Aquattromani: 1

COME CORPO MORTO

Mi sveglio sempre alla solita ora e bevo il caffè in piedi, prima di radermi.
Il pennello si tuffa nella schiuma da barba. Né cappuccino, né brioche. Il bar è un miraggio, un ologramma.
Al mare, d’estate, ci tuffavamo tutti. La vacanza perfetta della mia perfetta vita. Quindici giorni alla “Conchiglia”, confusi tra quelli come noi: la cabina meglio di no, troppo cara, ma l’ombrellone sì, e anche due lettini. Sveva, Stella, Fabio e io: I Quattro Moschettieri della Spiaggia: a Stella piaceva tanto sentirmelo dire. Rideva di cuore, spalancando la piccola bocca puntellata di vuoto tra un dente e l’altro.
“Ma io non sono un maschio, papà”, protestava.
“Giusto. Sei la mia Sirena”, mi correggevo, accarezzandole la guancia.
La prossima estate i nostri lettini resteranno chiusi. È difficile spogliarsi dell’orgoglio da postelegrafonico che, prima, con millecinquecento euro al mese si tuffava nella quotidianità. Grigia come i miei pantaloni, sicura come la cinta che li regge.
Oggi tremo, vacillo davanti allo specchio. Mi rado con mano incerta mentre mi vedo sommerso dalle pratiche, con un occhio alle scartoffie e uno alle lancette. Un incubo quel quadrante, implacabile orologio che cronometra al secondo la mia angoscia. Ogni giorno guardo l’orologio e penso: fermati, cazzo. Smetti di girare. Che quelle lancette restino paralizzate dalla stessa ruggine che mi sta corrodendo l’anima. È così tutto il giorno, una lotta contro il tempo. E ogni notte a difendermi da lenzuola stritolanti come le serpi di Medusa. Mi si attorcigliano intorno al corpo, m’impediscono di tuffarmi nel sonno.
La notte mi regala ormai un buio liquefatto che penetra goccia a goccia nella pelle, e quando mi sveglio e mi rado so già che intorno all’una ho un appuntamento con me stesso. E penso a me, che prima mi tuffavo, e che invece adesso cado. Annodo la cravatta. Ho uno spezzato grigio e blu, perché lo stile è importante quando si nuota tra le pratiche.

Vorrei che la pausa pranzo non arrivasse mai. Vorrei non dover rispondere che no, al bar non vengo. Io non posso più permettermi di volere “due tramezzini-chinotto-caffè”. “Cinque euro, dottore. E mi saluti la famiglia”, borbottava sempre Pino. E io saluto, saluto, saluto, continuo a salutare anche se al bar non vado più. Saluto Sveva, Stella e Fabio, con tre baci che sanno di salsedine.
“Da parte di Pino, il barista”. Sveva sa. Non gliel’ho mai detto a chiare lettere, ma lei sa. L’ha capito, come sempre, solo guardandomi negli occhi. E da quando l’ha capito il suo viso è imploso.
La osservo e non vedo più il suo sguardo, ma solo un mare grigio. Ed è l’unico mare che vedrò, d’ora in avanti. “
Ti sarai mica fatto l’amante, che non vieni più a pranzo con noi?” mi dice Lamonica, scherzando ma non troppo.
“Ma no, se la tira. Non gli va di mischiarsi con noi, poveri mortali!” rincara Marietti, che mette una mano sulla spalla di Lamonica e lo trascina via.

Cinque euro al giorno sono centocinquanta euro al mese.

Ogni giorno aspetto che Lamonica e Marietti escano per infilarmi la giacca e tuffarmi tra gli odori di chi non ha cravatta, né spezzato blu e grigio.
Odori acri, disgustosi, anche se talvolta mi arriva un’ondata di dopobarba o di profumo. D’istinto cerco con lo sguardo qualcuno che mi somigli. Abiti di buon taglio si confondono nel mare delle donne e degli uomini defraudati dall’atrocità dell’as-senza: creature prive d’individualità, corpo, attenzioni.
“Ma no, se la tira”, mi risuonano nella mente le parole di Marietti. Allungo il collo per rendermi conto di quante persone mi precedono: c’è il solito derelitto con i capelli lunghi e bianchi, e i baffi ingialliti.
Una volta mi è capitato di fianco, teneva in mano la scodella da riempire, come me: puzzava di vino e sudore e di notti stritolate da serpi di cartone. Mi pare di aver capito che si chiama Luigi. Non siamo poi tanto diversi, noi due: non andiamo in vacanza, e siamo poveri. L’unica differenza è che lui lo è da più tempo di me: i mesi, i giorni, le ore hanno moltiplicato la quantità e la qualità dei suoi senza. Tuttavia, se non troverò la forza, se non imparerò a nuotare controcorrente, tra qualche anno anch’io sarò il Luigi di qualcuno.

“Papà, mi ha morso una medusa”, mi aveva detto Fabio una volta, tenendosi una caviglia. “Non ti morderà più. Scommettiamo?” avevo risposto.

Non siamo poi tanto diversi, Luigi e io: sia le mie lenzuola che i suoi cartoni hanno tentacoli.

53 pensieri su “Aquattromani: 1

  1. – Gelmini mode on- 7 – Gelmini mode off –

    ps Prima avevo usato i tag e la piattaforma aveva cancellato tutto :-)

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