odio e amore (no potho riposare)

Hesse:
Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che è dentro di noi.
Per me questa è una grande frase.
(Giustamente, Martin Luther King diceva che l’odio è il peggior stato d’animo, stupido anche: chi oda regala io suo tempo alla persona che odiamo).

E questa (parto con questa versione, perché in sovraimpressione c’è la traduzione) è una grande canzone, d’amore e sarda.

L’ho sentita per la prima volta a Vercelli, durante un concerto del coro di Nuoro, penso una quindicina d’anni fa.
L’ho risentita qualche estate fa, in Sardegna, d’estate, e rimasi colpito dall’intensità con cui veniva cantata, eravamo solo un gruppo di persone che aspettava la notte.
L’amico sardo che la cantò la cantò ad occhi chiusi, commosso.
E l’ho risentita un’ora fa, vedendo il video che Paola Pace (attrice che ama poeti come Esenin e Campana e che ama savare tra i ricordi) ha proposto su facebook: nell’interpretazione – l’ultima – di Andrea Parodi.

buon sabato

che è piccolo e che tutto si sa

Nel paese – che è piccolo e che tutto si sa – è successo questo nei giorni scorsi.
Il postino l’ha vista in giro, sulla sedia a rotelle, che sfrecciava.
E si è preoccupato, il postino: metti che attraversi, sbadata, la strada.
E si è chiesto, il postino, se l’han lasciata uscire dalla casa di riposo oppure se è lei che, svelta, esce e va a spasso, e poi, ma con delicatezza, si è anche interrogato, sempre lui, il postino, se per caso la signora, visti gli anni, non abbia magari qualche disturbo senile…
Fanno brutti scherzi certi disturbi: si sa da una vecchia maestra che, in un paese non vicino, va in giro e dice cose sconce e parolacce…
E io quando ho sentito il racconto ho ri-pensato a Il piano finito della Allende: il vecchio che, quando viene prelevato per essere rinchiuso,  si sbottona i calzoni e prende a masturbarsi…
E son ricordi, pensieri, questi, che ne trascinano dietro altri mille…
(Mia zia, demenza senile, ricoverata in istituto non riconosce nemeno mia madre; le dice Buongiorno, oppre, Cosa vuole?; mia madre, che un giorno, va da lei, ed è di fretta; è morto il fratello più piccolo; mia zia è agitata, dicono le suore a mia madre che sono ore che chiede, Dov’è Quinto?, appunto, il fratello che è morto, a 500 chilometri di distanza).
Comunque.
Succede che poi – nel paese che è piccolo e che tutto si sa – una ragazza veda, pure lei, la signora che, sedia a rotelle, sfreccia.
Guarda la ragazza e dice: Il tabacchino, ha già chiuso il tabacchino, e adesso dove le trovo le sigarette?
E torna, piuttosto incavolata, me veloce, verso la casa di riposo.
(Ed è successo per davvero. Postino e ragazza, ora, son tranquilli).
Buona giornata

