Inverno. E preghiera in gennaio

ci sono la vita e la speranza

rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate

c’è l’angoscia di morte

dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

E’, tra le canzoni di De Andrè, quella che reggo meno. Mi ricorda lunghi pomeriggi di neve o nebbia, con mia madre. Lei che stira, o fa la maglia, e intanto mi dice che devo studiare e che non posso uscire perché prendo sempre note o brutti voti (andavo benissimo solo di storia, infatti). Era una madre sentinella, la mia cara mamma. Però mi concedeva un’ora di pausa (poi avrei continuato a fingere di studiare fino all’ora di cena): o la tv dei ragazzi, oppure un disco, mangiando magari pane e olio, o la Nutella, due tre volte l’anno. Spesso, ascoltavo De Andrè; mia madre preferiva Orietta Berti, ma non le spiaceva ascoltarlo.

Inverno e poi gennaio.
Ecco, questa invece, nella mia personale hit parade, la metto, di sicuro tra le prime dieci di De Andrè. Certo, tristissima anche questa, ma era anche un doveroso omaggio a Tenco.

Mario, l’ebreo

Domani conosco Mario.
Mario ha ottant’anni, Mario è un lettore del mio giornale, Mario ogni tanto scrive.
Contro il Papa, contro Berlusconi, contro chi inquina.
Oppure s’indigna: per le morti sul lavoro.
O prende posizione, netta: contro chi vuol negare i valori della Resistenza.
Il padre di Mario era un socialista, e lui, Mario, si rammenta, e lo scrive, dei giorni bui della sua infanzia: interrogatori, minacce, povertà.
Chi non prendeva la tessera, e il padre di Mario non la prese, viveva male. E nella paura.
Mario, insomma, sa cos’è il coraggio.
E quando mi scrive precisa sempre: spero di poter continuare a dire, in libertà.
Non vi ho detto una cosa di Mario: sua madre era ebrea, e Mario, quindi, si sente ebreo.
Mi ha scritto una lettera, oggi. Lui, che è di sinistra, è indignato con la sinistra: perché, dice Mario, anche i bambini israeliani uccisi dai razzi sono dei bambini.
Dice anche, Mario, che i bambini palestinesi vengono usati come scudi.
E che, invece, quelli ebrei non vengono mai usati come bombe viventi.
Dice comunque in libertà, come è giusto che sia.
Domani parleremo: di quanto è difficile, soprattutto a distanza, sapere.

Segnalazioni

– Pendiamo tutti dalle labbra di chi ci informa. Ma forse l’informazione è davvero troppo lontana: provate a leggere, insomma (grazie Arial, da cui ho attinto).

– No ai signori della guerra, dice Luca De Biase.

da Historica a un po’ di cose nevose

… voglia di scommettere su giovani autori ma anche su scrittori già affermati nel panorama editoriale.
Siamo totalmente contrari all’editoria a pagamento, agli “editori” che speculano sui propri autori millantando chissà quali servizi .

mi avvalgo della collaborazione di due consulenti editoriali per la collana “Short Cuts”. Per la collana di narrativa invece compio una prima scrematura dei testi da solo poi mi consulto con alcuni collaboratori e con l’editor.
Chiunque fosse interessato a pubblicare un libro per Historica-Il Foglio letterario può scriverci (non inviarci il manoscritto in allegato) a info@historicaweb.com


Non sono d’accordo nel dire che Remo Bassini non è un scrittore con spirito underground.
Un autore già affermato che pubblica per un editore importante come Newton Compton e decide di pubblicare un libro per una nuova e piccola realtà editoriale, ha uno spirito underground.
Prendiamo Morozzi, pubblica per Guanda, ha avuto un gran successo e venduto moltissimo, però continua ad inviare gratuitamente i suoi racconti a decine di riviste letterarie underground.
Come si fa a dire che questi autori non hanno spirito underground?

Senza internet non avrei potuto realizzare il progetto di Historica e non avrei potuto confrontarmi con tante persone e professionisti.
A volte però penso al tempo che perdiamo online e che potremmo dedicare a quello che Bianciardi chiamava “Il lavoro culturale”: la lettura, lo studio, la scrittura. Tempo che potremmo anche dedicare agli amici, allo sport, alla vita sociale. E´ un argomento complesso che richiederebbe maggiore approfondimento, ma non è questa la sede adatta.
In definitiva il mio rapporto con internet è un rapporto di amore-odio.

estratti da un’intervista che Francesco Giubilei, che ha appena compiuto 17 anni, ha rilasciato a Morena Fanti sul blog collettivo Viadellebelledonne.

