Profezia di morte

Un racconto, che non ho mai fatto.

Un racconto di un amico morto, a 18 anni, quando io ne avevo 17. (Mi è venuto in mente oggi, e c’è un perché: perché una persona a me cara sta male, molto.)

Quel mio amico, allora. Era un amico dell’oratorio. Non andavamo d’accordo. Lui vestiva elegante, io no. Lui era spigliato, sicuro di sé, strafottente. Io ero timido. Primeggiava negli sport, io no. E quando giocavamo al pallone finiva sempre a schifio: lui faceva il centravanti, io lo marcavo con le buone e con le cattive, lui mi minacciava, io gli rispondeva male, io e lui che spesso e volentieri facevamo a botte, lui che me le dava, io che le prendevo.

Finché un giorno – era una domenica calda, stava arrivando l’estate – lo incontro al bar. Cammina a fatica. Si appoggia alle sedie. Domani vado in ospedale, mi dice, ma lo dice ridendo. «Adesso mi faccio una partita a flipper».

Fu operato, tornò sulla sedia a rotelle. Addio partite di calcio, addio scuola, ma il carattere era quello di sempre: scostante, altezzoso. Addio anche agli amici, quindi, che si stufarono di andare a casa sua per giocare a scacchi e litigare con lui. No, io rimasi. Andavo tutti i giorni. Ma non a consolarlo, non ne aveva bisogno. A parlare del futuro, oppure di calcio, di musica. Di amori.

Una volta mi fece un racconto. Mi disse che, prima di ammalarsi, lui, con due nostri amici, aveva incontrato una zingara, e la zingara aveva insistito. Voglio leggerti la mano, gli aveva detto. «Cazzo vuoi, vai via», aveva risposto lui, ma lei, testarda, aveva insistito: «Non voglio soldi. Dammi la mano.»

Alla fine lui aveva accettato. La zingara fece in fretta.

«Vedo una vita normale, come tante, ma vedo anche la morte, e dopo la morte il trionfo.»

L’incontro (e l’insistenza di lei ) c’erano stati, per davvero: me lo confermarono i due amici che erano con lui. Ma cosa gli avesse detto la zingara non lo sapevano, perché si erano allontanati.

Forse non era vera quella frase. I suoi genitori mi raccontarono che lui sapeva che non avrebbe vissuto e che si era aggrappato alla fede. Al “trionfo”, dopo.

A me, però, piace pensare che fosse vera quella frase. Anzi lo era. Di sicuro.

Orta, il Leon d’oro, Dostoevskij, La suora

Quando ho scritto “La suora” non sapevo che Dostoevskij avesse pernottato al Leon d’oro di Orta. Le prime pagine del mio libro sono ambientate proprio davanti all’albergo. Ecco la foto dell’ingresso del Leon d’oro.

Romolo Strozzi, il protagonista, e Nora (che diventerà “La suora”) si incontrano il 24 gennaio del 2010 davanti al Leon d’oro. Una sorta di data di nascita del libro che coincide con la data di nascita di mio figlio… Perché Orta. Perché Orta è il posto del Piemonte che più amo. Poi. Perché il Leon d’oro. Perché il 24 giugno del 2006, dopo la cerimonia in Comune del mio matrimonio con Francesca, andammo a mangiare, appunto, al Leon d’oro di Orta. Era il locale che mi era piaciuto di più. Ripeto, non sapevo che ci avesse soggiornato Dostoevskij.

Altro ricordo: settembre del 1982 leggo i Demoni. E’ il primo libro che leggo di Dos (come lo chiamava Bukowksi). In una pagina, Dostoevskij, che soffriva di epilessia, fa dire a un suo personaggio che anche Maometto lo era, perché dormiva poco. Ho sofferto anche io di epilessia, così scrissi una poesia (ma non sono un poeta, io). Son versi, gettati così, alla bruttodio. Eccoli.

A Dostoevskij.

Epilessia, malefica dea che insegni

ai tuo figli bastardi a sottrarre

secondi alla notte.

La pena di morte è

ad ogni istante.

Ad ogni istante il viso

può schiantare

nel selciato dove

calpestati e rinnegati

crescon fiori il cui nome

nessuno conosce

Altri tempi, altre voci

Per tre anni della mia vita ho fatto il portiere di notte. Di notte potevo studiare e dalle 4 alle 6 anche dormire per un paio d’ore. Poi dormivo in treno, andando in università.

Facendo il portiere di notte o il cameriere ti accorgi che spesso la gente conversa poco lontano da te, dicendo anche cose importanti, delicate. Il mio primo libro si intitola Il bar delle voci rubate: è la storia di un proprietario di un bar che in un quaderno scrive le cose che la gente racconta senza fare caso a lui (nel quaderno, poi, finirà anche lui).

Ho ripensato spesso alle voci rubate ultimamente. Il terreno è poco fertile. Noioso. Virus, vaccinazioni, mascherine eccetera eccetera eccetera.

No, un attimo. Ci fu una voce che mi colpì, appena finito il primo lockdown.

Mentre portavo a spasso il cane sentii una donna che disse: La prossima volta non mi incastrano. Mi compro una bella casa in montagna e appena capiamo che ci rinchiudono ancora ci vado e dico ai miei figli di raggiungermi.

