si aspettasse che quell’unica mossa da parte della padrona. Poi, una scarpa scalcagnata, una lunga gamba e su questa, abbandonata, una mano scura. Eccolo tutto intero! Illuminato dalla lampada dell’ingresso come da un occhio di bue: un nero, steso in terra. Efedrina abbassò il braccio che brandiva l’ombrello e: “Oh, cazzo!” disse, e sarebbe rimasta allibita della propria audacia verbale se non avesse scorto il sangue che imbrattava la camicia dell’uomo.

Soffocò un grido, coprendosi la bocca con la mano, non sapeva davvero cosa fare. Pensò di bussare alla dirimpettaia, un’anziana un po’ sorda, per chiedere aiuto.
Stava per farlo, quando l’uomo aprì gli occhi e la guardò implorante.
Mormorò qualcosa che Efedrina faticò a comprendere: ‘No ospedale, no polizia, please’. E mosse lentamente il braccio, a mostrare una ferita che andava dal polso fino al gomito. Lei indugiava a metà strada tra l’uomo e il campanello della vicina, ma la voce dell’uomo, sfinita, la convinse: chiedeva dell’acqua ‘per favore’.
Allora, andò di corsa in cucina e tornò con un bicchiere che gli accostò alle labbra. In quel momento fu investita da un profumo di cuoio e sandalo, delicato, fresco. L’odore del ragazzo. Chiuse gli occhi, vinta da un leggero capogiro. Lui bevve con fatica, poi si sollevò, quel tanto da appoggiarsi con le spalle allo stipite, e continuò a guardarla con l’aria di un naufrago che finalmente tocchi riva.
‘Ahmed’ bisbigliò ‘è mio nome’.
‘Cosa ti è successo?’.
Ahmed rispose con una serie di spiegazioni sconnesse e imprecise, eppure Efedrina riuscì a capire che si era intromesso in un tentativo di stupro per salvare una ragazza. Era ormai evidente in che modo fosse stato ferito.
‘Io no permesso soggiorno’ aggiunse ‘se polizia trova me, non credere, c’è prigione o foglio via. Quale tuo nome?’.
Efedrina si scoprì a sussurrarlo.
‘Please, lasciare me qui, ancora un po’, Efe… Efedrina’.
‘No, qui fuori no!’.
E fece quello che non avrebbe mai immaginato fino a un’ora prima, lo aiutò a trascinarsi fin dentro casa. Si chiuse la porta alle spalle e vi restò appoggiata un attimo, un po’ confusa dal proprio coraggio. Poi, mossa da un’energia tutta nuova, prese dei cuscini dal divano e glieli pose sotto la testa.
Andò a procurare tutto l’occorrente per disinfettare e fasciare il braccio, respingendo con un gesto della mano, come cacciasse una mosca, il raccapriccio che sempre il sangue le aveva procurato
Quando tornò, Gatto, ormai lesto attraversatore di soglie, si era seduto vicino all’uomo che, a occhi chiusi, pareva riposare. Con una sconosciuta soddisfazione Efedrina li carezzò entrambi con lo sguardo: si somigliavano, belli e neri; parevano anche farsi simpatia e condividevano la stessa sorte disgraziata. Per tutti e due, lei rappresentava la salvezza. Sentì un vago senso di possesso inorgoglirla tutta. Lo medicò lì, per terra, sotto gli occhi vigili di Gatto e solo allora si rese conto che sarebbe stato meglio farlo spostare sul divano, anzi, con quella ferita, il povero Ahmed sarebbe stato assai più comodo nel lettone e magari con un pigiama pulito, di quelli che, per pigrizia, conservava ancora nel cassetto di suo padre. L’uomo si fece condurre docilmente, lamentandosi piano per i dolori del pestaggio subìto e, appena nel letto, mentre lei gli chiedeva se aveva fame, cadde in un sonno ferrigno. Fu guardandolo dormire, con un sorriso infantile sulle belle labbra carnose, che Efedrina espresse un desiderio.
Il primo della sua vita.

