bignami del momento politico

Il Governo delle larghe intese, o dell’inciucio, è quindi cosa fatta.
Ma torniamo indietro all’ipotesi di Rodotà, presidente della Repubblica
C’erano tre opzioni.
IPOTESI 1 – Governo Bersani-Sel con l’appoggio del Movimento5stelle.
Sgradito al mondo bancario e a chi vuole la Tav a tutti i costi.
Sgradito al potere centrale europeo.
IPOTESI 2 – Elezione del nuovo capo dello stato e nuova consultazione elettorale.
Do poco gradimento, immagino io, a chi è stato appena eletto, grillini compresi.
Impercorribile.
Restava la terza strada, dell’inciucio che, diacomolo, è quella che fa più schifo, ma tant’è.
(La politica non è per gli idealisti e i sognatori).

Libri interrotti: “E la gente lo sa che sai suonare”

Anni fa (e per tanti anni) scrivevo e distruggevo, strappando carta.
E l’abitudine è rimasta anche con il computer.
Elimina.
E l’idea di una storia sfuma: per sempre.
Qualcosa, da un po’ di tempo, però rimane. Libri che non vanno avanti, preferiscono così, loro, i libri interrotti.
Un esempio.

Le mie mani non sono né belle né grandi: ma diventano magiche sui tasti del pianoforte. Sui tasti del pianoforte – è però importante che la mia mente senta solo la musica, e pensi a cose belle oppure tristi, ma non deve, la mia mente, pensare a quello che stanno facendo le mia mani, deve lasciare che corrano, come figli ribelli che si allontanano da casa -, sui tasti del pianoforte, dicevo, le mia mani riescono a incantarti, e se sono bravo, se azzecco la musica giusta, le mie mani riusciranno a farti piangere bella bambina dagli occhi che non ho ancora visto, ma che so bellissimi.
E’ la prima volta che sei qui, in questa trattoria tra queste colline. Ho intravisto solo come sei vestita, sei elegante come un fiore di campo, non come un fiore di serra, ho intravisto solo i tuoi capelli biondi e ricci; ora, che sto suonando, è come se ti vedessi, perché sei alle mie spalle, dove c’è il camino, state mangiando ma tu e i tuoi amici, mi sembrano belle persone anche loro, non fate chiasso, e quindi, se non fate chiasso, vuol dire questo vuol dire: che stato ascoltando me (e non vedete, anche perché c’è un po’ di penombra, che suono con quattro dita, io, indice e medio della mano destra, indice e medio della mano sinistra).
Sto suonando per te, io, ora.
Magari ti rapirò, poi, cantandoti una canzone.
Piccola, sapessi cosa facevano le mia mani due o forse tre ore fa: piangevano. Piangevano davvero.
Che schifo piccola (sto cambiando musica, ora, Lascia ch’io pianga di Hendel è quello che ci vuole): ero sulla tazza del cesso, cercavo di masturbarmi pensando a Ines, però non ci riuscivo, riesco a suonare il pianoforte, senza pensare, ma non riesco a suonare me stesso, così piangevo, e le mia mani, piccole, tozze, quasi da nano, erano bagnate: di lacrime anziché di sperma.
Ines, chissà con chi è e dov’è stasera. Son certo che non è né a casa né dai parenti, ché Ines il sabato esce sempre e torna a casa più tardi che può, una volta andammo fino a Parigi, dormimmo in macchina, prima di dormire lei, sfacciata, si spogliò, mi venne in braccio, le dissi, No dai mettiti almeno la maglietta, mi disse, Luca che paura hai?, feci in tempo a vedere il suo seno, qualcuno stasera ti leccherà i capezzoli Ines?, e delle luci di una torcia, anche: la polizia, era la polizia.
Mi sentii perso, e non mi piacque come finì, non mi piacque: Ines che scherza coi poliziotti, io che sono lì, come uno scemo, che ascolto mentre loro parlano, prima con animosità, poi i toni si fanno amichevoli. Io che non so una parola di Francese, Ines che invece lo parla, bene, e incanta quei poliziotti con le sue parole, i suoi occhi, il suo modo di fare.
C’è casino di là, all’ingresso: Anna sta alzando la voce. Ci risiamo, i soliti ubriachi del sabato. La colpa è di Anna, di quando offrì da bere a tutti, qualche mese fa. Vogliono, pretendono di bere gratis, quei bastardi figli di papà, così risparmiano i soldi per la cocaina. Anna e  Giuseppe non riescono a spaventarli, devo smettere di suonare, così se smetto ti passerò davanti, piccola, e guarderò i tuoi occhi, oh sì che li guarderà e ti sorriderò perché tu sei bella come Ines, la mia prima moglie, però forse non farò in tempo, perché Anna, che vorrebbe diventare la mia seconda moglie, sta urlando ora: c’è bisogno delle mie mani piccole ma forti, devo alzarmi insomma, anche se non ne ho voglia.
Per vent’anni queste mani hanno caricato e scaricato merce.
Eppure in questo locale si fanno delle illusioni su di me, Davvero non ha fatto il conservatorio? Allora ha imparato a suonare con qualche mostro sacro del jazz, e a me piace che la gente s’immagini che io sia un musicista.
Ma devo andare, mi è sembrato di sentire uno schiaffo.
Appena vedranno le mie spalle da scaricatore di porto si cheteranno.
(Come piacevano a Ines le mie spalle quando la prendevo in braccio, e mentre le baciano i seni lei scendeva e saliva dentro la mia anima).

