Le piccole cose di un buon giornale

Nel romanzo “Forse non morirò di giovedì” parlo di giornalismo e della storia di un direttore di giornale che interpreta il giornalismo come un servizio.
Essere utili agli altri, insomma, come primo comandamento.

Il libro non è autobiografico, nel senso che fatti e personaggi non sono ispirati al mio passato.
Ma al mio modo di intendere il giornalismo sì.

Nel 2005, quando assunsi la direzione del giornale La Sesia, al personale riunito (due segretarie, tre grafiche, otto giornalisti) diedi alcune indicazioni.
Pensai alle telefonate. I giornali son bombardati. Proteste, suggerimenti, insulti. Cose intelligente e no. Però succede questo, in genere. Se chiama una personalità, un colonnello dei carabinieri, un parlamentare, lo si capisce subito dal tono di voce e dalla parole che usa il giornalista nel rispondere. «Ma si figuri… grazie della telefonata… buona giornata… a presto».

«Quando in redazione arriva una “qualsiasi” telefonata» (il “qualsiasi” era la parola più importante), dissi, «anche se abbiamo fretta (nei giornale si ha sempre fretta), anche se siamo pieni di lavoro (a volte succede, mica sempre) invece di dire “La Sesia, buongiorno” (o peggio, solo “La Sesia”) noi, da questo momento, risponderemo dicendo: “La Sesia buongiorno, sono Remo Bassini, mi dica”.

Non apprezzarono solo i lettori. Col tempo, anche la redazione.
E comunque: Antonio Sovesci, direttore-protagonista di “Forse non morirò di giovedì” crede che al primo posto un buon giornale debba mettere i lettori.