tutto relativo

La prima cosa che non va nel giornalismo è il problema spazio-tempo.
La spazio è la prima pagina di un giornale oppure la scaletta di un telegiornale.
Si scelgono le notizie.
E il tempo è quasi sempre variabile.
A. C’è niente oggi.
B. C’è troppo oggi.
(Poi ci sono i giorni metà e metà, che sono i più, forse).
Ecco, metti che un uomo politico noto ma non troppo decida di annunciare al mondo che ha fondato un nuovo partito.
E metti che uno scrittore noto ma non troppo vinca un Premio quasiasi.
E metti che un’attricetta si rivolga al giornale o al tiggì per annunciare che si sposa per la sesta volta.
Se c’è niente oggi, rischiano tutti e tre di diventare famosi. Prima pagina con foto, e magari riquadro a parte, con passato, presente e futuro.
Se c’è troppo oggi, rischiano di diventare… dei trafiletti anonimi. O, peggio, di non essere nemmeno pubblicati.
(Fiuggi, 2003, lezioni ai praticanti, tra cui io, che dovranno poi sostenere l’esame da giornalisti. Tra i miei appunti c’è questa frase, di uno dei docenti. “L’obiettività giornalistica non esiste, si pensi alla tenaglia spazio-tempo”. Insomma, ho riciclato un ricordo).

Ma succede così in tanti altri campi.
Metti che in una casa editrice siano sommersi da manoscritti osceni; se ne arriva uno mediocre si convincono tutti che è arrivato un capolavoro.

Qualcuno potrebbe obiettare che esistono anche le raccomandazioni, che, si sa, son più forti della tenaglia spazio tempo.
Ma da quel che ne so (e quindi è molto relativo quello che io so) le raccomandazioni sono molto più pressanti in ambito sanitario rispetto, ma sì, torno lì, a quello letterario.
Il che non è mica un bene.
Un libro raccomandato ti costa dodici euro e poi magari lo butti; un medico raccomandato può costare un po’ più caro.

boh, vedremo

Se tutto si fermasse così com’è, ora, direi Va bene.
Per tutto intendo i contatti in rete: di blog, di posta elettronica, di face (e fortuna che non uso quasi mai skype e mai messenger).
Credo che il problema che ho io sia un problema di tutti, chi più chi meno.
Ogni giorno nuovi incontri in rete, e dal momento che il tempo è quello che è, la sovrapproduzione di incontri, link, contatti, mail, alla fin fine si traduce in una cattiva gestione dei rapporti.
Siamo attratti dal nuovo ma il nuovo presuppone, dal momento che il tempo è sempre lo stesso, una infedeltà nei confronti del vecchio (dei vecchi contatti, insomma).
Quante sono le persone che, sempre più, si sono adirate con me perché non ho tempo?
Quante sono le persone a cui dovrei almeno scrivere perché son persone miti, che temono di di darmi fastidio?

E nella vita reale è quasi la stessa cosa.
Vedo persone oltre la vetrata (con veneziana, all’americana) del mio ufficio che, da lontano, mi salutano e dicono, ai miei colleghi, di non disturbarmi, che sono al telefono o con altra gente.

Io so questo so: che vedendomi da fuori non riesco a giustificarmi.
Nella vita e in rete.

Sto accumulando, per esempio, manoscritti e libri da leggere.
Troppi.
Anche perché, poi, uno, cioè io, avrebbe voglia d andare in libreria e comprare, magari per natale, cinque libri da leggere nei cinque giorni di ferie che ho.

Boh, vedremo.

Un post… gregoriano (e in morte di Patrizia Salgari)

Vi segnalo un post che non ho ancora letto. Lo ha scritto Enrico Gregori. Interverrò da lui. Citando me e la nostra comune amica Barbara Garlaschelli, Gregori parla di vendite di libri on line e di vendite in libreria. Dove, si sa, da non so quanti anni i libri son diventati quasi come le Bic, penne o lamette non importa: oggetti usa e getta. Oppure: oggetti fantasmi.
La discussione avviene in questa sede (e il titolo del post e proprio… gregoriano, leggo ora).