Ines che mi dice, Stai con me, vero Luca?
Eravamo piccoli, facevamo le medie. Quanti anni avremo avuto io e Ines? Ricordo alla perfezione, mi pare di risentirla la voce di Ines bambina che pronuncia quella frase, è primavera, siamo sul parco che c’è davanti allo stabile in cui viviamo, in cui siamo cresciuti.
Io sono il figlio di Caino, a volte sono il figlio di Giuda: mio padre fa la guardia, in fabbrica, gli altri ragazzi mi prendono in giro, sono il figlio di uno spione iscritto al sindacato fascista, sono il figlio di uno che fa licenziare i suoi compagni di lavoro. Mio padre, ogni tanto, becca botte. Un paio di volte finisce anche all’ospedale. Non serve. E’ più spia, più cattivo di prima. E mia madre, quella cretina di mia madre, è orgogliosa di lui.
La mamma, invece, fa la portinaia, viviamo al piano terra.
Ines, invece, sta in cima, ottavo e ultimo piano, piano attico, naturalmente, con grande terrazzo ornato da limone nani, rose, edera, biancopsino.

Il padre di Ines è un magistrato, la mamma di Ines, invece, non fa niente: era una modella, fa la signora, ora. Non fa nemmeno la spesa: ci va mia madre, per lei.
Sì, questo è un ricordo nitido (abbastanza nitido): c’è Ines, facevamo le elementari credo, che vuole venire con noi, al supermercato, ed è contenta, anche mia madre lo è, sono il figlio di due servi, io: si inchinano davanti al padre e alla madre di Ines.
Non lo sopportavo, io, quella bambina, ricordi Ines che cercavi di darmi la mano e io non volevo?
A sedici anni io e a quindici anni lei succede che le nostre mani si cerchino, in cantina. Accarezziamo i nostri corpi, io entro dentro di lei.
Siamo cresciuti insieme, insieme proviamo schifo e rabbia verso le nostre famiglie.
Ma quella frase, Stai con me, vero, Luca?, Ines quando la pronunciò, prima di quel pomeriggio di dicembre in cantina o dopo?

Faccio fatica, stasera, a prendere sonno.
Sono già tre volte che Anna mi raggiunge in sala: è tesa, dopo quello che è successo. Ho mollato un pugno a uno di quei ragazzi, sembrava tutto a posto. Invece poi è arrivata una pattuglia di carabinieri, mi hanno portato in caserma, c’è una denuncia, ora, contro di me. Quel cocainomane che ho steso è figlio, ti pareva?, di un magistrato, l’ha sussurrato un carabiniere ad Anna.
Non so se è più preoccupata dalla possibile chiusura del locale o dal fatto che io non la raggiunga: mi vuole accanto, mi vuole, io però faccio finta di leggere e lei non osa interrompermi. Sospetta che io mi senta umiliato. No, mi sentii umiliato quella notte, con Ines e i poliziotti francesi che ridevano. Si prendono mica gioco di me?, avevo pensato.
No Anna, mi frega niente di subire un processo. Vorrei scappare da te, Anna, che sei una gran brava donna, poco donna però. Vorrei scappare, mi basterebbe una notte, con la bambina dai capelli biondi, che non ho fatto in tempo a vedere. Di che colore saranno i suoi occhi, blu, come quelli di Ines, oppure neri?
Ho voglio di uscire di qui, qualche volta l’ho fatto, ma non posso. Poi Anna mi domanda, Sei stufo di me, vero?, e piange. L’ultima volta, vedendo che non rispondevo, mi ha slacciato i pantaloni, e si è abbassata.
Ho fatto male, io, ad aprire gli occhi, dopo qualche secondo: ho visto i suoi capelli, tinti male, ho visto i capelli grigi che diventano rossi ma grigi sono, e mi sono sentito vecchio, eppure a quarantacinque anni non si è vecchi, eppure Ines è più vecchia di Anna, ma io con questa donna muoio, devo scappare da lei.
Voglio un angelo biondo, dagli occhi blu oppure neri, non importa. Voglio morire con un angelo biondo, io, senza pensare a Ines.

