tradimenti

Sulla rivista Gioia ho letto un’intervista (di Monica Ceci) sulla “verità che fa male” ad Aldo Naouri, psicanalista francese.
Parla di tradimenti, anche.
Ecco cosa dice:
Ho conosciuto una signora alla quale il marito aveva confessato “per onestà”, di averla tradita in una storia senza importanza. Al colmo dell’infelicità, la signora aveva saputo dell’esistenza di un certo club, ci era andata e in due ore aveva fatto l’amore con otto uomini. Ed era uscita di là dicendosi che il sesso contava molto meno dell’amore. Naturalmente non l’ha detto a lui: lei sapeva quanto inutilmente doloroso sarebbe stato.

(Cosa penso io preferisco non dirlo. O magari lo dirò, nei commenti).

Ma il problema più grande, io credo, consiste nel tradire noi stessi. Ché a volte, tradendo gli altri, facciamo del male soprattutto a noi. Abbiamo un giudice invisibile, dentro (insegna Pirandello).

Scrivere, il primo esercizio

Scrivere.
Non dico sempre, dico sovente: sovente la scrittura raffinata si distingue da quella che pensa d’esserlo perché sa descrivere, fa vedere, sentire, e al tempo stesso fa procedere la narrazione.
La scrittura che si arrovella attorno all’ombelico dello scrivente e quindi si limita alla descrizione sommaria di uno stato d’animo o di una situazione, – Ero al settimo cielo o forse all’ottavo, Avevo scopato come un coniglio fino all’alba, Avevo pianto e avevo esaurito anche le lacrime di scorta, Mi giravano le palle perché mia sorella mi aveva rubato le pantofole, Ero arrivato già alla ventiquattresima sigaretta, Quel cinema era davvero vecchio, – è una scrittura povera.
(Poi, peggio, c’è la scrittura che scimmiotta: tv e certi libri).
Allora, primo esercizio.
Siamo in una strada e ci viene in mente una storia, una bella storia.
Cominciamo a descrivere la strada, il cielo, le case, che poi la storia s’introduce da sola…
Ecco chi vuole scrivere, ma scrivere in profondità, provi, nella sua testa e poi su carta, a descrivere uncerto ambiente: e magari si accogerà di non conoscere che piante ci sono nel viale che sta percorrendo, oppure come si chiamano quelle strane statue che… sorreggono un balcone vecchio: vecchio, sì, ma di quanto? Trenta o cent’anni?
E la pavimentazione?
Così facendo si scoprirà – se si vuole scrivere – quant’è importante arricchire il nostro vocabolario. Da qualche parte ho letto (quindi so mica se è vero) che Pavese aveva un quadernetto apposito, per i termini che non conosceva (non fosse vero a me piace comunque pensare che lo sia).

PS La foto del blog è una fotografia di uno dei vicoli più noti del mio paese, Cortona. Si chiama Vicolo Iannelli, o “Del Gesù”. E’ nella parte bassa di Cortona.
Nella parte alta c’è invece un vicolo stretto stretto, buio; ci son tornato, era il 17 agosto, una manciata di giorni fa. Si chiama Vicolo del precipizio. Ci ho ambientato l’ultimo mio libro (ora in lettura): Benché l’avessi percorso tante volte da ragazzo, sono andato a vedere se corrispondeva alla descrizione che ne avevo fatto, scrivendo.
Poi, certo, ci sono i vicoli che quando scriviamo esistono solo nella nostra testa e vivono in città senza nome: ma questa è un’altra storia (c’è, in proposito, una splendida pagina scritta da Flannery O’Connor sulla scrittura di Flaubert).
Io penso che per migliorare la nostra scrittura il segreto sia sempre quello di deprimersi: leggere Flaubert, o Scott Fitzgerald, o Joyce, Céline, Oz e dire: sono inarravibili, sono inarrivabili ma io ci voglio provare, almeno ad avvicinarmi solo un po’ alla vetta.
(Mai scritto, ma a amio avviso una delle scritture più banali è quella di Coelho; meglio, cento volte e più, quella della Allende).