Poi. Come sapete è appena uscito o sta per uscire Tamarri, raccolta di sette mie racconti. Tamarri è il più lungo, L’augusto, invece, è tra i più brevi. L’augusto è dedicato ad Agusto Franzoj, personaggio salgariano che conosco grazie a Felice Pozzo, che è di Vercelli e che è riconosciuto come il più grande esperto italiano di “cose salgariane”.
Posto ora un articolo di Felice Pozzo, pubblicato sulla pagina di cultura del mio giornale, pochi giorni fa. Un articolo sulla morte di Patrizia Salgari.

L’ultima di tante volte l’ho incontrata a San Mauro Torinese, con il marito e il fratello Romero junior, nel giugno scorso. E Patrizia Salgari stava bene, era allegra. Parlammo di un’iniziativa salgariana ad Arenzano, in programma qualche mese dopo. Io non potei andarci, ma lei sì e mi raccontò com’era andata al telefono. Aveva in animo, nei prossimi mesi, di sollecitare in qualche modo un’emissione filatelica per il 2011, quando sarà commemorato il centenario della morte di Emilio Salgari, di cui era discendente diretta. Suo padre, Emilio junior, era infatti figlio di Romero Salgari (1898-1931), terzogenito del romanziere. “E’ ingiusto che non esista ancora un francobollo dedicato a Emilio Salgari – diceva – Non è forse il creatore della letteratura avventurosa italiana?”.
Aveva ragione, naturalmente. Avevo intervistato lei e suo fratello per “La Sesia” nel settembre 2006. Aveva detto, in quell’occasione: “Portiamo questo cognome senza ostentazione, senza esibizionismo. Personalmente ne sono molto fiera e orgogliosa, ma è solo un fatto intimo. Dopo tutto, quei romanzi famosi non li ho mica scritti io.” Difendeva il fatto di essere, con suo fratello, che ha quasi 50 anni ed è scapolo, discendente diretta del famoso romanziere, perché i Salgari in Italia non sono pochi, ma discendono da altri rami. E nel farlo pensava a suo figlio Andrea, che oggi ha 16 anni e che un giorno sarà l’unico a poter vantare quella discendenza. Venne a Vercelli, con la famiglia, in quel 2006, in occasione del “Festival dell’Avventura”. Aveva prestato numerosi cimeli per la mostra salgariana allestita al Museo Leone e li avevamo scelti con cura, insieme a sua mamma Anna e a Romero junior.
Ed ora Patrizia Salgari, nata nel 1963, non c’è più. E’ mancata il 7 dicembre, a Montà d’Alba, stroncata in poche settimane da un male incurabile. E chi l’ha conosciuta non può fare a meno di ricordare con autentico rimpianto il suo sorriso, il suo carattere dolce e forte insieme, la sua ritrosia. E di pensare al destino inclemente che l’ha strappata alla vita persino più giovane del suo bisnonno Emilio Salgari che, nel 1911, rinunciò all’esistenza a soli 49 anni.

Felice Pozzo

Gli incipit di cui non si sa, intanto, son diventati 25.
Chi vuole, può spedirne al mio solito indirizzo di posta elettronica bassini.remo(chiocciola)gmail.com
Se son lento, scusate, passo venti ore al giorno davanti al pc, che sto correggendo-riscrivendo una mia cosa di cui ho già detto.

