voci rubate al bar

Due giorni fa. Per andare al giornale faccio il percorso breve, sette minuti a passo sostenuto, dieci se vado a rilento, più le tre pause: caffè, sigari e sigarette, pezzo di pizza per il pranzo.
Entro nel bar.
E’ nuovo. Lo ha rilevato una ragazza siciliana, viene da Torino. Si dà un gran da fare, è gentile. Parla con i clienti ma – grande dote – solo quando capisce che sono loro che han bisogno di parlare, altrimenti saluta, e basta.
Mi fa il caffè, lo bevo, do un’occhiata al giornale concorrente (La Stampa) ma non posso fare a meno di sentire quello che la giovane proprietaria sta raccontando a una donna, al banco.
Siamo in quattro, in tutto. Proprietaria, donna che ascolta, io, un ragazzo (forse il ragazzo della proprietaria, lo vedo spesso lì) al tavolo che legge Tuttosport.
Alla donna, la proprietaria sta raccontando di un gatto, Stanotte mi ha morsicato, dice.
Storie di gatti, io del mio preferisco non dire, che fa sempre casini.
Ma mentre pago, e mentre pago la giovane proprietaria prende l’euro, mi dà il resto, batte lo scontrino, ma con gli occhi incollati sulla donna che la sta ascoltando…
Quella donna voleva che io lo tenessi, e io, non lo voglio questo gatto, ma lei sempre ad insistere, poi un giorno la incontro e mi dice che lo ha portato al canile, così io penso, Bella stronza, ma due giorni dopo quando ho visto sul giornale che si era suicidata mi sono pentita e ho fatto di tutto per prenderlo.

PS Quando lavoravo in fabbrica imparai le canzoni di Ivan Della Mea, come O cara moglie.
Ci ricorderemo di lui, insomma, a lungo.

intellettuali d’oggi idioti di domani

Da una parte ci sono le televisioni di Berlusconi, le Striscia la notizia e le De Filippi che impersano, o gli slogan facili facili e stupidi stupidi, Ce l’ho duro e Roma ladrona e Vogliamo città più sicure, dall’altra, a sinistra intendo, c’è la stupidità: intellettualoide.

1975, entro in fabbrica, leggo il Manifesto, sono iscritto a Lettere, a Milano.
1983, esco dalla fabbrica, leggo romanzi e poesie, voglio laurearmi, e così sarà, in Lettere, ma a Torino.
Nel 1975 gli altri operai mi dicono che sono un intellettuale, nel 1983 lo stesso.
Io però avevo imparato una lezione: che la parola intellettuale, in fabbrica e tra la gente che ha poco tempo, è una brutta parola.

Racconto vero vero.
Un’assemblea sindacale in fabbrica. Ci sono i funzionari del sindacato metalmeccanici. Io propongo uno sciopero, uno di loro interviene e mi dice “che non è più tempo degli scioperi ad oltrenza, perché i rapporti di forza in Italia sono cambiati”.
Non ricordo se replicai o cosa replicai.
Ricordo questo. Accanto a me c’era una donna, moglie di un operaio, madre di tre figli. La sua vita era correre: correre in fabbrica, correre a casa. Poi magari la pausa: di qualche trasmissione televisiva.
Io avevo vent’anni o poco più, lei quasi quaranta, c’era una certa confidenza tra noi. Quando finisce l’assemblea mi fa una domanda: «Cosa sono i rapporti di forza?».
Glielo spiegai, rispose “ah”.
Giorni dopo, nella sede del sindacato dico, a dei funzionari, che quando si parla agli operai bisogna fare in modo di farsi capire, e racconto l’episodio, della donna, cioè, che non sapeva cosa significasse “rapporti di forza”.
Qualcuno rise, e disse qualche battuta scema, qualcuno no.
Che avesse un marito che votava Pci e che la sera andava al bar mentre lei badava a figli, biancheria e cena fotteva una beata fava a pochi.
Era ignorante, punto.
Il dramma è: che qualcuno rise.
Ancora oggi, a sinistra, qualcuno ride.
Non capisce che c’è gente che non legge e ha tempo solo per distrarsi e dimenticare i propri problemi guardando la televisione.
E che peste li colga, a questi ignoranti.