Raccontiaquattromani/13

11. Haynt

Oggi funziona a scatti. Perché il tempo non è un continuum come sembra, magra illusione dei sensi. Lei opera al presente, accumula eventi, simula il contemporaneo. Forma cubica, materiali diversi, caratteristica: l’adesso.
Nessuno la può utilizzare, lei scorre, salta. Oggi registra ed espelle, dura solo un giorno, per l’eternità.
Te la spedisco in un pacchetto con spago sicuro. Fanne buon uso.

Oggi. Me ne avevi parlato come di un gioco, un sogno o una cosa da scrivere, insieme. Non gioco ma necessità. Sogno? niente di più reale. E non saprei cosa scrivere, se non quel codice di punti e geometrie.

Rido, perché mi scrivevi di farne buon uso. Oggi non si lascia usare, mi pretende e mi domina. Anche oggi, di Shabbath, vuole che produca due volte tre, e poi sei, e lascia che-un-mio-pensiero-cattivo-sorga per censurarlo con la luce del suo unico occhio nero sul bianco. Uno.

Vedi? Ti scrivo con una mano, e già nell’altra si muove e rotola. Non riesco a riporla, Oggi. Rotola fra le dita e vuole fare numeri. E succedono cose. Oggi le fa succedere. Pensavo di ricevere da te un cubicolo cabalistico, un interprete fasullo come tutti gli altri che ci appassionano.

Oggi, mentre si muove e forma i numeri e si placa sul panno, non legge il presente. Lo determina. E quell’occhio, cerchio di luce nera, mi chiede un tributo. Posso ancora scrivere, posso ancora resistere. E so che l’unico modo per sconfigger

(qui si interrompe la lettera che Izak Moorberg, Rabbino in Halle, stava evidentemente scrivendo al momento della sua morte: orribile, questa, cruenta e priva di cause visibili. Di fronte a lui la lettera di Moshe Azim, direttore dello Judaisches Zentrum di Lubecca. Nella mano chiusa a pugno, indenne dal carnevale di sangue intorno al corpo e sullo scrittoio, un dado).

Sofocle, Edipo re, v. 437
This day will reveal your birth and bring your ruin.
hêd’ hêmera phusei se kai diaphtherei
Oggi ti genererà e ti darà la morte.

da fernandel ai racconti

Dunque, su Abruzzo cultura è uscita questa lunga intervista al sottoscritto.
Poi. Mercoledì 6 sono a Imperia, presento La donna che parlava con i morti (ho messo il link di Milano Nera, dove hanno postato una recensione di Gordiano Lupi proprio ieri). A Imperia sarò intervistato da Marino Magliani (ho messo il link del suo ultimo libro). Ci vado volentieri, ché Marino è un amico.
Poi saranno ferie, con cose da correggere (la revisione di Tamarri, che ho promesso a Francesco Giubilei, un editing del prossimo mio libro) e con cose da leggere.
Non ho ancora deciso cosa mi porterò appresso.
Ho in mente di rileggere un classico, abbinato ad altro.
Allora, come alcuni di voi sa il mio terzo romanzo, Lo scommettitore, io lo ho pubblicato con la casa editrice di Ravenna, Fernandel.
Che propone un’offerta: 5 libri a scelta a 20 euro, spese postali comprese.
Io ho ordinato:
1. ascaride gilles (amori moderni)
2. francesca bonafini, mangiacuore
(già letto, lo regalerò).
3. matteo bianchi, mi ricordo
4. dario voltolini, il grande fiume
5.giulio mozzi, parole private dette in pubblico
Mi pare sia una buona promozione.
(Un consiglio, se qualcuno vorrà: Se fossi vera di Alessandra Buschi; poi, Lo scommettitore a tutti quelli che mi hanno scritto dicendomi che non l’hanno trovato).

