10 – Trovare il tempo per scrivere; e come scrivere

A volte, anzi no, spesso, qualcuno mi dice, Tu scrivi e io no, non posso, perché io di tempo non ne ho.

Estate del 1982, sono a Follonica, in ferie. Ho ventisei anni, ho voglia di lasciare la fabbrica e il sindacato, di fare altro. Magari, di rimettermi a studiare. Mi domando: giurisprudenza oppure lettere? A Follonica, quell’estate in tenda, lessi tre libri: Il maestro e Margherita, di Bulgakov, un giallo di cui ora non ricordo il titolo, Autobiografia di una rivoluzionaria, di Angela Davis.
(Poi a Cortona acquistai un libro di poesie di una giovane studentessa di lettere; uno di quei libri probabilmente a pagamento, ma io, allora, non lo sapevo. Mi piacque, pensai: questa è la terra del Boccaccio, basta sentire i racconti piccanti dei vecchietti o leggere queste poesie, pensai quindi che dovevo fare lettere).
Ma torno a Follonica. Ad Angela Davis. Mentre prendo… l’ombra (mi piace il mare, mi piace passeggiare sulla riva del mare, poi mi piace la pineta, via dalla pazza folla, insomma) leggo di questa donna che, mentre è ricercata dalla polizia, ha problemi di sopravvivenza, l’auto guasta e altre grane, intanto studia.
E dico: se studia una così, posso studiare io lavorando in fabbrica.
Ecco: se trovo il tempo oggi per scrivere è perché nel 1982 imparai a rubare tempo al tempo.
La giornata è fatta di tanti e tanti minuti sprecati. Pause. Se queste pause vengono utilizzate dalla mente si possono fare cose.
Ma è un’esperienza mia.
Piccolo aneddoto. E’ più facile trovare tempo quando non se ne ha.
Primo anno di università. Treno, lezioni a Torino in università, treno, fabbrica, studio notturno (dopo aver dedicato mezz’ora a mia figlia).
Giugno 1983, il primo esame: 28. Luglio, il secondo: 30. Ottobre il terzo: 30.
Dissi: se chiedo sei mesi di aspettativa spacco il mondo.
Chiesi sei mesi di aspettativa: niente fabbrica per sei mesi.
Trascorsi sei mesi a cazzeggiare.

Allora, il tempo per scrivere.
Ne occorre comunque tanto. E io per scrivere Il quaderno delle voci rubate (e riscrivere) ho impiegato quasi due anni.
Ma questo perché… improvvisavo.
Scritto un capitolo non sapevo, nel modo più assoluto,come sarebbe stato il successivo.
E poi: quando scrivi così, sei a rischio: di incongruenze.
Scrivere un libro è come costruire un castello di sabbia. Basta nulla per far crollare tutto e doverlo riprendere da capo. Se si improvvisa.
Se si improvvisa è importantissimo conoscere a memoria tutto, oppure controllare tutto: tutto quello che si è scritto.
Si scrive per esempio il settimo capitolo; poi, giorni dopo, si passa al sesto (magari dopo aver riletto e corretto il sesto); ma non basta, non basta. Se scrivo il settimo capitolo devo (o dovrei) ricordare il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto, il sesto.
I libri – anche pubblicati, anche di autori noti – son zeppi di incongruenze (a volte nello stesso capitolo: è successo anche a un grande, come Chandler).
Per questo, col passare del tempo, ho imparato a ridurre i tempi di scrittura della prima stesura.
In diciotto giorni (dalle 11 di sera fino all’alba) ho scritto Lo scommettitore; che poi ho riscritto, lavorandoci altri sei mesi.
In diciotto giorni, insomma, scrissi una sorta di Bignami de Lo scommettitore; poi in sei mesi ampliai. Poi – prima della pubblicazione (e seguendo i consigli di Giorgio Pozzi, di Fernandel) tagliai.
Ha ragione chi dice che la vera arte è tagliare.
Ma ci son modi diversi, per scrivere.
Ognuno deve trovare la sua strada. Questa è la mia piccola esperienza.
(Mi capita spesso di pensare alla Vargas;la Vargas dice che scrive i suoi libri in ventun giorni e che poi, conl’aiuto della sorella, fa un lungo auto-editing. Io ventun giorni, dal mattino alla sera, per scrivere un libro non li ho mai avuti. Li avessi, magari, combinerei un tubo.
L’altra sera, in birreria, sarà stata mezzanotte, ho scritto pagine e pagine con la penna, sulla moleskine. Mi sentivo a mio agio, non sentivo le voci attorno a me).
e buona giornata

9 – La fortuna… di pubblicare

L’ho letto – ma non ricordo dove né dove l’ho letto, ero,come al solito, distratto – ho letto insomma che De Carlo arrivò alla pubblicazione del suo primo libro grazie alla sua intraprendenza: avrebbe consegnato il manoscritto addirittura a Calvino.
Supponiamo sia una bufala, una leggenda. Sta di fatto che potrebbe succedere che un aspirante scrittore riesca a trovare la via spianata alla pubblicazione grazie al fatto che magari il suo vicino di casa, o di ombrellone, lavori in una casa editrice.
Insomma: chi è timido fa più fatica. Chi vive in un paesino, ha meno possibilità di avere contatti. Chi è timido e vive in un paesino rischia di scrivere per il suo cassetto.
Così almeno, prima di internet.
Quando scrissi Il quaderno si che ne sapevo, io, dell’esistenza di case editrici piccole e medio piccole. Dell’editing. Dei meccanismi editoriali.
Feci dei tentativi, sei, sette, forse otto. Ottenni un rifiuto gentile (complimenti ma) e tante non risposte.
E poi: conoscevo nessuno, io, allora (e, ripeto, c’era, sì, internet, ma a me sembrava una cosa folle, mi auguravo che fosse una moda…).