i politici (ne Lo scommettitore)

Era pulita, lei, sensibile. Ma era comunque un politico e lui, i politici, li conosceva bene.
Non li stimava. Tutti ridicoli, bugiardi, ambiziosi, assetati di potere e attorniati da servi, tanti servi, inchini, salamelecchi.
Le rare eccezioni, i puri di spirito, li considerava il peggio del peggio.
Se vogliono salvare il mondo facciano i missionari e non fingano di essere vergini, visto che stanno al fianco dei pescecani.
Carmen apparteneva a questa sottospecie; Carmen, quindi, non era il suo cliente ideale.

e poi

C’erano mille altre cose, più importanti di uno slogan, casereccio e trito e ritrito, da valutare e da affrontare, una per una.
Parlando secco, veloce, disse: Punto primo, lei dovrà vestirsi come dico io e i discorsi elettorali non li dovrà improvvisare, nel modo più assoluto. Lei li mette giù, o li fa mettere giù da un addetto stampa, ma poi li rivedo io. E alla fine di ogni discorso lei deve ripetere il suo slogan, Con la gente; deve imparare a dirlo come se fosse un’unica parola, Conlagente, ha fatto teatro no? A volte dovrà quasi sussurrarlo, magari quando c’è silenzio, in certi ambienti intimi, ma il più delle volte dovrà quasi urlarlo, perché deve entrare nella testa di tutti. Specie nei quartieri periferici, dove vivono i disgraziati, quelli che se va bene leggono i titoli di Sorrisi e canzoni: lì, lei dovrà presentarsi come una regina, una Giovanna d’Arco, un’Evita Peron. Slogan e strette di mano; e caramelle ai bambini e bagnoschiuma alle mamme, ma questo sarà di competenza dei suoi collaboratori. Lei deve solo sorridere, muovere le mani quel tanto che basta: il suo saluto dovrà somigliare a una benedizione papale.

un estratto più ampio de Lo scommettitore lo si trova qui, sulla rivista on line Sagarana.

Lo scommettitore è edito da Fernandel.

Un grande fotografo dal grande cuore

E’ morta una persona che mi era cara. Si chiamavo Pino Barale.
Un uomo semplice, buono.
Un grande fotografo.
Ho un’agenda con dentro le foto che mi ha regalato.
Un bimbo che guarda una bolla di sapone, viale Garibaldi con la neve…

E’ il 1986, e il giorno del mio trentesimo compleanno varco la soglia di quello che diventerà “il mio giornale”, La Sesia.
Allora era piccolo: due giornalisti, operati tipografici, una segretaria, pochi collaboratori.
Mi presero per correggere le bozze e per scrivere: di cultura e sport.
C’erano due fotografi. Uno, ormai vecchio, era celebre: Luciano Giachetti detto Baita aveva fotografato la Resistenza durante. Tanti altri fotografi l’avevano fotografata dopo.
E Luciano Giachetti detto Baita, che era malato, aveva detto: Pino Barale è il mio erede alla Sesia.