che natale è

Sono in redazione, solo, rispondo agli auguri, sms o mail o telefonate che siano.
E’ da una vita che certe giornate le passo al giornale. Anni fa, c’era un motivo vero: non avevo a casa il computer e quindi, per scrivere, venivo qui.
Se ripenso al mio primo libro, Il quaderno delle voci rubate, mi rivedo qui. E se invece ripenso a Lo scommettitore mi rivedo ancora qui e poi in un albergo, a Cortona, di notte, nella stanza delle prime colazioni.
Insomma, per scrivere ho rubato tempo a tutto: a una passeggiata, agli affetti, a momenti insomma.
(Certe volte faccio il gioco dei rimpianti: se avessi creduto un po’ di più nella mia scrittura avrei perso meno tempo a cazzeggiare, per esempio giocando a bowling, sport che ho praticato a livello agonistico.
E anche: se avessi dedicato meno tempo alla scrittura avrei, ora, qualche ricordo in più di mia figlia, Sonia).
Torno, perché la mente è tornata lì, al Quaderno.
Lo iniziai a Pasqua e lo finii in quindici giorni, sarà stata l’estate di tredici, quattordici anni fa: niente ferie, quell’anno, niente Cortona, ma solo la scrittura, poi le passeggiate al fiume con il cane che avevo allora, Barone, poi il cinema la sera.
(Non è facile, quindi, la vita per chi vive con me.
Mia moglie Francesca (seconda moglie), quando siamo in ferie e mi fa da autista e vede che sbadiglio e che mi abbiocco, dice, E’ un piacere fare le ferie con te).
Ma è anche vero che non devo piangermi addosso.
Preferisco stare qui, anche oggi che ho ben poco da fare, che in mezzo alla pazza folla.
Però, però, sul Natale vedo giudizi.
Ora mi sta bene tutto, ed è giusto che ci sia gente che dica, del Natale.
Ma le lezioni dall’alto, grande festa, festa borghese, festa del cazzo, non mi piacciono.
Ognuno di noi ha i suoi ricordi, le sue percezioni.
Per me è una bella festa. Ricorda i momenti più belli della mia infanzia. Mi ricorda anche gli amori passati a presenti, il Natale, un po’ come la primavera.
Ma è anche un momento, dico per me, solo per me, sempre e solo per me, di tristezza: al tavolo, stasera, mancherà qualcuno.
E’ così dappertutto, certo, dappertutto si dice che la vita va avanti.
I bambini, per esempio, devono sorridere.
Ma amo e voglio anche ricordare, io, e mi sento affine a chi ricorda.
Buon natale a tutti, soprattutto a quelli che non sono riuscito a salutare.

gli auguri scomodi

Copio e incollo un post, di Stefania Mola, che apparve un anno fa su La Poesia e lo spirito.
Penso vada bene e andrà bene: anche tra uno e più anni.
Va bene per chi crede, va bene per chi non crede.
Buona lettura, buona vigilia.

Natale 1985

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire.
Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce”, dovete partire dagli ultimi.

Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.
I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.

Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.
don Tonino Bello

natale

Natale 1926, Antonia Pozzi
(dal sito http://www.antoniapozzi.it)


Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia

Natale (Fernando Pessoa)

Nasce un Dio. Altri muiono. Non ci è giunta
né ci ha lasciato la verità: muta l’Errore.
Abbiamo ora un’altra Eternità,
e ciò che è passato in fondo era migliore.

Cieca, la Scienza ara gleba vana.
Folle, la Fede vive il sogno del suo culto.
Un nuovo Dio è solo una parola.
Non credere o cercare: tutto è occulto.

Il Natale è il 24 (Piero Ciampi)

È Natale il 24.
Non riesco più a contare,
la vita va così.
Ho una folle tentazione
di fermarmi a una stazione,
senza amici e senza amore.
Mio fratello è all’ospedale,
sono giorni che sta male,
la madre non l’ha più.
Anche Pino è separato,
Elio al gioco si è sparato,
mi stupisco sempre più.
Io vado,
quando sono abbandonato
vado in cerca di una donna,
senza danni.
Sento,
quelle volte che non pago,
che rimane pure amore
per un’ora.
Ma il mattino mi consegna
Francescangelo drogato,
non mi conosce più.
Per vederci un poco chiaro
bevo un litro molto amaro,
sono dentro a un’osteria.
Il Natale è il 24,
Gianna ha un cuore molto strano,
la vita va così.
Ho una folle tentazione
di rifermarmi a una stazione,
senza amici e senza amore.
Il Natale è il 24.