un sogno e le storie

Ho fatto un sogno bislacco ma, alle 9 e 50 minuti, quando mi sono svegliato, me lo son tenuto a mente.
Allora, lavoravo in un ufficio, stavo imparando. Di che ufficio si trattasse non mi era chiaro, ma non avevo sensazioni di soffocamento, insomma.
Ero solo un po’ preoccupato: di imparare bene.
Improvvisamente arriva la comunicazione. Mi hanno trasferito a Roma.
Con la comunicazione, il sogno diventa più chiaro.
Lavoro alle poste e, a Roma, andrò a fare il postino, ma solo di pomeriggio, mi dicono (e io ho pensato, evviva, così posso continuare a dormire dalle 5 alle 10).
Ricordo anche d’aver pensato questo.
Finalmente. Facendo il postino incontrerò storie, è da tanto che non ne incontro più.
Le storie non sono cose che servono per essere raccontate.
Raccontare storie vere è come fare cronaca, come scrivere un blog.
Le storie vanno ascoltate, poi rimodellate, se si vuol scrivere.
Le storie, a chi scrive storie, servono: come i libri.
A vivere di libri e di internet si finisce per essere troppo lontani, dalle storie vere, credo.
Buona giornata.
Magari più tardi rileggo e correggo, ora sono in ritardo.

la quarta revisione

E’ come fare un castello di sabbia, la riscrittura di un libro.
Basta un movimento brusco, o un cattivo dosaggio delle parole e tutto crolla.
Basta poco.
Insomma, sono arrivato alla quarta riscrittura di Bastardo posto che, nei gorni prossimi, spedirò in casa editrice.
Ho impiegato tre, quattro mesi a scrivere la prima stesura.
Ogni giorno dalle 3 alle 6 ore (la domenica per esempio).
Più che ogni giorno dovrei dire ogni notte.
Il primo mese, solo il primo mese, l’ho dedicato al primo dei cinque capitoli.
Le successive due stesure mi hanno portato via una quindicina di gorni.
Tra una stesura e l’altra l’ho fatto anche leggere.
Ad esperti, e anche no.
Per la prima volta insomma, ho voluto che leggesse il mio primo libro anche un lettore non forte, da un libro ogni due mesi.
Ho scoperto di non aver inventato nulla di nuovo.
Un mia amica, scrittrice ben più affermata di me e che lavora nell’editoria, mi ha detto che lo fa già, da anni.
Il giudizio di una persona semplice a volte può essere più profondo di un addetto ai lavori, soprattutto se questa persona semplice è schietta e non si fa problemi nel domandare: Cosa significa questo passaggio, questa frase?

Il libro uscirà in concomitanza con il salone di Torino.
E’ la prima volta che pubblico per la econda volta con lo stesso editore (Newton compton). Ho un buon rapporto con questa casa editrice, soprattutto con Raffaello Avanzini e con l’ufficio stampa (la redazione, invece, mi sfugge un po’, conosco poco)

C’è, intanto, la parentesi di Tamarri. Ancora non mi è arrivato.
Il mio quinto libro (che sono racconti, in tutto penso siano 40-45 pagine, so che costa 4,50 euro) l’ho pubblicato con Historica di Francesco Giubilei, l’editore di quasi diciassette anni (che per posta elettronica mi sembra un quarantenne molto professionale, ma che invece al telefono è simpaticissimo).

E c’è, intanto, che la quarta revisione di Bastardo posto mi attende.
E’ tardi, insomma. Ora mi faccio un caffè e lavoro fino alle cinque.
Avrò l’intermezzo del gatto: lui conosce i miei orari e quindi, ogni tanto, viene a chiedermi “cose”: di uscire in cortile, per esempio.
Il cane no, è quasi ai miei piedi che sonnecchia. Si addormenterà, definitivamente anche lui, alle cinque.
Buona giornata

