dalla pancia del blog/1: parole che stridono

Questo, con altri cento e più, è un post non pubblicato. Era nella pancia del blog, l’ho tirato fuori, ora. L’avevo scritto il primo luglio del 2008

Nella piazza del borgo medievale che dà sul mare ho cercato l’angolo più lontano, così da non sentire voci, rumori, risate.
E stamane, camminando, ho fatto di tutto per passare inosservato.
Certe volte il desiderio più grande è quello di sentire il rumore del vento o quello dell’acqua di un fiume o di un torrente che scorre e che corre.
Ché le parole è come se stridessero.

Natale 2013

Quando ero piccolo ero povero e come per tutti i bambini poveri la vigilia di Natale era il giorno più bello dell’anno. Anche l’ultimo giorno di scuola, però, era il giorno più bello dell’anno. Insomma, erano due. Profumavano, entrambi, uno di neve, anche se non c’era, l’altro di sole. Quello, che io ricordi, c’era. Buon Natale

PS Da grande, mi è sempre piaciuto, la notte della Vigilia, scrivere. Lo farò anche stanotte. Sto per finire un giallo-denuncia contro le multinazionali del farmaco e contro il progresso che avanza: nucleare, ogm, pesticidi. Penso proprio che lo finirò stanotte.

Ciro Paglia ricordato da Paride Leporace

di Paride Leporace

 

Con Ciro, per Ciro,su Ciro. Ciro Paglia non e’ più’ tra i vivi ma la sua firma resta nei giornalisti giornalisti.
In un mio pensato ma mai realizzato libro sui grandi giornalisti non celebrati dal sistema dei media il nome di Ciro Paglia era impresso a chiare lettere.
Il mio primo incrocio con la sua firma fu da imberbe cronista degli anni Novanta quando lessi un suo strabiliante reportage per il Mattino nella mia Cosenza, articolo custodito nel mio lontano archivio bruzio e che mi brucia domani non possa essere pubblicato in qualche giornale calabrese. Aveva portato al suo seguito uno di quei brillanti giovanotti che hanno sempre fatto parte del suo seguito e con cui va ancora avanti un’amicizia professionale e umana.S’illudeva di poter far aprire una redazione calabrese del Mattino per aggredire il monopolio della Gazzetta del Sud, ma le buone idee nei giornali non sempre sono ascoltate da chi ha i cordoni della borsa. Nel mio archivio c’è anche una straordinaria intervista a Franco Piperno sui primi anni di Ciroma. Paginate dell’Europeo di vibrante giornalismo colto e tosto in grado di capire mutamenti e saper raccontare. Chi s’immaginava che Ciro Paglia era andato a Parigi nel Sessantotto per vederle da vicino le barricate della più’ rutilante rivoluzione giovanile del secolo breve. Il destino riserve sorprese incredibili. E unendomi in sodalizio con mia moglie Lucia scopri’ che era stato il suo maestro, uno dei più’ decisivi.
Ciro Paglia era stato cronista da giovane. Conosceva e amava Napoli come l’Evaristo Carriego di Borges conosce i quartieri di Buenos Aires. La cronaca precisa e data. I fatti. La cultura e la mediazione con il pubblico. Una carriera in salita in un giornale complesso. Era il caporedattore del Mattino la sera del 23 novembre 1980 quando il terremoto feri’ l’Osso del Mezzogiorno e tutta la Campania. Di turno al giornale è lui che si rende conto che sono saltate le comunicazioni ufficiali di mezzo Meridione e che deve raccontare un racconto epocale. Tra le sue decisioni l’ordine in tipografia e in distribuzione di portare gratuitamente il giornale a chi bivacca terrorizzato nelle piazze di Napoli. Contribuirà a scrivere il celebre titolo “Fate presto” che sarà fonte di ispirazione per artisti di fama internazionale. Per settimane dormirà in una stanza di un grande albergo adiacente alla redazione di via Chiatamone per non perdere tempo negli spostamenti con la sua casa napoletana e seguire il giornale con determinazione. Nel fascicolo del trentennale del terremoto ho avuto l’onore di ospitare il suo contributo testimonianza in un fascicolo rievocativo del Quotidiano della Basilicata.
La sua vita fu un romanzo. Attraverso’ con dignità e fermezza vicende noir personali che scossero Napoli e il Mattino. Nell’avvicendarsi dei ruoli fu sempre grande giornalista. A Campobasso, a Salerno, a Roma. Un combattente mai domo amante della vita, meridionalista vero, libertario a modo suo, divoratore di libri, analista secco e preciso, mai prono al pensiero unico. Durante Tangentopoli scelse la strada del torto. L’unico che non abbandono’ mai al suo destino De Lorenzo caduto nel fango adoperandosi a tentare di smontare la canea giudiziaria ordita tra procure e redazioni. Rispose all’Inferno di Giorgio Bocca con un libro bellissimo sul Nord altrettanto infernale. Un lupo di redazione. Uno di quelli che da tre righe di comunicato comprende che dietro c’è una notizia che dura sei giorni. Comandante dalle parole giuste. L’analisi sempre utile ma con il sorriso presente e la battuta partenopea ferma nel segnartela.
Decise con l’amata Stefania di ritirarsi nella verde campagna umbra di Bettona in un buon retiro che in questi anni è stata una comunità separata di spiriti liberi di ogni sorte e contrada. Con Lucia quando siamo andati nel loro splendido casale si è sospeso il tempo come quel sonetto di Dante che inneggia alla buona vita. A Bettona ha preso forma “Toghe rosso sangue” grazie all’incontro con Remo Bassini, grande scrittore e giornalista, seguace di Ciro. Fuochi d’artificio napoletani a Capodanno nella quiete umbra. Ore a discutere nella sua biblioteca. Ho visto crescere il figlio oggi giornalista che tiene alta tanta schiatta. Non rimase un Cincinnato. Pronto ad essere marsigliese, corso, napoletano. Come un lupo raccolse il richiamo della foresta e ando’ a dare una mano al Corriere dell’Umbria a modo suo facendo il giornale all’antica come non si vedeva da più’ da tempo. Chiamo’ tutta la sua compagnia di giro a descrivere le città d’Italia e per lui ho potuto raccontare Cosenza come quel progetto meritava.Fu decisivo anche nello scegliere il mio nuovo destino professionale. Notando il mio esitare esistenziale mi disse: “Farai bene. Una cosa e’ certa. Non sprecherai soldi pubblici inutilmente”. Mi mancheranno le ore trascorse a tavola a discutere, la sua simpatia, la sua cultura libera e garantista, l’aneddotica da teatro napoletano.
Un maestro generoso, un comandante nato, un amico vero. Ti sia lieve la terra Ciro. Da domani nell’altro mondo leggeranno ottimi giornali.