Azzarola.

Anche stamattina, camminando, ho rubata una voce. Diceva più o meno così: Una settimana, dieci giorni al mare me li sono sempre permessi, ma con queste bollette quest’anno come faccio? Ero di corsa, non ne ho sentite altre, di voci.

(E comunque: erano più interessanti le voci che rubai quando scrissi il libro, era il 1996. Due anni fa la casa editrice I buoni cugini lo ha ripubblicato. È una versione riveduta (molto riveduta) della prima edizione che uscì nel 2002 con il titolo Il quaderno delle voci rubate. Altri tempi, altre voci, altri sogni…)

Credere negli spiriti

Il padreterno ognuno se lo immagina come può, e il mio, certamente, non è quello dei preti

(Beppe Fenoglio; frase riportata dalla sorella)

Mi è venuto in mente un gran bel libro, Gli spiriti non dimenticano, di Vittorio Zucconi. Una biografia su Crazy horse (Cavallo pazzo). A un certo punto Zucconi racconta che la chiesa smise di mandare missionari nelle riserve indiane: perché si convertivano alla religione pellerossa. Il grande spirito, che non si vede, e che è dovunque.

C’è dell’altro.
Come mai comprai quel libro? Successe questo. Erano anni, quelli, in cui tutte le sere uscivo. Dopo la laurea (studiando) avevo voglia di alternare al lavoro di giornalista qualcos’altro. Al cinema e al teatro potevo andare poco, il giornale, allora, si chiudeva tardi. Così cominciai a giocare a bowling. Bowling agonistico. Non ero un campione ma me la cavavo.
Una sera rincasai come al solito tardi. Ma il bowling era aperto fino all’una di notte, quindi mangiai con l’intenzione di andare ad allenarmi. Succede però che sento, dall’altra stanza, la voce di Vittorio Zucconi che dice a Maurizio Costanzo: Prima di andare in Arizona a documentarmi su Cavallo Pazzo non credevo agli spiriti. Adesso sì, ci credo.
E’ successo qualcosa di analogo anche a me. Prima di conoscere La donna che parlava con i morti nemmeno io ci credevo. Adesso, invece, sì.
(Attenzione. La donna che parlava con i morti è soprattutto un giallo, e il titolo può trarre in inganno. Le protagoniste sono due: Anna Antichi, che parla con i morti come fa qualcuno, parlando con loro al camposanto oppure dovunque. E poi c’è “la donna che parla con i morti”, che dialoga con loro; ma è un personaggio che sta sullo sfondo).

La suora recensita da Giovanni Agnoloni

Lo scrittore e traduttore Giovanni Agnoloni (LEGGI QUI) ha recensito “La suora” su La poesia e lo spirito.
Sulla sua pagina facebook ha scritto:

La mia recensione di un ottimo giallo, “La suora” di Remo Bassini (Golem Edizioni). Il primo libro che ho letto ambientato durante il lockdown. E’ uscita sul blog “La Poesia e lo Spirito”.

Eccone un estratto:

“La penna di Remo Bassini è elegante e leggera anche mentre affonda in questi drammi rimossi e nello spaesamento di un quadro di eventi inusitato come quello verificatosi nella prima metà del 2020. Anzi, è proprio la commistione e il riflettersi reciproco di questa alienazione storico-sociale e delle contraddizioni insite nella sua vita e in quelle di coloro sui quali indaga l’aspetto più interessante di questo avvincente romanzo, capace di condurre, con levità ma anche con un’amarezza che lo imparenta con i migliori libri sui segreti della provincia italiana (penso, tra tutti, a I misteri di Alleghe di Sergio Saviane), in un ambiente intimo e carico di allusioni, capace proprio per questo spiazzare e turbare.”

Leggetela tutta qui: https://www.lapoesiaelospirito.it/…/la-suora-di-remo…/

Richiamata anche sul mio blog: https://giovanniagnoloni.com/2022/02/17/remo-bassini/


Marco Salvador, un amico, un grande scrittore, un grande

Profilo facebook di Marcoi Salvador.

San Lorenzo, 16 febbraio.
In questo giorno, alle due del mattino, è mancato Marco.
Condividiamo con voi questo momento.
Aurora, Matteo e Ottavia

Allora, ne scrivo un po’ io, adesso.
In primo luogo, Marco Salvador: LEGGI QUI

Era impossibile non volergli bene, era impossibile non ridere con lui, era impossibile non litigare con Marco Salvador.
Ci siamo conosciuti un sabato di tanti anni fa. Avevamo entrambi pubblicato con la piccola ma prestigiosa casa editrice Fernandel. Io “Lo scommettitore”, Marco Salvador “La casa del quarto comandamento”. Lo invitai a Vercelli, a presentare il libro. Poi andammo a cena, poi a spasso. C’era vento, andammo a vedere la sinagoga.
Da allora ci siamo sentiti spesso al telefono, ci siamo ripromessi cento volte di ri-vederci , ma alla fine ci siamo solo scritti, sempre meno per la verità: colpoa mia. Negli ultimi anni la mia tendenza a chiudermi in me stesso, si accentua sempre più. Ora mi spiace di non averlo riabbracciato una volta ancora.