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Di Natale, comunque io, ho un buon ricordo. Profumi,  in particolare. Di cibo buono che, soprattutto se vivi in una famiglia povera, operaia com’era la mia, assaporavi di più, e di carta anche, sapevano che mi piacevano i libri e li annusavo, accarezzandoli, quei libri che i regalavano anche perché un trenino costava troppo, ricordo alcuni titoli, Pellerosse in armi, La ferrovia del pacifico, Passaggio a Nord Ovest, Betty Zane, e mi portavano lontano, e Zanna bianca, e Il richiamo della foresta e poi, anni dopo, diciamo una ventina,  ricordo invece, ricordo nitido era il 1983,  La psicologia dei bambini, che lessi tra la vigilia e il natale (mentre c’era il solito insopportabile, noioso, dopo pranzo in famiglia).
Ecco, da bambino sognavo di diventare adulto e poi da adulto, sebbene avessi meno di trent’anni, imparai, leggendo appunto la Klein, che si resta sempre bambini.
Ma ci si arriva da soli, a questo.
Buona giornata


È Natale il 24.



il dono di Monia (e altro)

questa poesia correva il rischio inosservata, tra i commenti; è un dono di Monia (che la scorsa estate, ricordo, mi diede una grossa mano per i Raccontiaquattromani).

No, non c’è la morte.
Neppure questa pietra è morta.
E non è morto il frutto che è caduto:
tutto in vita ritorna al tocco delle dita,
tutto respira al ritmo del mio sangue,
del soffio che lo sfiora.
Così, quand’anche la mia mano seccherà,
nel ricordo vivrà d’un altra mano,
e tacita la bocca serberà
il gusto delle bocche che ha baciato.

( José Saramago )

Poi, vi segnalo questa recensione.
E’ sul nuovo libro di Alessandro Zannoni, che è bravo, credetemi, che in questo blog a volte interviene firmandosi Alessandro, che ora fa parte di una casa editrice che mi piace (la cui “anima”, se non sbaglio è Luigi Bernardi), e che in passato, sto parlando sempre di Alessandro Zannoni, con lo pseudonimo di Michelangelo Merisi aveva pubblicato libri autoprodotti, autopromuovendoli e facendosi apprezzare.

Su Facebook (e su Nazione Indiana, ma non ho seguito bene) c’è stato uno scontro, tra due persone che conosco e stimo, Eva Carriego e Franz Krauspenhaar. Sarei voluto intervenire, ma non l’ho fatto. A volte nella rete non è possibile capirsi e scattano così le imncomprensioni e anche le offese.
Nella rete non si può discutere come si potrebba fare davanti a un caffè, un bicchiere di vino.
La discussione, comunque, era questa.

Chi sono gli scrittori, oggi?
Io so che, a prescindere, vengo visto con sospetto da chi non ha pubblicato, e con sufficienza, da altri.
E qui mi fermo, augurando buona giornata.

non è triste la morte, sa?

Ricami di rami sul bianco silenzio del cielo.
Nidi vuoti su sostegni assopiti,
guardo e sento che ci sarà un nuovo inizio

L’ha scritta Morena Fanti, è nel suo romanzo, Orfana di mia figlia.

Mi è venuta in mente, rileggendola, un’immagine, un ricordo.
Sono in università, Palazzo nuovo, Torino.
Sono davanti a Gian Renzo Morteo.
Parliamo di teatro, di poesia, della mia tei di laurea.
A un certo punto si blocca, lui, e non mi ascolta più. Sta guardando fuori, vedo, sta guardando un albero.
Era malato, sarebbe morto di lì a pochi mesi.
Importava quell’albero, in quel momento, quell’albero che, vivendo, non sappiamo guardare.

Siamo stupidi quando, di fronte alla morte, torniamo bambini e ci sentiamo indifesi e vediamo cose che non vedevamo o siamo stupidi vivendo
tutti chiusi in tante celle
fanno a chi parla più forte
dice Guccini
(ne ho parlato l’altra sera, alla presentazione del mio ultimo libro, a Villata; mi han chiesto dela morte….
alla fine si è avvicinata una persona che mi ha detto: Lo sa che ha ragione? Non è un argomento triste la morte, è triste se ci dimentichiamo di lei…)

Mio padre fa lo sbruffone quando parla della morte. Dice, chissà se tra due mesi sarò ancora vivo, oppure va a vedere la tomba che ha comprato al camposanto, per lui e per mia madre.

