Il 10 febbraio di due anni fa scrissi l’articolo di addio alla Sesia. Non avevo ancora deciso se candidarmi o meno, ma questa è un’altra storia, che magari racconterò.
Il pezzo uscì venerdì 14 febbraio 2014.
Questo pezzo
Il 10 febbraio di due anni fa scrissi l’articolo di addio alla Sesia. Non avevo ancora deciso se candidarmi o meno, ma questa è un’altra storia, che magari racconterò.
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Dal 4 aprile 2016

Ti diranno che sei un pazzo, un portatore di sventura.
Lo dicono già.
Arriveranno presto le città degli orti?
Spero presto ma al tempo stesso dico che non sarà facile: contrastare i padroni del mondo è un’impresa ardua. Difficile. Ai limiti dell’impossibile. Padroni del mondo posseggono televisioni, giornali, controllano internet, corrompono i politici, hanno in mano la ricerca scientifica delle università. Però contrastarli è lo scopo che deve avere ogni uomo libero.
Dove sorgeranno le città degli orti?
Non lo so, ma sorgeranno.
http://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__vegan-la-citta-di-dio-bassini.php
Sette anni fa dirigevo La Sesia da oltre quattro anni, mio figlio Libero non era ancora nato e aspettavo che uscisse il romanzo a cui sono maggiormente attaccato, Bastardo posto; sette anni fa, inoltre, scrivevo questa cosa qui, su questo blog
La storia di un grande libro che all’inizio era solo un manoscritto, rifiutato per di più.
Va bene oggi che è il giorno della memoria, ricordare così Primo Levi.
Immaginate una casa senza televisore e senza telefono. E senza lavatrice. L’acqua calda? Il sabato sera e la domenica mattina. Per lavarsi la testa durante la settimana si scaldava l’acqua. La carta igienica? La carta di giornale tagliata, col coltello. Il cibo? Verdura, pasta, polenta, colazione con latte e il pane raffermo, del giorno prima. La carne: una volta a settimana, la domenica. Insomma: una minestra riscaldata per me non è un modo di dire, ma un ricordo preciso. Il profumo di una povertà di cui son figlio.
E attenzione alle scarpe, che il ciabattino costava. Si andava però al bar, dove le donne chiacchieravano e guardavano la tele mentre gli uomi fumando nazionali senza filtro giocavano a carte e spesso litigavano, il martedì (va a sapere perché) e il sabato. Un gelato da 50 lire o un pacchetto di caramelle ci potevano stare. Niente auto, naturalmente. E il dentista era quello della mutua. Insomma, i miei primi dieci anni di vita (crisi nera, no?). Eppure, eppure di ricordi ne conservo. I bagni alla Sesia, l’oratorio dove ogni tanto, va bene, ci stava, prendevo qualche calcio nel sedere dal viceparroco ma potevo, almeno, giocare (gratis) a calciobalilla (dopo aver servito messa, s’intende). E ho il ricordo di una grande radio che gracchiava. La sera io e il babbo l’ascoltavamo al biuo. Ci si concentrava meglio e si risparmiava la luce. L’altro bel ricordo sono i libri. Non avevo soldi, ma mettendo da parte dieci lire più dieci lire più dieci lire le copertine che ammiravo ogni sera ( I pirati della Malesia, I ragazzi della via Paal e David Crocket a Baltimora quando) le avrei accarezzate. E mi vien quasi da dire: com’era bella la città allora. C’era gente, la sera, che camminava nelle strade e nelle vie. Passavano poche auto, allora. Però è sbagliato dire che la città era bella, allora. Noi eravamo poveri me c’erano i poverissimi, nella case di ringhiera. Loro, l’acqua calda, non l’avevano nemmeno la domenica. Sto parlando dei fantastici anni sessanta. Ancora adesso, al mattino ho l’abitudine di lavarmi con l’acqua fredda, ormai la mano si rifiuta di far scendere quella calda. E ho l’abitudine di comperarmi un paio di scarpe nuove o un vestito e metterli da parte, ché saranno il vestito e le scarpe della festa, un giorno che verrà. Insomma, una parte di me aspetta da sempre che finisca la crisi.
L’uomo che pianta gli alberi aveva una donna che amava e ama parlare degli che piantano gli alberi
https://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2015/10/22/luomo-che-pianta-gli-alberi/#comment-21675
Oggi hanno sepolto Lino, e io non c’ero. Proprio ma proprio non potevo.
Ciao Lino e grazie, avrei voluto dirgli, come gli han detto, lo so, in cento.
Andrò a Sermide presto. Zena ci accompagnerà alla sua tomba.
Grazie a Librini
grazie perché – lei con non lo conosceva – ha trovato le parole giuste.
Un uomo che pianta un albero per un bambino non può che essere un grande uomo.
Ci sono morti che ti fanno cadere le braccia, sconsolate, e poi non ti vien voglia di rialzarle, pensi non sia giusto.
Oggi è un giorno di grande dolore, il mo amico Lino non c’è più. Nel suo sangue scorreva bontà.