Su questo blog, Marco intervenne tante volte, commentando: sull’editoria, ma anche sulla vita. Mi ricordo uno scritto spassosissimo sul letame…
Ho pochi amici tra scrittori e scrittrici. Pochissimi. Lui lo era. Ed era un grande scrittore.

Certi incontri, di notte, in un Bastardo posto

“Forse sbaglio”, pensa Viola Rodesi, “a venire qui. Qui si vedono solo i perdenti come Limara”. E di Paolo Limara stasera non c’è traccia.

Magari fra qualche minuto, davanti al manichino, Viola Rodesi vedrà, per un attimo, la sagoma ingobbita del geome- tra, un geometra dipendente del Comune, che, da quando è rimasto solo, certe notti le trascorre a passeggiare nervosa- mente, a testa bassa, avanti e indietro come un ossesso lungo i portici facendo rumore, coi tacchi sembra voler sfondare la pavimentazione di chiara epoca fascista o anche precedente. Era sposato, ha lasciato moglie e tre figli per mettersi con una ragazza giovane, sposata pure lei (non da tanto, però). La loro decisione di andare a stare insieme aveva provocato clamori, scintille e scandalo. Ma era durato niente, perché lei, dopo nemmeno un mese di vita in comune, l’aveva abban- donato per tornare dal marito, costretto su una sedia a rotelle da una malattia degenerativa. Il geometra da allora è dispera- to perché lei, oltre ad abbandonarlo, è arrabbiata con lui. Gli ha detto, urlato, che la deve lasciare in pace, per sempre.

Oppure, da un momento all’altro, può spuntare l’Euge- nio, davanti al manichino; stasera potrebbe passare perché l’Eugenio passa solo se non fa freddo e se non piove; passa e canta, ad alta voce. Una volta faceva l’idraulico, aveva fami- glia. Poi la moglie si è suicidata e i figli l’hanno lasciato solo. Comunque non si sa se la moglie si sia gettata sotto il treno perché lui aveva cominciato a dar di matto o se invece lui ha cominciato a dar di matto e a cantare a squarciagola – ha la fissa del Barbiere di Siviglia – quando è rimasto solo.
Ci sono uomini feriti che passeggiano sotto i portici e le loro crepe. Donne no, non ne ha mai viste. Solo Marina, aveva visto di notte.

Da “Bastardo posto” (Perdisa Pop), estratto

Pagine e incipit di Bastardo posto (pubblicato, amato, dimenticato)

Bastardo posto, un mio libro fortemente amato, dimenticato. Mille copie, pubblicato da PerdisaPop e dal sui direttore Luigi Bernardi, anni fa. Alcuni “brandelli” del primo capitolo

Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda.
È una notte di marzo. Sta diluviando.

In questo momento Paolo Limara, fissando la vetrina col manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi. Non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo. Fis- sando le palpebre di plastica, socchiuse e spente del mani- chino, è successo che Limara ha visto i suoi, di occhi, persi come due monete nel tombino, bersagliato dalla pioggia e che, proprio adesso, è stato scosso violentemente da un’auto in corsa.
Non vuole guardare, Limara, né il tombino traballante né la strada riflessa sul vetro. Preferisce star lì impalato, davanti al manichino senza sesso del negozio, che è chiuso da quat- tro anni, con l’insegna spenta.

Certe notti, di nebbia o senza luna, sotto i vecchi portici vanno a braccetto il buio e la paura; basta un fruscio, un rumore, un’ombra, e dallo spavento vien voglia di scappare, ma non a Limara, non al manichino; sono come spenti, entrambi.
Chiude gli occhi, Limara, vorrebbe il buio assoluto, lui.

Ma è stato maldestro, non doveva chiuderli, i colori sono più vividi, ora, come illuminati da un potente riflettore: dietro le sue spalle ricurve, dall’altra parte della strada, Limara adesso immagina la vetrina con l’insegna rossa del Piccolobar; la serranda è abbassata, l’interno è buio; ma fuori, davanti all’ingresso, Limara, con gli occhi chiusi, è come se vedesse, anzi no, vede un fantasma, e per non vedere, li riapre subito, gli occhi, spalancandoli come chi è spaventato.
Meglio guardare il manichino, così il fantasma va via, si dissolve, scompare.
Vattene Marina.

Eppure Paolo Limara venticinque minuti fa è uscito di casa senza ombrello, e uscendo non ha certo badato alla pioggia, con l’intenzione di rivedere il posto in cui, cinque mesi prima, quasi sei (era una notte di ottobre), aveva visto Marina. Saranno state più o meno le tre, e lei era dentro la sua auto, parcheggiata dove non si dovrebbe, c’è il di- vieto di sosta permanente lì, a due metri dall’ingresso del Piccolobar.
Con la testa reclinata a sinistra, un po’ sul finestrino un po’ come inghiottita dalle spalle, stava dormendo Marina: nemmeno questo si dovrebbe.
Soprattutto lì.

Né si dovrebbe – perché poi andò così, come non doveva andare – parlare per ore e ore con una donna sola, e poi invi- tarla a casa per un caffè. Non si dovrebbe perché parlando- le, col passare dei minuti, si potrebbe desiderare sempre più intensamente il suo corpo esile, con la voglia di stringerlo, possederlo, farlo tremare. Tremando.