Ieri sera raccontava di quando si è sposato, il letto matrimoniale lo pagai 24 mila lire, il vetito da sposo 6mila lire, ha detto.
Poi è tornato indietro, sempre più sempre più.
A quando andava a scuola, un’unica classe per tre classi elementari, alle botte della maestra, poi, sorridendo, ha detto, E quando si doveva andare alla Dottrina (catechismo) mica ci s’andava, s’andava a rubare le mele.
Sembra ieri, ha detto.
L’ho visto triste, non era mai successo.

Suonano le campane, la giornata è fredda ma bella, vado a spasso per Vercelli, vi lascio queste parole con refusi incorporati, come sempre, sono appunti, del resto, questi, e io ho fretta di andare a camminare
buona domenica

Tamarri è uscito, ma io, ancora, non ho visto le mie copie omaggio; c’è, però, già questa recensione di Gordiano Lupi.

viole(n)t red

le conobbi a genova un paio di anni fa.
passammo una bella serata, che finì in bellezza alla Vegia Zena, trattoria del porto antico di Genova, e finì a Boccadasse, solito locale (solito percorso, ripetuto domenica scorsa insieme a mia moglie e alla mia  giovane amica, Chiara Daino, attrice e scrittrice).
le conobbi, dicevo a genova, Laura e Lory, erano in trasferta per presentare un libro, ma la conoscenza diretta di una sera, per quanto piacevole, è diventata poca cosa o nulla rispetto al rapporto che s’è instaurato poi, con telefonate e mail.
le stimo come persone, mi piace come scrivono.
di un loro libro, che ha, credo, l’unico grosso handicap di essere troppo voluminoso, ho letto i primi capitoli e penso che prima o poi (lo spero, anche) abbia fortuna.
ha anche un bel titolo, Il puzzle di dio.
Comunque.
Ho scoperto or ora che Laura e Lory hanno pubblicato un libro per la casa editrice che pubblica anche Enrico Gregori, che di questo blog, insieme ad un’altra decina di persone, è come se fosse coautore.
comunque la copoertina del libro è questa, quel po’ d’altro che si sa è qui, nel loro blog.

laura-e-lory

l’avrei abbracciata

La particolarità della foto sta nel fatto che, io, nel modo più assoluto, non ricordo quando ho assunto questa espressione, ieri sera a Villata, (paese  di1600 anine, a due passi da Vercelli ma in direzione Novara) nella sede della società operaia di mutuo soccorso.
Le altre, quelle in posa da oratore, son le solite foto, però.

Qui, sotto alla foto, ognuno puà inventarsi la didascalia che vuole.

(Due sole cose, ora.
Il fotografo è bravo, si chiama Andrea Cherchi, lavora anche per La Sesia e si è specializzato nel fare foto strane.
La seconda. C’erano venticinque persone, ho venduto tutti i libri, chi non lo ha trovato lo ha prenotato, ma soprattutto per me si è trattato di un ritorno: nel 2003, era febbraio, forse marzo, feci la mia presentazione: de Il quaderno delle voci rubate.
Poi aggiungo un’altra cosa.
Siparietto finale.
Mi raggiumnge una giovane donna, quaranta, forse meno. Ha due copie in mano. Mi dice, questa è di mia madre, che non è potuto venire ma ha letto tutti i suoi libri, ci terrebbe ad un suo autografo.
Eseguo. Poi mi guarda e dice, Questa invece è la mia copia, mi chiamo…
E dice, dopo che l’ho firmata, fissandomi. Ho sentito quasi tutto, sa, io sono sorda, leggo dal labiale, ma questo è un libro che vibra solo a tenerlo in mano.
L’avrei abbracciata e mi sono anche un po’ maledetto: perché quando parlo, spesso, porto le mani davanti alle labbra, sarà per l’astinenza da sigaro).

