Nuovo libro e recensione

C’è che stavo per scrivere un nuovo libro. L’ho iniziato prima di ferragosto, scrivendo nel bar di uno stabilimento di una spiaggia a Castiglion della Pescaia.
Anche l’hanno scorso scrissi (il giallo intitolato “Il caso lingua macabra*”) in uno stabilimento, ma in Puglia. Meglio il mare del Salento, lo preferisco a quello maremmano.
In pochi giorni ne avevo scritto una buona parte, un terzo, forse un quarto: 100mila battute. Poi tornato a casa mi sono fermato perché non mi convinceva del tutto.
C’era l’aspetto sociale, di denuncia, che mi convinceva, c’era una storia con appendici che se ne andavano per conto loro, c’erano, soprattutto, personaggi poco convincenti. Meno uno: Anna Antichi, la protagonista del mio libro, La donna che parlava con i morti**.
Ho ripreso il tutto, l’ho rivoluzionato, 55mila battute.
Poi ho fatto di meglio: ho messo da parte e ricomincio da zero, stanotte o domani, credo.
E ho fatto una cosa mai fatta: La scaletta.
(* Il caso lingua macabra non è ancora uscita. Se va bene, esce tra sei sette mesi. Se va male non esce per niente)
(**La donna che parlava con i morti, della Newton Compton, è fuori catalogo, insomma appartiene a me. Se nessuno la ristampa, mi sa che la metto in rete)

Intanto.
Una (bella) recensione su Vicolo del precipizio.
http://rosaliamessinaioscrivo.blogspot.it/2013/09/consigli-di-lettura-vicolo-del.html

 

L’uomo e l’oggetto che luccica

Follonica, un bar periferico, non lontano dalla spiaggia e frequentato, perlopiù, da gente del posto.
I clienti sono tutti fuori, ai tavolini sotto il portico.
C’è un po’ di via vai, un’ambulanza che sfreccia, poi una seconda; arriva anche una gazzella con due carabinieri che scendono: falso allarme, si sono fermati a salutare un amico (un collega in borghese?) che sta passeggiando con moglie e bimbo di pochi mesi.
C’è un tavolo vuoto vicino alla porta d’ingresso del bar. Arriva un uomo sulla sessantina, forse più, si siede, porta la sigaretta alla labbra ma poi, vedendo che al tavolino vicino che sono degli anziani e un bambino, dice: do fastidio?, indicando la sigaretta.
No, gli rispondono, e lui accende.
Il bambino lo guarda, anzi no guarda un aggeggio che l’uomo sta accarezzando.
Il bambino va da sua madre e domanda: cos’è?
E’ un oggetto che luccica, rettangolare, potrebbe essere una di quelle macchinette che fanno le sigarette, potrebbe essere un portacenere tasacabile.
Il bimbo continua a chiedere alla mamma: cos’é?
La mamma dice al bimbo di non domandare nulla: è un portafotografie, con un ritratto piccolo piccolo.
L’uomo fuma e guarda quel ritratto. Si fanno compagnia, sembra.

eccetto lei

Seduti in ordine sparso – fidanzati, famiglie, gruppi di amici – sulla scalinata del comune, sono circa le 11. Il sole picchia, ma c’è, a tratti, un venticello che rinfresca l’anima.
Si sta bene a Cortona. E sulla scalinata che “sa d’estate” si ride, si parla, si beve qualcosa di fresco. Gente spensierata, insomma, eccetto e un paio di persone stanno leggendo il giornale, ed eccetto lei.

Nessuno la vede, perché è coperta dall’amica che le siede accanto: ma una giovane donna piange, e cerca di non farsi vedere perché si gira verso il muro che sorregge la scalinata, ma la schiena ha piccole scosse continue, c’è il terremoto sotto quella camicetta bianca, insomma, da qella parte non c’è l’estate.

* Questa cosa qua l’ho scritta su facebook, poche ore fa quando era notte fonda.

Anna Antichi… due?

Questo invece è il personaggio femminile, dei miei libri, che ho più amato.
Anna Antichi, protagonista (sboccata, ribelle, anarchica) de La donna che parlava con i morti.
Ho in mente di farla tornare a vivere, in queste notti d’agosto. Impiegherò due mesi, non di più, per scrivere il nuovo libro: che ho in testa da anni.

Estratto da “La donna che parlava con i morti”

 

Sono tristi le risaie d’inverno, ma resterò sempre qua, tra queste nebbie che avvolgono i miei ricordi. Sono in treno, ora. Ho le cuffie, così nessuno prova ad attaccar bottone e non sento il casino degli studenti. Sto ascoltando La ballata di Sacco e Vanzetti cantata da Joan Baez.