Provate a leggere, se vi va.

Un’altra grandiosa scoperta fu che Giovanni mi parlava con un linguaggio che non era il mio ma che io ugualmente comprendevo. Mi rincresce dirlo, ma qui la filosofia non c’entra, in nessuna maniera. Le cose di ogni giorno erano chiamate con il loro nome, come quando Adamo disse: Questo è un cavallo, e fu un cavallo per sempre. Questa è una donna, e fu una donna per sempre. Mi parve che Giovanni mi riportasse alle origini, all’aria frizzante e pura del primo giorno. Hai moglie? Nemmeno io ce l’ho. Vuoi mezza arancia? E mi dava mezza arancia. Sono cose da ridere, lo so. Ma bisogna avere provato, a quarant’anni, per la prima volta, la familiarità dei termini semplici…
Da “Come un atomo sulla bilancia”, romanzo di Don Luisito Bianchi, casa editrice Sironi.
(La storia di un prete che va a lavorare in fabbrica, siamo negli anni settanta, e in fabbrica capisce tutta l’inutilità del suo essere prete: perché le virtù teologali, fede, speranza, carità, gli operai, senza magari sapere cosa siano le virtù teologali, già le hanno e le sanno).

Conosco don Luisito, la vita a volte ci regala incontri.
A Torino, in università, ebbi la fortuna di fare un altro grande incontro. Con Gian Renzo Morteo. Lui, che aveva tradotto Ionesco per Einaudi, quando fu nominato direttore del teatro stabile portò il teatro in periferia, fabbrica, carcere, scuole. A lezione, lui, diceva sempre che quando si recita bisogna capire chi ci sta ascoltando. Che Shakespeare o Pirandello, per chi li ascolta per la prima volta, possono essere qualcosa di duro qualcosa di arduo. E che quindi è opportuno semplificarli, a volte.


la sinistra

Il Pd è alla frutta o quasi (bello l’editoriale che c’è oggi in prima pagina sul Corriere della Sera) così la sinistra rimpiange i vecchi tempi, quelli del vecchio Pci, in particolare, quello di Enrico Berlinguer che, questo sì, avrebbe tentato di traghettare un partito dai forti connotati stalinisti – ero in Toscana quando i carri armati Sovietici invasero Praga, facendo finire anzitempo la Primavera, bene, ricordo ancora gli applausi dei tesserati del Pci, in un vecchio bar – a quelli gramsciani.
Sul compromesso storico avevo e ho dei dubbi: per me era solo l’ipotesi di una spartizione di potere tra la vecchia Dc e il Pci che avanzava, con, in mezzo, i Socialisti.
Io, fine anni settanta, anni ottanta, ero sindacalista nella Cisl di Carniti, votavo o Democrazia proletaria o Radicali (allora contro le lottizzazioni, ma che oggi non voterei).
Allora, io non ho un buon ricordo del Pci di allora, l’ho scritto in un commento su Nazione Indiana, lo ribadisco qui: quel vecchio Pci cominciava a fare l’occhiolino al Vaticano, era contro la riduzione dell’orario di lavoro (perché stringeva l’occhio alla Confindustria e alla Fiat), era, dove amministrava, nuclearista.
Che il Pd, oggi, sia poca cosa,è un fatto, ma, per me, la storia della sinistra italiana ha dei bellissimi capitoli, fatti di scioperi, di gente semplice che la domenica andava a vendere l’Unità, di solidarietà, di gente insomma che ci credeva, ma ha anche un passato su cui si riflette troppo poco.
Aveva però due elementi positivi, il vecchio Pci, la vecchia sinistra.
Dirigenti che sapevano comunicare (Terracini in particolare), sindacalisti vicini a chi lavorava. Oggi, chi lavora ed è sfruttato (penso agli interinali, a certe cooperative), non sa che nemmeno esiste il sindacato.