presenta-con-rabbia

vedere, a volte, un pezzo di cielo

Sono le tre e venti minuti. Sento il rumore dello scaldabagno ai miei piedi, spero di non sentire il mio cane che, ogni tanto, metti che passi un gatto, abbaia.
Tra un po’ – so già – il mio gatto mi chiederà di uscire. Solitamente sta via un’oretta, dipende dal tempo. Se c’è la neve anche dieci minuti, quando fa caldo magari non rientra nemmeno.
Tra un po’ comunque passo in cucina, mi preparo un caffè (o un tè nero), leggo.
Fino alle cinque.
Domattina, alle dieci e cinque, dieci e dieci sarò di nuovo qui, davanti a questo monitor.
La mia stanza è piccola, francescana. L’ho scelta io così, mi concentro meglio. Solo la scrivania e due librerie, alle mie spalle. Davanti a me una mensola con sigari e pipe, e poi foto; io e Francesca, Marsiglia, Cortona, mia figlia Sonia e mio fratello Moreno, il pio primo cane Barone, io quando avevo tundici anni con un fucile da caccia, la cartuccera a tracolla e mia sorella Silvia di due anni in braccio; alle nostre spalle la vecchia Fiat 500…
Vivo in una vecchia casa, ristrutturata. Dicon che sotto ci sia un camposanto di monache,ma non è sicuro sicuro dove.
Magari son proprio sotto di me, ora.
Mi pare di sentirle  a volte (ci son keggende, e cattiverie, o forse chissà, cattiverie non sono, vediamo se stanotte mi fanno dormire bene gli spiriti delle vecchie monache).
Ha di bello, questa stanzetta, il portafinestra che dà sul giardino.
Se la giornata è soleggiata, quando mi sveglio, inseguito dal gatto che vuole uscire mentre il cane si raggomitola tutto perché invece a uscire non ci pensa lui, e vengo qui, con la tazza del caffè, è bello, dal portafinestra, vedere il giardino e un pezzo di cielo.

A volte succede che io inizi la giornata così. Arrivo qui, poso la tazza, apro il portafinestra, guardo fuori, rientro, mi scaldo, accendo il pc.

Ho passato giorni, nei giorni scorsi, entrando in questa stanza con il caffè sulla destra e il cellulare all’orecchio sinistro, e mentre parlavo accendevo il pc senza nemmeno guardare fuori. E mentre parlava al telefono e accendevo il pc accendevo anche la sigaretta e beveo il affè; ché tanto ci sono abituato, è così da vent’anni.

Che nevicava, la scorsa settimana, me ne sono accorto uscendo di casa.
Davanti a me c’è la Caritas, c’è sempre qualcuno.
C’era gente infreddolita, quel giorno.

Buone cose a tutti

poi basta

Penso che carloesse abbia ragione: segnaliamo i libri natalizi, compresi gli amici (ma non del sottoscritto).
Io consiglio, ma mi fermo a quelli usciti a dicembre:
– La jatta, di Cinzia Pierangelini (Gbm);
– Gli scheletri di via Duomo, di Stefania Nardini (Pironti);
– Doppio squeeze, di Enrico Gregori (Bietti);
– Tu non dici parole” di Simona Lo Iacono (Perrone);
(che non ho letto ancora, ma so come scrive Simona, una scrittura… molto siciliana, che mi piace).

