son giorni così, questi

I giorni di pioggia insistente son giorni brutti.
Il disagio del freddo alle caviglie sale su e raggiunge gli occhi, avvolti dal grigio.
Ma i giorni in cui non ci si può ribellare al tempo – dire: questi cinque minuti sono per o per o per – sono i peggio giorni.
Ti svegli con un senso di pesantezza, t’addormenti e non t’importa se sognerai.
Son giorni, così, questi.
Di corse e rincorse: sulle cose non fatte, e che sono da fare.
E poi.
C’è un proverbio cinese che dice: Il cacciatore che insegue due prede le perderà antrambe.
Ne sto inseguendo tre, quattro, cinque.
Farei bene ad ascoltare quel proverbio. Fermarmi.
Solo che – almeno stavolta – fermarsi è facile: da dire.
E poi c’è questo lavoro che è come la pioggia, o almeno.
Anni fa odiavo andare dal dentista.
Ora no, meno: so che se vado dal dentista avrò almeno mezz’ora di anticamera in cui potrò leggere. A meno che non squilli il cellulare.
(Succedono giorni così, e son “grappoli” di giorni, mica uno solo. E non va bene, non va bene).
Buona giornata, comunque

e mi scusino tutti quelli a cui non ho risposto alle mail

e lei piangendo gli regalò parole

Scriveva poesie, racconti.
Le e li regalava agli amici, alle persone che le piacevano.
E le piaceva tanto sentire che le sue parole, quando venivano lette, ad alta voce o in silenzio, arrivavano al cuore.
Regalava parole, lei, le sue parole.
E aveva un diario segreto: di lacrime e amori.
Un giorno – pensava – vorrei regalare anche queste pagine.
Aveva – poi – un dubbio: sulle lettere che scriveva agli amici; lettere che, ma era un segreto solo suo, prima di affrancare e spedire, fotocopiava così da conservarne un’altra copia;  potrò, si chiedeva, regalarle un giorno ad altri?
Pensava: le tengo, così le regalerò quando sarò vecchia.
E viveva felice, di scrivere e farsi leggere e regalare le sue parole.
Che importa un libro? che importa guadagnare?
A lei bastava questo: regalava parole, e si nutriva, poi, di un complimento di una lacrima, di un grazie.
Scriveva per gli altri.
Per il loro sorriso.

Sì, lo sapeva, quel ragazzo era innamorato di lei, da anni.
E lei, a lui, non aveva mai donato una parola (né carezze, mai).
Pianse tutta notte quando seppe che lui era morto, così giovane, così infelice.
Scrisse la lettera più bella, quella che nessuno mai avrebbe letto, una sola copia stavolta, scrisse piangendo: ché da lei e da loro, da quella carta e da quelle parole, si sarebbe dovuta separare, per sempre.
Quando stavano per chiudere la bara sorprese tutti: con un gesto veloce della mano infilò la lettera più bella nella tasca di lui.
Nel buio più buio, forse.
Dove le parole si possono toccare.

(un episodio visto nell’agosto del 2005.
nella bara c’era il mio giovane, infelice fratello Moreno.
lei, piangendo, gli regalò parole)

per un cane

quando piove, succede a me, succede a tanti, succede da sempre che si pensi ai morti.
persone.
cani.
gatti

Per un cane

Sei stato con noi per undici anni / Una sera siamo tornati: / eri disteso davanti al cancello, / il muso nella polvere della strada / le zampe già fredde, il dorso / tiepido ancora.
Ora sei tutto / nella buca che ti abbiamo scavata.
Ma gli undici anni / della tua umile vita / il gemere / per ognuno che partiva / il soffrire di gioia /per ognuno che ritornava / e verso sera / se qualcuno / per una sua tristezza / piangeva / tu gli leccavi le mani: / oh gli undici anni del mio amore / tutto qui /
sotto questa terra / sotto questa pioggia / crudele?
Esitavi / sulla ghiaia umida: / sollevavi / una zampa tremando /
Ora nessuno ti difende / dal freddo / Non ti si può chiamare / non ti si può più dare niente /
Sole le foglie fradicie morte / cadono su questo pezzo /
di prato.
E pensare che altro rimanga / di te / è vietato: / di questo il nostro assurdo / pianto si accresce.