Magari succede di conoscere qualche scrittore, o di vederlo.
Solo che parlare con uno scrittore mica è facile.
Uno scrittore sembra che non sia mai stato un aspirante scrittore, sembra nato scrittore. Se tu chiedi, uno scrittore affermato ti guarda e tu, senza che lui apra bocca, hai la sensazione di aver detto una cazzata.
Poi uno scrittore non ha mai tempo. Non ha tempo di leggere il manoscritto di uno sconosciuto, ché poi, il problema è lo stesso: tutti si credono scrittori in Italia.
Per fortuna non è così.
S’incontrano scrittori (ma fuori dai salotti) o persone del mondo dell’editoria generose; son rari, ma ci sono, esistono.
Occorre fortuna e io, sinceramente, sono stato fortunato. Dopo anni però.

Quella di De Carlo non so se sia vera, ma questa, invece, lo è.
Vado a memoria, ora.
Leggo su internet una domanda a uno scrittore.
Come sei arrivato alla pubblicazione?
E lui. Non ci crederai ma è andata così. Mia madre conosceva il tal editore, gli ha consegnato il mio manoscritto e lui, dopo averlo letto, mi ha pubblicato.
Pensai a mia madre, povera donna. Cosceva il panettiere, il farmacista, quando ero piccolo raccomandava la sua e la mia anima al prete perché temeva facessi troppe bischerate.

Io sono stato fortunato, dicevo, ma Il quaderno delle voci rubate, il mio primo libro, resta comunque un libro fantasma: non distribuito in libreria.
Io considero il mio primo libro Dicono di Clelia, e il mio secondo vero libro Lo scommettitore.
Alla pubblicazione sono arrivato nel modo classico, tradizionale.
Spedendo il manoscritto.
Mursia (se andate nel sito ci sono le indicazioni) chiede la sinossi e un capitolo, a scelta, Fernandel no, chiede tutto.
Mandai, mi risposero, mi pubblicarono.
(Con al Newton Compton è stata tutta un’altra storia: non fui io ad arrivare a loro ma loro ad arrivare a me. Grazie a Fahrenheit, grazie a… questo blog).
Forse, e dico forse, Il quaderno è rimasto un libro quasi-fantasma perché non c’era la rete; e la rete perlomeno aiuta.

Un paio di anni fa è venuta da me una signora. Che mi ha portato un libro, scritto da suo marito. Cinque racconti. Pubblicati da una casa editrice a pagamento. Dieci milioni per mille copie, mi pare. O cinque milioni, non ricordo (ero distratto).
Le chiesi, Ma perché?
E lei: abbiamo spedito a Mondadori, poi, sa com’è, non sapevamo come fare, poi mio marito ha letto la pubblicità di una casa editrice su un giornale, li abbiamo contattati, e siamo contenti.
Ne ho letto uno solo di quei racconti: niente male, ve lo assicuro.
Una casa editrice piccola li avrebbe pubblicati? Non lo so.
Ma il fatto che questa coppia non usasse internet è stato un danno: perché non hanno nemmeno potuto provare.

In pratica. Ad accezione del Quaderno, che fu pubblicato dal giornale in cui lavoro, ho sempre ricevuto dei sì, io, dall’editoria. Ma so bene che l’editoria ha meccanismi perversi e strani.
Ho letto manoscritti che io ho considerato belli, ma sono stati rifiutati.
Se dirigessi una casa editrice avrei almeno cinque, sei o forse più nomi di autori nuovi, oppure nuovi no, ma che hanno pubblicato con editori quasi-fantasma, da proporre.
Ho avuto la grande soddisfazione (che è grande, credetemi) di suggerire manoscritti in lettura che sono poi stati pubblicati.

Mi fermo, la mia mezz’ora di pausa sta scadendo.
Perché ho scritto questo: perché, nonostante internet, tanti aspiranti scrittori non sanno come muoversi. E magari, questi appunti frettolosi, un po’, a qualcuno servono.

Insomma, ho pensato che se qualche scrittore mi avesse raccontato idei suoi primi tentativi maldestri nell’editoria io l’avrei ringraziato, allora.

(Non ringrazierò mai abbastanza Laura Bosio per l’editing de Il quaderno delle voci rubate.
Le dissi: dimmi se devo gettarlo in un cassonetto o se invece…
Mi disse, Invece
Avevo scritto Il quaderno da oltre un anno. Non conoscevo Laura; sapevo della sua esistenza, avevo letto il suo primo libro, I dimenticati. Nè sapevo, per esempio, che avesse collaborato con Pontiggia. E che, oltre a essere una scrittrice, era una editor. Fu gentile con me. Ero un vercellese che si rivolgeva a una vercellese che viveva a Milano. Mi chiese del tempo. Mi pare che mi rispose sei, sette mesi dopo l’invio.
Se Laura Bosio non avesse fatto l’editing de Il quaderno io non lo avrei proposto agli amministratori del mio giornale.
Ho una certezza: l’avrei distrutto, come avevo fatto in passato per altre cose).
Ho sforato: 35 minuti.

buona giornata

8 – Profezie

(…)
Me l’avevo raccontato Martin Robledo Sanchez. Un giorno Carmen aveva telefonato tutta eccitata e gli aveva detto: ho appena fatto una scoperta strabiliante, tutti crdono che nei romanzi gli autori ricreino i ricordi, i fatti accaduti, e invece scopro che li anticipiamo.

