Natale, il consumismo, i ricordi

Ho letto un’invettiva di uno scrittore-intellettuale contro il Natale, stupida festa del consumismo.
Ci sta.
O forse no.
Diciamo che della mia infanzia (da figlio di una famiglia operaia) ho quattro bei ricordi.
I pomeriggi in oratorio a giocare a calcio balilla o ping pong (ma non succedeva sempre: quando non andavo bene a scuola, mia madre, per punizione, mi teneva in casa).
I giorni d’estate o in oratorio oppure al mio paese, Cortona.
Il cinema: il primo lo vidi a sei anni, ci andai da solo (allora si poteva), era un western, si intitolava La valle dei lunghi coltelli.
I giorni di Natale.

Erano tutti uguali.
Caffè latte, il bagno, poi, con il vestito migliore, prima a messa e poi in edicola a comprare Il corriere dei piccoli o L’intrepido o altro (la scelta non mancava, quello che mancavano era i soldi…)
Poi il ritorno a casa.
Il profumo della pasta al forno fatta dalla mamma, i dolci della pasticceria vicino casa, i regali e poi la contentezza che avrei trascorso un pomeriggio tra cinema e oratorio, senza orari.
Ecco, quando vedo un albero di Natale ripenso a quei giorni spensierati, senza il pensiero di maestri severi, compiti, e culi della mamma.

Natale è consumismo, come tutto. Come la pagina facebook usata dallo scrittore per l’invettiva.
I ricordi sono ricordi.

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