Quando nacque Rifonfazione comunista Lucio Libertini venne a Vercelli.
Ricordo che, durante un comizio davanti al popolo che rivendicava la propria anima comunista, raccontò un aneddoto.
Disse che era stato ospite, a cena, del padre padrone di Repubblica, De Benedetti. E che De Benedetti aveva detto (più o meno): Quasi quasi, cerco un po’ di gente che abbia un miliardo di lire e compro il Corriere della Sera, del resto, oggi, chi è che non ha un miliardo di lire?
Libertini, rivolto allo zoccolo duro comunista commentò: Ecco cosa dice questa gente, frasi folli, pensano che tutti abbiamo un miliardo di lire…
E giù applausi.
Mi chiesi, ma forse fui il solo, e i dirigenti comunisti con chi vanno a cena, allora?
Sono sempre stato eccessivamente intransigente, lo so.
Ma quando Bertinotti e Ferrero si son commossi perché Luxuria aveva vinto all’Isola dei famosi ricordo che pensai: a rieccoli.

Come sapete ho scritto un libro che, chissà quando, uscirà, Bastardo posto.
Sto raccogliendo del materiale per scrivere un romanzo su come si viveva e si moriva e si veniva sfruttati nelle fabbriche prima dello statuto dei lavoratori.
Le guardie che controllavano, nessuna tutela.

«Una volta arrivammo davanti alla timbratrice, uno che lavorava con me si gettò per terra a piangere: non c’era più la sua cartolina, l’avevano licenziato, così, senza spiegazione, forse perché era della Cgil. E lui, per terra, che diceva: Come faccio a sfamare i miei tre figli? Una guardia gli urlò, Mandi la tua donna a battere….».

regalo

Ho regalato a Ladypazz2
Ronda fascista
uno dei racconti postati sul blog a cui sono maggiormente affezionato.
Presto Ladypazz2 farà un regalo a me.

Devo mattermi a studiare, ora. Tra una settimana sono davanti al giudice, imputato per diffamazione.
Se perdo, un quinto del mio stipendio andrà alla mia querelante. Sento puzza di bruciato, l’ho sempre detto che morirò povero.

soprattutto una

Panetteria.
Due donne dietro di me parlano.
Per non sentire dovrei tapparmi le orecchie, le ho dietro di me, che poi: sento Soprattutto una, L’altra dice poco.
Soprattutto una: Ma sì, guarda si è lasciata andare, adesso sai con chi si è messa, si è messa con quel magnaccia di (sussurrato), sono anni che passa da una storia all’altra…
L’altra: Veramente anche io…
Soprattutto una: Ma no, ma figurati, siete diverse, completamente diverse, lei, credimi, si sta gettando via, ma lo sai che (sussurrato)…
L’altra: No, ma davvero? Però ascolta, anche io, guarda che non ne sono uscita…
Soprattutto una: Ma cosa dici, tu hai una certa cultura, poi ti sei messa in analisi, a proposito lo sai che ho costituito un gruppo di (sussurrato)… ci troviamo a casa mia tutte le settimane…
L’altra: Interessante, e potrei…
Soprattutto una: Ma certo, guarda e poi costa pochissimo…
L’altra: Costa?
Soprattutto una: Sì ma cosa vuoi, solo l’iscrizione, in pratica costa solo l’iscrizione, guarda sono 480 euro in un anno…
L’altra: Ma per me sono troppi…
Soprattutto una: Scusa, ma se prima mi hai detto che volevi comperarti una borsa di trecento euro, vuoi mettere una borsa con la tua salute psichica…
L’altra: Ma non penso di essere conciata come Barbara… l’hai detto anche tu, prima no?
Soprattutto una (alla panettiera): Due panini senza niente, quelli naturali,
(poi all’amica): no guarda che non mi hai capito, a Barbara nemmeno lo chiederei di venire, sarebbe fiato inutile
Nel frattempo io mi sono voltato, indeciso se far notare a Soprattutto una che mi è passata davanti. Non faccio in tempo.
L’altra: Sai cosa penso che sei la solita testa di cazzo.
Desidera?, mi chiede una delle due panettiere. Cioè l’altra, perché in panetteria, almeno in quella dove vado io, come panettiera è considerata soprattutto una, che, appunto, non era quella, l’altra cioè, che mi ha chiesto cosa desideravo.