Marcela Serrano, Nostra signora della solitudine, Feltrinelli

Quando ho letto questo passaggio, ci son rimasto. Per una maledetta coincidenza nel mio secondo libro, era il 2003, sto parlando di Dicono di Clelia, cheMursia fece uscire nel 2005, raccontai qualcosa che mi ritrovai a vivere anni dopo.
Penso sia un caso (ma ci ripenso spesso).
Comunque.
Non ci sono regole, nei libri c’è spazio tanto per le storie che vediamo, e che magari raccontiamo abbastanza fedelmente (un esempio: Il piano infinito della Allende), oppure possiamo parlare di un mondo che noi conosciamo bene ma lo romanziamo (penso alla Firenze di Pratolini, per esempio), oppure ci possiamo inventare non tutto ma molto (penso a Chandler).
Se in un libro ci finisce anche il mondo descritto da un altro libro, che libro è?
E se l’influsso è televisivo? O della rete?
Dico subito che ci son certi libri, gialli soprattutto, che mi sembrano della variazioni di poco di altri gialli, e la cosa non mi piace.
Preferisco Lucarelli: che si informa.
O Izzo: che si inventa un poliziotto espulso dalla polizia (perché se vuoi scrivere di polizia devi conoscere almeno una gendarmeria, averla respirata).
Ma c’è anche il grande capitolo dei romanzi storici: per scriverli occorre studiare e leggere. Studiare storia, leggere altri romanzi storici.
Insomma: io certezze non ne ho.
Ma col passare del tempo mi sono sempre più allontanato dalla realtà: la realtà è il punto di partenza, da dove arrivano idee e spunti, ma poi, sempre più sempre più, con gli anni, le storie che ho scritto han preso percorsi diversi.

Ma ho un’amica, una blogger. Scrive bene, mi fa da editor. Lei ha una storia nel cassetto. Me l’ha raccontata.Una storia vera. E quando me l’ha raccontata ho pensato: come vorrei che fosse mia questa storia… ne scriverei un romanzo. Lei, comunque, di questa storia mi ha raccontato solo il primo capitolo.

Quando terminai la prima stesura de Il quaderno delle voci rubate (che poi riscrissi) lo feci leggere a una giornalista-scrittrice. Aveva appena pubblicato un libro di successo. Mi disse che alcune cose secondo lei andavano bene, altre no.
Non mi convinse.
Però mi disse…. l’espediente delle voci rubate è bellissimo, vorrei rubartelo.
Fu quando mi disse questa cosa che per la prima vera volta pensai che avrei dovuto pubblicare quel libro. Temevo che prima o poi qualcuno potesse… rubarmi le voci che avevo rubato.

E buona giornata

(La recensione di Alberto Pezzini sul mio libro è anche su Mentelocale)

voglia di sole

Alberto Pezzini scrive recensioni su Il secolo XIX.
Ne ha scritta una – per la rete – su La donna che parlava con i morti:
la potete leggere qua, se volete.
Domenica dovrei essere a Modena, a presentar Tamarri, ma attendo conferma.
E quest’anno, per la prima volta, dovrei presentare un mio libro (Bastardo posto, Newton Compton) al Salone del libro.
Si “respira” l’editoria italiana, al Salone.
E sull’editoria italiana, stamattina, sollecitato da un intervento di Tiziano Scarpa su Facebook, sono andato a rileggermi questa cosa qua, di Moresco, su Nazione Indiana.
E buona giornata (la mia prosegue in redazione, fino alle 23, credo. Poi, come al solito, tornerò, in notturna.
Aspettando un po’ di primavera, così da poter inforcare la bicicletta e fare un giro al fiume dopo il primo caffè.
Invidio un’amica che, dalla Sicilia, poche ore fa mi ha scritto, qui c’è il sole…
qui c’è il solito grigio padano).
Buona giornata

7 – Con che parole?

… raccontami una storia, e scrivila: sì, ma con quali parole?
e poi.
… raccontati una storia, e va bene, ma poi questa storia, come andrà avanti? lo vedi tu, un finale? che ne sarà di e di e di?
…. raccontati una storia e poi, poi di questa cosa qui che forse diventerà un manoscritto tu che ne farai? penserai mica di essere diventato uno scrittore? son sogni da ragazzo, quello,  non illuderti.

erano, queste, alcune domande che mi ponevo scrivendo Il quaderno delle voci rubate.
facevo altre cose, intanto.
leggevo altri libri e, leggendo,  scattava sempre il raffronto.
mi sentivo perdente quando (ri)leggevo Il quartiere di Vasco Pratolini, o Il piano infinito della Allende, o una pagina qualsiasi di Scott Fitzgerald (un maestro, insieme a Calvino, nei dosaggi: il cosa dire e il cosa non dire al lettore… perché la vera arte, dopo aver scritto, è tagliare).
mi sentivo vincente rispetto ad altri libri. di autori contemporanei, giovani per lo più.
ma, dipendeva dai giorni.
ci siete passati tutti, credo.
a un certo punto è indispensabile il giudizio degli altri; e così, si comincia con gli amici, i colleghi, eccetera.

ho imparato due grandi lezioni dopo aver scritto Il quaderno delle voci rubate.
La prima: ad ascoltare tutti e a non ascoltar nessuno (e ho imparato anche, che è stupido fare quello che facevo io: scrivere in gran segreto, senza dirlo a nessuno; tanto poi arriverà il momento che quello che scrivi sarà messo in piazza).