(Infine: me l’ha fatto venire in mente Anfiosso, questo post sulla scrittura che non ricrea – a volte non vuole – atmosfere).

bastarde dentro: le donne

Immaginatevi la scena: cascinale patriarcale nella campagna toscana, una sera d’estate. Una ventina di persone, dopo cena, scendono sull’aia, a prendere il fresco, parlare.
Tra i venti ci sono anche tre parenti, che vengono dalla città: padre, madre, bimbo di 7 anni, bimbo che – piccolo particolare ma importante, ai fini del colpo di scena racchiuso da questa storiella – che, dicevo, era reduce da un intervento chirurgico: circoncisione.
Son lì, i tre, per le ferie.
Ecco, la gente ride e scherza, che è presto ancora. E i ragazzi, son tutti cugini e cugine, corrono e si fan dispetti e cani e gatti girano al largo, troppi rompicoglioni, stasera, sull’aia.
D’un tratto il cittadino di sette anni riceve un invito: Che si va in camera nostra a saltare sui letti?, gli propongono tre cugine, grandicelle (dai dodici ai quattordici).
Lui ne è felice, e accetta.
E vanno nella stanza, dove ci son tre letti; che bello, il cugino di città può saltare da un letto all’altro, cosa mai fatta, ché si è sempre accontentato di provare, clandestinamente, ovvio, i molloni del letto matrimoniale di mamma e papà, poi si diverte tanto ma tanto, che le tre cugine (di campagna), anziché saltare, fanno le sceme ai bordi del letto, cantano, ballano, gli dicono “oh che bravo che sei”.
Dopo un po’, mentre il ragazzo cittadino, tutto sudato, sta continuando a saltare, le tre sono esauste e sedute, su un letto.
Senti, che t’han fatto male all’ospedale quando t’han messo a posto il gingillo?, chiedono.
Un po’, risponde lui saltando.
Senti, ma adesso l’è più bello di prima?, domandano ancora.
Boh, risponde lui, sempre saltando.
Senti, ma che ce lo faresti vedere?
Non dice niente, lui, saltando.
Però pensa che lui, in sette anni di vita, non ha mai visto com’è fatta una passera (sì, certo, ha spiato la zia a un’altra cugina dal buco della serratura, ma ha visto poco e soprattutto ha visto in fretta: ché se la mamma si accorge son botte, o grane comunque) e che forse è giunta l’ora di vederla davvero, e da vicino, una passera, proprio stasera, proponendo – quindi – un baratto.
Io ve lo fo’ vedere, voi però, dopo, me la fate vedere.
Sì dice una: Dice sì anche l’altra. Pure la terza lo dice.
Il cugino di città, a questo punto, non ci pensa due volte: e alza il sipario… calando i calzoni, solo che…
Solo che li tiene calati poco, lui, i calzoni: le cugine di campagna, infatti, ridono. E lui capisce che ridono e sa bene che rideranno ancora di più: quando scapperanno fuori dalla stanza mentre lui, rincorrendole, sta dicendo, “M…. fammela vedere, E….. fammela vedere, A… fammela vedere”.
Poi dicono che delle donne bisogna solo dir bene: puà…

cose scritte in passato

Myriam, tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi.
Che tu sia per me il coltello, Davide Grossman

Ecco, io (tralasciando ogni giudizio sul libro) penso che se uno si mette a scrivere e, d’un tratto, ha (come) la sensazione di non conoscersi, ecco, io penso che sia una buona cosa, forse una grande cosa, forse la più grande.

Penso anche che in questo momento dell’ottavo giorno di settembre sto per prendere un’aspirina effervescente con vitamina c, e non è una grande cosa, questa.
Penso pure che mi son svegliato nel modo peggiore, stamani: con la sensazione di essere già in ritardo. E nemmeno questo è una bella cosa, anzi diciamocelo, è brutta assai.

E penso infine a quel che mi disse un giorno qualcuno del mio blog. Tu posti e scrivi la prima cosa che ti viene in mente. Più o meno è così: perché tante volte scrivo e poi cancello.
Ora – proseguo pensando e quel che penso scrivo – se ripenso ai cento e più post distrutti non ho nessun rimpianto. Ma se ripenso ai racconti, ai romanzi iniziati e poi distrutti (una volta avevo un caminetto, così scrivevo e poi bruciavo) ecco, non dico di provare del rimpianto (assolutamente no) ma un po’ di curiosità, almeno quella, sì.
Perché di fronte alle cose scritte in passato io, solitamente (nove volte su dieci) ho sensazioni opposte: o me ne vergogno oppure mi stupisco, ché mi sembrano scritte da qualcuno che è meglio di me medesimo.
Ora mi fermo a ingurgito l’aspirina, che sa già di autunno e starnuti.

