Il grande cuore della fabbrica

Scritto il 18 aprile 2006 (e postato sul mio vecchio blog, ora su “archive”, appunti)

Il grande cuore della fabbrica

18 Aprile 2006

Non lo potrai mai dimenticare quel gesto collettivo, di, come lo chiamiamo, coraggio? Correttezza? Solidarietà? o che altro?
E’ il 1976. Tu, neodiplomato, sbarbatello di neanche 20 anni in una fabbrica, multinazionale giapponese.
Ad aprile la prima busta paga, come operaio di terza categoria: 79mila 500 lire.
Quattro, cinque mesi dopo avevi due ambizioni: imparare a fare il meccanico, forse per dimostrare a tuo padre e a te stesso che anche tu nelle “cose pratiche” sapevi cavartela, e bene; batterti, come delegato sindacale per gli altri, specie per quelle operaie che, quando ti eri proposto nel consiglio di fabbrica, ti avevano votato, perché “ha studiato”, “sa parlare”, “è un bravo ragazzo”.
Ti votarono in massa: mai nessuno aveva preso così tanti voti (echisseneimporta se tu era della cils di Carniti e loro quasi tutte della Cgil di Lama…).
Ma i tuoi due scopi, imparare a fare il meccanico a delle macchine che cuciono il nylon a un nastro di cotone così da sputare fuori cerniere lampo, il primo, condurre le tue battaglie sindacali in fabbrica (orari umani per le ragazze madri; carta igienica su appositi contenitori anziché per terra; 10mila lire di aumento per tutti, senza distinzioni di inquadramento), il secondo, erano aspetti incompatibili tra loro secondo la grande multinazionale giapponese.
Nessuno te l’aveva detto, perché avresti dovuto capirlo da solo: vuoi fare il meccanico e, quindi, guadagnare di più? Bene, lascia perdere le tue battaglie del cavolo, ché tanto il mondo non lo cambi, tu.
E un bel giorno arriva il giapponese, responsabile del reparto. Tu pensavi: magari ora mi nomina meccanico, ho imparato, l’altro meccanico ha insegnato a me e tutti gli altri operai del reparto sono d’accordo.
Il giapponese, invece, va dagli altri. E a tutti chiede: Vuoi fare il meccanico?
E’ un colpo basso, tu e i tuoi idealismi delle balle.
E invece tutti, meno uno, al giapponese dicono di no, che non gli interessa.
Come, non interessa guadagnare di più? Domanda lui.
Non ci può credere.
Uno degli operai arriva al punto di dire al giapponese che deve nominare te.
Certo, resta una soluzione, quel tizio, uno solo su dodici, che si è detto disposto a farti le scarpe, ma il giapponese non se la sente. Non se l’immaginava lui una solidarietà così.
Non gli resta che prendere il carrello con gli attrezzi, portartelo, e dirti, guardando un punto indefinito: Tu da domani meccanico.
Il grande cuore della fabbrica.
Che fa da contraltare, a volte, a grandi cattiverie che la fabbrica nasconde, come tutti i posti di lavoro, del resto.
Ma il grande cuore della fabbrica, degli operai, di gente semplice che legge solo la Gazzetta dello Sport e parla di gnocche e automobili, tu comunque, un giorno l’hai provato.
Ed è cosa che ti piace raccontare.

Sotto una macchina. E un ricordo. Anzi due

Lunedì mi è successo questo

http://www.infovercelli24.it/2015/07/28/leggi-notizia/argomenti/cronaca-10/articolo/lincidente-e-cosa-passata.html

Dopo tre giorni e mezzo mi è venuta in mente una cosa: che sono stato investito a pochissimi metri in linea d’aria a dove morì mio fratello Moreno, quasi dieci anni fa, ormai. Avevo il viso sull’asfalto, insanguinato, come lui; lui però non c’è più

https://remobassini.wordpress.com/ricordi/

Già che ci sono, un altro ricordo del luglio di due anni fa. Era il 29 quando il mio cane Toby chiuse gli occhi per l’ultima volta

https://remobassini.wordpress.com/2013/07/28/toby-la-prima-notte-di-quiete/

Sognare di nuotare

Ha presente quei vecchi giardini persiani, con peschi, meli, cachi, ciliegi e un paio di salici? I miei ricordi più belli sono di quando nuotavo nella nostra enorme piscina dalla forma strana. A scuola ero una campionessa di nuoto, e mio padre era molto fiero di me.  Circa un anno dopo la rivoluzione è morto di infarto; il governo ha requisito la casa, il giardino e siamo stati costretti a trasferirci in un appartamento. Da allora non ho più nuotato. Il mio rimpianto è rimasto sul fondo di quella piscina. Sogno spesso di tuffarmi, per recuperare qualcosa che appartiene a mio padre e alla mia infanzia. (Leggere Lolita a Teheran, di Azar Nafisi)

Buio assoluto: a Torino, venerdì 15

L’anno scorso non andai al salone perché impegnato, come candidato sindaco della sinistra radicale e moderata.
Quest’anno torno al Salone.
Ci sarà sabato e domenica, fin nel primo pomeriggio.