Sorrideva, Guido

Lo rivedo in casa sua, che suona e cerca di far suonare il mio bambino.
Era alto e grosso Guido Bosio, e il mio bambino era grande quanto il suo avambraccio. Ma le loro espressioni erano attente e curiose e concentrate sulla tastiera.
Abbiamo passate tante belle serata insieme, a parlar di tutto, io, Guido, Laura, mia moglie Francesca e il piccolo.
Due, tre volte siamo andati anche in un paesino, piccolo come un giocattolo, del basso monferrato, Due sture.
E lo vedevo, spesso, io, a Guido.
Lo vedevo camminare lungo il viale con i suoi amici. Era inconfondibile, lui. Il più grosso, il più sorridente.
E lo vedevo passeggiarre con Laura Bosio, la figlia scrittrice che lo ha reso felice perché gli è stata sempre accanto, fino alla fine.
Uscendo dalla chiesa, Laura ha fatto suonare la musica preferita di Guido (e che ora non ricordo).
Sorrideva, Guido. Perché a volte, morire non fa male.

Senti Guido, voglio fare, ora, qualcosa di irriverente. Qualcosa che non si fa, quando uno muore. Io voglio ridere, ma con te. O meglio: voglio farti ridere.
Ascolta. Al tuo funerale, non lontano da me, c’era un signore composto e attento. Verso la fine della cerimonia ha domandato:
Ma chi è morto?
E’ morto Guido Bosio, gli han detto.
Guido, ma davvero?
E i suoi occhi, che si son fatti tristi, hanno guardato la bara.
Insomma, era lì, lui, per passare un po’ di tempo, mica sapeva. C’è rimasto sai?

Guido grazie: tutte le volte che son stato con te ho riso anche io, contagiavi tu.

I libri nascosti di Luigi Bernardi

So, perché me lo ha scritto lui, che Luigi Bernardi ultimamente non trovava un editore che pubblicasse i suoi libri. Credo che nel suo cassetto (o nel suo computer) ci siano almeno tre romanzi. Rifiutati. O onor del vero, non so a chi li avesse proposti. Vorrei leggerli, un giorno.

Vado a memoria, ora. Qualcuno (forse Carlo Bo) scrisse che Fenoglio restò ai margini dell’editoria anche per il suo carattere, chiuso.
Aveva un carattere, sbagliato Luigi?
Sappiamo come era Luigi.

(E penso che nelle sue mail lui abbia regalato tanto a tanti di noi. Io sono uno dei tanti, e sono anche uno dei meno titolati a parlare, Ma ho pensato che fosse giusto scrivere, una volta ancora, di lui).

s’è ammattito

Ricordo l’ultima sera in fabbrica. Avevo deciso, ormai. Mi licenzio così mi laureo e poi vado a insegnare e scrivo romanzi (non è finita proprio così). Era comunque l’ultima sera: guardai il mio posto di lavoro, e pensai: mi sa tanto che proverò nostalgia.
No, non è successo.
Dissero di me: è impazzito, con una figlia da mantenere lascia un posto di lavoro fatto e finito.

