Mangiando pane e Nutella, oppure pane con l’olio buono fatto arrivare dalla Toscana, oppre pane e stracchino vedevo la tv dei ragazzi.
Arrivò che avevo 11 anni, la televisione, quando nacque mia sorella. Prima d’allora, la vedevo solo la sera, al bar. Raramente c’era qualche western: me lo divoravo con gli occhi.
Mio figlio Federico Libero, 3 anni e 4 mesi, non guarda la tv. Non la guardiamo io e Francesca, non la guarda lui. Vede qualcosa quando va dai nonni.
Però c’è youtube, e su youtube al mattino quando si sveglia e la sera prima di andare a letto vuol vedere Peppa Pig, Sam il pompiere, Lego City.
Son le cose più gettonate oggi dai bambini, sia in tv che su youtube.
Stasera però l’ho stupito.
Gli ho detto guarda. E ha guardato senza fiatare Furia prima puntata e poi Furia seconda puntata. In bianco e nero. Senza effetti speciali. E non mi ha chiesto di vedere Lego City, no, avrebbe continuato a vedere Furia quando sua madre è venuto a sottrarmelo, davanti al pc, per portarlo a letto.
Autore: Remo Bassini
L’altra medicina: Gerson. Nacci e (poco) altro
Quando iniziai a fare il giornalista mi mandarono alla lega tumori. Cosa facevano, il loro impegno nella prevenzione, eccetera. Era il 1987 oppure il 1988, non ricordo bene.
Ricordo quello che mi dissero.
Mi dissero: nel 2005 ci sarà un tumore ogni tre persone ma nel 2005 il cancro sarà stato debellato.
Quando è nato mio figlio (nel 2010) lessi un’altra previsione: tra vent’anni ci sarà un tumore virgola due (1,2) per persona.
Ho cominciato, con cautela, a scoprire prima e studiare poi Hamer, Gerson, l’amigdalina.
Ho letto libri interessantissimi come Diventa medico di te stesso, del dottor Giuseppe Nacci.
E non dico altro, ora.
Dicessi che per guarire da tante malattie è cosa buona e giusta andare in qualche santuario nessuno avrebbe da ridire: così fanno in tanti.
Io dico che forse è meglio approfondire l’argomento.
Propongo due video, ora.
Il primo su Max Gerson, e anche il secondo è su di lui. Ma chi ha fretta, di questo secondo video, può guardare solo gli ultimi cinque minuti.
Primo video
Secondo video
Con questa faccia da straniero
Quando avevo quattordici anni lui aveva già la barba grigia. Ricordo che dicevo a mia madre: quando sarò grande voglio farmi crescere la barba come lui, e voglio andare in moto come lui (che aveva una Honda).
Ho la barba grigia come lui, non sono andato in là di una motoretta scassata.
Sapevo a memoria le sue canzoni tradotte in italiano. Son cresciuto ascoltando lui e De André.
Addio, faccia da straniero
Le porte del mondo non sanno
l’alba di questo giorno non sorgerà più
La bambina è contenta di restare in casa, anche se è un sabato pomeriggio di primavera. E’ nella sua stanzetta nuova nuova della nuova casa. Sotto, c’è il suo cane. Nella sua stanzetta, la gatta con cui è cresciuta.
Dormono insieme lei e la gatta, sempre.
La bambina guarda un vaso di fiori, oltre la finestra. Non si è accorta che suo padre è entrato nella sua stanzetta.
Ciao, sto per uscire, le dice lui.
Lei si volta, si scambiano un sorriso.
La bambina guarda il padre con uno sguardo diverso, e poi gli dice: Sai, ho nostalgia del presente.
Mi è venuto in mente di scrivere questa cosa qua dopo aver letto questo, sul profilo facebook di Laura Mattei:
Pensa, che l’alba di questo giorno non sorgerà più (Dante)
Io, il calcio, Delio Rossi
Da quando sono bambino mi interesso di calcio. E sono un tifoso (che se va alla stadio, però, non va aldilà degli applausi) della Fiorentina.
