Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora. La Suora, Golem edizioni, prima frase. [E’ la prima frase, certo, che però ho scritto solo durante l’ultima revisione del libro]
Sono la donna di picche, quella che non dimentichi. La donna di picche, Fanucci, ultima frase. [Ultima frase, ma in realtà è la prima: l’ho pensata prima ancora di iniziare a scrivere La donna di picche].
Oggi è il 10 agosto, sono a Cortona. Nel 2009 ero in Salento, passeggiavo sulla battigia fumando un sigaro. Squilla il telefono, è un medico, so che non saranno buone notizie. Infatti: «Ciao, Anna è morta». Facevo il giornalista allora. Dirigevo un giornale. Mesi prima Anna mi aveva scritto una lettera che, più o meno, diceva: Io, paziente oncologica, questa mattina non sono stata curata… Anna era una maestra elementare di 54 anni. Una madre di famiglia. Una donna coraggiosa: Firmi pure la mia lettera, mi disse. Per quella lettera (e altre, di altri pazienti)venni querelato da una primaria. Richiesta danni: 330mila euro. Per anni, avanti e indietro con il mio avvocato, in tribunale. Venni assolto, primo e secondo grado. Per anni avanti e indietro, dicevo. Non ero solo. C’erano medici e anche alcuni pazienti. «Finché vivrò sarò sempre al suo fianco» mi disse Anna il giorno in cui testimoniò, nonostante la metastasi ossea e gli attacchi di panico. E io non ti dimenticherò, cara Anna. (Il 10 di agosto, per me, è il tuo giorno.)
Vorrei vivere in un camper. Così da svegliarmi e trovare, davanti a me, un ruscello, e sorseggiare il primo caffè del giorni ascoltanto il suono dell’acqua che corre e che scorre.
E guardare, più in là, un bosco e, più in là ancora, delle montagne, e non importerà se sarà un giorno di pioggia, che mi costringerà a stare dentro, sicuramente a leggere o ad ascoltare musica friggendo due uova, o di sole. Comunque lontano dalla pazza folla e dai social, anche. Un camper, insomma (che non so guidare), dovunque. Lontano.
Mai stato in un camper, io, ma conoscevo la storia di una persona, anni fa, un uomo, che ne aveva uno. Era un uomo che si innamorava spesso e aveva donne diverse, che lo ospitavano. Non lo faceva per sesso o per farsi ospitare, no: lui si innamorava spesso e per davvero, solo che, dopo un po’, va a sapere perché, le donne si stufavano di lui, così lui, tra una donna e l’altra, tornava al suo camper.
A pensarci bene c’è il problema neve, d’inverno, da risolvere. Uno il caffè lo beve dentro il camper e poi, per qualche ora, deve farsi un culo tanto a spalare. Hanno un costo certe scelte.
Il libro La suora l’ho dedicato a mio figlio. Ho scritto: A Cico, che mi ha insegnato ad ascoltare l’acqua.
Anni prima, successe questo. Mia madre si ruppe il femore e quindi non poteva guardare il bimbo mentre io ero al giornale. Presi delle ore di ferie (ferie si fa per dire) e il mattino, dalle 9 alle 11, portavo Cico ai giardini pubblici. Poi, alle 11, l’avrei consegnato alla baby sitter. Avrà avuto due, tre anni. Un mattino ero con lui, ma benché fossi in ferie lavoravo, perché il mio cellulare squillava incessantemente. Telefonate, perlopiù, dei miei giornalisti (dirigevo La Sesia, allora). In genere erano grane. Insomma ero con lui ma… non c’ero. Un mattino, mentre sono al telefono che parlo, sento la sua voce che dice qualcosa. Non gli bado. Sento vagamente che dice “babbo, babbo…” Mentre parlo, però, vedo che mi sta indicando la fontana (che ora non c’è più). Finita la telefonata lo ascolto. Mi guarda serio e dice: “Babbo, babbo, guadda l’acqua”. Aveva ragione lui. Per esserci dovevo guardare (e quindi ascoltare) l’acqua.
Devo prenderne atto. I libri da cui mi aspetto di più sono quelli che vanno peggio in termine di vendite. Non è andato bene La donna di picche, non sta andando bene (lo vedo su Amazon) La suora. E va bene, si fa per dire, così.
Una storia di malinconie: la malinconia degli amori non vissuti e della solitudine che Romolo preferisce agli amori possibili; la malinconia delle troppe sconfitte e delle vittorie che sono sempre macchiate da qualche amarezza; la malinconia delle atmosfere di provincia, con i conflitti sotterranei, le maldicenze e le prepotenze.
Romolo è un solitario, un uomo che ha preso le distanze dal suo passato pesante, almeno in senso fisico, geografico.
Sto bene qui, nell’alta Valsesia. Io non ho radici. Nemmeno l’acqua ne ha. Nemmeno la neve, che dell’acqua è il vestito a festa”.