La seconda: a diffidare soprattuto degli scrittori o degli aspiranti scrittori.
son più le meschinerie che le generosità.

e poi.
vivere in provincia, poi, ti fa sentire ancora di più isolato. soprattutto se non vai mai alle presentazioni, ai salotti.capisci una cosa: che se fai parte di un gruppo hai più possibilità.
non li ho mai sopportati, io, i gruppi.
ed è forse questo l’unico motivo vero che mi ha portato a star lontano anche dalle scuole di scrittura creativa.
allora.
Il quaderno l’avevo scritto, e ogni tanto lo rimaneggiavo.
Nella mia città c’era un corso di scrittura creativa.
Un grande scrittore, un editor.
Un milione allo scrittore, mezzo milione all’editor: a lezione.
Mi venne il voltastomaco, dissi: piuttosto…
(Piuttosto: mi sembra che sia stato generoso Giulio Mozzi che mise in rete, e a disposizione di tutti, gli appunti delle sue lezioni).

Mi fermo, sto andando fuori-post.
Riprendo il primo quesito

… raccontami una storia, e scrivila: sì, ma con quali parole?

Feci una scelta. Precisa.
Da tempo andavo dicendo in giro che, a mio avviso, il bravo scrittore è quello che si fa apprezzare tanto da chi non ha fatto le scuole medie quando da chi ha due lauree in materie umanistiche.
Con Il quaderno delle voci rubate feci così: pensi di raccontarmi una storia che io poi a mia volta avrei raccontato soprattutto ai ragazzi che, magari dopo un diploma o una laurea, avevano lavorato con me in fabbrica.

La fabbrica mi ha condizionato.
Leggete qua.

Da “Come un atomo sulla bilancia” di Luisito Bianchi, Sironi

Un’altra grandiosa scoperta fu che Giovanni mi parlava con un linguaggio che non era il mio ma che io ugualmente comprendevo. Mi rincresce dirlo, ma qui la filosofia non c’entra, in nessuna maniera. Le cose di ogni giorno erano chiamate con il loro nome, come quando Adamo disse: Questo è un cavallo, e fu un cavallo per sempre. Questa è una donna, e fu una donna per sempre. Mi parve che Giovanni mi riportasse alle origini, all’aria frizzante e pura del primo giorno. Hai moglie? Nemmeno io ce l’ho. Vuoi mezza arancia? E mi dava mezza arancia. Sono cose da ridere, lo so. Ma bisogna avere provato, a quarant’anni, per la prima volta, la familiarità dei termini semplici…

6 – Cercare gli spunti

Raccontami una storia chiede remobassini-lettore a remobassini-scrittore la prima sera.
Il primo capitolo, anche parte del secondo sono così.
Ma poi mi accorgo che
… raccontami una storia
oppure
… presentami un personaggio
oppure
… sorprendimi
non è così facile.
Per raccontarmi storie ho bisogno di storie e così, nel quaderno delle voci rubate, succede che io inserisco storie.
Ed è il libro che più di ogni altro contraddice l’assunto di partenza
… raccontami una storia.
Mi racconterò una storia ne La donna che parlava con i morti, così come me l’ero raccontata ne Lo scommettitore, ma quando scrissi il quaderno delle voci rubate no, non ne avevo, e sapete perché?
Ero stato disattento.
In fabbrica, o quando di notte avevo lavorato in un albergo, avevo visto o sentito storie, ma senza attenzione.
Mentre scrivo Il quaderno, quando vado oltre il quarto capitolo, mi accorgo che vivo osservando.
Stazione di Torino Susa.
Vedo un uomo e un bambino, per mano. A un certo punto non li vedo più. Erano vestiti con abiti consunti, ma dignitosi.
Dove erano finiti, chi erano?
Non importa: salgo sul treno, imbastisco una storia “minima”.
Le storie diventano una ossessione, e la scrittura anche.
Sono le cinque di mattino di un giorno del mese di agosto del 1995, vedo, dal portafinestra, che si sta alzando un bel sole. Ho gli occhi che si incrociano, io, ché sto scrivendo su un piccolo mac.
E mi dico: ma non avrei fatto meglio ad andare a Cortona?, sto rinunciando alle ferie per scrivere.
Scrivere è anche una scelta: da un lato ti porta a rinunciare a vivere, perché scrivere e leggere e riscrivere e leggere a fondo la scrittura altrui porta via tempo, tanto tempo, ma dall’altro lato ti rende più attento.
Vedi cose che prima non vedevi. Cose vere e visioni, insieme.
Le vedi, le cose, e ti soffermi a scrutarle: così da coglierne i particolari e, se sei bravo o fortunato, l’essenza.
In un gioco continuo di immaginazione e realtà.
Se vedo due ragazzi litigare in un bar non mi interessa come andrà a finire, non li pedinerò, non chiederò di loro (o magari sì) il giorno dopo al barista.
Ho lo spunto, tanto basta,
Raccontami una storia diventa
…guarda e cerca storie.
O spunti.