Dopo il matrimonio, Paolo Limara, giornalista in una città né troppo grande né troppo piccola, non aveva mai baciato o abbracciato una donna diversa da sua moglie, fino a quella notte d’ottobre. Ed era, Paolo Limara, un giornalista dalla carriera assicurata prima che, sciagurato, incontrasse Marina. Era il vicedirettore de “La Civetta”, quotidiano cittadino fondato nel dopoguerra da un gruppo di borghesi illuminati, alcuni liberali, alcuni socialisti, altri, come il padre di Paolo Limara, vicini al Partito d’azione.

Ora è cambiato tutto. Ora lo scansano.
È stanco, a pezzi. Al punto che pensa di cadere, a volte. Fatica a camminare, sente i piedi pesanti, li trascina; ma non ha voglia di fermarsi a riprendere fiato. E non ha voglia di rientrare, né si preoccupa di guardare l’orologio: a casa sua, pensa per un attimo Limara, staranno dormendo, e gli sembra quasi che il silenzio, ritmato dai respiri leggeri di Graziella e Matteo, sia il silenzio di un mondo lontano, non suo.

Arriva un pensiero impazzito, uno dei tanti che galoppano, senza briglie, nella sua mente. “Metti”, dice il pensiero impazzito, “che muoiano, metti che Matteo muoia. Ne soffriresti?”, si domanda Limara come niente, senza sorpresa. Non si spaventa, ci sta facendo l’abitudine, ogni giorno di più, ai pensieri impazziti.

E pensare che uno, due, tre anni fa, in redazione, soprattutto a Paoli, ripeteva sempre che la felicità di suo figlio era la cosa più importante. Che più gli premeva.
Suo figlio Matteo, così gracile, timido, fragile.
Come me, pensava Limara prima di conoscere Marina, debole come me, sebbene non sembri, sebbene non si sappia.
Adesso pensa poco a Matteo, e poi Matteo lo guarda male, del resto pure lui sa, tutti sanno.

Si sta accendendo un’altra sigaretta, ora. Ha ripreso da qualche mese. Prima aveva smesso, proprio per Matteo. “Dovessi morire”, aveva pensato, “soffrirebbe come ho sofferto io, o forse di più, quando ho visto la bara di mio padre chiudersi per sempre”.
Così senza dire nulla, senza dirgli che non sarebbe stato giusto (“lo faccio per te”), Limara aveva smesso di fumare. Da quaranta a zero sigarette nell’arco di una sera, il tempo di prendere una decisione, tornando a casa dal lavoro.
Avrebbe rimesso una sigaretta in bocca la prima notte con Marina. Prima di averla. Son diventate sessanta, ormai, le sigarette.

E comunque: più che un pensiero, l’ipotesi di morire, adesso, è un auspicio.
“Dio, ti prego, se esisti, fammi dormire per sempre, ma…”.
Ma il problema, per Paolo Limara, sono i ricordi: morendo, ce li portiamo appresso?

E comunque. Meglio Marina a pezzi, dilaniata dalle lamiere, che l’altra immagine, mostruosa, che ha squartato Limara: Marina nuda che ride, sguaiata, e fa l’amore con altri due uomini.
No, ora a quell’immagine che lo ha invaso per giorni e notti non vuole ripensare, se ripensa la vede, ri-ve-de. Eppure la mente la proietta ininterrottamente, quell’immagine, ricordo velenoso. E rischia il corto circuito, la mente di Limara. Alterna Marina e lui, Marina e loro. Poi le immagini si fondono, si confondono, si sovrappongono: lui, i due che la prendono come una cagna in calore, dandosi il cambio, uno davanti e l’altro dietro, Marina, di nuovo lui, lui e loro e Marina, tutti e quattro, ancora e ancora.
“Divento pazzo divento pazzo”, pensa Limara.

Passeggiando per le strade di Orta, di notte (La suora, primo capitolo)

Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.
Orta San Giulio, dieci anni fa, una sera di gennaio. Saranno state le dieci, o le undici, che importa? Nelle sere sbagliate il tempo conta poco. Ero davanti all’ingresso dell’albergo dove avrei pernottato, non avevo voglia né di camminare né di salire in camera né di essere altrove.
Risposi con un cenno della testa al suo saluto, mentre mi passava accanto per entrare al Leon d’oro. Prima che la porta si richiudesse alle sue spalle, sgusciai dentro anche io, ma non era mia intenzione seguirla: non ero alla ricerca di nessuna donna, di nessun incontro. Alla ragazza assonnata della reception, Nora domandò la chiave della sua stanza, io una bottiglia di acqua minerale, per poi uscire di nuovo.
Appena fuori, mi accorsi che non ero solo.
Disse «Niente, questa sera il sonno non vuole arrivare».
I tuoi occhi, Nora, vedevano oltre.
La guardai senza voglia di guardarla. Protetto da una cuffia gialla, un viso sottile, che dava l’impressione del già visto: non brutto, ma insignificante; indossava una gonna pudica, sotto il ginocchio, un montgomery a quadrettoni verdi e blu, degli scarponcini.

