… e nella vita ne ho prese e ne ho date di botte

un pomeriggio d’estate, avrò avuto quindici anni,  ero in oratorio.
gioco a ping pong e poi cerco la bicicletta.
niente.
a un certo punto vedo che tre ragazzi più grandi di me, sui diciotto vent’anni, mentre stanno giocando a carte ridacchiano.
alla fine uno di loro mi indica il cesso (alla turca).
apro, e vedo la bicicletta incastrata dentro, con una ruota in alto.
finì a schifio: anche se erano in tre e più grandi di me feci a botte e, naturalmente, ne buscai tante ma ne diedi anche.
sono cresciuto in mezzo alla strada, nella vercelli operaia, che ri -chiamava terun e veneti e sardi e qualche toscano, prendendo botte e imparando a darne, anche.
e in oratorio, oppure nel quartiere dove vivevo, si fronteggiavano da un lato i ragazzi dei condomini, dall’altro quelli delle case a ringhiera, senza servizi.
bellini e pulitini i primi, sempre pronti a menar le mani i secondi.
io stavo in mezzo: né di qua né di là.
(i tre con cui feci a botte in oratorio erano “pulitini; due anni dopo feci a botte sempre da solo contro tre fratelli che vivevano nelle case a ringhiera; ci pestammo a sangue, e quella, tanto per me quanto per uno di loro con cui a volte prendo il caffè al mattino al bar, quella dicevo fu l’ultima volta).

anni dopo, lavoro in fabbrica e, contemporaneamente, frequento l’università.
bene, mi sentivo tanto studente mentre facevo le mie otto ore di lavoro e mi sentivo tanto operaio quando seguivo le lezioni a Lettere.

sono nato a Cortona, ci torno spesso a Cortona, le mie radici sono qui (e mentre sto scrivendo sono, è l’ultima notte, in un albergo di Cortona; in un altro, tre anni fa, finii di scrivere Lo scommettitore).

Quando però sono a Cortona mi sento molto poco toscano, così come quando sono in Piemonte non mi sento un piemontese.
Tant’è che non parlo il dialetto piemontese né parlo, ovvio, in cortonese.
E non so dire se questo tenermi lontano da tutto sia proprio un bene.
Mai in vita mia che io abbia legato con qualche gruppo, associazione, partito.
Da ragazzo, certo, ero di sinistra. Gli altri portavano l’eskimo, io un impermeabile bianco.
E ho partecipato pure a qualche manifestazione: ma in disparte, sempre.
E così sia.

(Forse un’eccezione c’è: allo stadio, quando vad a vedere la Fiorentina. Ma nessuno, mai, mi vedrà scandire un coro; mi limito agli applausi).

e nella vita ne ho prese e ne ho date di botte: se non sbaglio dice così, più o meno, una bella canzoni di de gregori

Poi.
– Su Letteratitudine prosegue la recensione incrociata tra i nuovi libri di Francesco Di Domenico ed Enrico Gregori.


– E’ uscito il libro di Simona Lo Iacono, “Tu non dici parole”; qui, una bella recensione.

– Infine: chiedo scusa a tutti quelli a cui non ho risposto o ho risposto in ritardo tanto su gmail quanto su face: ma ho avuto problemi con la connessione.
e buona domenica
(la mia sarà in auto)

8 pensieri su “… e nella vita ne ho prese e ne ho date di botte

  1. E’ nell’essere altrove che si riesce ad esaltare la propria individualità. Io mi sento genovese a Roma (dove vivo) e romano quando (seppure di rado) torno a Genova. Però acquisto subito cadenze romanesche nella Capitale e mi torna di dire Belìn già a Sarzana. Li mortacci!
    C’è un libro a dir poco magistrale che racchiude tutto il senso della non-appartenenza, scritto da un tedesco trapiantato in Inghilterrra. Per me è uno dei più grandi scrittori del dopoguerra: W.G. Sebald, ed il romanzo è “Austerlitz” (edito da Adelphi nel 2002, poco dopo la sua morte).
    Lo stesso tema del resto è trattato in quattro tragici racconti anche nel precedente “Gli emigrati”(Bompiani, credo ripubblicato anche da Adelphi).

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