5 – Il dosaggio

Allora, è bene che io faccia una sorta di riassunto delle puntate precedenti.
Una sera del 1995 inizio a scrivere Il quaderno delle voci rubate.
Per la prima volta scrivo in modo diverso: forse perché scrivo sollecitato da una frase, che dico tra me e me.
Raccontami una storia.
Poi, nei giorni successivi vado avanti. Quattro capitoli. Poi metto nel cassetto, quasi dimentico, per diverse settimane. Finché un giorno rileggo: e – non erra mai accaduto prima – invece di distruggere penso di andare avanti.
Perché – è la prima volta che accade – quei quattro capitoli mi provocano qualcosa dentro, come se fossero scritti da un’altra persona.
Fine del riassunto delle precedenti puntate.

Allora, mi ritrovo con questi quattro capitoli e con la voglia di procedere. Fa da contraltare la voglia di sistemare i quattro capitoli.
E’ sempre quella domanda
…. raccontami una storia
che mi condiziona.

Provo a spiegare, ora.
Può sembrare banale ma c’è un abisso (almeno per me) tra il mettersi a scrivere e dire
ora racconto una storia
e mettersi a scrivere e dire
ora mi racconto una storia.
Praticamente diventi due persone: quello che scrive, quello che legge e fa domande.
Importantissimo: se quello che legge non fa domande e dice Bravo, sei fottuto.
Se quello che legge dice
Remo che cazzo hai scritto?
forse ci siamo

Raccontami una storia
dice lo scrittore a se stesso.
E va bene.
Poi aggiunge: Ma raccontamela bene.
E qui…. cambia tutto.

Il primo capitolo de Il quaderno delle voci rubate è ambientato in un bar.
Io quel bar l’ho visto.
Quanti tavolini, quante persone, ho visto le pareti, le ragnatele sfuggite al nonno di Luca Baldelli, il mio protagonista, i quadri appesi al muro, ecco, Remobassini-scrivente queste cose le ha viste sollecitato dal remobassini-lettore, ma poi, Remobassini-scrivente non ha scritto tutto tutto.
Ha dosato.
Alcune cose sì, altre no.
E questa “arte del dosaggio” s’impara in un solo modo: leggendo.
Leggendo altri libri altri autori si capisce che scelte hanno fatto.
C’è un altro aspetto
…. raccontami una storia
… ma raccontamela bene
ecco, io ricordo questo: nei giorni successivi alla prima stesura de Il quaderno delle voci rubate io cercavo vecchi bar; entravo dentro, e li scrutavo come non li avevo mai scrutati; e mentalmente de-scrivevo.
Feci così allora e faccio così oggi.
Uso gli occhi per vedere e mentre vedo, a volte, mentalmente de-scrivo.

Impiegai giorni e giorni a riscrivere quei primi quattro capitoli.
…. raccontami una storia
… ma raccontamela bene

Ho impiegato più di un anno a scrivere Il quaderno delle voci rubate, ma quando scrivevo un nuovo capitolo sapevo che i capitoli precedenti erano corretti, a posto.
Con gli altri libri no.
Ogni libro ha una sua storia.
Lo scommettitore: lo scrissi in 18 giorni. Poi, per mesi e mesi riscrissi.
Ma restiamo al Quaderno, a quei primi quattro capitoli.
E buona giornata

4 – Quell’articolo di Beniamino Placido

Allora, nei primi mesi del 1995 ho scritto quattro capitoli di quello che diventerà Il quaderno delle voci rubate.
Avevo 38 anni (39 a settembre) ed ero, come ho già detto, rassegnato a non diventare scrittore, a non pubblicare, insomma.
Ma la scrittura era comunque un tarlo: leggevo Tuttolibri e Millelibri, ho ancora, nella cassettiera dei ricordi e delle cianfrusaglie, un articolo degli anni Ottanta dove si legge che GLI EDITORI LEGGONO TUTTO, ma il problema sono i govani, non sanno scrivere e pretendono di pubblicare e poi non leggono.
Invece, ben conservato in testa avevo un altro articolo: del 1988, di Beniamino Placido.
L’avevo letto in treno, andando da Vercelli a Torino, e non l’avevo dimenticato.
Placido, in quel pezzo, parlava di una trasmissione televisiva condota da Enza Sampò, Io confesso.
Dietro un vetro opaco, o comunque lavorato in modo tale da impedire ai telespettatori di identificare chi si “confessava”, ogni sera c’era un ospite che raccontava, anche la voce era resa irriconosibile, la propria storia.

Placido scrisse
Prendiamo questa settimana. Lunedì abbiamo ascoltato il segreto di un ex prete. Che si spretò vent’ anni fa, per sposarsi e avere due figli. E che adesso vorrebbe tornara al sacerdozio. Ha capito che era (che è) quella la sua vocazione vera. Ogni tanto lo fa. Che cosa? Prende un treno e va in un’ altra città. Qui si traveste da sacerdote, e va in giro fingendo di esserlo.