Le sue caviglie erano nascoste, quindi. Le caviglie di una donna – è una mia fissa – sono rivelatrici. È anche un gioco tutto mio per passare il tempo, anni fa in metropolitana, oggi in qualche trattoria o bar: con lo sguardo ad altezza piedi, provo a indovinare se una sconosciuta ha – secondo i miei parametri – fascino o meno osservandole, appunto, le caviglie. Difficile che mi sbagli. Ma il ricordo delle sue caviglie nascoste venne dopo, quando cercai di ricostruire ogni momento, ogni minuto, insomma ogni cosa di lei.
Nora era a Orta per un motivo preciso, io no; ero a Orta perché conosco bene i volti di questo borgo che profuma d’antico: nei giorni caldi della primavera e dell’estate Orta è un’esplosione di colori e di voci, ma nelle sere di freddo e nebbia è triste, senza vita. Era questo il volto che a me interessava. Il silenzio interrotto dal rumore dei miei passi e dallo sciabordio delle acque del lago.
Ero fuggito da Milano, da un funerale, dalle parole e da tutti. Il cellulare l’avevo lasciato in camera, spento.

Li ho messi in fila e li ho ordinati, poi, i ricordi e i pensieri di quel lunedì sera, 25 gennaio del 2010.
Se cerchi compagnia per questa notte hai sbagliato persona, fu il primo pensiero, anche indigesto però, perché mi provocò un conato di vomito. Non avevo cenato: solo un’alternanza folle di caffè, birre, Campari.
«Lei non sta bene, rientriamo, dovrebbe bere qualcosa di caldo.»
Non le risposi, ma al suo sorriso risposi con un sorriso – era impossibile non essere contagiati dalla sua gentilezza, una gentilezza antica, vera, punto affettata. E poi successe che, senza dire una parola, ci ritrovammo a camminare, piazza Motta, l’antico Broletto, via Olina, poi indietro, ancora in piazza Motta, i portici e le ultime finestre illuminate che, presto, avrebbero ceduto alla notte.
«Chissà quante storie ci sono nascoste là dentro» disse Nora, indicandomi il vecchio, imponente Albergo Orta, chiuso da anni.
Vedendomi sovrappensiero aggiunse «Lei ha un peso dentro».
Non dissi nulla, non volevo dire nulla, stavo un po’ meglio, Milano però continuava a perseguitarmi.
Mezz’ora dopo, forse meno, nella mia testa c’era qualcosa di diverso: Stammi vicino e fammi compagnia tutta la notte. La sua voce, il suo sorriso e qualcosa d’altro – che ancora adesso non so spiegare – mi stavano conquistando. Avrei voluto dirle «mi trovo bene con te, ci diamo del tu?», ma non ne ebbi il tempo.
«Fa freddo, non trova? Sono anche un po’ stanca.»
Aveva ragione, era da un po’ che si scaldava con il fiato le punta delle dita, aveva ragione e glielo dissi. «Sì, rientriamo. Mi scusi, non mi ha detto il suo nome.»
«Nora.»
«Piacere, Romolo.»
Adesso non c’era più anima viva, tutto buio. Aveva ragione, certo, io indossavo solo una giacca, e la sciarpa che avevo al collo non mi avrebbe salvato dal mal di gola e dalla febbre nei giorni successivi, ma non so cosa avrei dato per continuare a provare quei brividi; mi angosciava l’idea di trovarmi, solo con me stesso, in camera d’albergo.
Mentre camminavamo verso il Leone d’oro la mia mano destra cercava di incontrare e quindi sfiorare la sua mano sinistra, ma non accadde. Quando mi dirai buonanotte mi sentirò perduto, fu il terzo pensiero.
Non volevo che la notte me la portasse via. Annetta continuava a seguirmi come un’ombra, era giusto così, era giusto che non se ne andasse. Ma nemmeno Nora doveva. Arrivò il quarto pensiero. Voglio dormire con te.
Rientrammo al Leon d’oro, e mentre salivamo le scale dell’albergo quasi smaniavo affinché quel pensiero, Voglio dormire con te, diventasse parola. Diventasse la notte che non pensavi.

