Ciro Paglia, il giornalista che sfidò Cutolo

Nei miei nove anni di direzione del bisettimanale La Sesia, testata storica di Vercelli, ho avuto l’onore di ospitare – rigorosamente in prima pagina – una firma illustre dell’informazione italiana: Ciro Paglia, il giornalista che sfidò Cutolo.
Fu sua moglie, la giornalista e scrittrice Stefania Nardini, che me lo presentò, un’estate di alcuni anni fa, a Bettona, dove io e mia moglie Francesca fummo loro ospiti, più volte.
(Indimenticabili i risvegli: hanno il profumo del buon caffé e del tabacco della pipa di Ciro che raccontava)
Nell’ultimo libro che ho scritto (Forse non morirò di giovedì) nei ringraziamenti ho scritto: Dedico questo libro a tutti i giornalisti liberi e a due persone in particolare, che non ci sono più: Francesco Brizzolara, che è stato il mio direttore e che mi ha insegnato a fare il direttore, e Ciro Paglia, che non ha bisogno di presentazioni e che è il più bravo giornalista che ho incontrato sul mio cammino.
Un abbraccio a Stefania (se posso dire che Ciro è stato mio maestro ed amico lo devo a te) e a suo figlio Francesco (hai avuto un grande, grande padre).
Un articolo che gli rende omaggio:
https://www.fanpage.it/napoli/ciro-paglia-il-giornalista-che-sfido-raffaele-cutolo-con-un-pezzo-in-prima-pagina/

Forse non morirò di giovedì (estratti)

“Forse non morirò di giovedì”, Golem edizioni, il mio ultimo libro.

Alcuni estratti (dalle prime pagine)

“Signorina, è un bel mestiere il nostro. È bello anche perché ci permette di incontrare persone e storie. Ma c’è una storia, quasi mai raccontata: è la storia del giornale stesso e di chi lo fa.”

È superstizioso Sovesci. Se vede un gatto nero cambia strada, e se potesse abolirebbe dalla sua vita il giovedì: gli capita di tutto quand’è giovedì.

Dario Salici, aveva sentito un racconto. Ore prima, all’incirca verso le sette, alcune persone avevano visto per strada un noto penalista, l’avvocato Toccani, che pedalava in pieno centro storico tenendo la moglie seminuda – scarpe da ginnastica bianche, mutandine e reggiseno neri e null’altro – al guinzaglio come un cane, costringendola quindi a corrergli dietro.
Dario Salici, una volta tornato in redazione, aveva fatto qualche telefonata, ma l’unica risposta che aveva ottenuto era che tutti ne parlavano, tutti lo sapevano, ma nessuno aveva visto e nessuno sapeva chi avesse visto.

In realtà, Sovesci sta cercando di capire se la sua nuova dirimpettaia è in casa. È una donna sui quaranta, carina, vive da sei, sette mesi in quell’appartamento che in passato ospitava una cop- pia di anziani. Di lei Sovesci sa solo che verso le ventidue, quando lui sta ancora lavorando e sogna un piatto caldo, va a dormire dopo aver letto o guardato la televisione. In un paio di occasioni hanno scambiato qualche parola, da finestra a finestra.
«Lei, dunque, è il direttore?» «Sì, sono il direttore. E lei, che lavoro fa?» «Sono maestra elementare.» Roba da poco e di pochi minuti. Vorrebbe tanto, lui, conoscere il nome di questa sua benedetta vicina che, una sera di tre mesi fa, lo ha stregato.
Dopo la chiusura del giornale, ormai solo in redazione, aveva spento la luce e aperto la finestra per bere in santa pace, stravaccato in poltrona, una tisana con zenzero, limone e miele ormai fredda, che gli aveva preparato la segretaria Laura, ore prima. Quando aveva finito, dalla finestra, l’aveva vista, seduta ma pie- gata in avanti, con le mani in faccia e un fazzoletto per asciugarsi le lacrime.
Si era sentito in imbarazzo, fuori posto, come se la stesse spiando. Perché Sovesci è cresciuto in un certo modo, portato come esempio dalla sua maestra quand’era bambino, e adesso, che è grande, non è cambiato: è un uomo perbene, rispettoso delle regole. Per lavoro un giornalista può spiare, a volte serve, ma nella vita no, non ha mai spiato nessuno, lui, nemmeno Simona; e se quella sera avesse visto nuda la sua vicina, c’è da giurarci, avrebbe chiuso la finestra e se ne sarebbe andato. Invece, nel vederla piangere come una bimba disperata, si era incantato; e poi, ore dopo, non era riuscito a prendere sonno ripensando a lei e sentendosi doppiamente in colpa perché certo, non l’aveva vista nuda, ma era stata un po’ la stessa cosa perché il pensiero di quel corpicino piegato sulla sedia, come in posizione fetale, lo aveva eccitato.