Poi.

– Sulla striscia di Gaza vi consiglio la lettura di questo blog: di pace; segnalato altre volte.
– Un post, poi, dal titolo che dice già molto: Israeliani contro l’intervento (ma è anche un titolo di speranza)
– Quando venne la neve
la neve portò bianchi glicini…
(il primo post di Zena, comprensivo di auguri)

E buona giornata
con una foto, scattata dalla nipote di una lettrice del blog e che lavora con me (grazie Maria Rosa, grazie Valentina).
Con il mio cane Barone (nella foto è quello dietro), soprattutto d’estate, passavo sempre di lì per delle lunghe passeggiate al fiume Sesia.

fiume

la nevicata del ’90 (e del ’56)

succede di ricordare un’immagine, precisa, che dura un attimo, soprattutto se quell’immagine è parte, anche, di uno stato d’animo, pure lui preciso.
un sabato sera dell’inverno del 1990.
sono in ritardo, dovrò studiare fino all’alba, sono solo in casa.
no, solo solo no: c’è Lilli, la gatta.
mi preparo una caffettiera da tre, poi con la tazza fumante mi piazzo davanti a una pila di libri.
ho fretta, tanta fretta: due di quei libri li devo leggere come un pazzo tra quella notte e il giorno dopo, domenica, ché lunedì ho l’esame di storia moderna.
bevo un sorso di caffè, mi accendo una sigaretta, guardo la finestra, fuori, fuori dove vorrei essere, anche solo a camminare (sono giorni che finisco di lavorare e mi metto a studiare, non faccio altro).
e guardo verso la finestra, che è l’unica pausa che ogni tanti mi consento: quando la spalanco e respirando a pieni polmoni guardo strada, lampioni, finestre e alberi.
però in quel momento mi accorgo che sta nevicando e, come uno scemo, mi accorgo anche che sto sorridendo, cristo sorrido alla neve, ma mi sento un po’ meglio perché quella neve m’infonde calma.
(fortuna che allora le previsioni del tempo le toppavano sempre; e la neve era una sorpresa).
buona giornata

la neve: e una bella canzone

Tecla

Una volta sentii che diceva
se la gente compra i libri al supermercato va bene lo stesso, l’importante è che legga.
Una frase, questa, che non è certo da libraio; oppure sì, da libraio che sa come sta andando il mondo, ne prende atto, si adegua.
Lei, Tecla Dozio, si è adeguata attorniandosi di libri e di autori: c’era sempre e c’è sempre la coda per una presentazione alla libreria del giallo, a Milano.
Fois, Colaprico, Lucarelli… i nuovi giallisti.
Fu Elisabetta Bucciarelli a farmela conoscere, tre anni fa.
Parlammo di Izzo, la prima volta, e vidi che lei ne parlava con ammirazione; anche con dolcezza.
Per motivi di tempo (e di orario) ho frequentato poco la libreria del giallo, in questi anni. Ma sono stato socio, e quando ho potuto son sempre andato.
Perché Tecla è speciale.
E’ schietta, diretta. Da lei non ci sono i complimenti in offerta speciale per gli autori, anzi.

La signora del giallo, comunque, ha deciso: chiude.
Addio libreria del giallo, quindi.
Leggete quel che ha scritto Tecla, sul suo sito.
Leggete qua.

tecla2

Prima che uscisse La donna che parlava con i morti parlai con lei e lei mi diede dei consigli, preziosi: sul titolo (guarda che ha ragione la redazione della Newton, è meglio “con i morti” che “coi morti”) e sul formato (insisti con la Newton Compton e dì loro che un formato troppo grande non piace ai librai).

Poi il libro uscì e a fine dicembre 2007 lo presentai da Tecla; c’erano una quarantina di persone, c’era Elisabetta Bucciarelli che mi intervistava, c’era il solito bel clima che si respira da Tecla.
Dovrei dire che si respirava, ma spero che Tecla tenga duro.
Oppure no: che chiuda ma che riapra o che rispunti con qualcos’altro.