pubblicità: Tamarri

So cosa vuol dire inviare un manoscritto e ricevere poi un rifiuto prestampato o nessuna risposta da una casa editrice.
Ma è anche vera un’altra cosa: sono stato fortunato.
Dal 2003 a oggi, ogni mio manoscritto è sempre stato accettato.
Allora, nel 2007 è uscito La donna che parlava con i morti, Newton compton; nel 2009, in primavera, sempre per la Newton uscirà Bastardo posto.
Tra questi due libri c’è un intermezzo.
Tamarri e altri racconti, già apparsi in rete (come L’augusto).
La raccolta viene pubblicata da un piccolo editore: Historica. L’editore più che piccolo è giovane: è Francesco Giubilei, che tra venti giorni fa diciassette anni. Mai pensato di proporli ad altri.
(Ho appena finito di parlare con lui. S’è parlato di un po’ di cose, per esempio di Laura Costantini…
Oppure gli ho detto. Ma lo sai che Francesco che tutti mi dicon che ho fatto una bischerata, che dovevo proporli a qualche editore più strutturato:
E lui, ridendo, con cadenza romagnola, mi fa: Così è meglio, che è unabella scommessa…).
Son contento, comunque, che esca: Tamarri è un brandello della mia vita.

E poi.
Tra gli incipit di cui non si sa ce ne sono due nuovi.
E buona serata

(Variazione.
Chi volesse inviarmi incipit di inediti, oppure di cose edite ma poco note, mi scriva al solito indirizzo di posta elettronica).

ho conosciuto due donne, importanti

Ecco, a un certo punto io non so dire come mai (né interessa a questa storia – vera) il motivo per il quale Anna (che non si chiama Anna), sua sorella Marina (che non si chiama Marina), e la loro madre Noemi (nemmeno lei si chiama Noemi) si ritrovarono a vivere da sole. Tre donne, insomma, senza un uomo in casa.
Salto di palo in frasca, ora, e vengo al sodo: ieri ho stretto la mano a una persona importante, cioè Anna; anzi no, a due persone importanti: Anna e la sua amica Lucia (che non è Lucia…).
Anna ha una quarantina d’anni ben portati.
Pieni di sfortune.
Successe questo, più o meno vent’anni fa: la sorella di Anna, Marina, si ammalò. Tumore. Pi si riprese. Poi si riammalò. Altro tumore. E la madre, Noemi, visse aggrappata alla speranza di una guarigione ma visse anche attaccata, sempre, mattino, pomeriggio, sera e notte, accanto a quella figlia.
Fino al giorno in cui la vide morire.
Anna quindi visse e convisse col dolore: suo, e di suo madre.
La sfortuna è come i piccioni: solitamente, se ne vediamo uno ce ne sono altri, vicini.
Così succede, poco tempo tempo fa, che Anna, operaia, perda il lavoro.
Non si perde d’animo, fa altro.
Ma succede anche che mamma Noemi si ammali, gravemente. E tanto.
Una ischemia che la porta a vegetare.
Anna, però, fa quello che vide fare a su madre, vent’anni fa con Marina.
Caparbia e testarda, vuole che sua madre stia in casa, con lei.
Così da assisterla: mattino, pomeriggio, sera, notte.
Rinunciando, insomma, a vivere.
Esce per lavorare, Anna, per andare a fare la spesa, per andare in banca, in farmacia. E quando esce c’è un’altra donna, la sua amica Lucia, che da un paese vicino viene a darle il cambio.
Le ho conosciute ieri, io, ad Anna e Lucia. Per l’attimo di una stretta di mano.
Le ho viste sorridere. Abbracciarsi (perché han ricevuto un riconoscimento, una piccola cosa).
Succede, a volte, di conoscere persone importanti.
Quelle che fanno grandi cose, di cui nessuno sa.

aspettando il terzo caffè…

arrivo-in-redazionearrivo-in-redazione2redazione del giornale: l’arrivo.
per arrivare al mio ufficio, e raggiungere i miei colleghi, mancano ancora una rampa di scale (sono in un locale impropriamente chiamato tipografia) e il terzo caffè, almeno.
Oggi, anche se è festa, se va bene, si finisce alle 23.
La foto è di Andrea Cherchi, amico e collaboratore.
Me le ha scattate sabato (nell’arco di venti minuti) parlandomi di una presentazione de La donna che parlava con i morti in un centro, Villata, al confine tra Vercelli e Novara, il 19 dicembre. Userà una foto per la locandina.
Da notare il pessimo taglio dei capelli (senza un millimetro d riporto):  un fai da me che ho imparato per risparmiare tempo (con a macchinetta).
E buona giornata