l’olocausto dimenticato

Il mio primo vero libro, Dicono di Clelia, (vero sta per distribuito e venduto in libreria, chè Il quaderno delle voci rubate, questo passaggio non lo ha vissuto) è stato pubblicato da Mursia, che è stata quindi la mia prima casa editrice, e va bene, e che però non ha lasciato in me un gran ricordo: comunicare con loro era facile come comunicare con qualche ministero, la promozione di Dicono di Clelia è stata pressoché inesistente.
Poi.
Non ho una gran simpatia per i mezzi busti, specie se bellocci e brillanti, della televisione.
Però questa cosa qui che mi è arrivata dall’ufficio stampa Mursia mi ha colpito, e penso sia giusto che io faccia un po’ di passa parola.

Zingari armati di bastoni e pietre contro i plotoni delle SS arrivate per liquidare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare”.
Accadeva all’alba del 16 maggio 1944 nel campo di Auschwitz-Birkenau, ma di quell’episodio che vide sei mila zingari battersi disperatamente per sopravvivere si era persa la memoria. A riportarla alla luce è il libro La rivolta degli zingari (Mursia, pp. 240, euro 17,00), di Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano, in libreria in questi giorni.
Attraverso un’originale formula di racconto storico i due autori ricostruiscono anche i contorni del  Porrajmos, letteralmente “divoramento”, parola con cui i nomadi designano lo sterminio di migliaia di rom, sinti e kalé, rinchiusi e uccisi nei lager insieme a milioni di ebrei.
La carenza di testimonianze dei sopravvissuti, la poca integrazione degli zingari nelle comunità dell’Europa falcidiate dalla violenza nazista hanno contribuito a offuscare, e a volte persino a cancellare, il ricordo del Porrajmos. “Quella dell’Olocausto zingaro è una storia ancora sfuggente, pochi i libri, molta l’indifferenza. Eppure ad Auschwitz i rom e i sinti furono fra i pochissimi a vendere cara la pelle prima del massacro finale. La loro fu una rivolta disperata, fu però il loro modo di rivendicare il diritto all’esistenza contro chi voleva annientarli”, spiega Cecchi Paone nell’introduzione.

Il quartiere

La scrittura, io credo, deve essere un po’ come il respiro e il respiro, lo sa soprattutto chi fa yoga, “comunica”: se ci si avvicina a una persona agitata si può, respirando lentamente, aiutarla a ritrovare la calma.
In altre parole: io me ne frego abbastanza, in certe pagine almeno, della punteggiatura: perché quando voglio trasmettere ansia le virgole son di troppo e le caccio via (e così ho fatto nei miei libri).
Comunque.

L’incipit è questo.
Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alla prime case della periferia….
eccetera
A leggerlo in fretta, come si vantano alcuni che leggono un libro al giorno, si corre il rischio di non far caso all’elemento nostalgico che è contenuto nell’incipit: Noi eravamo contenti del nostro Quartiere… il Quartiere si estendeva…
se si estendeva, evidentemente, qualcosa è cambiato quando il narratore racconta.
Poi, stessa pagina, si prosegue con la descrizione del Quartiere e di Firenze
Panni alle finestre, donne discinte. Ma anche povertà patita con orgoglio, affetti difesi con i denti. Operai, e più propriamente, meccanici, mosaicisti. E bettole, botteghe affumicate e lucenti, caffè novecento.