Io lessi e lo vidi quel prete spretato: salire su un treno, cambiarsi in bagno, scndere in un paesino, scambiar due chiacchiere orgoglioso del suo abito talare, poi risalire sul treno, vstire di nuovo gli abiti borghesi e, come un amante infedele, tornare dalla moglie e dai propri figli.
A parte questo, Placido scrisse anche una cosa che, dal 1988 a quella sera in cui iniziai a scrivere Il quaderno, ma anche ancora adesso, è rimasta scolpita nella mia mente.
Questa.

I nostri giovani narratori ansiosi (giustamente) di successo diano un’ occhiata a queste trasmissioni di segreti: quella radiofonica di Ciampa, questa televisiva della Sampò. Capiranno perché non riusciamo a leggere fino in fondo i loro romanzi. Pur sollevandone la copertina sempre con tanta buona volontà. Sentiamo confusamente (anzi sappiamo, adesso) che il mondo è pieno di storie straordinarie. Perché non ce le raccontano loro? Perché ci costringono a sintonizzarci sul televisore, ad accendere la radio?

A me era servita questa riflessione: per riflettere.
Per vedere con “occhi diversi”.
Cercare storie: per poi ri-modellarle (o anche no: ma questo è un problema di “dosaggio” di cui magari diremo)

E buona giornata
(PS: della trasmissione radiofonica di Ciampa io so niente)

3 – Vedere con “altri occhi”

Una sera d’inverno del 1995.
Da quando mi sono laureato (lavorando), e quindi da quattro anni, mi sono messo a giocare a bowling, ma a livello agonistico. Mi alleno almeno tre sere a settimana, faccio tornei in giro per l’Italia o all’estero.
Le sere che non mi alleno vado in redazione: o lavoro, o scrivo cose mie, sul mac.All’abitudine di uscire tutte, ma proprio tutte le sere, non avevo mai rinunciato, nemmeno quando ai tempi dell’università: mi concedevo mezz’ora, per un caffè, un giro in macchina quando la città dorme.
Una sorta di “premio”.
Quella sera del 1995 però ho un mal di denti fortissimo. E quando arriva mezzanotte, e in casa, ancora svegli, non ci siamo che io, Barone (il mio primo cane), Lilli (la gatta che mi faceva bestemmiare), anziché uscire decido di… guardare la televisione non se ne parla, leggere non ne avevo voglia, scrivere?…
Su una cassettiera tutta mia, di cianfrusaglie, foto, articoli di giornale e chincaglierie varie, scovo un bloc notes nuovo nuovo.
Tra me e me penso: ho peso l’abitudine, oramai, a scrivere, ché al giornale, da un bel po’ di tempo, usavamo i mac. Pensi: Voglio scrivere qualcosa, come facevo una volta.
Traduzione:  più o meno consciamente sapevo che avrei iniziato a scrivere qualcosa per poi distruggerlo.
Con l’auslio di una overdose di novalgina e sciacqui vari, il mal di denti intanto si era un po’ chetato, così dissi che sì, potevo scrivere, va a sapere cosa.
Cosa scrivo?, pensai, non so per quanti minuti.
La fabbrica? Le cose viste facendo il portiere di notte? Un copione?
No, sono i tentativi di sempre, pensai, e intanto la bic (ricordo: era nera) restava sospesa.
A un certo punto mi dico: Raccontami una storia.
Mi sento un po’ scemo, ma dura poco: ché, nel frattempo, la biro ha cominciato a scrivere e io ho quasi la sensazione che non sia il mio cervello a scrivere ma sia la mano.

Sa di antico il mio piccolo bar…

Vedo che scrivo e mi piace non tanto scrivere ma stupirmi di ciò che scrivo; e dopo due, tre ore, o finito di scrivere il primo capitolo de Il quaderno delle voci rubate (che non aveva nessun titolo).
Provai a rileggere. Ho una pessima grafia, io. Certe parole erano ghirigori. Feci delle correzioni, subito.
Poi pensai: domani ricopio sul mac.
E così fu; e nei giorni successivi andai avanti, ma con il mac, secondo capitolo, poi terzo, poi quarto, poi… basta.
Una voce mi stava dicendo: Cazzo stai facendo Remo? Lascia perdere.

Lasciai perdere per qualche mese. Ma il file con quei quattro capitoli non lo distrussi, anzi: ne stampai addirittura una copia e lo infilai in un cassetto.