Sui racconti.
Ho ricevuto una mail, fuori temp massimo: di una persona che vorrebbe partecipare. Vedremo. Ricordo che la scedenza è comunque il 15 agosto.
Poi.
Se una rivista on line, mi dicono con tanti visitatori, volesse prendere qualche racconto e pubblicarlo?
Ditemi qui, nei commenti.
(A me quando hanno chiesto ho sempre detto di sì)

E buona giornata (e come al solito non rileggo gli eventuali refusi, anche perché è l’alba e devo andare a dormire).

Raccontiaquattromani/12

Scintille


Andy si frugò nelle tasche. Niente spicci e comunque non sarebbero bastati neanche per lo zucchero filato. Svuotato, dentro e fuori. Pazienza, niente sorpresa per la cucciola.
Tornò a casa a testa bassa, fissando l’asfalto scomposto e tremolante per il caldo.
A quest’ora Sveva dovrebbe essere a casa, pensò.
Si erano conosciuti quattro anni prima all’happy hour più famoso della città.
Lei particolare, troppo trucco ma due gambe con stacco di coscia altissimo e occhi scuri su un viso triste da marionetta.
Si erano piaciuti a pelle, senza sapere bene perchè, ché in fondo di parole ne avevano dette poche.
Dieci mesi dopo era nata Luce. E poi.
Il fatto era che lui e Sveva non avevano molto da dirsi. In realtà non avevano mai avuto argomenti in comune se non il sesso consumato in fretta e senza sapore.
Quando capitava che ne avessero voglia.
Con la differenza che una volta erano felici. Così gli sembrava di ricordare.
E adesso c’era Luce, quella bambina che assomiglia a un elfo e lo chiama papà.
Dio, quanto la ama. Gli ricorda un se stesso sbiadito, troppo lontano per essere vero. Quando entra in casa gli arriva addosso a braccia spalancate, sempre.
Anche stavolta non manca il bersaglio.
“Mamma dov’è?” chiede Andy.
“È uscita con le amiche, ha detto di aspettarti” fa lei tra le lentiggini.
Cazzo, pensa Andy ma non lo dice.
Sveva esce tutte le sere, lascia Luce, tre anni, ad aspettarlo.
È solo per lei che adesso gli dispiace quel lavoro certosino che ha in mente.
Andy sa bene che un fucile a canne mozze ha una gittata più corta di una pistola, è il rapporto lunghezza- diametro che fa la differenza.
Si era documentato in un negozio di armi, ma poi ne era uscito senza il coraggio di comprare niente.
Mi arrangerò con quello da caccia del nonno, si era detto. Solo che non andava bene e così aveva segato le canne e preparato un cuscino per attutire il colpo.
Sveva tornò ubriaca e mezza nuda, sbaffi di rossetto sul mento. Quante volte l’aveva vista in quello stato?
Ormai aveva perso il conto.
Entrò in casa facendo rumore coi tacchi. Luce si svegliò, iniziò piangere e a chiamare mamma.
“Sono qui, sono qui” rispose Sveva con voce distorta. Non ce la faceva neanche a salire le scale fino alla stanza della bambina.
“Lascia, vado io”.
La scostò malamente e andò a consolare la figlia che si addormentò dopo pochi minuti.
Sveva si distese sul letto, occhi chiusi e gambe spalancate, senza forza e volontà di spogliarsi.
Dalla borsa lasciata sul pavimento sbucava un pacchetto rosso. Un bigliettino gli svolazzava intorno. A Luce, dalla mamma che ti vuole tanto bene.
Forse stava sbagliando tutto. Forse c’era del buono in lei. L’aveva amata, l’amava. Forse.
Le si avvicinò. Nella mano destra guantata teneva quell’aborto di fucile progettato per devastare a breve distanza la donna che gli stava davanti.
Prese la mira al centro del viso di lei, qualcosa si sarebbe inventato dopo. Lui quelle cose non le aveva mai fatte.
Ma adesso era per il bene di Luce, un madre così non poteva essere il suo esempio di vita.
Sentì il coraggio vacillare.
Sveva aprì gli occhi e si trovò la mezza canna davanti. La guardò con curiosità. Sorrise.
“Che hai in mente, un giochetto perverso? Dove vorresti mettere questa cosa qui?
Sì, dai, mi piace l’idea, distruggimi”. Iniziò a toccarsi.
Lui abbassò il fucile. Non era a quel tipo di distruzione che aveva pensato.
Sentì salire ondate di calore, non credeva potessero piacerle certi giochi.
Gocce di sudore gli colavano sotto la maglietta, le fu addosso in un attimo.
La girò premendole la testa sulle lenzuola. Si vedeva che era proprio quello che voleva.
“Vieni qui, brava. Mettiti così. La mia puttana”.
Strano a dirsi ma le intenzioni a volte servono più delle azioni.
Sentì riaccendersi dentro scintille azzurre di passione.