Scrivere (di Deborah Gambetta)

Scrivere è fatica. Scrivere non significa accostare parole e raccontare una storia. Scrivere significa montare e smontare quello che si è scritto, avere il coraggio di tagliare l’inutile, significa anche impiegare interi pomeriggi su una frase, significa perdere il sonno perché quella cosa non torna e se non torna i casi sono due: o non serve o non è stata sviluppata. Scrivere significa andare il più a fondo possibile, non solo dentro il nocciolo della storia ma anche dentro ogni singola scena che si racconta. Scrivere significa leggere e rileggere quello che si è scritto, tornarci su di continuo, aggiustare e poi vedere come questa cosa su cui ci perdiamo sonno si combina col resto. Se quello che stiamo scrivendo non produce sofferenza, se quello che stiamo scrivendo non ci occupa la mente giorno e notte, se quello che stiamo scrivendo non ci obbliga a lavorare sul testo, sulle parole, sulle frasi, sulla struttura, su ogni singolo personaggio, se non ci fa incazzare o gioire quando tutti i fili che sembravano slegati finalmente si riannodano, se non succede tutto questo, quello che stiamo scrivendo, allora, sappiatelo, è una merda. (Deborah Gambetta)

Pubblicato qualche anno fa. Ripubblicato oggi, seconda domenica di febbraio, l’ennesima di covid
I libri di Deborah Gambetta: https://www.amazon.it/s?i=stripbooks&rh=p_27%3ADeborah+Gambetta&ref=dp_byline_sr_book_1

Covid: Tachipirina, riposo e tampone no grazie

Capitolo Covd. Questa intervista che ho fatto al professor Piero Sestili è stata ripresa da altre testate.

La prima domanda e la prima risposta.
Mentre l’Italia discute su Sanremo, su Conte e su Draghi e sul vaccino (sì, ma quale e per chi?), di Covid si continua a morire. La triplice alleanza “Riposo, tachipirina e tampone (spesso aspettando giorni e giorni)” continua a mietere ricoveri e vittime. Eppure c’è chi dice che con i farmaci giusti e con una cura tempestiva si possono evitare intasamenti dei pronti soccorsi e morti, anche. Lo dicono diversi medici di famiglia, da diverso tempo.
A Piero Sestili, docente di farmacologia all’università di Urbino, con pubblicazioni internazionali, una domanda secca: Professore, ma non è folle che ancora non ci siano delle linee guida per il trattamento domiciliare del paziente covid?
«Sembrerebbe folle, ma non è follia. E’ disinteresse? Scarsa competenza? Non so. E’ una cosa che però mi lascia perplesso. Non si tratta di inventarsi chissà cosa. Solo di applicare alcune nozioni di base della farmacologia una volta chiarite le basi patogenetiche di Covid, che sono state comprese meglio da almeno dieci mesi. Mi spiego: Covid, più che una singola malattia, sembra essere una duplice malattia. Una prima legata al virus, meno pericolosa, un’altra più pericolosa che sembra prendere le consegne dal virus per poi innescare una reazione infiammatoria polmonare e sistemica, a volte letale. Sul virus possiamo agire – come stiamo facendo – con la vaccinazione, con gli anticorpi monoclonali e con i farmaci antivirali (questi ultimi in fase di sviluppo). Ma ancora queste misure non hanno raggiunto una diffusione tale da garantire piena efficacia. E allora, per chi si ammala oggi e continuerà ad ammalarsi domani, occorre concentrarsi sulla “seconda malattia”, l’iperinfiammazione, cercando di prevenirla da subito. Lo si può fare a patto che si ammetta ufficialmente il valore degli antinfiammatori non steroidei (per esempio acido acetil salicilico, ibuprofene ecc.) al posto del paracetamolo, l’efficacia spesso risolutiva del cortisone e poche altre indicazioni. E soprattutto è fondamentale che si riconosca l’importanza di agire subito, senza aspettare l’evoluzione dei sintomi. La “vigile attesa” ministeriale mi rimanda al capezzale dei moribondi narrati da Emìle Zola, nell’800…»