Ciao Pino, ricordo ancora quando salivo nella tua macchina. Mi chiedevi di farti “annusare”  e “gustare” un po’ di fumo del mio toscano, ché tu avevi smesso di fumare.
Sei morto troppo presto, ma hai lasciato in chi ti ha conosciuto il ricordo di un uomo buono,  semplice, di poche parole.
Che tu sia stato un grande fotografo è inutile che lo dica: il grande Baita, prima e meglio di me, lo aveva detto.

la coincidenza di giovedì

Allora, torno a giovedì. Al post di giovedì: un estratto del mio libro Dicono di Clelia.
Dove l’ho preso? Dal mio vecchio blog, che però non c’è più. Oscurato, scomparso.
Nella rete, però, qualcosa è possibile recuperare.
E qui ci sono un po’ di post del mio vecchio blog, appunto.
http://web.archive.org/web/20060511003329/http://www.remobassini.it/blog/index.php?paged=3

Sempre giovedì. Sul blog di Massimo Maugeri, c’è una recensione di Ivo Tiberio Ginevra a Dicono di Clelia.
Eccola qua.

Giuro: non lo sapevo. Ed è una coincidenza, no?, parlare di un libro uscito nel 2006.
E’, Dicono di Clelia, il romanzo di cui io…. dico di meno.

 

Aldina (tratto da Dicono di Clelia)

 

 

 

 

 

Fra due ore ho appuntamento con l’avvocato. Posso stare ancora un po’ qui, in macchina, a guardare l’acqua del fiume che scorre ascoltando la radio. Ci vengo spesso qui. A quest’ora i pescatori e quelli che portano i cani a correre sono andati a casa a mangiare mentre per le coppiette c’è ancora troppa luce.
Ci sto bene qui: questi alberi, che ogni tanto il fiume inghiotte, mi ricordano chi sono.
A sedici anni, il sabato sera ci venivo con quella che, ora, è la crema di questa città. Un bel gruppo, gente che ha fatto strada: medici, architetti, avvocati, un prete anche. Io ero bella, povera e soprattutto scema: sono andata con tutti, tutti poi mi hanno scaricata. Ora qualcuno di loro mi cerca, vuole qualche mia ragazza. Si fottano quei bastardi, sopporto solo Gianni, che è diventato un povero alcolizzato dopo quella notte che, ubriaco, ha investito e ammazzato una ragazzina in motorino. Pure lui mi ha scopata, però almeno adesso si vergogna del suo passato.
Bastardi, avevano dieci anni più di me, avevano tutti le fidanzate, però si era sparsa la voce che Aldina era disponibile. “Aldina scopatina” ero stata soprannominata, ma questo l’ho saputo solo anni dopo, da Gianni. Allora ero disposta a tutto pur di trovare marito perché non volevo restare con i miei genitori e i miei tre fratelli, in una casa umida dove la sera mio padre, appena finito di mangiare, si metteva davanti alla televisione con un bottiglione di vino, poi beveva, ruttava, si ubriacava e la mamma lì, a stirare, a cucire, a togliergli le scarpe quando lo sentiva russare. Ero stufa della puzza dei calzini di mio padre e delle sue sberle ed ero certa che non sarei diventata una donna delle pulizie come mia madre. Ho cominciato a vivere quando sono scappata di casa per fare la puttana. Quelli ricchi mi avevano presa in giro, quelli poveri come i miei fratelli non li volevo: ero terrorizzata di fare la fine di mia madre che a 40 anni, grassa e sfatta, sembrava già da ricovero.
Sono brava io a far l’amore. Ho cinquantadue anni ma credo che continuerò a essere appetibile per altri dieci. Sono brava a far l’amore e piaccio: certo, col passare del tempo sono stata costretta ad andare due volte dal chirurgo, che però mi ha solo tolto un po’ di doppiomento una volta, e ritoccato il naso, tre mesi fa. Sono brava con gli uomini. La mia pelle è ancora giovane, liscia, forse perché faccio attenzione a cosa mangio, forse perché fumo solo cinque sigarette al giorno, forse perché dormo tanto e bevo acqua in continuazione. Ho imparato a farli impazzire gli uomini, anche perché produco tanto liquido: loro, quando fanno l’amore con me, pensano di essere bravi dal momento che io mi bagno così tanto. Stronzata: mi è sempre successo così, anche andando con qualche cesso.
Con quel ciccione dell’avvocato per esempio: è venuto da me diversi anni fa, perché non sapeva dove sbattere la testa. Sposato da anni, aveva perso la testa per la sua segretaria, poi però, dopo settimane e settimane di tentativi, non era mica riuscito a far l’amore con lei. Sono fragili gli uomini, fragili e stronzi. Anche Mario lo è: licenziò la segretaria e tornò dalla moglie: meglio fottere senza troppo entusiasmo che non fottere per nulla. Solo che il problema gli è rimasto e, allora, disperato si è rivolto a me. Quando ci siamo incontrati la prima volta mi ha raccontato tutto, ma tutto tutto: ero l’ultima spiaggia. Ero anche il suo confessore. Aveva già provato con l’ipnosi, con la respirazione yoga, con vari specialisti. Per non parlare dei soldi che aveva dilapidato nei night, anche in Svizzera. Non gli era servito a niente: l’ansia da prestazione, la paura di non riuscire a fare l’amore li paralizza gli uomini. Sudano freddo, sono disposti a tutto pur di tornare normali. Io con Mario ci sono riuscita. E’ facile. Le prime volte c’è bisogno di tanto tempo. Loro sono lì, incapaci di avere un’erezione solo perché inchiodati dalla paura. Occorre essere brave con le mani: meglio accarezzarli sulle spalle, sulla schiena, sulla testa; guai a toccarli lì, dove loro, stupidamente, sono concentrati. Quello che non funziona è la loro testa: perché è imprigionata nelle loro mutande. Per sbloccarli bisogna parlare, dire cose che possano eccitarli, ma la maggior parte delle volte è meglio parlare di un argomento qualsiasi mentre li si bacia e li si accarezza ripetutamente, con calma, magari ai piedi oppure nel sedere; poi succede che, improvvisamente, dimenticano di essere paralizzati dalla paura e tornano a correre, tornano stronzi appena vedono che il coso funziona ancora. Prima almeno, quando hanno il terrore negli occhi, capisci che stanno toccando con mano cosa vuol dire stare male, maledettamente male.
No avvocato, questa sera non ti racconterò nulla di Clelia. Dì un po’ avvocato, la tua segretaria perché l’hai licenziata? Perché sei come loro, come quelli che trentacinque anni fa se la sono spassata con me, là dietro quegli alberi. Di Clelia meno si sa e meglio è.