Mesi dopo, una domenica pomeriggio.
Odio ed ho sempre odiato le domeniche pomeriggio. Hanno un po’ di senso se leggi, o se vai via, se, insomma, fai qualcosa.
Mi ritrovo in redazione, solo. E non ho niente da fare. Ne approfitto per mettere a posto la scrivania e i cassetti. Anche i cassetti, già: dove, e quasi quasi non me ne rammentavo più, trovo i primi quattro capitoli del romanzo.
Penso: Ma come, non li ho ancora buttati via? E penso anche: chissà dove li ho registrati sul computer…
Ma intanto comincio a leggere e, mentre leggo, anzi no mentre rileggo, percepisco una grande novità: mentre in passato provavo una grande noia nel rileggere le cose mie, stavolta no, provo piacere (lo dico ancora con timidezza, credetemi) e ho la sensazione, quasi, che quei quattro capitoli siano cosa scritta da altri.
Non metterti in testa bischerate, Remo.
Ne vedevo di gente che veniva al giornale e diceva: Ho scritto questo, ho scritto quest’altro, ma nessuno che mi pubblichi (qualcuno veniva al giornale dal momento che il giornale, allora, era anche una casa editrice).
Però continuai.
Prima di continuare, però, ripensai a quel sera col mal di denti, alla frase “Raccontami una storia”.
Dovevo raccontarne altre.
Poi ripensi che forse, quella frase, la dovevo a qualcosa e a qualcuno.
Sì, la dovevo a un articolo su Repubblica di Beniamino Placido.
Grazie a quell’articolo avevo capito che quel che più conta per uno scrittore sono gli occhi: il saper vedere la vita degli altri con “altri occhi”.
Ne dirò presto, spero.

2 – Pensavo a uno scrittore…

Tra il primo romanzo interrotto, scritto a 23 anni, e l’inizio della stesura de Il quaderno delle voci rubate, pallottoliere alla mano, corrono quindici anni.
Per quindici anni il sogno di diventare uno scrittore io l’ho abbandonato.  Scrivevo e distruggevo copioni teatrali, poesie, un’infinità di primi capitoli di possibili romanzi. Poi scrivevo lettere agli amici. E avevo (ho ancora) agende piene zeppe di appunti con, anche, brani ricopiati da alcuni libri (Pratolini, la Allende, una pagina di Un uomo della Fallaci, tanto Pirandello, Artaud, Berto…).
Rifiutavo di leggere i contemporanei, forse perché volevo pensare a cose passate. Però scoprii Bukowski, quando ancora non era un’icona da quattro soldi dei compagni di sbronza.
Era, a mio avviso, altro: l’erede dei poeti maledetti o della scapigliatura.
Scandalizzare i buoni borghesi, insomma, ma non solo: meglio l schifezze, che si vedono, di un barbone rispetto alle schifezze, nascoste e mascherate, dei buoni americani.

Comunque: addio sogni di gloria letteraria, per anni e anni. Che poi: gloria letteraria, allora, per me significava una sola cosa: pubblicare un libro, non importa(va) con chi.
Insomma, quando a Vercelli vidi Lalla Romano e Vincenzo Consolo e Manlio Cancogni pensai che fosse gente fortunata. Scrivevano storie. Erano quello che io avrei voluto diventare,  ma senza riuscire.

… ma nella mia testa la figura dello scrittore non coincideva con le immagini di Lalla Romano, Consolo, Cancogni….

Ho una quindicina d’anni. Guardo la televisione insieme a mia madre che guarda e cuce.
C’è un film americano di cui, ora, non rammento, né l’inizio né la fine Nè il titolo.
Ma rammento – e bene – alcune immagini: dello scrittore che, ogni mattina, va a controllare la cassetta della posta per vedere se una casa editrice ha preso in considerazione un suo manoscritto.
Vede che non c’è nulla, guarda il vuoto, ma poi torna in casa: e continua a scrivere, lui.
Ecco, quello era per me lo scrittore. Nella mia testa lo è ancora.
Uno che aspetta. Uno che sogna. Uno che scrive.

E quando, avevo 38 anni giorno più giorno meno, comincio a scrivere Il quaderno delle voci rubate, non penso che lo finirò.
Non mi sentivo nemmeno all’altezza dell’aspirante scrittore che, ogni mattina, aspetta.
E’ per caso che iniziai a scrivere Il quaderno, che, ricordo, è un libro messo in vendita solo a Vercelli e che io ho regalato a tanto amici blogger. E’ per caso e non per caso, anche.
Ma di questo ne dirò, spero presto.

1 – I miei libri [minchiate giovanili]

Voglio, o vorrei, ché ci sto ancora pensando, raccontare, qui, a puntate (ma cose brevi, cinque, sei capitoletti) la storia dei miei libri, come sono nati, a chi li ho fatti leggere, gli editing e i non editing, i grandi mal di pancia, quanti soldi ho guadagnato e quanti soldi ci ho rimesso, alcuni retroscena.
Magari senza fare nomi, non per altro: ho già tante altre grane di mio e poi l’iportante, in alcuni casi, è il problema; dire un nome e un cognome, spesso, serve a niente.
Magari serve a chi vuole scrivere, magari interessa.

Parto da lontano.
E’ il 1979.
Ho ventitré anni. Mia moglie (ora ex, sono risposato) è incinta. Io ho qualche problema di salute. Lavoro in fabbrica. Sono un sindacalista Cisl (metalmeccanico, carnitiano. Ho messo da parte l’idea di lavorare e studiare.
Una domenica prendo la macchina da scrivere Olivetti e inizio a scrivere una storia che non ho mai finito.