IL RESTO DELL’INTERVISTA

Ci stanno distruggendo i ricordi

Mi è venuto in mente un libro letto negli anni 80-90, non ricordo. Il titolo è: Il teatro, dopo. L’autore si chiama Fersen.

Erano i tempi in cui il teatro lamentava il lento espandersi della televisione su tutto. Contrapposta al teatro (vado a memoria) la televisione crea confusione con la sue “sovrapposizioni di immagini”.

Un’immagine dietro l’altra, a ripetizione, cosa resta?

Ieri mi sono messo a guardare una serie di Netflix. Ho una predilezione per le srie francesi. Ma a un certo punto mi sono accorto che, punto primo, l’avevo già vista e, punto secondo, l’avevo dimenticata.

I pochi sceneggiati che vidi quando la televisione era fatta di due canali in bianco e nero più la svizzera, invece, li ricordo tutti.

Ci stanno distruggendo i ricordi.

Consigli di lettura, passeggiando

Mezz’ora in libreria, con l’intenzione di prendere un libro. Mi piace andare in libreria e poi sfogliare libri, leggere qualche pagina, le biografie degli autori. Certi libri, in passato, li ho scelti un po’ come faccio con le birre: etichette, quindi copertine (anni fa in un locale di Boccadesse – un paese a due passi da Genova che è un gioiello – vidi una birra d’abbazia, La trappe. Era troppo bella per non essere buona…).

Non ho comprato niente, oggi. Poco male, ho ancora qualche Maigret da leggere (e Maigret non delude mai: è un personaggio vero, che non strizza l’occhio al lettore).
Ma se non ho comprato niente è anche colpa di due persone, che ogni tanto incontro. Un uomo e una donna. Lui ha la mia età, legge tantissimo, soprattutto gialli. Lei è più giovane, avrà dieci, dodici anni meno di me. Ha uno sguardo timido ma profondo. Cosa stai leggendo?, ci domandiamo quando ci incrociamo. Io non so se i miei consigli di lettura a loro siano serviti o meno, so che a me, i loro consigli, si sono sempre rivelati azzeccati.

Sono i consigli dei critici o degli editor che a volte, non dico sempre, a volte mi hanno fregato o deluso, fate voi.

I ricordi: morendo, ce li portiamo appresso? (da Bastardo posto)

Si sta accendendo un’altra sigaretta, ora. Ha ripreso da qualche mese. Prima aveva smesso, proprio per Matteo. “Dovessi morire”, aveva pensato, “soffrirebbe come ho sofferto io, o forse di più, quando ho visto la bara di mio padre chiudersi per sempre”. Così senza dire nulla, senza dirgli che non sarebbe stato giusto (“lo faccio per te”), Limara aveva smesso di fumare. Da quaranta a zero sigarette nell’arco di una sera, il tempo di prendere una decisione, tornando a casa dal lavoro. Avrebbe rimesso una sigaretta in bocca la prima notte con Marina. Prima di averla. Son diventate sessanta, ormai, le sigarette. E comunque: più che un pensiero, l’ipotesi di morire, adesso, è un auspicio. “Dio, ti prego, se esisti, fammi dormire per sempre, ma…”. Ma il problema, per Paolo Limara, sono i ricordi: morendo, ce li portiamo appresso? (da “Bastardo posto”, Perdisa Pop)

Mondi lontani, sempre più

Gennaio 2019, su facebook:

A tavola. Mio figlio, con l’ultima Nintendo. Mio padre, 90 anni, con i suoi racconti. I castani vecchi di 300 anni dove potevi dormirci dentro e dove, se volevi, potevi farci dormire anche dodici pecore. E poi Dante che andò a caccia quando non doveva, perché con la neve alta era vietato, e quindi due carabinieri andarono a prenderlo, ma lui, prima che lo portassero in caserma, li convinse a passare da casa sua, e così fu, e quando entrarono Dante disse subito alla moglie di preparare i tordi che aveva cacciato, e di apparecchiare per quattro… Viviamo al confine, possiamo ancora ascoltare racconti di un altro mondo. Tra qualche anno non più. Solo Nintendo, facebook, facebook e nintendo.