Buon lunedì

… e nella vita ne ho prese e ne ho date di botte

un pomeriggio d’estate, avrò avuto quindici anni,  ero in oratorio.
gioco a ping pong e poi cerco la bicicletta.
niente.
a un certo punto vedo che tre ragazzi più grandi di me, sui diciotto vent’anni, mentre stanno giocando a carte ridacchiano.
alla fine uno di loro mi indica il cesso (alla turca).
apro, e vedo la bicicletta incastrata dentro, con una ruota in alto.
finì a schifio: anche se erano in tre e più grandi di me feci a botte e, naturalmente, ne buscai tante ma ne diedi anche.
sono cresciuto in mezzo alla strada, nella vercelli operaia, che ri -chiamava terun e veneti e sardi e qualche toscano, prendendo botte e imparando a darne, anche.
e in oratorio, oppure nel quartiere dove vivevo, si fronteggiavano da un lato i ragazzi dei condomini, dall’altro quelli delle case a ringhiera, senza servizi.
bellini e pulitini i primi, sempre pronti a menar le mani i secondi.
io stavo in mezzo: né di qua né di là.
(i tre con cui feci a botte in oratorio erano “pulitini; due anni dopo feci a botte sempre da solo contro tre fratelli che vivevano nelle case a ringhiera; ci pestammo a sangue, e quella, tanto per me quanto per uno di loro con cui a volte prendo il caffè al mattino al bar, quella dicevo fu l’ultima volta).

anni dopo, lavoro in fabbrica e, contemporaneamente, frequento l’università.
bene, mi sentivo tanto studente mentre facevo le mie otto ore di lavoro e mi sentivo tanto operaio quando seguivo le lezioni a Lettere.

sono nato a Cortona, ci torno spesso a Cortona, le mie radici sono qui (e mentre sto scrivendo sono, è l’ultima notte, in un albergo di Cortona; in un altro, tre anni fa, finii di scrivere Lo scommettitore).

Quando però sono a Cortona mi sento molto poco toscano, così come quando sono in Piemonte non mi sento un piemontese.
Tant’è che non parlo il dialetto piemontese né parlo, ovvio, in cortonese.
E non so dire se questo tenermi lontano da tutto sia proprio un bene.
Mai in vita mia che io abbia legato con qualche gruppo, associazione, partito.
Da ragazzo, certo, ero di sinistra. Gli altri portavano l’eskimo, io un impermeabile bianco.
E ho partecipato pure a qualche manifestazione: ma in disparte, sempre.
E così sia.

(Forse un’eccezione c’è: allo stadio, quando vad a vedere la Fiorentina. Ma nessuno, mai, mi vedrà scandire un coro; mi limito agli applausi).

e nella vita ne ho prese e ne ho date di botte: se non sbaglio dice così, più o meno, una bella canzoni di de gregori

Poi.
– Su Letteratitudine prosegue la recensione incrociata tra i nuovi libri di Francesco Di Domenico ed Enrico Gregori.


– E’ uscito il libro di Simona Lo Iacono, “Tu non dici parole”; qui, una bella recensione.

– Infine: chiedo scusa a tutti quelli a cui non ho risposto o ho risposto in ritardo tanto su gmail quanto su face: ma ho avuto problemi con la connessione.
e buona domenica
(la mia sarà in auto)

bene bene cento al giorno

La salita che dal camposanto di Cortona, che è fuori dalle mura, va a Cortona è ripida, ma fra Fedele, che negli anni Cinquanta avrà avuto cinquant’anni, la percorreva con facilità, c’era abituato insomma, aveva gambe e polmoni.
Aveva anche una linguaccia fra Fedele, comunque.
E quel giorno, vide, mentre saliva, che in direzione contraria, da Cortona al camposanto, scendeva appunto un corteo funebre, ma senza prete, e senza avemmaria.
Solo una bandiera rossa, davanti.
Era morto un comunista e fra Fedele, frate questuante, si mise un po’ da parte, sul ciglio della strada, pur restando in sella alla bicicletta.
Anche nel corteo funebre c’era una linguaccia che, appena vide fra Fedele, disse:
O frate qui caschi male che un ci son soldi.
Fra Fedele, i comunisti, lo odiavano due volte: perché era un frate e perché le loro mogli i soldi glieli davano, invece.
Fra Fedele non poteva restar muto, e replicò:
Bene, bene, cento al giorno.

Era anche un frate previdente, fra Fedele.
Appena detta la frase cominciò a pedalare, veloce, verso Cortona, poi la pedalata si trasmormò in scatto, sembrava Bartali, perché quelli del corteo, invece di proseguire, s’erano messi a correrere per pigliarlo a botte, al frataccio che augurava la morte ai comunisti.
Ma aveva gambe e polmoni, fra Fedele, e non lo raggiunsero.