A qualcuno la vita di Romolo Strozzi può sembrare sprecata. Ma ci sono esseri umani che sanno vivere di attesa, perché l’attesa può bastare a se stessa e riempire le giornate, anche quando non si ha più speranza che l’oggetto del desiderio si possa raggiungere.
“Nella vita ci si dimentica in fretta. A volte no, ci sono persone che artigliano i ricordi affinché non fuggano via”.
Tema: Parlate di un ricordo legato al primo lockdown.
Svolgimento. Durante il primo lockdown, una sera, iniziai a scrivere il romanzo La suora. Precisazione: per me sera significa da mezzanotte alle due, la notte, per me, arriva dopo, verso le tre. Avevo un gatto, allora. Maschio e castrato. Nato nella calda estate del 2003. Insomma, aveva 17 anni. Ma stava bene. Lui la sera (verso mezzanotte, insomma) usciva e poi, verso le tre bussava al vetro della portafinestra del mio piccolo studio. Dimenticavo: si chiamava Miou Miou. Come la mia attrice (ora non recita più) preferita, appunto Miou Miou. E Miou Miou, che non era un gatto socievole, veniva ai miei piedi, mentre scrivevo. Non voleva coccole, era un gatto solitario, buono. La suora, comunque, l’ho scritta con lui… Una sera, però, Miou Miou non ha bussato al vetro. L’ho cercato per giorni e giorni, mesi, poi mi sono arreso. Adesso ho un altro gatto, si chiama Ares, è rosso, simpaticissimo. Cerca il contatto umano, vuole giocare sempre. Di notte, però, ripenso Miou Miou. Il gatto solitario che non cercava carezze. (E quando, di notte, sento miagolare, spero sempre che sia lui, in fondo una volta sparì per due settimane, in fondo una volta volò dal sesto piano e lo trovai tremante sotto un’auto… insomma, fanculo, io ci spero anche se…). I gatti, di notte, mi hanno sempre fatto compagnia. La prima, era nera, si chiamava Lilli, faceva le ore piccole quando studiavo fino all’alba per potermi laureare. Con Miou Miou, invece, ho scritto tutti i miei libri. Buffo no? Non avessi scritto questa cosa qua mica l’avrei saputo che Miou Miou è stato il gatto dei miei libri…
Sono nata a Bologna il 2 agosto 1980, il giorno in cui alla stazione morirono ottantacinque persone. Nessuno ci pensa e nessuno ne ha mai parlato, ma c’era pure chi nasceva, a Bologna, lo stesso giorno in cui ottantacinque persone morirono per una bomba. Ottantacinque, in tanti almeno una volta nella vita hanno sentito pronunciare quel numero spaventoso, il numero dei morti alla stazione di Bologna. A nessuno invece è mai venuto in mente di contare quelli che sono nati lo stesso giorno in cui ottantacinque persone morivano per una bomba.
Incipit del libro “Quel giorno non avevano fiori”, di Marco Florio, casa editrice Nulla Die.
La mia recensione (11 novembre 2020) sul Fatto online: clicca qui
È il 28 luglio dei miei dodici anni. Sono stato rimandato di Italiano (mai studiate grammatica e analisi logica) e Matematica. Sono a Cortona con i miei e, se ci ripenso, mi sembra di rivedermi nel film Novecento di Bertolucci. C’è la battitura del grano, si lavora sotto il sole, ma poi si mangia e si beve e ci si diverte. Io sono fiero del lavoro fatto col mio forcone: ho lavorato il doppio, a dorso nudo, sotto gli occhi azzurri della ragazza cortonese che mi piace. Lei, quel 28 luglio, alle amiche dirà che “ha un ragazzo di Vercelli”.
È il 28 luglio dei miei 17 anni, a Vercelli; ho comprato il mio primo cinquantino, finita la scuola faccio il cameriere in un bar. È il mio primo lavoro. La sera, con gli amici, frequentiamo un gruppo di ragazzi e ragazze. Una di loro piace a tutti. Quel 28 luglio, quella ragazza, mi prende per mano, sceglie me, insomma, forse perché ero stato l’unico a non averle ronzato attorno, e andiamo a fare un giro da soli. Il primo bacio.
È il 28 luglio dell’anno successivo, ancora a Cortona. C’è una ragazza della capitale che mi piace un sacco (quella del primo bacio di Vercelli non c’è più), ma quello è l’ultimo giorno, non la rivedrò più, penso, anche perché i suoi non la fanno uscire e la controllano. Lei però, quel pomeriggio del 28 luglio, esce lo stesso (mai successo, nei giorni precedenti), e passiamo un bel po’ di tempo insieme. A settembre vengo a trovarti, le dico.
Insomma, il 28. Luglio. Numero fortunato. Mese fortunato.