Eccolo il grande scrittore: Vasco Pratolini ti fa respirare Firenze (ci son libri, oggi, ambientati a Firenze, ma potrebbe essere Milano, ché Firenze è solo una citazione….).
E poi, proseguendo, siamo sempre alla prima pagina, ecco l’effetto maestoso:
La strada. Firenze. Quartiere di Santa Croce.
Ogni punto ha un suo perché, qui. Tre entità, un’unica entità, ma tre entità comunque:
La strada, punto. Firenze, punto. Quartiere di Santa Croce, punto.
La punteggiature come pausa, anche.
Fermati un attimo scrittore, ad ammirare.

parole nuove

Questo post di Alcor mi ha fatto venire in mente tre cose.
La prima.
Che la parole nuove Cesare Pavese, così ho letto in un articolo di una terza pagina di non ricordo quale giornale anni fa, le segnava in un quadernetto, così feci la stessa cosa anche io, e cominciai, ricordo, con Il male oscuro di Giuseppe Berto, che mi insegnò almeno cinque nuovi vocaboli.
E che la parole nuove è giusto conoscerle, è giusto leggere, è giusto imparare, ma occorre poi dosarla la cultura acquisita.
La seconda.
E ho il ricordo di uno storico, di cui son stato allievo, Corrado Vivanti; non esibiva mai il suo sapere, parlando, ma leggendo Machiavelli e Guicciardini sì, e lo ammiravo, io, per questo.
La terza.
E mi ricordo un collega giornalista, anni fa.
Aveva un chiodo fisso: essere assunto in una grande testata.
Le ambizioni è giusto coltivarle. E lui le coltivò, non facendo mancare nulla, lui, alle sue ambizioni.
Amicizie influenti, e va bene. Iscrizione alla massoneria, boh, magari andava bene. Infine – era un po’ paraculo ma non era male – coltivò anche il suo sapere, utilizzando, per l’appunto, il vocabolario.
Ogni settimana, cercando a caso, imparava cinque parole nuove, una al giorno insomma perché il sabato è un prefestivo e la domenica si va a messa e poi si riposa, le trascriveva, e qui va bene, le usava anche nel giornale locale in cui lavorava.
Dirige un Bingo, oggi.

percorsi

 

Per raggiungere il posto di lavoro da casa mia, ogni mattina, impiego dieci minuti a piedi.
Ci sono due percorsi: il percorso a, dove è facile che io trovi gente che mi conosca; il percorso b, dove è più facile svicolare. Se ho fretta faccio il percorso b, se non ne ho faccio l’altro.

Nel  percorso b, da mesi, almeno due volte alla settimana, la solita barista, dopo avermi preparato il caffè, mi guarda, e si domanda. forse s’interroga, ho gli occhiali da sole anche con la neve, magari pensa o che gioco a fare l’investigatore privato o che sono scemo; magari, prima o poi, le spiego che dopo una notte davanti al pc mi sveglio con gli occhi che lacrimano, e gli occhiali da sole mi consentono, punto prima, di evitare che qualcuno mi domandi, Ma piangi?, e, punto secondo, di piangere un po’ meno.
comunque.

anni fa ho conosciuto un vecchio collega. è morto. uomo d’altri tempi. se incontrava una donna s’inchinava per il baciamano, se incontrava qualcuno che conosceva alzava quel tanto che basta il cappello, che aveva, sempre.
lui faceva sempre il solito tragitto.
E passava davanti a un importante negozio.
Succedeva, soprattutto d’estate, che davanti al negozio aperto ci fosse un uomo, così lui, cortese, salutava. Buongiorno signor Giovanni.
Pare che questi incontri siano durati alcuni anni finché un giorno, era un mattino presto, il vecchio giornalista incrociò il signor Giovanni mentre alzava la serranda.
Buongiorno signor Giovanni.
Vada al diavolo, sono il commesso.
(O forse disse, Sono il commesso, cazzo).
Ci restò male, dicono.

buon lunedì