Anni dopo. Lavoro in albergo, portiere di notte. Un lavoro bello. Perché di notte potevo leggere, studiare, ascoltare musica. E ogni tanto piovevano storie, lì. Stavo bene, ma bane davvero. Però mi mancavano pochi esami alla laurea, però mi attirava la redazione del giornale che ora dirigo (allora collaboravo per pochi spiccioli).
Me ne andai dicendo: lo rimpiangerò questo lavoro.
Un po’ rimpiango di non essere stato attento quando piovevano storie: di prostitute, di giocatori di carte, di persone famoese che magari alle 4 di notte non avevano sonno e scendavenao alla reception perché avevano voglia di piangere.

E  ho voglia di cambiare ancora, adesso. Di rimettermi in discussione. Di sapere che in giro magari dicono di me: s’è ammattito.

Bernardi, lo Zeman dell’editoria

Luigi Bernardi era un fiume in piena, e non lo dava a vedere. Sembrava un fiume che scorre lento e placido verso il mare. Era il 2009. Io avevo scritto un libro, Bastardo posto, che doveva uscire per Newton Compton (e la Newton lo aveva annunciato nel catalogo dei suoi primi quarant’anni). Con la Newton, però, le cose si misero male. C’è la crisi, ci sono 900 prenotazioni, mi scrissero, meglio aspettare. Dopo un anno stavo ancora aspettando. Mi accordai con la Newton,  mi ripresi Bastardo posto, e lo proposi ad editori o editor che mi piacciono.
Lo mandai quindi anche a Luigi Bernardi e lo mandai a una casa editrice che mi è sempre piaciuta, medio-piccola ma di grande visibilità, perché propone ottimi libri e autori anche noti. Mi risposero tutti e due, affermativamente. Bernardi-fiume-in-piena però mi lesse immediatamente. Invio del manoscritto («leggo a video, mandami pure il file» mi disse) e risposta nell’arco di due giorni. Quel che mi rispose lo ometto: ho sempre avuto la sensazione che Bernardi esagerasse nei complimenti con tutti i suoi autori, e quindi anche con me, così che tutti si sentissero considerati, e tanto, da lui. (Però era anche schietto. Mi aveva scritto: «Lo scommettitore mi è piaciuto un sacco, Dicono di Clelia non mi ha convinto del tutto»).
Comunque. Feci, credo, commisi uno dei tanti errori della mia vita (editoriale): preferendo Bernardi e il suo Perdisa Pop all’altra casa editrice forse persi un treno importante. Mi spiace averlo perso, m al tempo stesso non mi spiace: perché è stato bello lavorare con Luigi, vederlo, anche se solo cinque volte (cinque volte che non dimentico: una volta a Roma, una a Vercelli, due a Bologna e una al Salone di Torino), scambiare mail e telefonate con lui. Spesso ridevamo di quelli che se la tirano, oppure parlavamo di gatti.
Ci eravamo conosciuti su facebook, io e Bernardi, una domenica. Aveva scritto un commento da tifoso juventino e io, da tifoso della Fiorentina, gli avevo risposto sbattendogli in faccia Zeman. «Sarebbe un bel soggetto da raccontare in un romanzo» mi aveva risposto.
Era lo Zeman della narrativa, lui. I suoi buoni campionati, con Einaudi e Perdisa Pop, insomma con la Juve e la Juve Stabia, li ha fatti. Insomma, mi ha allenato un po’.

Come scrittore eri un fuoriclasse, invece.
«E’ un bastardo posto l’editoria» mi scrivesti in una mail (le conservo tutte). Cercati un editore valido».
«E tu?»
«Chi vuoi che lo prenda uno scrittore che si avvicina ai sessanta?» mi rispondesti amaro.

Sai Luigi, quando mi tiravi giù dal letto alle sette di mattino non me la sentivo di dirti che mi avevi svegliato sul più bello (io, allora, dormivo dalle 4 alle 9). Ma era bello sentire la tua voce mentre sorseggiavi un caffè…

Un abbraccio caro Luigi.

 

Incipit del nuovo libro

Sto (ri)scrivendo un nuovo libro. L’ho iniziato ad agosto, in ferie. Poi l’ho gettato via, e l’ho ricominciato.
Dimenticavo: sono agnostico, io.

Ecco l’incipit.

Una volta mi disse che se volevo sentire la voce di Dio avrei dovuto restare a dormire lì, nella capanna che aveva costruito tra bosco e fiume. Non gli diedi retta. Ma oggi penso che mio padre avesse ragione. La voce di Dio – basta volerla ascoltare nel silenzio della notte – è l’acqua del fiume che scorre.

Si è svegliata, ha visto che sono le tre passate da quattro minuti, ha pensato che Luca, come succede da un po’ di tempo, si sarà addormentato davanti al computer, e che, quindi, deve andare a svegliarlo.
Luca, però, nello studio non c’è. Non è davanti al computer, non è in bagno, e non è in cucina, né sul balcone a fumare una sigaretta di nascosto, metti che gli sia venuta voglia di ricominciare. Comunque. Non è da lui uscire a quest’ora, senza avvisarla, senza lasciarle un biglietto. Per essere uscito è uscito: mancano i jeans, le scarpe. Ha preso l’ombrello verde, diluvia, adesso. È la prima pioggia di settembre.