aquattromani: 21

CONSEGUENZE NON MEDIATICHE DELLA VISITA UFFICIALE DI MUHAMAR GHEDDAFI IN ITALIA

Italia. Portava quel nome come una fusciacca colorata a coprire i fianchi, e a volte come un’eredità non ricusabile e molesta. Chiamarsi Italia ha un senso diverso se si postano addosso segni e suoni di un battesimo lontano. L’Asmara, 1954. Diversa complessità, chiamarsi Italia: diverso era stato vedere calare i fianchi, appesantirli, sotto quella fusciacca colorata.
Italia sente oggi il peso di quel bambino che ha sentito chiamare Mario, o Neghev da un amico, e in queste notti feroci lo ha sentito tremare di freddo. Non sempre lo vede, l’onda di mani e bocche lo sommerge senza dargli calore, e i parenti che deve avere con sé sono mani e bocche indifferenti fra altre bocche e mani. Mario non aveva mai visto il mare, e anche ora lo guarda solo quando deve consegnargli il fiotto di vomito acido, breve. Vomitare è un lusso riservato a chi mangia.

«Prof posso andare alla macchinetta?». Mara non è stata sicuramente attenta, quando il nutrizionista ha parlato di junk food: non vede l’ora di comprare un po’ di schifezze da sgranocchiare sotto il banco.
«Sto spiegando, nel caso non te ne fossi accorta. Esci al cambio dell’ora, o aspetta la ricreazione».
Mara sbuffa, si risiede e finge di ascoltare quella pallosissima pappardella sullo sbarco dei Mille. Italia… patria… unità… le parole arrivano appena all’ultimo banco, dove le più scafate – o le meno sgamate – riescono a nascondere il filo dell’i-pod.

L’uomo di Asmara è stato in piedi vicino a Neghev – «Mario, mi chiamo Mario» – il ragazzo con la mano alla bocca. L’anziano ha spiegato i venti, i loro nomi, e i misteri delle correnti. Come una bolla di ritmo e saggezza nella corrente, nel fracasso del motore a due tempi, nel dolore.

Dalla Sicilia la marcia dei Mille risale per l’Italia… Napoli… diplomazia… gli Inglesi, Cavour… Aspromonte… Obbedisco…
La spiegazione fiotta stancamente fino alla campana salvifica delle undici. Vaffanculo Garibaldi: bagno, panino, messaggino allo zito.

Questa bonaccia incantesima Italia, Mario e tutti gli altri. Cielo e mare sono lo stesso umido impasto che appiccica i corpi ai vestiti, la braccia alle braccia, pensieri a pensieri. Fradici. Appesantiti.
«Un capitolo intero è pesante, ava’, prof…». L’insegnante di storia segna le pagine sul registro di classe. È stanca e quasi afona. Insieme al pacchetto delle mentine tira fuori dalla borsa il giornale che ha appena scorso prima di entrare in classe, oppressa dal pensiero delle interrogazioni, del programma che s’ha da fare, delle strategie didattiche che valgono quanto quelle militari.
Inizia a leggere la cronaca, quella spicciola e quella politica. Si ferma a ogni capoverso. «Che vuol dire globalizzazione? Sai cos’è il liberismo? Colonizzazione… Mara, delocalizzazione. Intercultura».
Parla di banche. Risparmiatori in rovina. Torna alla storia, alla Banca Romana, alla bancarotta del patriottismo, alla delusione per un’Italia che si sperava diversa e che è venuta quella che è ancora adesso, a pensarsela se la Sicilia è Italia o no, figuriamoci gli extracomunitari. Fuori. Ma fuori da cosa?

Le undici, dappertutto in Italia. Le undici sul ventre di Italia, sulla pelle dei dannati, sulle immagini sacre e i rosari di nove religioni diverse, sul fetore. Le undici in classe significano ancora dieci minuti con la profe di storia, poi fumare baciarsi mangiare rimangiare ribaciarsi e fumare.
Le undici a Roma, sotto la tenda bianca.
Il Ministro si allontana, si finge interessato ai doni di Stato (il cofanetto di cedro cela discreto un coupon, una settimana, due persone, resort Stella della Sirte). L’uomo coi capelli corti si avvicina al tavolo e parla brevemente col suo omologo libico. Il colore di pelle non è importante, se si hanno gli stessi Rayban e identici occhi d’acciaio dietro. Si spartiscono il cuore d’Italia. Servizi, cooperazione, coordinate geografiche, duecentoquindici anime che vomitano bile sulla panza d’Italia, immagine, coordinate geografiche. Candeggina sui giornali del mattino. Alle tre, dappertutto in Italia, Mara e la profe si incrociano da Talelli che è di turno. Gli antibiotici della profe restano quelli sbagliati, e il test di gravidanza continuerà a dare due righe, anche al secondo tentativo. Alle tre e dieci le corvette libiche sono già dirette al porto militare. Silenzio radio e ancora sul mare un’eco di raffiche siluri grida. Certi lavori durano poco ma durano troppo. La mano di Neghev – ma lo chiamo Marco – non ha più una bocca a cui velare il conato. Afferra, mozzata, il seno metallico di Italia – Italia promessa, Italia volontà, Italia 2500 dollari dati via sulla battigia – la lamiera rugginosa orgogliosa di bianco che recita «ITALIA».

63 pensieri su “aquattromani: 21

  1. “quando un racconto devi leggerlo e rileggerlo per venire a capo di chi fa cosa, non è un buon racconto”.
    ?

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