Un abbraccio a Zena, il suo grande amore. Hanno vissuto felici, Zena ha giorni e giorni da ricordare e raccontare.
Ti siamo vicini cara Zena, io Francesca e tutti quelli che vi volevano bene e che non ho sentito.
Sermide e gli amici piangono Lino.
Lino nel 2010: e la quercia che piantò per mio figlio Libero
Scritto il 18 aprile 2006 (e postato sul mio vecchio blog, ora su “archive”, appunti)
18 Aprile 2006
Non lo potrai mai dimenticare quel gesto collettivo, di, come lo chiamiamo, coraggio? Correttezza? Solidarietà? o che altro?
E’ il 1976. Tu, neodiplomato, sbarbatello di neanche 20 anni in una fabbrica, multinazionale giapponese.
Ad aprile la prima busta paga, come operaio di terza categoria: 79mila 500 lire.
Quattro, cinque mesi dopo avevi due ambizioni: imparare a fare il meccanico, forse per dimostrare a tuo padre e a te stesso che anche tu nelle “cose pratiche” sapevi cavartela, e bene; batterti, come delegato sindacale per gli altri, specie per quelle operaie che, quando ti eri proposto nel consiglio di fabbrica, ti avevano votato, perché “ha studiato”, “sa parlare”, “è un bravo ragazzo”.
Ti votarono in massa: mai nessuno aveva preso così tanti voti (echisseneimporta se tu era della cils di Carniti e loro quasi tutte della Cgil di Lama…).
Ma i tuoi due scopi, imparare a fare il meccanico a delle macchine che cuciono il nylon a un nastro di cotone così da sputare fuori cerniere lampo, il primo, condurre le tue battaglie sindacali in fabbrica (orari umani per le ragazze madri; carta igienica su appositi contenitori anziché per terra; 10mila lire di aumento per tutti, senza distinzioni di inquadramento), il secondo, erano aspetti incompatibili tra loro secondo la grande multinazionale giapponese.
Nessuno te l’aveva detto, perché avresti dovuto capirlo da solo: vuoi fare il meccanico e, quindi, guadagnare di più? Bene, lascia perdere le tue battaglie del cavolo, ché tanto il mondo non lo cambi, tu.
E un bel giorno arriva il giapponese, responsabile del reparto. Tu pensavi: magari ora mi nomina meccanico, ho imparato, l’altro meccanico ha insegnato a me e tutti gli altri operai del reparto sono d’accordo.
Il giapponese, invece, va dagli altri. E a tutti chiede: Vuoi fare il meccanico?
E’ un colpo basso, tu e i tuoi idealismi delle balle.
E invece tutti, meno uno, al giapponese dicono di no, che non gli interessa.
Come, non interessa guadagnare di più? Domanda lui.
Non ci può credere.
Uno degli operai arriva al punto di dire al giapponese che deve nominare te.
Certo, resta una soluzione, quel tizio, uno solo su dodici, che si è detto disposto a farti le scarpe, ma il giapponese non se la sente. Non se l’immaginava lui una solidarietà così.
Non gli resta che prendere il carrello con gli attrezzi, portartelo, e dirti, guardando un punto indefinito: Tu da domani meccanico.
Il grande cuore della fabbrica.
Che fa da contraltare, a volte, a grandi cattiverie che la fabbrica nasconde, come tutti i posti di lavoro, del resto.
Ma il grande cuore della fabbrica, degli operai, di gente semplice che legge solo la Gazzetta dello Sport e parla di gnocche e automobili, tu comunque, un giorno l’hai provato.
Ed è cosa che ti piace raccontare.
Su La poesia e lo spirito, Guido Michelone ha scritto del mio ultimo libro pubblicato, Nel buio assoluto
https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2015/09/04/nel-buio-assoluto-di-remo-bassini/
Lunedì mi è successo questo
Dopo tre giorni e mezzo mi è venuta in mente una cosa: che sono stato investito a pochissimi metri in linea d’aria a dove morì mio fratello Moreno, quasi dieci anni fa, ormai. Avevo il viso sull’asfalto, insanguinato, come lui; lui però non c’è più
https://remobassini.wordpress.com/ricordi/
Già che ci sono, un altro ricordo del luglio di due anni fa. Era il 29 quando il mio cane Toby chiuse gli occhi per l’ultima volta
https://remobassini.wordpress.com/2013/07/28/toby-la-prima-notte-di-quiete/
Ha presente quei vecchi giardini persiani, con peschi, meli, cachi, ciliegi e un paio di salici? I miei ricordi più belli sono di quando nuotavo nella nostra enorme piscina dalla forma strana. A scuola ero una campionessa di nuoto, e mio padre era molto fiero di me. Circa un anno dopo la rivoluzione è morto di infarto; il governo ha requisito la casa, il giardino e siamo stati costretti a trasferirci in un appartamento. Da allora non ho più nuotato. Il mio rimpianto è rimasto sul fondo di quella piscina. Sogno spesso di tuffarmi, per recuperare qualcosa che appartiene a mio padre e alla mia infanzia. (Leggere Lolita a Teheran, di Azar Nafisi)