Per un cane, di Antonia Pozzi,
dal libro
Parole,
Garzanti (424 pagine, euro 14,50)
E buona domenica

credetemi: mi spiace

mangiando un panino con formaggio e verdura (sperando che non arrivi nessuna telefonata)

… ci sono rimasti male, la scorsa notte, il mio cane e il mio gatto nel vedere che sono crollato davanti al monitor del pc; sono abituati, di notte, da mezzanotte alle cinque, ad entrare e uscire in giardino, i due; se il portinaio non funziona, si deprimono
… ci sarà rimasta male tutta quella gente che attende da me, e da tempo, un giudizio su un manoscritto, su un racconto; aumentano ogni giorno richieste di questo genere e, piano piano, sto dicendo una cosa che, quando ero un aspirante scrittore, giudicavo odiosa, tutte le volte che uno scrittore più o meno affermato (la) diceva: Scusa ma non ho tempo.
(Il mio primo libro e il mio secondo libro furono letti da due scrittrici editor: riuscii a far breccia nel loro tempo).
… ci restano – giustamente – male le persone che ho conosciuto in questi anni grazie a questo blog: perché io da loro ricevo, magari un biglietto scritto a mano per Natale, magari una bottiglia di Primitivo o di Moretta Fanese, magari una mail, magari – ed è successo ieri – una consulenza preziosa; bene, io ricevo e in cambio posso solo, in questo momento, chiedere scusa: ché non sono padrone del mio tempo

(ci sono rimasto male anche io, stanotte. Ho aperto un file, letto un pezzo di un racconto; l’ho cancellato, non mi convinceva; ho provato a scrivere un incipit, poi due, poi tre, poi mi sono addormentato. Ignobilmente).

( ma alle mail, o ai messaggi su Face, Splinder, Anobii prima o poi rispondo. O almeno spero, che a volte, ultimamente, mi è successo di ricordare di non aver risposto a questo o quello.
Ma son giorni di tempo bastardo, questi.
farò i salti mortali, la prossima settimana, per rispettare due impegni presi da tempo)

il panino è finito: e anche il post

E poi: c’è questa intervista (al sottoscritto)

E Luciana?

Ho cambiato bar, ieri mattina.
Desidera?
Un caffè ristretto, grazie.
Poso un euro, in attesa del caffè, e mi giro verso i clienti, ai tavolini; ci sono sei sette persone, ma conosco nessuno penso, del resto, penso ancora, questo è un bar nuovo.
Mi ri-giro, e il caffè è servito.
Appena porto la tazzina alle labbra mi sento sfiorare da qualcuno, sulla spalla.
Qualcuno che, appena mi volto, mi dice: “E Luciana?”.
A questo punto il… sogno è finito.
Era un sogno.

Il bar esiste. Io pure, ho il sospetto di esistere.
Chi mi ha detto “E Luciana?” non so.
Nei sogni a me capita spesso di vedere persone senza volto, oppure di ricordare un volto che sembra una foto terribilmente sfuocata.
E Luciana?
Esiste?
Quante ne conosco?
Nemmeno una, ho pensato ieri mentre andavo a lavorare.
Devo dire la verità: durante il giorno non è che ci ho pensato molto.
Prima di arrivare in redazione ho incontrato un avvocato (che non è il mio), poi, a parte due telefonate a due amiche, una che sta in Romagna e una che sta invece nella mia città, non ho fatto altro che lavorare, rispondere al telefono, rispondere alla posta elettronica, il mio solito giorno di lavoro, insomma, che inizia un po’ prima delle 11 di mattina e termina verso le 23 tra menabò, riunioni, titoli da passare.

E Luciana?, mi sto domandando ora, da un po’, che è notte fonda e il cane e il gatto, stranamente, stanotte dormono e non fanno avanti indietro dal giardino scambiandomi per il loro portinaio.
Forse so chi è Luciana.
C’è una Luciana nella mia vita, e forse è anche la donna più importante della mia vita.
C’è un ma:
ma io, questa Luciana, non l’ho mai vista.