 

Dicono di CleliaRemo BassiniMursia 2006

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Le fasi del mio essere scrittore

Come scrittore sto vivendo la fase C.
Ma andiamo con ordine. Tornando indietro di diciassette anni.

Fase A.

Ho meno di quarant’anni. Ho perso tempo: nel senso che ho lavorato facendo di tutto, ho studiato, ho recitato, mi son messo anche a giocare a bowling a livello agonistico, “ma hai perso tempo” mi dico quasi ogni sera. Almeno un libro avresti dovuto tentare di scriverlo. Dicevi a tutti che saresti diventato uno scrittore, no?
Allora, a me piace scommettere. La scommessa fu: Finirò di scrivere il mio primo libro prima di compiere 40 anni.
E così fu. Nel 1996 avevo terminato Il quaderno delle voci rubate.
Non c’era internet e quindi cercai i nomi degli editori dovunque: riviste, pagine bianche gialle blu. Giornali.
Per anni collezionai solo risposte negative. Ci furono però due agenzie letterarie che mi chiesero di apportare modifiche: non le ascoltai).
Prima della fase B successe questo (è cosa nota, ma non a tutti). Inviai il manoscritto a Laura Bosio che dopo alcuni mesi mi telefonò. Il libro le era piaciuto, mi disse che dovevo aggiungere un capitolo. Le diedi ascolto. Il libro fu pubblicato dal giornale in cui lavoravo e lavoro, La Sesia. Fu regalato agli abbonati (che erano 1600 e che avevano facoltà di scelta: o il mio libro o un euroconvertitore con agenda; la metà scelse il mio libro),
Era il 2002. Avevo impiegato sei anni a vedere il mio manoscritto diventare libro.

Ma non potevo certo sentirmi uno scrittore. Avevo pubblicato… in famiglia.E Il quaderno delle voci rubate non era stato distribuito alle librerie.  Certo, potevo andare orgoglioso, perché Laura Bosio mi aveva detto di scrivere ancora.