Quando avevo dodici tredici anni scrissi alla Fiorentina: Mi mandate la foto della squadra? Mi mandarono la foto di allora (con Superchi, Chiarugi, Amaridlo, De Sisti…) e le foto di due giocatori. Ho ancora tutto nel cassetto dei ricordi.
Il calcio di serie A di oggi è un calcio malato.
Niente da spartire per esempio con i giocatori del Grande Toro (mi commuovo sempre quando rivedo il filmato con i funerali dei giocatori del Torino morti a Superga).
I giocatori, oggi, non hanno nessun attaccamento per la maglia. Sono strapagati, non sanno nulla della vita vera. e poco gli interessa. C’è solo qualche eccezione, ogni tanto.
Dal passato al presente, faccio alcuni nomi.Quello del poeta-portiere del Torino, Terraneo. E quello di Gianluca Pessotto, che ha vestito la maglia che calcisticamente odio di più, quella della Juve. Ne faccio un altro: Damiano Tommasi. Un altro ancora: Agostino Di Bartolomei.
Un grande calciatore, un grande uomo stritolato dalla vita e morto suicida.
(Altri giocatori me li ha suggeriti la mia amica-calcisticamente-nemica Elena, nel commento: Gaetano Scirea, Xavier Zanetti, Alessandro Del Piero. Tra quelli che giocano a me stanno simpatici Gastaldello, Palombo, Borja Valero).
Leggo di un calciatore straniero arrestato per stupro.
Non è il primo caso.
Ogni tanto si legge di qualche calciatore che si droga, che vende le partite, che ammazza qualcuno in auto.
Poi però, se giocano bene diventano idoli, e tutto viene dimenticato.
Sono tifoso della Fiorentina, dicevo.
E l’anno scorso a Firenze arrivò l’allenatore Delio Rossi. Un uomo di cui ho stima.
A mio avviso, diede un gioco nuovo, brillante alla squadra. Che aveva grossi problemi di organico. Era quasi priva di attaccanti, per esempio…
Delio Rossi, però, si porterà dietro (non so ancora per quanti anni) l’immagine del violento. L’anno scorso infatti – è storia trita e ritrita -, mentre si stava giocando Fiorentina-Novara, Delio Rossi sostituì il calciatore Ljajic, che non gradì e, uscendo, gli disse qualcosa. Cosa disse Ljajic a Delio Rossi non si è mai saputo (Te l’ha detto tua moglie di sostituirmi?… è una delle opzioni più gettonate nel web), sta di fatto che Delio Rossi perse le staffe, aggredì il giocatore, e perse anche il posto di tecnico della Fiorentina.
Certo che sì, Delio Rossi ha sbagliato.
L’avesse aggredito Ljajic lontano dalle telecamere avrebbe comunque sbagliato di meno: chi stupra, uccide, va a mignotte o si fa di coca o ammazza qualcuno perché va ai duecento all’ora lo fa comunque lontano dalle telecamere e viene poi perdonato da pubblico e giornalisti.
Mi spiego meglio: Delio Rossi torna ad allenare, e tutti a ricordare l’aggressione a Ljajic. Delio Rossi con la sua Sampdoria affronta la Fiorentina e il tormentane ritorna.
Avete mai visto un giornalista chiedere a un calciatore: e come sta andando il processo per omicidio colposo?
Semmai il contrario: a volte c’è del buonismo nei confronti di chi magari è stato squalificato per il calcio sommesse: “Poveraccio…”.
Io di Delio Rossi e Ljajic ho un altro ricordo. Ljajic che sbaglia un rigore e Delio Rossi che, a fine partita, gli dà una manata amichevole, da padre insomma, sulle spalle.
Io l’ho interpretata così: Delio Rossi, che è sanguigno, certo ha sbagliato, ma si è sentito un po’ come il padre tradito dal figlio.