i commenti

Stefano Mina scrive di aver percepito in alcuni commenti anche un pizzico di cattiveria…
Parliamone.
Perché vedete: qualcuno, da cinque sei giorni, mi ha detto, Mi ritiro, ché non sono all’altezza dei racconti fino a oggi pubblicati.
E questo è comunque un complimento: a tutti i racconti.
Ma temo che ci sia dell’altro: la paura di certi commenti.
Io, da tanto e tanto tempo, ho deciso d’essere parco: in lodi e giudizi negativi. Le lodi illudono, i giudizi negativi bloccano. Soprattutto chi è sensibile, soprattutto chi prova per la prima volta a scrivere.
Dite pure la vostra, ora.

E copio incollo anche il commento, che condivido, di Enrico Gregori.
Che ha scritto (in coda al post precedente):
non voglio assolutamente prevaricare chicchessia, ma credo sia fondamentale (ri)considerare che qui si esprimono opinioni sui racconti e non sugli autori. ma, si potrebbe dire, ci sono comunque degli autori che hanno scritto i racconti. ovviamente sì. però il “gioco” ideato da remo è per certi versi diabolico. credo che la maggior parte dei partecipanti non abbia mai scritto a 4 a mani, meno che mai a 4 mani abbinato a uno “sconosciuto”. Quindi, secondo me, se Marco scrive con Anna, il risultato non è un racconto scitto da Marco+Anna, ma un racconto scritto da una terza entità chiamata MarcAnna. Se, ipotesi, questo racconto a me non piacesse, magari troverei splendidi i racconti scritti da Marco e Anna separatamente. Questo è quello che penso, stanco per il lavoro e stonato dal caldo.