È il 28 luglio del 2013. Il mio cane sta male, non riesce più a camminare, è ricoverato in una clinica veterinaria. Era il cane di mio fratello, era buono, triste. Ma in clinica, per lui, è un inferno. Non posso farlo morire a casa come lui e io vorremmo. Quando vado a trovarlo finisce sempre male. Al momento dei saluti, Ciao Toby, lui mi abbaia cattivo: Non puoi lasciarmi qui. Il 28 luglio mattina è morto felice Toby. Mentre il veterinario gli fa la puntura, l’ultima, lui scodinzola felice, perché siamo lì, con lui, ad accarezzarlo.
Il 28. Luglio. 2013. Per Toby, la prima notte di quiete. Senza sogni.
Correva l’anno del signore 2008. Su Nazione Indiana apparve questa intervista. L’ho appena riletta e… non mi è dispiaciuta. LEGGI QUI
Apparve su Nazione Indiana, ma fu anche pubblicata su Queer, inserto di Liberazione. Mezza pagina. L’ho già raccontato. Una domenica mattina mi alzo, mi faccio il primo caffè poi accendo la prima sigaretta e guardo la posta elettronica. Un’amica che non c’è più, si chiamava Terez, mi avvisava che dovevo correre in edicola e prendere, appunto, Liberazione. Un’intervista di mezza pagina, pensai, la ritaglio e la incornicio, figurati (infatti) se risuccederà. Così esco, acquisto il giornale, vado al bar, ordino il secondo caffè che però mi va di traverso: quando apro il giornale l’intervista c’è, ed è di mezza pagina, ma quello della foto non sono io, ma è Marino Magliani. Niente ritaglio, niente da incorniciare. Però il giornale, chissà dove, dovrei averlo conservato.
La mia scrivania è un gran casino, da sempre. Mia madre mi sgridava, al giornale una volta il mio vecchio direttore disse alle donne delle pulizie: «Non mettete a posto la scrivania di Bassini altrimenti, poi, lui non trova nulla e s’incazza, pure». Ma per anni e anni qualcosa di estremamente ordinato c’era: le mie librerie. Se cercavo un libro sapevo dov’era. Da un po’ di tempo si sono “scrivanizzate” anche loro (forse è colpa di mio figlio, viene nel mio studio e molla cose sue, giocattoli, libri, figurine…). Sta di fatto che ieri sera cercando un libro che vorrei rileggere, L’ultimo vero bacio, e che non ho trovato, mi è tornato in mente questo dialogo, di parecchi anni fa…
«Non capisco tutta questa passione per i giallisti nordici…» «Luigi, nemmeno Mankell?» «Nemmeno Mankell» «A me piace, e tanto anche…» «Cosa ci trovi?» «E’ come un Simenon, un Olivieri dei giorni nostri… piuttosto Luigi, se ti chiedessi a bruciapelo: consigliami un autore, un bravo autore, bella scrittura, bella storie» «Manchette, se non sbaglio, l’hai letto» «Sì Luigi» «James Crumley, leggi James Crumley».
Ricordo di una conversazione con Luigi Bernardi a Bologna, in una trattoria
PS. Di Crumley ho poi letto Il caso sbagliato, La cattiva strada e L’ultimo vero bacio, che è quello che mi è piaciuto di più.
Più o meno due anni e qualche mese fa. Un agente letterario mi dice: Devi cambiare stile, alleggerire i tuoi gialli. Un po’ come la “tal autrice” che vende. L’ho letta la “tal autrice”, non mi è piaciuta e sono distante dalla sua scrittura. Stesso periodo. “La donna di picche” al mio (ex) editore era piaciuta un sacco. Me l’avevo scritto, lo aveva detto a Torino, al Salone, davanti ad altra gente (scrittori soprattutto). Ma “La donna di picche” è un libro che ha venduto poco. Eppure, quando gli dico (all’editore) che sto scrivendo un nuovo libro (La suora) lui mi dice: “Che sia bello come la donna di picche, mi raccomando”. Un editore che ti dice “scrivi un libro bello come il libro che ti ho pubblicato (ma che ha venduto poco” a me colpisce.
Sergio Fanucci io lo conosco poco. Un primo incontro a Roma, quando firmai il contratto per La città del santo, diverse mail e poi un secondo incontro, al Salone, quando presentai La donna di picche. In realtà Fanucci organizzò una presentazione di tre libri e tre autori (gli altri due erano Angelo Marenzana e Corrado Pelagotti). Al termine della presentazione era prevista una cena con i tre autori e Sergio Fanucci, che però diede un’indicazione: sono ammesse anche le signore. E mio figlio che mi porto sempre appresso?, domandai. Niente, solo autori e signore, mi confermarono dalla casa editrice. Allora niente, risposi. Niente cena con l’editore, insomma, quella sera. Ma Fanucci è un editore che va preso così, e il ricordo di quella mancata cena a me fa solo sorridere, ma benevolmente. La sue mail, comunque, sono un gran bel ricordo. Perché incontrare un editore che crede in te è cosa rara (che a me è capitata due volte: con Perdisa-Bernardi e con Fanucci, appunto). E va bene così.