FASE B
E’ l’autunno del 2003. Mando in lettura il primo capitolo e la sinossi di Dicono di Clelia a Mursia e Mursia, dopo nemmeno un mese, mi telefona.
Casa editrice Mursia, cerchiamo il signor Bassini.
Io penso: vorranno vendermi qualcosa. No, volevano leggere tutto il libro. Alcuni mesi dopo il verdetto, che è positivo.
Mentre attendo che Mursia stampi il libro scrivo Lo scommettitore e lo mando in lettura a Fernandel. Mi telefona Giorgio Pozzi, il libro gli è piaciuto. Lo pubblicherà.
Primi mesi del 2006. Escono, a distanza di pochi mesi l’uno dall’latro, Dicono di Clelia e Lo scommettitore.
Lo scommettitore diventa libro del mese e poi dell’anno di Fahrenheit.
A fine 2006 mi contatta la Newton Compton. Mi chiedono se ho un romanzo nel cassetto.
Ne sto scrivendo uno, rispondo.
Mi fanno il contratto ancor prima che io finisca di scrivere il libro che ho in testa, La Donna che parlava con i morti (che avrà una prima tiratura di 4mila copie e una seconda di 1500).
Poi scrivo e pubblico Tamarri (raccolta di racconti che mi viene chiesta da Historica), poi scrivo Bastardo posto. La Newton ne annuncia l’uscita nel suo catalogo del quarantannale (vedi sotto, fotografia della pagina del catalogo inglese), ma arriva la crisi, la Newton blocca o rallenta le pubblicazioni, compreso Bastardo posto. Io aspetto, poi nel 2010 rescindo con la Newton, e propongo Bastardo posto ad alcuni editori.
Il primo che mi risponde “Ti pubblico” è Luigi Bernardi, allora direttore di Perdisa.
Accetto subito perché Bernardi mi piace, e poi mi piace scommettere su Perdisa.
Ma forse faccio l’errore della mia vita: un’altra casa editrice, ben più importante di Perdisa, mi avrebbe pubblicato…
Forse l’errore è imperdonabile: considero infatti Bastardo posto il mio miglior libro.
Comunque. L’espereinza con Perdisa – a parte il mio errore – la ritengo valida.
Tant’è che nel 2011 (oltre al racconto lungo Il monastero della risaia che esce per SenzaPatria) sempre con l’editore Perdisa (editor è Antonio Paolacci) pubblico Vicolo del precipizio, metalibro su Cortona e i ricordi.
A questo punto però, si affaccia la Fase C

Fase C

Ho nel cassetto quattro racconti neri, intitolati Nel buio assoluto di un bagagliaio.
Ho nel cassetto il mio primo libro, Il quaderno delle voci rubate. In pratica è un libro fantasma (che tanti, penso per esempio a Luisito Bianchi o alla “donna che parla con i morti”, lo considerano il mio miglior libro).
Ho nel cassetto un giallo ambientato a Torino dal titolo Il caso Lingua Macabra.
La fase C, già. Che mi ricorda tanto la Fase A.
Sono nel cassetto ma anche in giro, che cercano un editore.
Ma va bene così. Non mi sento una vittima del sistema.
E quando dico a me stesso che posso anche smettere di scrivere so che sto dicendo una bugia.
Creperò povero (perché ho le tasche bucate), creperò scrivendo.
Certo, quando la crisi d’astinenza da scrittura si protrae come si sta protraendo adesso un po’ comincio a preoccuparmi. Solo un po’:

(Mamma mia quanto ho scritto)

libri

una grande storia d’amore: che fa male, però

A proposito di storie vere. Alcuni di voi questa storia l’avranno già letta. La postai sul blog che ho nell’on line de Il Fatto.
Aitan lesse e commentò così:
Se non fosse vera, sarebbe proprio una bella storia, edificante, di quello che nonostante tutto ti fanno sorridere di ottimismo.
Purtroppo è vera.
Sebbene – soprattutto a chi l’ha vissuta – sebbene faccia male, dicevo, è una grande storia, perché c’è tanto amore dentro.

Anche se era primavera, fu un giorno bruttissimo per Cetty. Il peggiore che lei ricordi. Perché Salvatore, Salvo per lei e per gli amici, tornando a casa, aveva parole e occhi di pianto, il peggiore pianto: quello che non vuole trattenere le lacrime, anzi.

La gemelline, Sara e Martina, giocavano di là, nell’altra stanza, nel box. Camminavano già, ma non bene.

Salvo e Cetty, siciliani, vivevano al nord da circa un anno. Da quando, cioè, lui aveva trovato lavoro all’ospedale di Vercelli come medico ematologo. Il suo primario gli aveva detto: organizzami l’ambulatorio. E lui l’aveva fatto nel migliore dei modi. Con scrupolo. E soprattutto con tanta umanità, perché chi ha la leucemia, si sa, ha più possibilità di farcela se ha un medico che lo segue come un fratello, se ha un medico che lo prende sottobraccio e gli dice: guarda che ce la farai, ce la faremo.