Raccontiaquattromani/11

Stellamadre


Ho scelto questo angolo di cielo per nascere. Una volta strappata la volta celeste – così veniamo al mondo noi stelle – la vista era magnifica.
Non c’erano ancora molte compagne, ma i vortici di materia brillante che di lì a poco le avrebbero generate erano splendidi, nel loro avvolgersi silenzioso. Mi affascinavano di più i vuoti, però: di un nero concreto, irresistibilmente attraente; li vedevo come un porto sicuro. Pozzi d’inchiostro, avrei pensato, se invece di stella fossi stata bambina, a guardare stregata il calamaio innestato nel banco, col sogno di intingervi il dito.
Mi è piaciuto, dopo, danzare in rivoluzioni e rotazioni, sentire il rumore del cielo, e incendiarmi, voltandomi a guardare gli scampoli di fuoco che lasciavo dietro di me, a spegnersi lontano: mi divertivo assai a vederli esaurire la spinta, esitare, fermarsi e mettersi a ruotare. Raffreddavano, ciascuno a suo tempo e a suo modo, prendendo colori diversi. Fossi stata bambina – più grande, adesso – e non stella, avrei pensato che fossero fatti delle stoffe ruvide o vaporose, granulose o finissime, che esplodevano di vermiglio o di cobalto, di pervinca o di turchese leggero sul telaio di mia madre, quando lavorava accanto a mio padre, maestro di colori.
E vorrei esserlo, la bimba dell’inchiostro, per usarlo e dire con quello del più bello dei frammenti, che si è intiepidito lentamente, crepandosi tutto in valli e montagne e ha mischiato atomi semplici, a far liquido e a fare il cielo azzurro come altri cieli non sono. Come una madre, l’ho allevato, quel pezzo di me, l’ho scaldato piano, illuminato. Giocava, splendendo di ghiaccio, poi ostentando orgoglioso la chioma verde, l’elmo di un guerriero. Correva, quasi ruzzolasse da una pietraia, a sbucciarsi le ginocchia, imprudente, a cercare un destino diverso dagli altri. E infatti: presto divenne folle di esseri microscopici e laboriosi.
Non fossi stella, direi ciò che oggi m’inquieta. Il tempo è passato, e tanto; invece del soffio del fuoco avverto ora, profondo, un brontolio sordo, un turgore che cresce. So cos’è, ma a chi dirlo? So che marcio da un tempo che sembra infinito verso il momento in cui la fornace che mi anima finirà di ardere tutto.
E’ oggi, il giorno. Se non fossi stella, ma la bambina dell’inchiostro e delle stoffe, e la donna che ha allevato le sue creature, la mia fine sarebbe semplice, anche se dolorosa. Mancherei al mondo, forse. Ma sono stella, e sarà il mondo a mancare a me.
Resterò taciturna e pesantissima in questo angolo di cielo a raffreddare anch’io, dopo avere avvolto di fuoco e fatto svanire in un attimo il corteo di piccoli compagni che m’hanno girato attorno per tanto tempo. Senza mai avvicinarci, quasi fossimo timidi innamorati; paghi, loro, di vedere i miei lunghi capelli di luce sciolti nel cielo, e io di osservarli nei loro giochi cangianti.