Era duro il lavoro nei campi per i mezzadri. Una giovane copia, Franco e Nella, lavorano in podere con viti, ulivi, grano. Si sono appena sposati.
E’ il 1955.
Nella resta incinta. Ma lavora anche. Ha trent’anni, è da quando aveva sei anni che porta al pascolo maiali o pecore. Ed è una donna forte: sa sollevare da terra una balla di grano da un quintale e se la porta sulle spalle.
Roba da uomini: forti.
E’ incinta, certo, e un po’ si riguarda, ma deve comunque lavorare.
Non mangi se non lavori, quando sei a mezzadria.
Sotto il sole o la pioggia. C’è abituata, lei.
Una sera, però, si sente male. Franco corre, chiama il dottore che arriva, visita Nella e le fa una visita ginecologica, perché vede che ha perso sangue.
No, non ha perso sangue: ha perso la bambina.
La chiamarono Luciana, nata morta (e prematura: doveva venire al mondo a gennaio, credo, del 1956).
Era l’autunno del 1955 quando sotterrarono il corpicino di Luciana nel cimitero di Sant’Angelo vicino a Cortona.
Un anno dopo, settembre 1956, sono nato io.
Per caso.
Certo tutti nasciamo per un caso. Un incontro tra due persone.
L’incontro casuale delle due persone che mi hanno messo al mondo avvenne perché Luciana lo consentì, morendo prima del tempo.
Nasciamo tutti per caso.
Io per un caso, come tutti, e per Luciana.

foto-bassini

nenti sacciu (bastardo posto)

bastardo posto, il mio prossimo libro, è un libro che ho scritto malvolentieri.
mi si torcevano le budella, mentre scrivevo.
mai successo prima.
bastardo posto parla di mafia e di mafie in una città imprecisata.
in realtà il posto è preciso: la mia città, le vostre città.
del sud come del nord e del centro italia.
la mafia al nord non è certo uguale a quella del sud.
qualcosa di uguale c’è, però.
è arricchita, fecondata, rinforzata dalla sua grande, schifosa complice, che è l’omertà.

anni fa a Vercelli morì un ragazzo. secondo la questura, che se ne occupava, era una disgrazia, secondo i carabinieri, che avevano fatto solo alcuni accertamenti, ci poteva essere qualcos’altro.
insieme a un mio collega andai sul posto, poi cercammo testimonianze, racconti tra la gente d un paio di piccoli e tranquilli paesi del ricco nord.

nenti sacciu.
già, non eravamo in Sicilia, ma mentre chiedevo, o vedevo la gente chiudersi in casa, o la vedevo che mi spiava da una finestra, pensai a nenti sacciu.
e pochi giorni fa, proprio pochi giorni fa, ho saputo che un politico – e un politico, anche se fa ridere, dovrebbe essere al servizio della gente – a proposito di un’ingiustizia ha detto: Non possiamo farci niente, ci metteremmo contro i poteri forti.
la gente tiene famiglia, insomma: dalle stazioni sciistiche del nord ai paesini dell’entroterra di Sicilia e Sardegna; ma lì, almeno, c’è una paura avolte giustificata.
lì t’ammazzano.
altre volte, troppo spesso, la paura è egoismo.
meglio non vedere e non sapere e soprattutto meglio convincersi: che tutto va bene.
e infatti va bene se si fa come gli struzzi.
poi ci sono le eccezioni, che per lo più sono i calpestati.
quelli che quando vanno  dormire pensano di essere soli, pensano di vivere in un bastardo posto.

una storia sbagliata

lo so lo so, è una storia sbagliata, questa, che non si dovrebbe.
ma li ho rivisti, abbracciati, e son quasi vent’anni che Luca e Maria li vedi così, a spasso, abbracciati, che parlano tra loro senza badare agli altri perché tra loro l’affetto è tanto, da sempre.