Il ricordo di quel che accadde, poi, è ancor più vivido, come lo sono certi ricordi insistenti, che tornano sempre.
La rivedo, si dirige verso la sua stanza, che è poco distante dalla mia, la seguo ma quando mi dice «Buonanotte Romolo, è stato un piacere conoscerti» mi blocco: sono di pietra. Mi hai dato del tu, bene, mi fa piacere, però aspetta, che ho qualcosa a dirti. La vedo che entra nella sua stanza, ma invece di chiudere completamente la porta si gira verso di me; metà del suo corpo è dentro, l’altra metà – è chiaro – mi sta aspettando. Penso: ci sta. Penso che è arrivato il momento di dirle “Voglio dormire con te”. E invece commetto un errore. Dico a me stesso: No, meglio aspettare qualche minuto. Intanto mi avvicino e parlo, parlo, va bene tutto quello che mi viene in testa, dal riscaldamento che mi sembrava eccessivo alla voglia matta che avevo di un caffè, «Ne sono un bevitore compulsivo, e tu?». Parlo sottovoce per non disturbare la ragazza assonnata della reception, Nora mi osserva. Non può che essere interdetta: prima non dicevo nulla, adesso sparo una cazzata dopo l’altra.
Sono teso, vorrei fumare ma temo di darle fastidio. Una parte di me spera che mi inviti a entrare, l’altra teme un saluto e che la sua porta si chiuda.
Mi viene in soccorso un pensiero diabolico. Dell’impostore che è in me. Adesso le racconto del suicidio di Annetta, così mi consolerà, così parleremo ancora e poi ancora. Non avrei dovuto.
«Sei impallidito, non stai bene?»
“Faccio schifo, non puoi sapere quanto” sono tentato di risponderle. Ho voglia di piangere, vorrei dirle tutto, stavolta senza secondi fini.
Vorrei raccontarle che Annetta si è uccisa due giorni fa. Poche ore prima di impiccarsi mi aveva inviato un sms: ‘Ehi prof, non li trovi dieci minuti per parlare con me?’ Non li avevo trovati. Eppure, lo sapevo che Annetta stava vivendo giorni terribili. Suo padre aveva un’altra donna, e lei non riusciva ad accettarlo.

No, non devo dirle di Annetta, pensai. Smetto di sproloquiare. La mia mente, adesso, rivedeva quel messaggio a cui avrei dovuto rispondere. Annetta stravedeva per me. Mi viene in mente mamma: ci resterà male quando le dirò che abbandono l’insegnamento. Ora però dovevo tornare a Nora, rassicurarla, sedurla. «No, sto bene, se tu parli sto bene. Parlami di te, ti prego.»
Mi sorride. «Ma non ho nulla di interessante da raccontare.»
«Ti prego, parti da lontano lontano, dimmi dei tuoi anni all’asilo, della tua bambola preferita…»

Parla, che poi ho qualcosa da dirti.
Per evitare di ridere, si porta una mano davanti alla bocca e spalanca gli occhi. Che non sono gli occhi di una donna insignificante, penso. «Allora, vediamo…» dice, sussurrando.
«Non amavo le bambole, ma adoravo i carillon, senza la musica del carillon che papà comprò quando nacqui non mi addormentavo. E poi, non so cosa raccontarti, la mia vita non è interessante… Sono nata a Cuneo, ma ci credi che la conosco poco? Non mi piace passeggiare, andare in giro, frequentare persone. Al Liceo ero un orso…»
«Ma qualche volta sarai andata in Piazza Galimberti, avrai mangiato un gelato.»
«Conosci Cuneo? Mah sì, mi piacciono i gelati, menta e nocciola sono i gusti che preferisco, però vedi…»
Tutta casa e chiesa e qualche gelato, allora.
«Il mio mondo era ed è la mia casa, il mio giardino, i miei cani. I miei libri… E poi… fammi pensare. Quando ero bambina, la domenica ci svegliavamo presto, andavamo in giro per le Langhe. Papà le adorava, andavamo sempre dalla stessa famiglia di produttori di vino che ci riforniva di Dolcetto. Chissà se sono ancora vivi… Come vedi ho poco da raccontarti. Ci credi che non sono andata mai all’estero?»
«Nemmeno una gita quando frequentavi il Liceo?»
«Solo una volta, a Firenze, ma all’estero mai, non mi andava. È grave?»
Sorride. Parla volentieri. Bene. Mi racconta che dopo essersi laureata in veterinaria a Torino, per un po’ di tempo ha lavorato nel laboratorio di una sua amica a Pinerolo.
«Poi papà si ammalò, gravemente. Gli avevano dato un anno di vita, ne ha vissuti ancora sei, ed è morto in casa, come desiderava, con me e mamma accanto. Dovevamo restituirgli tutto l’amore che ci aveva donato. Durante la malattia, papà ci invitava a uscire, e un po’ lo abbiamo accontentato. Io ho fatto del volontariato in un canile, mi rendevo utile come veterinaria, mia madre invece dava una mano in una casa di riposo. Vedi Romolo, eravamo una famiglia benestante, ma credimi, anche se fossimo stati poverissimi io e mia madre avremmo fatto di tutto per stargli accanto.»

L’ascolto e penso: hai solo un piccolo mondo che gravita attorno a tua madre Camilla e al ricordo di tuo papà? Non è possibile.
Lei, intanto, sta continuando a parlare. Non sbadiglia, nessun cenno di stanchezza.
Si è tolta solo la cuffia, fa caldo adesso. Che belli i tuoi capelli un po’ mossi, che bello il tuo viso senza trucco…
«Però non va bene Romolo, adesso dimmi di te… no, se hai un peso e non ne vuoi parlare mi sta bene, ma… non so dove vivi, non so che lavoro fai, non so niente di te.»
«Sono pugliese, non ho moglie, figli, vivo a Milano, insegno in una scuola, o meglio insegnavo… Ma questo è un tasto dolente. Nei prossimi giorni mi trasferirò in Valsesia, conosci la Valsesia? Varallo, il Monte Rosa, la storia del popolo Walser, hai mai sentito parlare dei Walser?»
«Perché ti piace così tanto la Valsesia?» mi aveva chiesto Annetta.
«Forse perché mi piace la neve.»
«A me invece piace la primavera, a te no?»
«Amo la primavera e non vedo l’ora che arrivi, così come amo i giorni e le notti insonni di gran caldo d’agosto. Ma la neve, la neve di notte, la neve al risveglio, la neve sui tetti, sugli alberi… la neve insomma ha un fascino tutto suo, solo suo, unico… capisci Annetta?»
«Capisci Nora?»
«Capisco… ma tu… tu da cosa stai fuggendo? Scusa, non volevo…»
«Hai ragione Nora, sto fuggendo e voglio cominciare un’altra vita.»
«Anche tu?»