… resterai sempre un po’ anarchica, vero Anna?

Comunque. Finalmente faccio quello che volevo fare anche se, quello che faccio, non è bello come ti fanno credere certi libri o film.

C’è sempre troppa nebbia attorno alla nostra vita. Troppo dolore.

Ho appena risolto un caso e oggi è una giornataccia.

Uno schifo di caso: una giovane madre che, dopo aver scoperto ed essersi data al sesso estremo con il vicino di casa pervertito, ha deciso di gettarsi giù dal sesto piano, vorrei non pensarci ma devo vedere suo padre, il cliente insomma, ho appuntamento alle undici, merda. Devo dirgli la verità – per questo è una giornataccia – altrimenti quello continua a sospettare che sia il genero la causa della morte della figlia, e anche se il genero è un senzapalle che non sa da che parte è girato e che vive per andare allo stadio la domenica, è giusto che la bambina resti a lui.

Mi sto specializzando nelle morti misteriose e nella ricerca di persone scomparse.

La sveglia da anteguerra, ora, mi butta giù dal letto alle sette di mattina. Da due anni. Vado in stazione, prendo un caffè e poi, aspettando il treno che, in un quarto d’ora, venti minuti, mi porterà a lavorare fumo la seconda sigaretta della giornata.

Risaie e ricordi, risaie e ricordi, risaie e ricordi, arrivo, frenata, si scende, caffè al bar della stazione, poi terza sigaretta e via a piedi e in fretta in ufficio.

Ho preferito diventare una pendolare che trasferirmi. Sono troppo attaccata alla mia città. Alla casa che mi ha lasciato mio padre.

La titolare dell’agenzia, mi trovo bene con lei, ha cinquantadue anni ben portati, è specializzata, lei, in corna e spionaggi industriali, mi ha proposto di diventare sua socia; accetterò.

Mi lascia poco tempo libero questo lavoro. E un po’ mi ha cambiata. Sono meno sboccata, ad alcuni clienti dava fastidio; e quando sono distratta non devo gettare per terra i pacchetti di sigarette vuoti e poi cerco di vestirmi in modo decente. Mi arrangio al mercato, comunque, sono mica una figalessa da boutique, io.

A volte, quando mi sento sporca (e vado in crisi) perché lavoro per clienti senza scrupoli, o mi intrometto nella vita degli altri, nei loro tradimenti (in caso di necessità pure io mi occupo di corna) e nelle loro debolezze, rimpiango il lavoro in libreria.

Oggi lo preferirei: perché quando dirò a quel vecchio chi era sua figlia, lo so, mi odierà, mi maledirà; poi mi pagherà; poi, quando me ne sarò andata, bestemmierà, immaginerà la sua bambina che si fa legare a un letto, nuda, che si fa frustare; e poi piangerà, si ricorderà di lei quand’era piccola mentre io passerò il resto della giornata a pensare che sarebbe stato meglio essere in libreria piuttosto che ferire, in modo così atroce, un uomo.

Spero mi creda, spero proprio non mi costringa a mostrargli le foto che mi son fatta dare dal vicino di casa pervertito (l’ho costretto, altrimenti lo denunciavo).

No, no, non devo rimpiangere il mio passato. Vado, racconto, incasso. Ma ricorderò sempre chi ero.

…. due anni fa, giorni che non potrai dimenticare mai, vero Anna?

La Mimma (da Vicolo del precipizio)

Sono a Cortona, ora, il paese dove sono nato, il paese a cui ho dedicato Vicolo del precipizio (Perdisa Pop, 2011).
Il più bel personaggio del libro sicuramente è la Mimma.

Un estratto di Vicolo del precipizio.