A settembre, svegliarsi alle cinque del mattino non è più piacevole degli altri mesi dell’anno, ma questo viale lungo lungo che conduce all’entrata della fabbrica è così pieno di foglie secche che, quando le calpesti, non ti fanno passare il sonno ma, almeno, ti fanno apprezzare un po’ la vita. Chissà, forse sto pensando così perché sta albeggiando, e poi mi sento allegro perché oggi è giorno di paga, e poi mi piace guardare il cielo quando in cielo ci sono, insieme, ancora per un po’, il sole e la luna… ma meglio non esagerare con queste felicità mattutine: il cancello d’entrata della fabbrica ormai è vicino

…. sono undici cartelle, in tutto, spazio uno. Con correzioni a penna biro.
Non continuai, non ricordo perché lo misi da parte, quell’abbozzo di racconto, ma non ricordo nemmeno perché non lo distrussi, perché io, dai venti ai trentott’anni, quando iniziai a scrivere “Il quaderno delle voci rubate” non ho fatto altro che scrivere e distruggere, scrivere e distruggere.

Da ragazzo, e anche poi, avevo scritto poesie, orribili.
Una di queste è citata nel romanzo interrotto dei miei vent’anni.
Ma risaliva a tre anni prima, quando di anni ne avevo diciassette (siate benevoli, quindi).

I miei occhi hanno pianto e le mie mani tremavano
ma a loro questo non importava
ed hanno preso la mia valigia, ed hanno preso i miei ricordi.
Il mio cuore palpitava di rabbia
ma loro hanno riso
ed hanno letto per la strada, deridendole, le mie poesie.
Il mio biondo amore mi è passato vicino
ma non mi ha riconosciuto
ed ho implorato sette volte la morte.
Poi un mio compagno è accorso in mio aiuto
ma anche lui è stato umiliato
e dalle mia lacrime e dal suo sangue è nato un fiume.
E i miei occhi piangevano e le mie mani tremavano
e loro ridevano di noi
e ci hanno insultati, denudati, picchiati
Ma dal sangue nasce un pugno
che è giustizia, vendetta e amore
e nulla, nemmeno loro
lo fermeranno.

Insomma, in quel libro interrotto, scritto a vent’anni, avevo riesumato una poesia scritta a diciassette, nel mio momento “comunista”.
Ricordo ancora che la scrissi e poi andai al bar, frequentato da ragazzi che militavano nel Movimento studentesco (erano stalinisti, quindi; io no, sempre stato antistalinista).
Comunque.
Dissi loro.
Scommetto che non la conoscete questa, è di Pablo Neruda.
La lessi.
Bella cazzo, disse uno di loro, con cui litigavo spesso (io gli dicevo, Viva gli anarchici e i trotzkisti, abbasso Stalin).
Sorridendo, gli dissi: L’ho scritta io.
Gli piacque lo stesso.
A vent’anni, certe minchiate piacciono.

Stesso anno. Sono a Cortona. Ammazzano il maiale. E’ inverno, fa u freddo infame. Siamo tutti davanti al camino, che riscalda. A un certo punto mi bruciano gli occhi, così esco e vado in aperta campagna.
Fa freddo, sì, ma mi piace sentire il vento sulla faccia, e penso una cosa, che scriverò quel giorno stesso

Se il vento fosse nero, io l’amerei lo stesso
se invece fosse rosso, l’ammirerei per ore
se il vento fosse piccolo me lo porterei appresso
e se fosse una donna io ci farei l’amore.

Minchiate giovanili, insomma.
Di cui però ero consapevole.
Solo una ventina d’anni dopo, nel 1994, decido di provare a scrivere una storia.
Il quaderno delle voci rubate, insomma.
Il mio libro quasi fantasma, che è uscito solo a Vercelli.
Ma ne dirò tra qualche giorno, se interessa.

e quando (anche) Face sarà archeologia?

Sulle mie pagine e sui miei post, il contatore interno di wordpress mi dà questa classifica:

1495 visitatori a FOTO
1460 a MIEI LIBRI
1400 a SILENZIO PER MARIASTROFA
1371 a INCIPIT DI CUI NON SI SA
1290 a SU DI ME
1036 a VITA, AMORI, RICORDI: OGGI INSOMMA
872 a LO SPECCHIO
849 a RACCONTI A QUATTROMANI SI VOTA.

Allora, come sapete sono anche su Face (dove i post del blog vanno in automatico, vengono replicati, quindi). E da Face, vedo sempre dal contatore, arrivano visitatori, qui, che vanno a vedere soprattutto la pagina delle mie Foto.
Da quando c’è Face, comunque, il numero dei visitatori del blog è… indecifrabile.
Di sicuro è sceso.
A voltre però ci sono picchi superiori al passato (con 800 visitatori al giorno), ma son più i giorni in cui viaggio al di sotto dei 400.
Prima di Face avevo una media di 600.
Che i network stiano, uccidendo, poco a poco i blog?
Io preferisco lo strumento blog. Ma sapete qual è – a mio avviso, certo – il grande vantaggio che ha Face?
La velocità.
C’è chi su Face passa le sue giornate, che è come una chat di gruppo folle, dove c’è gente che dice di tutto e mescola la politica ai bisogni corporali.
Ma su Face basta poco per “esserci”.

Mercoledì, sono su Face. Ricevo un messaggio. Da Marialuisa Giordano, conduttrice di Radio onda d’urto. Che è a Brescia, ma in rete è dovunque. Si parla di De Andrè. Intervengo, dico due cose. Poi ascolto: autori siciliani e sardi che hanno rielaborato De André in, appunto, siciliano e sardo.
Tutto questo in tre quarti d’ora.
Cosa vedremo tra due anni in rete quando anche Face sarà archeologia?