un amore così grande

Il 2 dicembre ho scritto…
Pure in un piccolo giornale di provincia, a volte, piovono storie.
Ieri per esempio. Riunione di redazione.
Me ne raccontano una: che è vera.
La storia di un perduto amore, ma inseguito per tutta una vita.
Accanto ai pezzi di cronaca e alle indicazioni sui cinema, le messe pubblicheremo questa storia (ma ci stiamo ancora lavorando).
Dico solo questo, ora.
Che mentre me la raccontavano ho pensato: In fondo in fondo, seppur con varianti, è una di quelle rare storie di amori inseguiti per una vita, che però sanno già di “già visto” e di “già letto”.
Al tempo stesso, però, mi son reso conto, sempre quando me la raccontavano, che stavo ascoltando con attenzione, affascinato da questa storia.
La vita è.
E come tale va raccontata, credo. Anche se va in replica.


La storia, per sommi capi, sfumata, è questa.

Si conoscono prima della seconda guerra mondiale. Hanno vent’anni.
Lei è una mondina.
Lui viene chiamato al fronte ma, al fronte, ha reazioni nervose, è troppo sensibile, va fuori di testa insomma, e lo rimandano a casa.
Si è comportato come un codardo, e poi non è più lo stesso, e poi è da richiudere con quelli che non sono sani di mente, e poi la famiglia si vergogna di lui.
Così, quando lei, la mondina, chiede di lui, le dicono che è morto.
Lei forse non ci crede, ma non è del posto, non può andare a fondo, è povera.
Si trasferisce, va lontano, e non si sa, lontano, che vita abbia fatto…
Si sa che poco tempo fa, nella casa di riposo dove lui è ospite, e vive in un mondo tutto suo, arriva una signora, elegante.
L’ex mondina. I suoi avvocati sono riusciti a rintracciarlo.
E lei è lì, per lui, dopo sessant’anni.
(Il titolo che ho fatto a questa storia è Un amore così grande)

mi è sembrato vero il verso di De André
e lui che non ti volle creder morta
bussò cent’anni ancora alla tua porta

Ricami di rami sul bianco silenzio del cielo

Ieri non ho saputo trovare le parole e non volevo usare le solite parole (ma si dovrebbe, credo) con una persona che mi è particolarmente cara: un’amica, la conosco, l’ho vista alcune volte, ci sentiamo al telefono ogni tanto, un’amica dicevo che è anche una blogger.

Poi, ieri, ho incontrato un’altra persona. Mi ha parlato della sua infanzia, segnata dalla perdita di un fratello. Piccolo. Ho perso un fratello, mi ha detto, ma anche i mii genitori, che da allora non vivono più.

Così ho ripreso tra e mani un libro di cui avrei voluto dire, ma, di questo libro è già stato detto, su Anobii, molto bene da altri.

L’incipit

5 novembre 2001
I calendari di casa mostrano ancora la pagina di settembre. Sul tavolo del soggiorno si sono ammucchiati i telegrammi, insieme alla polvere della desolazione, e io non so da che parte iniziare a fare ordine.
Cosa ne è stato del mese di ottobre? Mi è scivolato tra le dita, senza che io lo abba notato.