Non ricordo – è una zona d’ombra della mia testa – quan-
do fu che la Mimma mi fece questi racconti. Ho come la
sensazione di averli sempre conosciuti, perché la voce della
Mimma è come un flusso che sento scorrere dentro me.
Era una donna meticolosa: le storie che da ragazza ave-
va imparato leggendo i libretti andati persi dei cantastorie,
dopo averle imparate a memoria, le aveva trascritte in un
quaderno.
Mi sembra di risentirla che me le canta al telefono. «Ma
guarda che io c’ho poche scuole», mi aveva detto quando le
avevo spiegato che i suoi ricordi erano il punto di partenza
per la mia tesi di laurea.
Povera Mimma. I suoi genitori, mezzadri e analfabeti, la
sgridavano quando vedevano i suoi quaderni. Quello con i
dettati poteva andare, ma quello di matematica no: c’era-
no troppi spazi bianchi tra un’operazione e l’altra, la Mim-
ma sciupava la carta («E qui, qui perché ’un ci scrivi?» «Oh
mamma, queste son divisioni, ’un posso scrive dappertutto,
la maestra s’arrabbia») e i quaderni costavano.
Comunque: il canto che più amava e più mi cantava vo-
lentieri, senz’altro, era Pia de’ Tolomei. «’Un ti ricordi più
che ti piaceva tanto quand’eri piccino, e mi dicevi “Mimma,
ricantamela”».
No, non mi ricordavo.

Negli anni che de’ Guelfi e Ghibellini
repubbliche a quei tempi costumava,
batteano i Cortonesi e gli Aretini,
specie d’ogni partito guerreggiava:
i Pisani battean co’ Fiorentini,
Siena con le Maremme contrastava;
e Chiusi combattea contro Volterra
non v’era posto che non facesse guerra.

Io però insistevo per un altro canto, legato a un fatto di
cronaca nera: un sacerdote accusato di aver ucciso l’amante,
dopo averla saputa incinta.

Chi la gettò la donna sul rio
fu don Amilcare figlio di Dio…

E tante, tante altre. Ho ancora il quaderno con tutte le
trascrizioni che la Mimma mi regalò. Me le portò a Torino
quando venne a trovarmi, mi ero trasferito da poco, era un
giorno di dicembre, poco prima di Natale.
«Io di Cortona c’ho solo ricordi brutti, ma un capirò mai
perché tu te ne sia andato… la Stefania ha pianto tanto!» mi
diceva, ma senza insistere.
Quando diceva Cortona, intendeva la sua vita da mezzadra.
Non mi confidò mai, per pudore, il vero motivo della sua
fuga dal paese. Sapeva però che ne ero al corrente. Credo,
anzi sono sicuro, che fu proprio lei a dire a mia madre di
raccontarmi tutto. Così da potermi dire la famosa frase: «Vo’
a stare in un bel posticino».
Era stata per anni e anni l’amante di un ricco uomo spo-
sato, proprietario di case e di vigneti, un nobile. Quando lui
crepò – all’improvviso, senza segni di malattia – scoppiò il
putiferio: la Mimma, al funerale, si accodò, ma in fondo al
corteo funebre. Fu però raggiunta dal figlio del suo amante,
48
che la svergognò, bastarono poche parole: «Mia madre e io
non gradiamo la sua presenza, signora, ci ha già fatto abba-
stanza male». Le pronunciò a bassa voce, ma vedendo che
la Mimma se ne andava via, correndo e barcollando per la
vergogna, tutti capirono.
Però l’uomo di cui era stata amante aveva fatto in tempo a
lasciarle un bel po’ di soldi, mi aveva raccontato mia madre.
Adesso dorme all’ombra di un cipresso, al camposanto del
paese, la Mimma. La tomba è proprio davanti alla tomba di
famiglia dell’uomo che ha amato per tutta la vita. La sua foto
guarda lui e lui guarda lei.
«Brava Mimma, scacco matto».

Toby. La prima notte di quiete

Per te, che sei stato un amico e un fratello, domani sarà la prima notte di quiete.Tu non puoi sapere quanto mi mancherai. Di notte, mentre son davanti al computer, più nessuno verrà a toccarmi la schiena col muso, dolcemente.
E mancherai a Francesca, sei stato il suo primo cane e il primo cane non si scorda mai. E ti ha sommerso di abbracci, lei.
Ciao Toby
nato un giorno che non si sa del 2003
(ti trovarono in un cassonetto, ti portarono in una cascina, ma tu scappavi sempre, così ti adottò mio fratello Moreno e quando Moreno se ne andò, era l’agosto del 2005, diventasti il cane mio e di Francesca: guai a chi pensa di mandarlo in canile dicemmo).
morto lunedì 29 luglio 2013.
(tra poche ore, nella clinica sant’andrea di Vercelli dove sei stato per venti giorni; volevo farti morire a casa, non si può).
Sogna ancora stanotte, sogna il tuo giardino, la tua casa, le passeggiate al fiume. Magari sogna me, mentre scrivo o leggo. Domani sera a quest’ora non sognerai più.
La prima notte di quiete

D:DCIM100MEDIAIMG_0096.JPG

A volte le storie fanno anche l’amore

Ci sono storie solitarie che si nascondono dietro gli alberi, di notte, nella foresta dove non va nessuno, oppure si rintanano nei cassetti, tra ciondoli e vecchie cartoline. Altre invece volano, audaci, sulle vette. Torneranno, forse. Altre ancora prendono il treno e dopo un lungo viaggio vanno a trovare altre storie. A volte fanno anche l’amore tra loro, le storie belle (poi però non lo dicono a nessuno).