più o meno vent’anni fa, era sera, passai davanti a casa loro.
Maria era fuori, anche se inverno, senza cappotto o piumino, in strada.
Tremava Maria. Aveva anche la stanghetta degli occhiali rotti.
lui l’aveva riempita di botte.
dissi, Che stronzo…
mi disse, Aspetta che ti spiego una cosa, mi disse una loro vicina di casa.
mi disse, Non conosci Maria.
mi disse, Non conosci Luca.
mi disse che lui, Luca, era un bonaccione, incapace a vivere senza di lei. e che lei, in casa, e soprattutto quando arrivavano ospiti, lo umiliava, sempre.
Maria, lingua tagliente, gli diceva Stupido ciccione, fallito, e lui, Luca, timido, era incapace di reagire.
e non reagiva tutti i giorni, o quasi.
perché Luca, un paio di volte l’anno, esplodeva e spaccava tutto e metteva pure le mani addosso a Maria, sbattendola fuori di casa.
ma poi, mi disse la loro vicina, tornano a cinguettare, ché non sanno vivere luno senza l’altro, lei così serpente, lui così babbacchione che ogni tanto esplode, e non sa controllarsi.

io la rividi un’altra volta, fuori dall’uscio, che tremeva.
li ho rivisto ieri sera, abbracciati

buona domenica

come vengono le storie

Fabrizio De André raccontava che l’idea per scrivere La canzone di Marinella gli venne leggendo un trafiletto anonimo di un giornale locale di Alessandria.
Si leggeva, nel trafiletto, che una prostituta, rincasando, era scivolata nel fiume, ed era annegata.
Ecco, io credo che certe storie nascano così. Da uno spunto: ché le storie, invece, se sono tratte dal vero sono cronace, se invece sono ispirate a cose già viste o lette sono storie disoneste, e se invece sono l’ammirazione e la descrizione del proprio ombelico sono patetiche.
Quando parlo dei bar, e delle storie sentite nei bar, non penso, poi, a una loro codificazione in racconto; sono gli spunti, che servono, bastano quelli: ma vanno bene anche gli auotobus, i treni, le finestre: vedendo dall’alto si possono cogliere storie…; oppure i ricordi: avvolti dalla memoria che, minuto dopo minuto, si oscura, anche se impercettibilmente, anche lì, o forse soprattutto lì, nei ricordi, si annidano spunti.
Insomma: per scrivere non serve avere avuto una vita avventurosa come quella di Rimbaud.
Può bastare quella di Pessoa, movimentata dentro…
E ci son canzoni che sono storie in miniatura, questa per esempio

Ma di Lella, son convinto, i romani preferiscono la versione di Lando Fiorini.

Segnalazione.
Recensione della mia raccolta di racconti Tamarri su Via delle belle donne.

juke boxe: dall’1 al 16

quando avevo venti e pochi anni in più attraversai il periodo più nero della mia esistenza. Non fu lungo ma fu nero.
ricordo, però, che dicevo sempre: Però ogni giorno mi consolo con la musica.

Mi piace la canzone d’autore, il rock, il jazz, la musica classica e anche qualche opera lirica, la Butterfly in particolare (ho le cassette con l’interpretazione della Callas).
seguo poco, adesso, cosa esce o i gruppi nuovi, non ho tempo.
son rimasto ai Modena city rambler’s (e prima ancora).
comunque.
in questo albergo di un centro tra Milano e Bergamo ho pensato due cose.
la prima: che tanti post, questo per esempio, se esistesse ancora Cuore, rischierebbero di finire nell’apposita rubrica E chi se ne frega?

la seconda cosa che ho pensato, è questa.

che io  su un’isola deserta vorrei un juke box personale per esempio con queste canzoni

1. Memory.
2. The way we were (ogni tanto lo rivedo il film con Redford e la Streisand).
3. Canzone della bambina portoghese (di Guccini; la sento un po’ come un inno non alla vita ma sulla vita).
4. Ne me quitte pas (Jacques Brel).
5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15 De Andrè (almeno).
La sedicesima è ancora di De Andrè, ma io, scandalo (?), preferisco che sia  Zucchero a cantare che ha vista Nina volare.

il processo

Per la prima volta pubblico un post, chiudendo l’opzione commenti (solo a questo s’intende).
Allora, il post. Molti di voi lo sanno, scrivi libri e scrivo su un giornale, che dirigo: La Sesia, di Vercelli, che fu fondato nel 1871.
Quello che segue è un articolo del mio giornale. E che mi riguarda.
Fa parte della mia vita quello che leggerete.