Era un personaggio noto fra Fedele, nel cortonese, negli anni cinquanta.
I vecchi, quelli che hanno l’età di mio padre, si rammentano bene quando… prese moglie.

la chiesa c’è, ma non c’è più

marzo 2006, sul vecchio blog scrissi questa cosa qua.

Misteri

una chiesa piccina. di un paesino. avvengono cose strane, lì.
un prete, alla fine della messa, impone le mani. e la gente cade per terra, dolcemente, andando in estasi.
dicono che ci siano state guarigioni. l’arcidiocesi, ogni tanto, manda degli emissari a controllare: quella chiesa è sempre più sovraffollata.
ci vado, e io, agnostico- curioso, sono davanti a quel prete, tra tanti.
cadono quasi tutti a terra: alle spalle ci sono quelli che sono adibiti a sorreggerti quando vai giù, all’indietro, in una sorta di caduta al rallenty.
impone le mani anche su di me, quel prete.
avrà sessant’anni, ha una bella faccia.
non cerca pubblicità.
io non cado all’indietro. penso: sarà suggestione: tanto gli svenimenti quanto le guarigioni.
una madre si avvicina al prete con un bimbo un fasce, che è sveglio.
il prete impone le mani.
e il capo del bimbo va giù, all’indietro, in estasi…

(marzo 2006)

Allora, ci sono tornato altre due volte nella chiesa dei misteri, che è la chiesa di Sant’Angelo, località a due passi  da Cortona.
sembrava, assistendo alla messa, di tornare indietro nel tempo, ad una devozione forte, misteriosa, che affonda le sue radici nella superstizione.
e la superstizione funziona, certo: suggestionando.
Ma quel bimbo che cade in estasi?, mi son sempre hiesto.
il prete di quella chiesa scrisse un libro, ci sono nomi e cognomi, esperienze.
controlli severi della diocesi di Arezzo, che mandava esorcisti a controllare, che impediva l’accesso in chiesa ad alcuni “carismatici”.
comunque: ieri mattina sono tornato lì.
il prete non c’è più e la statua di san Michele Arcangelo è stata spostata, in fondo alla chiesa.
e non c’è più traccia di quella chiesa dei misteri.
quando scrissi quel post volli scrivere poco.
il racconto sarebbe molto più lungo.
lo farò, poi, raccontando, appunto, quello che ho visto.

o che sarà che sarà

reduce da san galgano (le foto è di una blogger, Spuma)

galgano-spuma

sto respirando, ora, l’aria del posto dove son nato; e che ha ispirato uno dei brani più noti della canzone italiana
(Migliacci, che l’ha scritta, è originario di Cortona. Quando la scrisse era una Cortona povera, con tanti che partirono, come partì mio padre).

Già che sarà

Buone cose a tutti in queste ore, insomma.
E in quelle prossime.

… tu sei un universo e stai in uno sguardo

sappi che tutte le strade, anche le più sole
hanno un vento che le accompagna

e che il gomitolo, forse
non ha voluto diventar maglione

che preferisco non imparare la rotta
per ricordarmi il mare

Questa (splendida, per me) poesia è di Pier Mario Giovannone, giovane poeta (è nato a Cuneo è del 1974), chitarrista e arrangiatore dei testi di Gianmaria Testa.

Su Youtube ho trovato un’altra sua poesia, musicata
da CarloPestelli
(… tu sei un universo e stai in uno sguardo…)

… mela e cannella

un grande blog?