Ma la prima tappa torinese è prevista per venerdì: alla libreria Linea 451.
Venerdì 15 alle ore 19 prsenterò – con Marco Florio e Mario Bianco – il mio libro di racconti (un po’ nerim un po’ della crudentà, e un po’ di amori eccessivi) che si intitola Buio assoluto.

estratto del racconto “Non ti scordar di me”

Vincenzo, 79 anni e Simona, una giovane donna si sono conosciuti da poco. In realtà si sono già incontrati, una vita fa. Il vecchio, quando lei era bambina, era il cameriera di sua madre, alla Locanda del Vento, a Trino.

buioassoluto

Si sorridono. Hanno un basco verde lei e un copricapo di lana nero lui, umidi di neve, ma sembrano non accorgersene. Immobili così, sarebbero una bella fotografia in bianco e nero.
«Sopravviverò», sussurra la giovane donna, contenta del calore che stanno ricevendo le sue piccole mani.
Sa, perché glielo ha raccontato sua mamma, che quando era piccina Vincenzo stravedeva per lei («Ti viziava, ti teneva o in braccio o sul collo. E ti cantava Avevo una casetta piccinina in Canadà…»).
È da tanto… no, non è da tanto che le sue mani sono state accarezzate da un uomo, ma a lei sembrano così lontani quei giorni.
Aveva ragione mamma, sta pensando ora, quando le diceva che Vincenzo, oltre a essere bello, sembrava un nobile. Simona non sa, perché Lucilla non ha voluto che lo sapesse, che il portamento nobile di Vincenzo, dalla camminata da principe alla parlata con una erre francese costruita, era anche il suo punto debole: qualche cliente cafone, a volte, dopo aver bevuto oltre il lecito lo chiamava Maria.
Lui incassava, ma se c’era anche Lucilla scoppiava il putiferio: «Esca e non torni mai più», tuonava.
E comunque. Il marchio della sua omosessuaità lo aveva allontanato da Genova e inseguito in locanda.
Simona, adesso, si sente quasi attratta da lui, nonostante sia vecchio, nonostante le stampelle, la neve, il freddo e i pensieri tristi e sporchi, come le pozzanghere.
È indecisa. Vorrebbe parlargli di sé, farsi consolare. Vorrebbe raccontargli della donna, la vicina di casa arrivata dai paesi dell’est, che le ha portato via il marito. E quando ha ricevuto la telefonata del vecchio cameriere si è commossa e ha pensato: Piangeremo insieme, io e Vincenzo, il cameriere di cui ha un vago ricordo e che mamma ha sempre rimpianto.
Ha tanta voglia di piangere, ora, Simona. Ma forse no, forse le lacrime sono finite. Ha pianto pochi minuti fa, ha pianto tanto ogni sera, per settimane. Mesi.

Era mio padre. (Ed era ed è il modo di intendere il giornalismo)

Ho un modo tutto mio, credo, di intendere il giornalismo.
Nel 2006, ero direttore della Sesia, leggo una lettera che una lettrice, una donna giovane di nome Sabrina, mi chiede di pubblicare nella posta dei lettori.
Lo faccio. Non solo. In prima pagina faccio il lancio: insomma, riporto il titolo della lettera, segnalandola ai lettori come una cosa importante.
Per era importante.

Era mio padre,
e solo per questo era una persona speciale.
Era sopravvissuto a tutto: la fame, la guerra, i campi di concentramento, la miniera di carbone, la pleurite, la povertà, il duro lavoro e forse per questo mi sembrava immortale.
Era stato un eroe, perché gli eroi non sono solo quelli di cui si scrivono le famose gesta, ma ci sono una sorta di “eroi silenziosi” che vincono le battaglie contro le avversità della vita, di cui nessuno scrive, ma non per questo le loro gesta hanno minor valore.
Era un uomo buono e onesto, a volte un po’ impetuoso e irascibile ma che comunque sorrideva sempre alla vita e che aveva sempre la battuta pronta.
Era un mito, il mito del condominio in cui viveva: aveva una parola per tutti.
Era un vecchietto dinamico ed energico che girava tutta la città con la sua bicicletta.
Ecco, questi sono i ricordi che ci lasci, perchè lunedì 20 marzo te ne sei andato in punta di piedi, senza avvisare ma con la tua dignità, la tua grande dignità con cui hai sempre vissuto. E ora mi pare di vederti lassù, che ti prendi cura, sicuramente, di qualche gattino, perché sono sempre stati la tua più grande passione.
Questo è il mio ultimo doveroso saluto, il saluto di una figlia a suo padre, il suo eroe personale, che ricorderà sempre con tanto affetto.
Sabrina

L’intervista

Penso di aver finito. Ricapitoliamo. Ho pubblicato otto cose.
Son riportate qui.
Ne ho tre non pubblicate, ma in lettura.
Nel buio assoluto di un bagagliaio (racconti neri)
Le città di dio (romanzo su terapie alternative a chemio e medicina convenzionale)
Gli ultimi amori di un poliziotto perbene (giallo).
Adesso ho finito un altro libro, sarebbe il dodicesimo.
L’ambientazione è un giornale di provincia.
in un primo momento avevo pensato di intitolarlo Riunione di redazione.
Poi ho pensato che è troppo blando, banale.
Giornalisti liberi e no, poteva essere una soluzione-omaggio a Vittorini.
Ho pensato a un altro titolo semplice semplice, però. L’intervista.