Le altre, quelle che trovi su strade affollate e chiassose, son mica storie, loro.

Stupirsi (quello che è giusto)

Domenica 9 agosto, verso le 18, passa da Vercelli Freccia d’Europa, iniziativa di cui potete leggere
qui
e qui.
Mi telefona Giovanni Giovannetti, raggiungo il gruppo di camminatori che, prevenienti da Mantova, stanno facendo tappa da Vercelli (destinazione Strasburgo).
Saluto Giovanni, faccio un pezzo di strada con lui, parliamo. Poi succede che mi raggiunge mia moglie Francesca col bimbo. Continuiamo a camminare finché non arriva un violento acquazone. Saluto Giovanni, prendo il bimbo in braccio e cerco un riparo mentre Francesca va a prendere l’auto, così da raccattare me e bimbo.
Succede che come riparo trovo la tettoria di un capannone, che vale un po’ poco come riparo: prendo il bambino in braccio perché comunque ci stiamo bagnando, vuoi perché la tettoia protegge poco, vuoi perché dalla strada arrivano schizzi di auto che nemmeno rallentano.
Ne passano di auto nei venti minuti di attesa sotto la pioggia (e la tettoia che sporge poco).
Ne passano almeno venti-trenta, forse quaranta.
A un tratto mi stupisco.
Un’auto si ferma, a bordo ci sono due donne, madre e figlia. Mi sorridono, mi chiedono se ho bisogno di un passaggio.
No grazie, tra un po’ arriva mia moglie.
Mi stupisco e ringrazio.
Mi stupisco, ho detto.
Mi stupisco di un gesto normale. Non mi hanno stupito quelli che hanno visto un uomo e un bambino senza ombrello, bagnati, protetti da un pezzo di tettoia.
Ripenso alle due donne. Ai loro volti.
Erano in un’utilitaria.
Come la 500 del babbo, quando ero piccolo.
Lui si sarebbe fermato. Non ha fatto le scuole il babbo, ma si sarebbe fermato. (Ricordo che una volta ci fermammo, c’era stato un incidente. Si fermava nessuno. Noi ci fermammo, c’era gente insanguinata, fu il babbo a chiamare l’ambulanza…).
E a fermarmi non me l’ha insegnato l’università o leggere, ma un padre e una madre che hanno fatto la terza elementare mi hanno insegnato che quando è necessario si deve dare una mano, perché è giusto così.

Una volta era un paese: il libro di Stefano Tallia sulla ex Jugoslavia

Chi conosce la città e la sua storia, racconta che pro-
prio nelle vie del centro i serbi uccisero decine di perso-
ne incendiando il quartiere prima della fuga. Da allora
sono passati dodici anni ed è come se la scena si fosse
cristallizzata, come se nessuno avesse più avuto il co-
raggio di occupare quelle case, abitate per sempre dalle
anime delle vittime. A ben vedere, la sola cosa nuova è
il monumento in memoria dei miliziani dell’UÇK eretto
nella piazza tonda poco distante dalle case incenerite:
vedetta del nulla.
Ma a martirizzare Gjakovë non sono stati solo i ser-
bi. Quando la Nato iniziò a cannoneggiare con le bom-
be all’uranio impoverito le milizie di Milošević in fuga,
questa fu una delle regioni più colpite. Chiunque si fer-
mi in Kosovo per un lungo periodo sa bene quanto al-
cuni comportamenti alimentari siano sconsigliati: bere
acqua corrente, utilizzare il latte di produzione locale e
cibi che possano avere in qualche maniera assorbito la
radioattività che si presume esista sul terreno.
I kosovari tutto questo lo sanno, anche se nessuno
pare avere voglia di affrontare il problema. Lo sa bene,
ad esempio, il signore che a Gjakovë ci affitta la casa e
che gestisce un piccolo negozio di alimentari.

tratto da “Una volta era un paese”, un libro sulla ex Jugoslavia del giornalista Stefano Tallia.
La casa editrice è nuova, anzi neonata: Scribacchini editore.
Giovedì 6 alle 18 verrà presentato alla libreria Sant’Andrea, a Vercelli.