Quell’“Anche tu?” aveva un significato preciso, ma io, sbadato, non ci feci caso.
«Ah, dimenticavo; ho trentasei anni» dico. Mi sento in graticola: non voglio parlarle di me, parlare di me significava pensare a Milano e ad Annetta.
«Ma pensa, sono più vecchia di te.»
Scopro che dietro a quel visino da ragazzina c’è una donna: Nora ha appena compiuto trentasette anni, ha nove mesi più di me.
«Te ne davo ventotto, massimo ventinove…» le dico, e sono sincero.
Arrivò il quinto e ultimo pensiero: adesso ti bacio.
«Anche io sto per cambiare vita» sussurra, abbassando gli occhi. Ma poi la rialza. Il suo viso, adesso, è un volto fiero.
«Tra un mese diventerò una suora dell’ordine benedettino. Andrò a vivere nel monastero dell’isola di San Giulio.»
Mi manca il fiato, «Ah, ho capito» dico. Poi devo avere aggiunto altro, parole inutili che non mi importa di ricordare.
«Ah ho capito» è l’ultima frase di un film con un finale che non ti aspetti.

Quando mi stesi sul letto erano quasi le due. Annetta, adesso, era un pensiero che si era fatto da parte, in un angolo della stanza, silenzioso. Al posto suo c’erano Nora e una frase non detta.
Non riuscii a prendere sonno, guardavo la porta. Nora era così vicina. Mi alzai, uscii dalla stanza e mi diressi verso la sua. Non bussai, rimasi lì per un po’, indeciso.
La sveglio con un colpo di tosse, con un urlo?
Avrei voluto, invece tornai nella mia camera, sconfitto.

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La suora: recensione di Emilio Mordini, psicanalista

Questo articolo è stato pubblicato sul blog gocciaagoccia.net.

𝗜𝗹 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘇𝗼 𝗱𝗶 𝗥𝗲𝗺𝗼 𝗕𝗮𝘀𝘀𝗶𝗻𝗶, “𝗟𝗮 𝘀𝘂𝗼𝗿𝗮” (𝗚𝗼𝗹𝗲𝗺 𝗘𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, € 𝟭𝟯,𝟵𝟬) è costruito come un labirinto di specchi dove tutte le immagini appaiono lievemente deformate e l’alternanza di trasparenze e riflessi serve a ingannare – e divertire – il visitatore.

𝗟𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗲̀ 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲: 𝗹𝗮 𝘃𝗼𝗰𝗲 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲 – 𝗥𝗼𝗺𝗼𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗿𝗼𝘇𝘇𝗶, giornalista squattrinato e trafficante di formaggi d’alpeggio, con la vita segnata dal suicidio del padre – incontra una notte di inverno, sul lago di Orta, una donna, Nora, che sta per entrare come novizia nel convento di clausura dell’isola di San Giulio. L’amore che, inevitabile, sboccia tra i due è destinato a restare per sempre non detto, almeno sinché Nora, divenuta nel frattempo suor Beatrice, non chiede a Romolo di aiutarla a comprendere un terribile mistero.

𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗹𝗮, 𝗹’𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮𝗻𝗮 𝗺𝗮𝗱𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗡𝗼𝗿𝗮, 𝗵𝗮 𝘃𝗼𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗻𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝘁𝗼 𝗲 𝘂𝗰𝗰𝗶𝘀𝗼 con la sua automobile un’altra signora di poco più giovane di lei. Camilla, che apparentemente neppure conosceva la vittima, ha confessato il delitto ma si è rifiutata di fornire qualunque spiegazione e, tanto meno, di pentirsi del gesto. Romolo, purtroppo, non riesce a essere d’aiuto all’amica.

𝗗𝗶𝗲𝗰𝗶 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗵𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝘂𝗲𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗿𝗮𝗿𝗶 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗶 𝗶𝗻 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼 e più frequenti telefonate continua legare suora e giornalista. Siamo ora nel marzo del 2020, nei giorni in cui l’epidemia inizia a dilagare per l’Italia. La madre di Nora, condannata a trent’anni di carcere, non ha voluto ricorrere in appello e sta scontando la sua pena. Il COVID giunge, però, a cambiare i destini: l’anziana signora si ammala e di nuovo suor Beatrice non ha altra risorsa che rivolgersi all’amico.

𝗢𝗿𝗮 𝗹’𝘂𝗿𝗴𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝗲𝗴𝗿𝗲𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗱𝗿𝗲 𝘀𝗶 𝗲̀ 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝘁𝗲, prima che la morte metta la parola fine e precluda per sempre la verità. Così, Romolo si trasferisce in una Vercelli spettrale, avvolta nella nebbia e chiusa dal lockdown, e qui conduce le sue indagini che lo porteranno alla fine a scoprire una verità inaspettata.