Ogni tanto succede e, quando succede, solitamente faccio finta di niente (e ringrazio).
Li ringrazio a Contaminazioni (LorenzaBoninu) e a Mauro Gasparini, però chiedo scusa, ma la catena non la continuo.
A volte (diciamo almeno due volte al giorno, prima o dopo i pasti, è indifferente) penso di chiudere con questo blog, conface, splinder, anobii. Penso di chiudere con tutto, ma non perché mi senta oberato: per scrivere un post impiego pochi minuti, solitamente dico la prima cosa che mi viene in mente,quasi mai faccio il controllo ortografico.
Insomma, improvviso, a seconda.
Se mangio il panino durante il lavoro magari posto una storia arrivata al giornale (quella della signora sulla sedia a rotelle che cerca sigarette, oppure quella della ex mondina che ritrova il suo ex moroso dopo quarant’anni), se invece posto dopo il terzo caffè, magari racconto delle persone incontrate, per strada, nel tragitto, con tappe al bar e dal tabaccaio e dal panettiere, che porta da casa mia alla redazione de La Sesia.
So che in tanti han storto il naso per l’impostazione di questo blog, altri invece l’han capita che è così: che è anche, insomma, una questione di tempo.
Io posto quando ho tempo e quando ho tempo mi vien da scrivere o del libro che sto leggendo o delle bestemmie che mio padre ha ripreso a dire approfittando del fatto che mia madre è diventata sorda e non lo cazzia, come succedeva invece fino pochi anni fa.
Sto tergiversando (è notte, e io di notte, tergiverso. Oppure no: di notte tiro fuori i ricordi, è il tempo dei ricordi, la notte, o ei pensieri poco belli, tipo morte, suicidi, malattie. Ma anche amori, pensiamo agli amori, oggi, di sempre…)
No, non è il blog che mi porta via del tempo, né facebook, né splinder.
E’ la posta elettronica. Certi giorni scoppia.
E a me sta bene che scoppi.
Nel rapporto uno a uno si è più schietti, non c’è la mediazione di una scrittura che viene letta anche da altri.
Si litiga magari di più ma si è anche meno permalosi.
Allora, quando certi giorni son preso da cento cose, e magari qualcuno si offende con me perché tardo a rispondere o non leggo una sinossi, dico: cominciamo col chiudere il blog, venti minuti risparmiati.
In realtà la voglia di chiudere i blog viene anche perché spesso (anche qui,  ogni giorno direi) penso di non avere più nulla da dire.
E allora penso a questo.
Penso che mi piacerebbe coordinare un bel blog collettivo (tipo Habanera, o La poesia e lo spirito) ed invitare un bel po’ di gente, in pratica un bel po’ di gente linkata (o che magari mi scrive della mail), a farne parte. E coordinare.
Sì, ma quanti?
Ecco, a questa risposta si ricollega quanto ho scritto sopra sulla catena: non ho quindici blog da segnalare, ma almeno cinquanta.
E mi piacerebbe, giuro che mi piacerebbe, coordinare un blog collettivo di cinquanta teste. Che conosco e stimo.
Tempo verrà, spero.
Buona giornata

un uomo che, lento, sale per la mulattiera

Quando percorro l’autostrada del sole – e vedo l’indicazione Pian del voglio – vedo anche un’immagine, la stessa: un uomo che si ferma ad asciugarsi il sudore della fronte, si accende un pezzo di toscano, e poi, lento, riprende a salire per la mulattiera.
C’è tanto verde attorno a lui. Ha fame, vede in lontananza, lui, una locanda, che conosce. Prosegue.

Mi sorella Silvia forse si ricorderà. Quando io ero ragazzo e lei bambina, e si faceva l’autostrada del sole da Vercelli a Cortona, appena si vedevano le indicazioni Pano del voglio ci toccava sempre la stessa litania: mio padre che, solitamente dopo un ah, esclamava: I buoi sono a pian del voglio.
Pensavamo, E’ scemo.

Chiesi a mio padre, anni dopo.
Mi disse che suo padre, mio nonno Beppe, andava a comprare i buoi a Pian del voglio; e che, giorni prima di partire, andava cantilenando in casa la stessa identica litania: I buoi sono a piandelvoglio.
Poi saliva sul mulo, si accendeva il toscano o la pipa, salutava e, lento lento lento, si allontanava.
Oggi ci si dilegua, allora no: ci si allontanava con lentezza.
Impiegava tre giorni per andare e tre per tornare, mio nonno, per percorrere tra strade e sentieri percorsi sconosciuti.
Oggi, da Cortona a Piano del voglio, tra strada e autostrada ci sono 174 chilometri.
Quando percorro l’autosole e vedo l’indicazione Piano del voglio penso: tra meno di due ore sono a Cortona.

Ieri su Facebook ho letto – casualmente – questa frase.
la nostra cultura funziona così: abbiamo mille strumenti per velocizzare vertiginosamente ogni nostra attività. possiamo fare cose fulmineamente, c’è un’enorme differenza già rispetto ai nostri genitori. eppure non abbiamo mai tempo.

(non sono d’accordo d’accordo… sul tempo).
(però di sicuro andiamo di fretta).

Piano del voglio
Piano del voglio


Io, tutte le volte che vedo l’indicazione Piano del voglio penso a quante strade, quanti incontri, quanti boschi, quante trattorie e quanti bicchieri di vino buono, e quanta neve o sole, e quanti sorrisi di donna o di bambino mia nonno abbia incontrato nei tre giorni che, allora, occorrevano, in groppa a uno stupido mulo, per andare da Cortona a Piano del voglio, o piandelvoglio, unica parola, come dice il mio vecchio.

buona domenica

dimenticavo: grazie Davide.