La giovane casalinga

Oh, la giovane sposa che alle dieci
del mattino s’aggira
in negligé dietro i muri
di legno della casa maritale…
Io passo, solo al volante.

E lei, discinta e timida,
eccola ancora farsi al marciapiede
per l’uomo del ghiaccio, per l’uomo
del pesce, ravviandosi
le ciocche sfuggenti: la penso
come una foglia caduta.

Sotto le ruote silenziose scrosciano
le foglie morte, e io m’inchino e passo
con un sorriso.

La giovane casalinga, in Poesie, William Carlos Williams, Einaudi 1967.
Nato nel New Jersy nel 1883, William Carlos Williams per cinquant’anni fu medico internista e anche scrittore, quanto mai prolifico; quando morì, nel 1963, aveva scritto 47 volumi di poesie, racconti, saggi, drammi.
Einaudi, proprio nel 1963, pubblicò I racconti del dottor Williams.
I suoi estimatori ricordano una frase, che è una sorta di manifesto poetico in miniatura – ma anche di una potenza rara -.
Diceva, William Carlos Williams:
La vita è soprattutto sovvertitrice della vita stessa, quale era un attimo prima: sempre nuova e priva di regole. E nel verso, perché esso viva, qualcosa deve essere infuso che abbia il colore dell’instabile, qualcosa della natura di una impalpabile rivoluzione.
(Poi a me piace l’idea di uno che scrive e scrive ancora e quando muore ha lasciato tante cose scritte che, forse, qualcuno leggerà).

libri che ricordano

Invece di leggere sto rileggendo.
La peste di Camus, comprato e letto a 18 anni; ci feci anche un tema, parlate dell’ultimo libro che avete letto…, presi otto, mi pare (ma era raro che prendessi un bel voto, ché la mia specialità era andare fuori tema), sta di fatto che son due le cose che non ricordo: il libro, che è come se lo leggesi per la prima volta, e quando e come lo lessi. Nebbia totale.
I libri a cui tengo maggiormente, credo, son legati a un ricordo, preciso.
Vicolo Connery, di John Steinbeck: sulla copertina (e sulle prime pagine) c’è, impressa, l’impronta dentaria di mia figlia Sonia che, avrà avuto due anni, pensò bene, un giorno, di addentarlo e di ciucciarlo.
Sempre Steinbeck in cima ai ricordi.
Di libro che ho riletto almeno tre volte, L’inverno del nostro scontento, ho questo ricordo. Ho sedici anni, sto facendo la prima taglia da scuola della mia vita. Sono in un bar, nella sala dove giocano a carte. Sono solo, leggo. Di là il cameriere sta mettendo e rimettendo la cassetta di Anima mia.
Ogni tanto mi raggiunge, ché quello era un bar frequentato la sera, si siede accanto a me, fumiamo una sigaretta. E’ un amico, siamo cresciuti insieme: vede però che sono assorto nella lettura, dice niente, quindi. Canticchia Anima miaaa, e la cosa mi dà abbastanza fastidio, però non glielo dico, perché, uno, mi sta offrendo un rifugio sicuro, e, due, anche caffè a volontà.