Lottava con i propri malati, insomma Salvo. E il primario, i colleghi, Fabio soprattutto, stravedevano per lui. Così bravo, così giovane, così umano. Farà strada, dicevano. Così fortunato: due belle bimbe e Cetty, la donna della sua vita, dopo il lavoro.

Ma ecco che arriva il giorno buio. Il nero. Sono malato, gravemente, dice Salvo a Cetty, un brutto giorno di primavera. Si abbracciano, piangono insieme, per ore. Poi parlano piangendo. E decidono che tutto deve continuare come prima, che nessuno, insomma, deve sapere (perché Salvo, gli accertamenti, li ha fatti fare da una persona amica, che starà zitta).

Così, la vita continua, in casa, con le gemelle che crescono e hanno voglia di giocare, e in ospedale, dove Salvo continua, in ambulatorio, a fare forza ai propri pazienti. Tutti i giorni. Ce la farai, ce la faremo.

Finché ha avuto forza così ha fatto. Vivendo da eroe gli ultimi mesi della sua vita. Cetty, dopo averlo assistito fino alla fine, è tornata a Siracusa. Insegna ora. E cresce le due bimbe. E non pensava che sarebbe tornata a Vercelli, città che a lei fa male, quando ci pensa, eppure l’ha fatto, è tornata giorni fa, un anno dopo la morte di Salvo, portandosi appresso le gemelline. Che sgambettano sicure, ora.

Doveva prenderle in braccio e mostrare loro qualcosa, Cetty. Con orgoglio.
La targa dove si legge Dottor Salvatore Berretta, ambulatorio e Ematologia. La direzione dell’ospedale ha organizzato la giornata, ma la targa l’hanno voluta (e pagata) i malati.

Ce la farai…

(Questa storia, purtroppo, è vera. Questo post è dedicato a Cetty, alle due gemelline, Sara e Martina e ai genitori del dottor Salvatore Berretta).

perduto amore

E’ un pomeriggio d’estate. In una casa di riposo del vercellese vedono arrivare una signora in taxi. E’ una donna ricca, è vedova, arriva dal nord est.
Avrà ottantantacinque anni, portati benissimo.
E’ arrivata lì per rivedere il suo perduto amore che di anni ne ha novanta ma è come se ne avesse duecento, o forse più.

Sono giovani. Vent’anni lui, nemmeno sedici lei. Lui è di buona famiglia, lei è figlia di gente che lavora i campi. Del loro amore le rispettive famiglie nemmeno lo sanno.
Lui è a rischio-cartolina, e in effetti arriva la chiamata dell’esercito italiano.
L’addio – come migliaia di altri addii – è tra lacrime e promesse d’amore eterno.
Per un po’ l’attesa della ragazza è l’attesa di una lettera: che arriva, puntuale, per essere baciata, letta e riletta, conservata con cura sotto il cuscino.
Finché ne arriva una, dolce come le altra ma destinata ad essere diversa: è l’ultima lettera.
La ragazza pazienta, prega, timidamente chiede.
Nessuno sa dirle nulla.
Finché un giorno un amico della famiglia l’avvicina e le dice che il suo amore è disperso, come tanti.
Ricomincia l’attesa, paziente e testarda. Ma poi finisce la guerra e di lui non resta che quell’ultima lettera che non doveva essere l’ultima.
La ragazza si rassegna, lascia il paese, va nel nord est, conosce un uomo facoltoso, si sposano.
E quando, ormai ottantenne, rimane vedova, ripensa al suo perduto amore di quando aveva sedici, diciassette anni.
Ha soldi, e quindi può permettersi di cercarlo. Si affida a un avvocato, l’avvocato si affida a un investigatore privato.
Dopo qualche ricerca, alla signora arriva l’esito della ricerca, che è… positivo: il suo perduto amore è ancora vivo.
Da militare non si era comportato da uomo: lo avevano infatti congedato come un inetto, una femminuccia che ha paura di morire e della guerra. E, tornato a casa, i familiari si erano talmente vergognati di lui che lo avevano rinchiuso.

Si sono rivisti, due anni fa. Gli occhi lucidi della donna e quelli spenti di lui, forse per un attimo, si sono incontrati.

(Questa è una storia vera al novanta per cento. L’inizio e la fine son veri; in mezzo mi son preso delle libertà).