E così da quest’anno son diventato anche un po’ tifoso della Sampdoria. E se ho preso in simpatia la Sampdoria di Garrone non è solo per Delio Rossi o perché Genova è una città che amo; ho apprezzato questa società di calcio che spesso interviene a favore del Gaslini, ho apprezzato che l’incasso di Sampdoria-Catania sia andato alle vittime dell’incidente al porto, ho apprezzato che i giocatori non la volessero giocare quella partita che, in effetti, doveva essere rinviata.
ubuntu
Mise un cesto di frutta vicino ad un albero e disse ai bambini che chi sarebbe arrivato prima avrebbe vinto tutta la frutta.
Quando gli fu dato il segnale per partire, tutti i bambini si presero per mano e si misero a correre insieme, dopodiche, una volta preso il cesto, si sedettero e si godettero insieme il premio.
Quando fu chiesto ai bambini perché abbiano voluto correre insieme, visto che uno solo avrebbe potuto prendersi tutta la frutta, risposero “UBUNTU”, come potrebbe uno essere felice se tutti gli altri sono tristi?”
UBUNTU nella cultura africana sub-sahariana vuol dire: “Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti”.
Siamo strani di fronte alla morte (ciao Enrico)
Oggi è morto il mio medico. Si chiamava Enrico Aramini, siamo cresciuti insieme.
Abbiamo fatto anche a botte, da piccoli, una volta; lui che era più grosso e più forte, mi prese la testa con un braccio a mo’ di tenaglia e mi abbassò, stringendomi forte e facendomi male; io feci di peggio: mi liberai morsicandogli la pancia.
Poi è diventato il mio medico, ma soprattutto è rimasto l’amico di sempre (che regalò a mia figlia, studentessa di medicina, il manuale di Anatomia).
L’ultima volta che mi ha visto mi ha salutato come faceva spesso, dandomi un bacio in fronte: mi voleva bene, ma voleva bene a tutti i suoi pazienti, anche a quelli disperati, che puzzano o fanno gli spacconi… Anche a quelli che lo prendevano in giro: era superiore, lui, mi diceva, Poveracci…
(I preti nelle loro omelie sparano cazzate e sono insopportabili; oggi il prete, no, l’ha detta giusta: gli eroi sono così, come Enrico).
Siamo strani di fronte alla morte.
Quando morì mio fratello accarezzai la bara.
Oggi, quando ho visto la bara con dentro Enrico ho guardato per un attimo e basta: mi faceva male guardarla.
è solo idea d’amor
Buon primo maggio a tutti
e buon primo maggio a mia figlia Sonia che oggi fa gli anni
(come fa gli anni il gatto Miou-miou),
buono primo maggio dicevo
con questa ballata bella e triste
(soprattutto bella)
poesia stu-penda
Amo i solitari, i diversi,
quelli che non incontri mai.
Quelli persi, andati, spiritati, fottuti.
Quelli con l’anima in fiamme.
Charles Bukowski
epilessia (e una data da ricordare)
Ho sofferto di epilessia. Una tara ereditaria, pare.
Lo fu un fratello del babbo, han sofferto di epilessia due miei cugini. Anche mio fratello Moreno.
La prima crisi, il 23 settembre 1975, giorno del mio diciannovesimo compleanno.
Ultima crisi: agosto del 1991.
Ma c’è un’altra data da ricordare.
Allora, prima crisi, ho 19 anni. Ne arriva un’altra l’anno successivo, settembre 1976. Lavoravo in fabbrica.
Da allora, una crisi ogni due mesi, a volte anche una al mese.
Va a sapere tu: tutte al mattino, soprattutto di sabato o domenica. Ma qualche volta succedeva anche in fabbrica.
1980, primo maggio: nasce mia figlia Sonia.
15 di maggio, ho una crisi.
Ed è questa la data da ricordare
Ho una crisi e dico: non ne voglio più avere, non voglio avere PAURA di tenere questa bimba in braccio.
va a sapere, ma da allora niente più crisi fino al 1991.
I medici, prima di quel 15 maggio 1980, mi dicevano: cerca di fare una vita tranquilla.
Di dormire. di nutrirti senza eccessi.
Dal 1982 ula mia vita cambia: e non è per niente tranquilla.