Se smetti di sognare fuggi lontano

Allora, le cose che ho fatto:

  • Cameriere e lavoretti vari, come piazzare piattelli nella fossa del tiro al piattello, mentre studiavo alle superiori.
  • Impiegato-sindacalista (alleanza contadini), primo lavoro. Durò tre mesi.
  • Operaio. Sette anni.
  • Operaio e studente (facoltà di lettere)
  • Disoccupato e studente, ma anche lavori saltuari e in nero (pulizia soffitte e cantine. Muratore per un giorno… Altro).
  • Portiere di notte in un albergo.
  • Stesura articoli vari, pagato al pezzo e anche correttore di bozze. Stesso periodo: attore teatrale in una filodrammatica.
  • Giornalista, poi caposervizio, poi direttore di giornale (altre cose fatte in quegli anni: laurea in lettere, bowling agonistico, scrittura dei primi libri).
  • Assessore (per 14 mesi).
  • Ancora giornalista (e libri). Insomma, oggi.

Perché nel 1982 lasciai la fabbrica? Mi ero iscritto a lettere, avevo dato tre esami, ma avevo un futuro incerto. Lasciai la fabbrica perché in fabbrica avevo smesso di sognare. Io, che avevo sempre letto tantissimo, che preferivo i libri agli amici, avevo smesso di leggere e anche di scrivere (qualcosa ho sempre scribacchiato).
Anche nei miei due anni di politica amministrativa (consigliere e assessore) lessi poco e scrissi niente.

Oggi sulla mia pagina facebook ho scritto: Scrivere è (anche) sognare.

L’intervista da incorniciare, anzi no

Tra circa un mese esce il mio nuovo libro, Forse non morirò di giovedì, Golem edizioni. E quindi, come succede sempre, un po’ di copie verranno inviate a giornalisti o blogger, nella speranza che ne parlino, così da favorire il passa parola. In genere, qualche recensione o segnalazione i mie libri l’hanno avuta. Lo scommettitore (Fernandel) per esempio approdò a radio rai tre, trasmissione Fahrenheit, e nell’agosto 2006 divenne il libro del mese. QUESTA E’ LA REGISTRAZIONE DELLA PUNTATA, mai ascoltata (non mi riascolto mai, non rileggo mai i miei libri). Non mi lamento, insomma. Potrei ottenere più recensioni, ma anche meno.

Un libro che fu parecchio recensito fu La donna che parlava con i morti, che nel 2007 uscì per la Newton Compton e che nel 2019 è stato ristampato da Il vento antico. Quando uscì per la Newton ottenne diverse recensioni, Famiglia Cristiana, per esempio. E Liberazione, giornale che adesso non c’è più. Era una domenica quando Liberazione pubblicò non una recensione ma una intervista, poi ripresa da Nazione Indiana e che quindi se volete potete leggere QUI.

Quella domenica, dicevo. Mi dissero: domani esce una bella intervista, più di mezza pagina. Pensai: mai successo, vorrà dire che la ritaglio e poi la incornicio. Così mi svegliai e mi precipitai in edicola. Due copie per favore. Apro e l’intervista c’è, sì certo, ma non è da incorniciare. Parla di me, le domande sono quelle che mi sono state poste e alle quali io ho risposto, tutto ok, insomma, anzi no, non è tutto ok: la fotografia con sotto scritto Remo Bassini non è la mia fotografia. E’ la fotografia di uno scrittore (che conosco), Marino Magliani. Insomma, niente da incorniciare. (Sbagliare, invertire foto, è uno degli errori ricorrenti sui giornali di carta. Succede, insomma.)