6 novembre 2001
Da quel giorno orribile, il due ottobre, quando Federica è stata investita da un’automobile ed è morta, la mia vita, quella della mia famiglia e di tutti coloro che l’amavano, si è fermata.

pagina 22

9 novembre 2001
Quando ho affermato che, appena appreso della morte del proprio figlio, si desidera morire, ho sbagliato. In realtà si muore davvero.

pagina 27


16 novembre 2001
Questo doveva essere il giorno della sua laurea. E’ stato, invece, il giorno in cui ci siamo recati all’Università per il conferimento dell’Attestato di Benemerenza Post Mortem.
Un’esperienza sconvolgente, ancora peggio del giorno del funerale.

pagina 67

Ricami di rami sul bianco silenzio del cielo.
Nidi vuoti su sostegni assopiti,
guardo e sento che ci sarà un nuovo inizio

“prima non ho mai scritto versi o poesie…” ho pensato dopo aver scritto queste tre righe.

pagina 79 (mi sembra importante)

Forse non tutti apprezzeranno la mia idea di scrivere su un così difficile argomento… All’inizio scrivevo per me, per lasciare uscire tutte queste cose che mi divoravano la mente… L’eventuale riscrittura e correzione sarà un problema. Quando ci provo le lacrime mi velano gli occhi e mi impediscono di continuare…. mi dà coraggio la forte convinzione che il mio lavoro potrebbe essere d’aiuto per qualcuno. Lo spero, anche perché pensare che sarà così mi aiuta molto.

Pagina 135

Quando ho iniziato a scrivere questo “libro”, avevo in mente di rivolgermi solo a persone sconosciute, colpite dalla stesa disgrazia. Non avevo pensato che, se diventasse veramente un libro, lo potrebbero leggere tutti.

di pagina 162 (delle 195) riporto solo alcune frasi, e lascio in sospeso il racconto che segue

Posso dire con esattezza il momento di essere ancora viva. Ricordo ogni istante di quel giorno.

Mi fermo.
In questo libro c’è il dolore più grande e c’è, poi, la tenacia di voler vivere senza dimenticare ma senza rinunciare alla vita.
Non servono altre parole, credo.

Una breve parentesi, mia. Alcuni trovano irritante la protagonista del mio libro, La donna che parlava con i morti. Anna Antichi, infatti, lo è.
Dice cazzo in continuazione, getta per terra il pacchetto di sigarette vuoto.
Anna Antichi si sente orfana e colpevole della morte di suo padre.

A pagina 41 Morena Fanti spiega che

ho capito che si corre il rischio di diventare “cattivi”, oltre che maleducati e intolleranti. Tutto sembra insopportabile e si può sentire il bisogno di sfogare la propria frustrazione sugli altri.

Morena Fanti, Orfana di mia figlia, Il pozzo di Giacobbe.
(195 pagine, 16 euro)

Poi.
Thyssenkrupp un anno dopo: Gea Polonio ricorda così.

Sto in mezzo, io

Vengo qua con lo stesso spirito di chi esce da un locale affollato per fare due passi e sgranchirsi le gambe.
(Il locale affollato è la mia vita nella redazione, qui al giornale. Ieri sera, quando ho chiuso la prima pagina, ero soddisfatto: una bella prima pagina, mi son detto. Solitamente non lo dico, sono sempre insoddisfatto. Stamattina, rivedendo il giornale, ho avuto la conferma: una bella prima pagina.
Tutto rovinato purtroppo: in una delle 64 pagine, l’ho saputo dopo, ci sono due refusi in due titoli, grandi come una casa. Insomma: giornata rovinata).
E quindi passo ad altro.