Fabbrica, palazzo nuovo ogni giorno (quindi Vercelli- Torino andata e ritorno).
4 ore di sonno, a volte anche meno.insomma, da quel 15 maggio 1980 in poi sono stato operaio-studente, ho recitato a teatro, lavorato di notte in un albergo, giocato a bowling a livello agonistico, scritto libri, letto libri: quasi sempre di notte.
Bevendo caffè e fumando o il toscano o la pipa.
Io credo sia stato importante, per me, aver messo da parte la paura.
Nel 1983 mi iscrivo a Lettere e leggo I demoni di Dostoevskij.
Nei demoni, si dice che Maometto era epilettico perché dormiva poco.
All’epilessia di Dostoevskij, alla mia epilessia e all’epilessia di tutti gli epilettici, ancora oggi guardati di traverso e spesso con disprezzo, dedicai una poesia.
Non so scrivere poesie, io.
Ma questa mi piace:
A Dostoevskij
Epilessia,
malefica dea che insegni
ai tuoi figli bastardi
a sottrarre
secondi alla notte:
la pena di morte
è
a ogni passo.
Ad ogni passo
il viso può schiantare
nel selciato
dove
calpestati e rinnegati
crescon fiori il cui nome
nessuno conosce.
Domenica è la giornata nazionale per la lotta contro l’epilessia.
Andrò a Torino, io.
http://www.apice.torino.it/appuntamenti.htm
Incipit lampo
Sa di antico il mio piccolo bar: è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comperare i dolci della pasticceria Delrosso. Qui agli inizi del 900 c’era la bottega di un falegname.
(Da “Il quaderno delle voci rubate”, La Sesia, 2002, Vercelli).
Credo di aver premuto talmente tanto i tasti del telecomando da aver rischiato di romperlo. Di sicuro mi sono fatto male alle dita, e alla mano tutta. Da due ore ero davanti alla televisione. Due di notte. Carla mi aveva dato il bacio della buonanotte verso le undici, le bambine un’ora prima.
(Da “Dicono di Clelia”, Mursia, 2006, Milano).
L’origine di tutto si perdeva lontano. Scommetto che da qui alla scuola riesco a correre senza respirare. Scommetto che se la mamma me le dà col battipanni io non piango. Scommetto che se il maestro mi guarda cattivo io non abbasso gli occhi. Scommetto che se me lo tocco, poi, quando mi piace tanto tanto, riesco a fermarmi. Scommetto che nessuno ci riesce a fare questo. Scommetto che se ho sete resisto senza bere. Scommetto che se ho mal di pancia non lo dico a nessuno. Scommetto che gli altri non sono così bravi.
(Da “Lo scommettitore”, Fernandel, 2006, Ravenna).
Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano, ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne, dicevano, questi vecchi, che era «come una santa». Santa Nunzia del bosco. O dei castagni. Aveva poco più di vent’anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere come in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule, a controllare. E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato.
(Da “La donna che parlava con i morti”, Newton Compton, 2007, Roma).
Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda. È notte, notte di marzo stanotte, piove forte. In questo momento, Paolo Limara, fissando la vetrina del manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi; non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo.
(Da “Bastardo posto”, Perdisa Pop 2010).
Torino, luglio. La tazza è quella della sua infanzia, era quella del latte, dei biscotti e di «sbrigati Tiziano, sei sempre l’ultimo, guarda che chiudon la scuola». Sta sorseggiando il suo caffè forte e amaro, è in piedi, quando avrà finito di bere porterà la tazza in cucina, la laverà e la asciugherà con cura, quindi si metterà a rincorrere i ricordi, scrivendo fino all’alba. Anche se non è mancino, la tazza è sorretta con la sinistra; la destra, però, è sotto, per precauzione, metti che caschi. Non è un gesto di sempre: è di stasera. Stasera, per la prima volta ha pensato che quella tazza lo ha seguito, sempre. Fa caldo stanotte, a Torino.
(Da “Vicolo del precipizio”, Perdisa Pop 2011).