Mercoledì 4 febbraio, con l’audizione dei primi testimoni, si apre al Tribunale di Treviglio, sezione del tribunale di Bergamo, davanti al giudice Patrizia Ingrascì, il processo contro il direttore de La Sesia, Remo Bassini. L’accusa è diffamazione a mezzo stampa (per una serie di articoli, primo tra tutti, quello intitolato Mandate via quel primario), i querelanti sono il primario di Oncologia, Elvira De Marino, e il marito della stessa, ingegner Giovanni Luigi Domenico Ciocca.
La richiesta danni è ingente: nel caso dovesse perdere il direttore de La Sesia, Bassini, dovrà risarcire la dottoressa De Marino (e il marito) di circa 300mila euro (comprendendo le spese legali).
Pubblico ministero del processo è la dottoressa Lucia Trigilio, del tribunale di Bergamo.
Remo Bassini è assistito dall’avvocato Roberto Rossi, Elvira De Marino, dall’avvocato Paolo Comoglio.
La Sesia riferirà con obiettività, e il legale della querelante potrà intervenire per precisare, ogni qual volta che lo desidererà.
Riporteremo, come detto, fedelmente la cronaca del processo, testimonianze comprese (di pazienti, medici, infermieri, giornalisti, sindacalisti, amministratori). Dei pazienti oncologici chiamati a testimoniare La Sesia riporterà quanto dichiareranno, ma ometterà il loro nome.

non ci sono prove, non si può far nulla

Una giovane donna che vive sola, una sera, rincasando, trova tutto sotto e sopra. Si spaventa da morire, pensa, E se avessi trovato i ladri in casa? Poi va a far denuncia, le dicono:
Saranno stati gli zingari.
Anni fa andai anche io a fare denuncia: di notte (ero al giornale, faccio rari strani io), uscnedo, trovai la mia auto forzata. Il danno era soprattutto la serrattura e il vetro infranto. No, anche il furto: una autoradio, un paio di scarpe da bowling, una sciarpa (mi spiacque assai), regalo di mia figlia. Andai a fare denuncia, mi dissero: Saranno stati gli zingari.

Ci sono casi di donne perseguiate da psicopatici.
Ne ho letto qui, su sorelle d’Italia;
ne parlai qui, su nazione indiana.
Se la donna, disperata, va a chiedere aiuto alle forze dell’ordine solitamente (dico solitamente, ché a volte si trova qualche maresciallo dei carabinieri di buona volontà) si sente rispondere che
Non c’è niente da fare.
Già.
Come chi ha una persona violenta in casa.
Assistenti sociali, centri del porco giuda, poliziotti, giornalisti anche: La risposta è sempre: Non c’è niente da fare.

Oddio.

Anni fa a Vercelli successe questa cosa. Comparvero delle scritte, tutte firmate, diciamo con un nick.
E le scritte erano poco carine nei confronti del sindaco di allora.
Anzi no, erano pesanti.
Successo questo.
Che ci fu una bella mobilitazione, con pedinamenti, web cam che di notte potessero beccare con le mani nel… pennarello l’autore delle scritte (anche intercettazioni quando capirono chi era…).
E in effetti quella volta giustizia trionfò.
E l’autore delle scritte fu smascherato.

Ma tra una donna minacciata, minacciata per davvero, magari per anni, e delle scritte, diciamo pure offensive, diciamo pure cattive, diciamo pure velenose, cos’è peggio?

Diciamo che la colpa è degli zingari e non se ne parla più.

PS Perché sono partito dalla giovane donna che vive sola; perché la giovane donna che vive sola poco tempo fa ha letto sul giornale che dei ladri sono stati smaschrati grazie al rilevamento delle impronte digitali.
Lei mi ha chiesto: e come mai da me non sono state prese le impronte? Per me il danno è stato ingente.
C’è da pensare male, della giustizia che è uguale per tutti. C’è da pensare che se a un poveraccio rubano 300 euro, e per quel poveraccio quei 300 euro sono di vitale importanza, 300 euro non sono nulla al confronto di una collana di perle che può far piangere una signora dell’alta società, he non ha certo problemi di sopravvivenza. La legge può mica fare le proporzioni.

la vita e i racconti: nei bar

Allora è confermato, Bastardo posto, il mio quinto romanzo, esce a maggio. E’ la prima volta che pubblico due libri consecutivi con lo stesso editore, e cioè con  la Newton Compton (editore ccon cui ho pubblicato La donna che parlava con i morti).