𝗟𝗮 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 𝗲̀ 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗼 𝗴𝗶𝗮𝗹𝗹𝗼. Bassini attinge a piene mani dalle forme del romanzo di genere: Agatha Christie, di cui ricalca esplicitamente l’uso delle ricapitolazioni, la scansione della storia, lo scioglimento finale e l’uso del sottofinale; ma anche il noir americano, da Hammet a Chandler. Tuttavia, non bisogna farsi ingannare da questo primo specchio che l’autore crea per sviarci: immediatamente, ad un livello solo lievemente più profondo, si dipana un’altra storia.

𝗖’𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗻𝗼𝗺𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲 𝗺𝗮𝗶 𝗶𝗻 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 𝗺𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗲̀ 𝗲𝘃𝗼𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, sino dalle pagine iniziali, nelle atmosfere, nei luoghi e nello svolgimento: è quello di Guido Gozzano. “La suora” è, non saprei dire quanto consapevolmente, un romanzo di variazioni, persino di esercizi di stile, sui temi più cari al poeta torinese: dalle “buone cose di pessimo gusto” sino all’estetica della fuga e della rinuncia. Siamo ancora, però, al primo specchio.

𝗜𝗹 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗥𝗲𝗺𝗼 𝗕𝗮𝘀𝘀𝗶𝗻𝗶 𝗲̀, 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲, 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗲𝘀𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶𝘁𝗼. In parallelo al racconto giallo, l’autore crea il personaggio di Romolo Strozzi come suo alter ego. A partire dal gioco, anche troppo scoperto, del nome, tutto il romanzo è costruito per convincerci che “de Remo fabula narratur”. L’inganno serve a Bassini per introdurre un secondo filo narrativo che si sviluppa attorno al tema del rapporto (e del conflitto) tra maschi e femmine. “

𝗟𝗮 𝘀𝘂𝗼𝗿𝗮” 𝗲̀, 𝗶𝗻𝗳𝗮𝘁𝘁𝗶, 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗮 𝗿𝗶𝗳𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗻 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘇𝗼 sulla difficoltà di un incontro tra i due sessi e, se il personaggio di Romolo sembra sicuro che la violenza sia sempre maschile, non altrettanto si può dire di Remo che traccia un ritratto dolente di maschi violenti per disperazione, destinati spesso al suicidio, sconfitti dalla vita e dalle donne. Nel mondo descritto da Bassini, maschi e femmine possono davvero incontrarsi solo attraverso le grate di un monastero di clausura: ogni altro incontro è destinato a originare dolore e sopraffazione reciproca.

𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗿𝘇𝗼 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗲̀, 𝗳𝗼𝗿𝘀𝗲, 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗕𝗮𝘀𝘀𝗶𝗻𝗶 𝗮𝗳𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗿𝗶𝘁𝗿𝗼𝘀𝗶𝗮, quasi gli mancasse la spudoratezza politica di portarlo sino alle logiche conseguenze ed è lo specchio che spiega probabilmente alcune delle ragioni ultime del romanzo.

𝗜𝗹 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 𝗲̀ 𝗮𝗺𝗯𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗱𝘂𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗹𝗼𝗰𝗸𝗱𝗼𝘄𝗻 ma le atmosfere evocate sono significativamente quelle della primavera del 1945, quei terribili mesi in cui le bande partigiane – in Piemonte come in buona parte del nord Italia – seminarono il terrore, compirono sanguinose vendette ed eliminarono i testimoni che avevano conosciuto molti di loro quando, ancora pochi mesi prima, vestivano la camicia nera. Fu la strage di ragazzi di Salò, di sacerdoti e di molti partigiani non comunisti come Guido Pasolini (non a caso Pasolini è evocato da Bassini anche nella cruda descrizione dell’omicidio per schiacciamento).

𝗖𝗼𝗻 𝗶𝗹 𝗾𝘂𝗮𝗿𝘁𝗼 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 𝘀𝗶 𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲 𝗮𝗹 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘇𝗼 𝗱𝗶 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲, in particolare alle spy stories. Per non rovinare il piacere al lettore non ne dirò molto di più se non che Bassini fa una doppia citazione: un poeta, T.S.Eliot, e James Jesus Angleton, noto anche con il soprannome The Kingfisher, che fu un famosissimo capo del controspionaggio dei servizi segreti americani. Il nodo sarà sciolto solo nel sottofinale ma c’è un indizio che l’autore, in omaggio alla fairness, dà nel corso del racconto a chi lo sappia cogliere.
𝗜𝗻𝗳𝗶𝗻𝗲, 𝗻𝗼𝗻 𝗺𝗶 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗰𝗰𝗲𝗻𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗹 𝗾𝘂𝗶𝗻𝘁𝗼 𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗯𝗲𝗳𝗳𝗮𝗿𝗱𝗼 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼. Bassini intitola il suo romanzo “La suora” ma non ci dice mai che sia esplicitamente dedicato a suor Beatrice, la Nora amata da Romolo. Chi è davvero la suora che dà il titolo al libro? Io, come psicoanalista, credo di averlo capito.