aquattromani: 13

ANDREA LEONETTI

Andrea Leonetti viveva in una casa ampia e accogliente di ricordi, che da circa vent’anni bastavano a riempire la sua vita. Il suo tempo scorreva lento e sereno, attutito dal parquet d’olivo ricoperto di tappeti, tra libri rari e magnifiche porcellane di Lladro che riempivano librerie e cristalliere di casa. Una damina di Lladro in particolare assomigliava a sua madre, dai tratti acuti e dalla carnagione di luna; il volto di sua madre incorniciato d’argento e la porcellana venivano entrambi illuminati dallo stesso raggio di sole tutte le mattine. Suo padre aveva avuto una vita avventurosa, e le foto alle pareti dello studio stavano lì come mute testimoni. Ritraevano un giovane alla luce dorata d’Africa che a trent’anni sembrava già vecchio. Ufficiale d’un esercito italiano dagli stivali di cartone ma non per questo privo di sogni imperiali, conobbe semplici e potenti e di molti fu amico, fino a diventare leggenda in entrambi i Paesi. Nell’immaginario collettivo di quegli anni l’Etiopia sembrava ricca di risorse e di opportunità. Ebbe modo di distinguersi, in quelle lande desolate, il capitano Leonetti.
Dichiarò al Generale Marchiori, che lo esortava a usare il gas contro la popolazione magrebina, che non avrebbe annaffiato d’iprite la popolazione civile, poiché lui ‘comandava dei soldati, non degli assassini’.
Se questa forma di disobbedienza non portò Roberto Leonetti alla corte marziale, fu per un miracolo, quello della diserzione con la complicità di soldati semplici e indigeni della resistenza etiope. Nel suo girovagare in terra d’Africa, vestito come un uomo blu del deserto a cui assomigliava per altezza, tratti somatici e per via di una parlata araba da nativo, il comandante finì in Libia, dove ancora ebbe modo di assistere, dalla parte dei vinti, a uno dei più disumani colonialismi della Storia. Alla fine della guerra restò in quella che ormai considerava la sua terra, si rimboccò le maniche e mise su un’impresa di costruzioni di strade, ospedali, scuole: di tutto quanto servisse a quel paese quasi vergine, e non è un modo di dire che lo fece con le sue mani. Quando Alia ebbe un maschietto, Roberto credette che la sua vita fosse finita, perché ormai gli sembrava di non aver più nulla da desiderare. Il suo paradiso perennemente immerso in una polvere d’oro l’aveva ripagato con la stessa moneta: l’amore.

Agli inizi degli anni ’60, all’età di diciassette anni, Andrea Leonetti e i suoi furono costretti a lasciare il paese natale. Lasciò anche i suoi amici dalle gambe sottili, dai muscoli lunghi e dai capelli a lana d’acciaio. Lasciò le loro madri che, tra le lacrime, non riuscivano a smettere di accarezzare i suoi capelli biondi e morbidi, ricordo di un Leonetti sabaudo. Lasciò infine una ragazzina sottile come un giunco dalla pelle di luna come quella di sua madre. Nel suo paese natale rimasero anche i beni della sua famiglia: se si esclude il denaro, unico triste valore che si può portare con sé in una fuga precipitosa per un colpo di Stato.

“Buon giorno, Andrea”.
“Oh, Caterina, è sempre una piacevole sorpresa incontrarla” disse Andrea sorridente. Si appostava giornalmente all’angolo tra il tabaccaio e il supermercato dove entrambi facevano la spesa per poi seguirla subito dopo, come se vi fosse arrivato per caso.
Caterina non si vergognava d’arrossire per quella chiara danza di corteggiamento e si divertiva al gioco che Andrea portava avanti da tempo.
“Che dice, Caterina, sarà preferibile il Tè nero Celebration Blend o l’African Tunda?”, le chiese mentre entrambi sostavano coi carrelli alla cassa in attesa del conto. Caterina era innamorata di quell’uomo maturo, bello ed elegante, dal fare aristocratico e ironico: ciò che non riusciva a capire era il perché non permettesse che il loro rapporto subisse una svolta. Era certa che lui l’amasse quanto lei; aveva cinquant’anni, era ancora bella, indipendente. Sentiva di avere diritto a una felicità che avrebbe appagato entrambi.
Invece accadde, come di consueto, che Andrea cavallerescamente le cedesse il posto.
“Prego, mia cara, dopo di lei. Spero di aver la fortuna di incontrarla anche domani”.
Mentre un cassiere annoiato passava gli articoli nel lettore di codice a barre, la spazientita cinquantenne pensava a come prendere, finalmente, l’iniziativa. Prese le sue sporte, salutò Andrea e si avviò verso casa. Lungo la strada, improvvisamente entrò dal tabaccaio e gli chiese col fiato corto per l’emozione “Le dispiace se lasciò qui la mia spesa? Ho dimenticato qualcosa di molto importante al super mercato…” Poi volò via come una rondine. Entrò nel negozio e lo vide alla cassa. In una mano teneva una confezione di tè dozzinale, nell’altra una carta azzurra, simile a una carta di credito, sulla quale ondeggiavano i colori della bandiera italiana.
Rimase impietrito, guardandola negli occhi senza dire nulla. Pagò il conto e ripose la carta nel portafogli.
A nulla valse lo sguardo di lei pieno d’amore.
Andò via senza salutarla, e non lo vide mai più.

48 pensieri su “aquattromani: 13

  1. non saper scrivere non è così grave, nessuno di noi credo vincerà in Nobel per la letteratura, pur avendo scritto qualcosina

    cosa ben più grave, cara Anto, è non saper leggere (credo mi corra l’obbligo di precisare, visto il tenore fuor luogo della tua risposta: nell’accezione più ampia del termine)

  2. Ho letto le fastidiosissime e non richieste tue disquisizioni (da maestrina) sul mio commento.
    Sono sopra, chiunque le può leggere.

  3. Scrittura “pastosa”, ricca, delicata, ma a tratti di maniera.
    L’idea è buona, ma il finale non è all’altezza del resto – il meccanismo con il quale viene rivelata la verità non è pulito, e non punta diretto al centro.

    Sulla presunta eccessiva lunghezza del prologo, invece, niente da dire: ci sono racconti “brevi” in cui il prologo è una sapiente preparazione delle ultime cinque parole. In questo caso specifico, arriverei a dire che la debolezza di questo racconto è un epilogo troppo lungo.

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