Su consiglio, direi insistente, di alcuni amici, ho proposto Il quaderno delle voci rubate – tentar non nuoce – a due grossi editori, per una possibile ristampa. E’ un libro praticamente invisibile Il quaderno: uscì a Vercelli e solo a Vercelli nel 2002 (era un omaggio agli abbonati del mio giornale) e poi ha avuto una piccola risonanza in rete, perché ne ho regalate, ad amici e blogger, una settantina di copie.
Alcuni – e mi spiace che lo abbiano fatto -, alcuni dicevo (altre cinquanta persone o giù di lì) lo hanno invece acquistato on line, dal sito del giornale La Sesia di Vercelli.

La cornice (il contesto, la scenografia che sta dietro) del Quaderno è il bar, il bar di un paese che esiste solo nella mia testa: quel paese non è nient’altro che una sorta di sintesi dei luoghi della mie esistenza: Vercelli e Cortona.

Ho letto il primo libro di Steinbeck, in un bar, una mattina di gennaio; ho fatto il cameriere in un bar, avevo 17 anni; ho conosciuto la mia prima moglie in un bar (dopo una manifestazione studentesca); ho scritto parti de Il quaderno e parti de Dicono di Clelia, in un bar; ogni sera, con mia moglie Francesca, andiamo in un bar, a leggere.
Quando frequentavo l’università a Torino (il mattino) e lavoravo in fabbrica (il pomeriggio), prima di prendere il treno andavo al bar della stazione, lo gestiva un mio amico, aprivano prestissimo, ricordo che si incrociavano prostitute che dovevano rincasare e pendolari assonnati, io, prima di prendere il treno, mi condevo mezz’ora al bar.
Stesso rituale: un pacchetto di Ms, un caffè e poi un altro, due canzoni al juke box (era il 1983, mettevo sempre Vacanze Romane dei Matia Bazar e un De André a caso) e leggevo il giornale, ché poi sul treno avrei studiato.

Però non ero un elemento da bar. Uno che sta in un tavolino, legge, beve caffè, non è un elemento da bar.
Ma così facendo ho sentito storie, nei bar, e ho visto piangere, nei bar.

Dicevo di Bastardo posto, il mio quinto romanzo. Manca ancora la copertina, insomma c’è ma non c’è; ma per me è cosa quasi archiviata.
Certo, lo presenterò, sarò contento se il libro andrà bene e mi deprimerò per le critiche, ma è così, sarà così, tra una presentazione e l’altra (ne farò poche, comunque).
So di essere invidiato, da molti.
So che dovrei essere contento.
E invece, io, non lo sono e non lo sarà mai.
Forse per questo sto pensando  sto già scrivendo qualcosa di nuovo.
Un romanzo storico, “salgariano“, ed è una scommessa, devo prima prepararmi, studiare.
E dei racconti: tratti dalle cose viste e sentite nei bar, da quando avevo 17 anni a ieri sera.
Stavo leggendo un libro, ieri, sera, in una piccola e bella birreria di un paese vicino a Vercelli. Lo stavo finendo. E c’era una bella ragazza con una voce squillante che mi impediva di leggere con attenzione (Francesca no, lei era tutta presa un libro di Marco Venturino).
Quando ho finito di leggere la ragazza si è zittita: giuro: nemmeno una parola, poi.
L’ho guardata pensando, e parla no?
Nei bar succedono le stesse cose che succedono nella vita, insomma.
(Mi han detto, ma non s se è vero, che anche Piero Chiara frequentava i bar di Luino ed ascoltava storie…).

Dimenticavo: ho sognato amori, nei bar.

Vi segnalo Incipit, gioco narrativo, sul blog di Claudio Martini (autore de I racconti del ripostiglio, Besa editrice)