Stamattina, prima di andare al giornale, vado in libreria. Compro dei libri da regalare, ne ordino altri, sempre da regalare.
Una commessa mi chiede del mio ultimo libro, La donna che parlava con i morti. Non l’ha letto, in libreria hanno finito le copie.
E son tornati, parlando con la commessa, i soliti discorsi che si fanno qui, sempre: sull’editoria, sulle copertine, sulle vendite, sui libri belli e sui libri schifezza.
La commessa è una che legge, classici e contemporanei. E’ piacevole parlare con lei.
Entra in libreria il mio avvocato, che mi riporta alla realtà. Combiniamo un incontro, per vecchie e nuove querele o minacce di querele per diffamazione.
Comunque.
Esco dalla libreria, guardo la vetrina della libreria.
C’è un autore che non mi piace, ben esposto.
Per me scrive bene, ma è sopravvalutato.
Sinceramente: penso d’essere più bravo di lui.
Lui però è stato più fortunato di me. Lui, ora, potrebbe permettersi di campare scrivendo.
(Piccolo inciso: nessuno mi venga a sminchiare con la storia di tirare fuori il nome. Qui sto parlando di un mio stato d’animo).
A me piacerebbe, eccome se piacerebbe, vivere grazie ai proventi dei libri che vendo (e senza dover ricorrere a fare il docente, per esempio, in qualche scuola di scrittura creativa. Dove c’è, in vendita, il talento in offerta speciale).
Se però vado oltre a questo pensiero (poco nobile ma umano) mi accorgo di non essere, affatto, nel giusto: io in quella libreria sono stato esposto, più volte; così come, soprattutto con La donna che parlava con i morti, alcuni amici mi hanno visto esposto in vetrina in alcune città (per esempio Carlo Macrì della Banda Osiris mi ha visto, ha cioè visto il libro, nella vetrina di una libreria di non ricordo più quale aeroporto.
Mi vengono in mente, mentre mi allontano dalla libreria, due persone, poi tre.
Scrivono bene. Molto bene.
Non so dire se meglio, peggio o come me.
Scrivono bene, punto.
E mai nessuna libreria ha esposto i loro libri. Non solo: fanno fatica a piazzare i loro manoscritti.
Uno di loro, però (e ne son contento) è appena stato chiamato da una casa editrice quotatissima: ne son contento, perché è bravo, perché è stato sfortunato con gli editori fino a oggi, perché ho la riprova di averci visto giusto.
Sto in mezzo, insomma: a uno che è stato più fortunato, e uno che non lo è stato.
Poi, chi può dirlo, magari Bastardo posto diventa un best seller, oppure un insuccesso che decreta la mia “morte letteraria”.
Vedremo.
(No che non mi lamento, quindi, cara Lucia Marchitto. Questo post, mi è venuto in mente ripensando alle tue, sempre profonde, riflessioni sull’editoria).
Buona giornata

E mando un abbraccio, ora, ad una persona, con cui ho appena parlato. A volte non ci sono parole, se non le stesse, inutili.
Certo, la vita continua, quando hai perso una persona cara.
Ogni giorno, si nasce e si muore, si ride e si piange, e si dicono cose che riempiono il tempo, bene prezioso. Che scivola via…
Un abbraccio ancora, cara L.

stessa spiaggia stesso mare (Doppio Squeeze)

Gli spioni del Cairo assoldarono Sniper e lui planò ad Atene.
Visse all’ombra di Navarro per due settimane.
Sesse strade, stesse boutique, stessa spiaggia e stesso mare. Fu darante un bagnetto rigeneratnte che Navarro sentì il motore. Quel motoscafo era troppo vicino alla riva. Non doveva restare lì.
Si fermerà questo coglione pensava Navarro.
Col cazzo che mi fermo, pensava Sniper.
Fermati…
non mi fermo…
cazzo fermati…
non mi fermo.
Le eliche tranciarono Navarro. Lo segarono in due.

Si sfoglia volendo il nuovo libro di Enrico Gregori, Doppio Squeeze, Bietti editore.
Non l’ho letto, quando l’avrò letto vi dirò.
I libri di Gregori, comunque, sono come lui: un’esistenza dolceamara, condita con tanta ironia.
Lo dico pensando all’altro che ha scritto, Un tè prima di morire.
Un giallo che prende, che ha ritmo, e che soprende anche: perché è tutt’altro che scontato.
E comunque: è interessante il fatto che un editore come Bietti abbia deciso, da tempo, di cercare di aggirare la distribuzione vendendo i propri libri solo in rete.
Come ho già avuto modo di dire, nel 2007 sono aumentate le vendite nei supermercati, nelle edicole, e on line. Soprattutto quelle on line.
In bocca al lupo Enrico.