Raccontiaquattromani/10

Con gli occhi spalancati

Sillabavo quelle parole. Sillabavo “malattia” e “morte”. Ma-lat-tia, mor-te, e poi di nuovo e di nuovo: ma-lat-tia, mor-te. Contavo le lettere, le volevo imparare a memoria, sentire il loro suono, capirle finalmente quelle stronze di parole. Le volevo sciogliere tra le labbra, nasconderle, farle morire anche loro.
Pensavo a quelle parole ma l’unica parola che avevo in mente davvero era Amore. L’unica che volevo sillabare urlare ingoiare era amore.
A-mo-re, a-mo-re, a-mo-re. L’unica cosa che avevo in mente, mentre lei era ancora davanti a me, con gli occhi spalancati e stesa su quel letto dove avevo consumato l’infamia più grande e ti avevo amata tramite il suo corpo, eri tu. Avevo lei lì davanti, morta e stesa sul nostro letto e mentre piangevo per lei e per la nostra vita in frantumi, e per chi eravamo stati, l’unica cosa che volevo eri tu!
Lui la guardò con ansia come a cercare conferma al suo impeto. Lei era silenziosa ma attenta, lo capiva da come si toccava le mani e si rigirava l’anello con la pietra turchese, quello che lui le aveva comprato un giorno, e lui si sentì incoraggiato a proseguire.
Sei tu l’unica cosa che ho in mente da sempre. Tu quella che ho cercato in ogni donna che ho incontrato in questi anni, tu l’unica che sa chi sono e non ne prova disgusto. Solo con te posso essere chi non ho mai potuto e solo tu mi permetti di dilatarmi e di confluire in te.
Questi anni sono stati un macigno al collo ma non potevamo distruggere le nostre famiglie e derubare i nostri figli dei sacri valori in cui non crede più nessuno. Ma ora che lei non c’è più, niente ci terrà lontani. Vieni qui e abbracciami. Non posso attendere oltre. Non possiamo permetterci di sprecare altri minuti regalandoli al tempo che è sempre pronto a derubarci delle persone e dei momenti.
Rendi vero tutto ciò che ho desiderato in questi anni. Rendi vero l’uomo che posso essere.
Fai di me e di te quel noi che dobbiamo diventare.
Lascia tutto ciò che sei, annienta il me che sono stato finora e lasciati amare finalmente.
E amami, finalmente.
Lei alzò gli occhi solo a questo punto, proprio come se stesse leggendo un libro e, finita una pagina, si preparasse a voltare per proseguire la lettura. Si alzò in piedi e lo fissò.
Ma perché gli uomini sono così cattivi? Ho letto queste parole in un libro, non chiedermi il titolo, non me lo ricordo più, quello che so è che mi scorrono continuamente davanti come in un display.
Sostieni che mi ami e non ti accorgi che lentamente mi hai ucciso. Hai ucciso la donna che ero, quella che con fatica e sacrificio e rabbia, sì, tanta rabbia, ho costruito in questi anni.
Continui a ripetere che l’unica parola che avevi in mente davvero era Amore, ma io credo che tu non conosca il vero significato di quella parola.
Pensi che corrisponda a questa sorta di ossessione che ci ha resi ciechi facendoci precipitare in un abisso senza via d’uscita, senza speranza?
Qualcuno ha detto che solo chi diventa cieco, solo chi si muove ad occhi chiusi, riesce veramente a vedere. Un tempo anch’io ci credevo. Ora non più.
Se chiudo gli occhi non è la verità quella che mi compare davanti ma l’inganno, l’inganno delle tue labbra che sussurrano incantesimi alle mie orecchie che credevo sorde, per poi scivolare esperte lungo il mio corpo che brucia e rabbrividisce in balia di queste avide esploratrici, l’inganno delle tue mani così furiose quando prendono i miei fianchi e delicate mentre giocano con i miei seni, delle tue dita che seguono linee invisibili tracciate sulla pelle fino a frugare dentro me alla ricerca di quell’essenza miracolosa che tu credi ti possa ancora salvare. La tua voracità insaziabile goccia dopo goccia mi ha svuotato l’anima.
Pensi davvero che tutto questo sia l’amore, l’amore che redime, che salva, che lenisce ogni dolore?
No, non sto rinnegando quello che c’è stato tra noi. Avevo bisogno di te come tu di me.
A volte vittima, a volte carnefice: la nostra è stata una recita con ruoli intercambiabili.
A forza di nutrirci l’uno dell’altra eravamo diventati identici: un solo essere, una sola anima. E’ stato allora che ho aperto gli occhi e mi sono spaventata. Come potevo amarti, annullandomi completamente? Non ero più io, e questo non potevo accettarlo.
In realtà, non era di me che tu avevi bisogno ma di un sogno d’amore che ti potesse salvare.
Il mondo che ci siamo inventati tu ed io è un mondo che non esiste, un mondo costruito con fili di fumo: è bastato un alito di vento e ci siamo ritrovati allo scoperto con indosso soltanto le nostre miserie.
Ma adesso tutto è chiaro e all’improvviso è così squallido. Cerchiamo di essere sinceri, almeno ora che lei è morta. L’abbiamo uccisa noi, l’hai uccisa tu giorno dopo giorno con la tua indifferenza costringendola a diventare invisibile mentre ascoltava le tue parole false e ironiche cariche di disprezzo. Sentiva la tua repulsione ogni volta che la sfioravi solo per dovere coniugale. Tremo al pensiero di come dovesse sentirsi umiliata e sola. Prima non mi preoccupavo del suo dolore, per me era come se non esistesse. Ma ora che è morta, ora che non c’è più, provo per lei una grande e dolorosa compassione. Chiamala come vuoi: solidarietà, rispetto, ma ora non posso più ignorarla e se da viva non era per me un ostacolo, accecata com’ero dalla passione, ora so che non potrò più tradirla.
Ora so che non possiamo stare insieme. Ora so che è tutto finito. Tra noi niente può più esistere. Noi non ci siamo più, capisci? “Noi” non è mai esistito davvero. Era solo frutto del tuo egoismo, del tuo volermi come fossi un prolungamento di te, del tuo essere.
Perciò me ne vado. Con gli occhi spalancati