Poi.
Stanotte ho dormito tre ore. Erano due giorni che lavoravo al nuovo libro. Quando pensavo di essere in dirittura di arrivo (ieri alle 16) mi sono accorto che il programma di scrittura che uso (non è word, ho spiegato più volte che non voglio un programma di scrittura che mi consiglia i sinomimi) è andato in tilt. Registra col nome non registrava. Dovevo, insomma, registrare ogni volta un nuovo documento. Così ho perso pagine e pagine corrette. Proprio l’ultimo giorno doveva succedere? Comunque. Sono andato a memoria, ricorreggendo di nuovo, undici ore di seguito con venti minuti di pausa per mangiare: salsicce cortonesi alla piastra. Trenta sigarette e cinque mezzi toscani, comunque, in quelle undici ore.

Poi.
A proposito di strafalcioni.
Un ragazzo che lavora con me ne ha scritta una grossa: La città è in fermentazione per…
Da strozzarlo.
Poi scopro il retroscena. Ha scritto un pezzo sabato, alle 9 di mattina. Dopo una notte folle: impantanato, insieme alla sua nuova fiamma, in macchina. Dicono, qui, che la nuova fiamma si andrà spegnendo…

Poi.
Facebook. Ho scritto: Ma Veltroni quando si dimette? Pioggia di commenti (Face è velocissimo). Il primo è stato: Ma chi è Veltroni.
Roberto Tossani ha invece scritto: E chi al posto di Veltroni?
Già, chi?
Cacciari? O una donna? Per esempio la Finocchiaro o la presidente della regione Piemonte. Mercedes Bresso.

Poi basta.
Buona giornata

quando verrà natale

Quando verrà natale, voglio:

trovare almeno una giornata, diciamo dalle 11 del mattino, dopo un caffè poi un altro e un altro ancora, e fino alle 19, con pausa tramezzino, per risistemare la mia libreria, portando a casa per esempio i libri che ho al giornale, rimettendo in libreria i libri che ho in sala, in bagno e sulla scrivania e in camera da letto, e sistemando anche, con un nuovo scaffale che devo comperare, alcuni libri che ho in cantina e non vorrei che fossero lì.
(E mentre metterò a posto riformulerò il solito giuramento, mai rispettato: giuro che da ora in poi sarò ordinato, perché un libro di De Lillo non so mica dove l’ho messo e sono giorni che lo cerco, non vorrei finisse come è finita per Solea di Izzo, che per me è il più bello della trilogia, e che ho dovuto ricomperare, e la Poetica di Aristotele, perché la metto sempre in posti diversi e non la lascio tra i libri importanti?).

Poi voglio andare a Torino, magari una domenica pomeriggio, e, in una libreria o in una bancarella tra via Po e piazzaStatuto, comprare tre, quattro, cinque libri di cui non so niente o quasi. Li scelgo, annusandoli, leggendone pagine a caso. E poi vado a spasso per Torino, mi piace Torino quando è Natale.

Poi voglio fare una cosa che mi piace fare, un mattino di questi. Prendo mezza di ferie, mi sveglio, caffè, posta elettronica poi salgo in macchina e vado in Monferrato, in un paesino che non conosco, e lì faccio due passi, poi entro in un bar dove c’è gente che non conosco, bevo un caffè, leggo il giornale o qualche pagina di un libro, poi faccio ancora due passi tra gente che mi guarda, che non conosco e che non mi conosce che si interroga su di me, e poi torno indietro, e vado a casa oppure a lavorare, non importa.

Spero di far tutto, ci terrei davvero.

E poi se volete, potete segnalate un libro di Natale, un buon libro, da leggere o da regalare, ma che non sia di amici o di blogger o di amici degli amici, insomma, che sia un buon libro e basta, non importa se vecchio o nuovo, oppure se volete segnalatene due di libri, uno classico e uno nuovo, comincio io, ma solo con un contemporaneo.
Senza luce, di Luigi  Bernardi, edizioni Perdisa.
(Per quanto riguarda i classici io mi affido alle suggestoni di tre blog, da tre sempre:
Clelia Mazzini;
Stefania Mola;
Gabriella Alù).