Scrivere e il giudizio degli altri

Per chi scrive il blog può rappresentare un grosso danno.
I complimenti fanno male alla scrittura. Illudono. Danno certezze che son bolle di sapone.
Subentra poi la rabbia contro gli editori: Ma come? , sono bravo (me l’hanno scritto che sono bravo, questo e quest’altro e quest’altro ancora) e non mi prendono in considerazione?
Quante volte nei commenti di tanti blog ho letto, Sono incantato-incantata, Capolavoro, oppure Che coraggio, Che sensibilità.
(Poi succede anche una cosa carina. Ogni blogger vede i complimenti che grondano tra i commenti degli altri, non nel proprio: quelli che ci arrivano vanno bene, sono – sicuramente – “oggettivi”).
Poi succede che arriva il peggio del peggio; inconsciamente il meccanismo diventa questo: Io faccio complimenti a te e tu ne fai a me.
Quando si scrive non si sa, si scrive come al buio, si scrive e basta.
Poi ci si illude o, viceversa, ci si impaurisce: perché nei blog, a volte, il gruppo – ed è sempre una voce di cui diffidare, quella del gruppo – boccia, implacabilmente (solitamente chi non è del gruppo: Ma che cazzate scrive quello lì?).
A volte, quindi, la rete tarpa le ali, e qui il discorso s’incasina.
Io ho una certezza. Anni fa ho conosciuto una persona timida, forse insicura, non so. Scrive, oggi, è una persona affermata. Sicura di sè.
Anni fa non lo era. Qual è stata la molla che ha trasformato questa persona da insicura a sicura del propri mezzi? Da anonima in famosa?
Ho un sospetto, io (in sociologia la chiamano profezia che si autoadempie).
Questo persona ne incontrò un’altra, diciamo un Maestro. Che gli disse e predisse: Tu diventerai qualcuno.
Bastò, credo (ma è una mia supposizione).
Ho una fortuna-sfortuna io. Dal momento che tendo sempre alla depressione son portato a credere alle critiche e son portato a diffidare dei complimenti.
Se anni fa una scrittrice affermata, dopo aver letto il mio primo manoscritto, non mi avesse detto Scrivi io non avrei scritto, mi sarei fermato (come del resto mi fermai, per anni), e quel manoscritto non sarebbe diventato un libro.
E quando oggi mi ritrovo a leggere cose di altri sono sempre titubante, poi, ad esprimere giudizi.
I complimenti fanno quasi sempre male, illudono, fan perdere tempo, poi, che uno si crede di essere un novello Proust incompreso. Ma anche stroncare (a meno che ci si trovi di fronte a qualcosa di illeggibile) può fare dei danni.
Il giudizio degli altri nella scrittura condiziona, maledettamente.
E può far bene o fare male.
Per questo serve leggere: così da riuscire, poi, da soli, ma non è facile, a fare il confronto.

la luna di settembre su la buia

Niente, il piatto piange. Niente di furbo da raccontare. Sarà colpa di settembre.

La luna di settembre su la buia
valle addormentata ai contadini il canto
Una cadenza insiste: quasi lento
respiro di animale, nel silenzio,
salpa la valle se la luna sale
Altro respira qui, dolce animale
anch’egli silenzioso. Ma un tumulto
di vita in me ripete antica vita
Più vivo di così non sarò mai.


Sandro Penna

l’unico quadro

Ci ho pensato spesso in questi giorni a questa cosa qua (e non so perché): e che cioè, io, in vita mia, ho comprato solo una volta un quadro. Un quadro vero. Di una pittrice milanese (Brizzola, mi pare) che usava o usa, non so se dipinge ancora, lo stile fotografico. Quadri che sembrano fotografie.
In primo piano, ma di profilo, c’è una donna, sola, in bicicletta. Dietro, sulla sfondo, una stazione da dove provengono due persone: un uomo e una donna, a braccetto, sotto lo stesso ombrello. Lo comprai, quel quadro, per solidarietà con la ragazza sola, senza ombrello, spettinata, libera.

(tratto dal vecchio blog)

cani, cose strane, coincidenze

Mi succede una cosa strana, a me: con i cani.
No un attimo, con alcuni cani, che alla fin fine devono essere tre o quattro.
Allora, si tratta di cani che sono al guinzaglio.
Io li guardo, e loro, dopo aver ricambiato il mio sguardo, cominciano a tirare il proprio guanzaglio e il proprio padrone verso di me, scondinzolando, però.
Si comportano con me come fanno i cani quando rivedono una persona a cui vogliono bene, dopo tanto tempo.
Le reazioni dei padroni dei cani sono sempre state simili.
Solitamente dicono: Non ha mai fatto così…
Mi son sempre chiesto: Succede solo a me?
(Mi son sempre dimenticato di chiedere a un veterinario).

Allora, due giorni fa.
Cammino. E mentre sto camminando improvvisamente, e va a sapere perché, mi viene in mente questa cosa qui, un po’ rimossa e un po’ dimenticata, e mentre ripenso a questo cosa qui – guarda un po’ le coincidenze – succede questo, succede: che un cagnetto formato gatto comincia a piangere e guaire e tirare il guinzaglio verso di me.
Pazzesco, non ha mai fatto così, mi dice la sua padrona.
I cani insomma hanno un debole con me.
No, rettifico, alcuni cani.
No, altra rettifica: solo tre, forse quattro. Se ricapita vi aggiorno.
No, ultimissima rettifica, mica succede sempre così.
Nel 1984 dovevo evitare di fare una certa via: se la percorrevo, da un portone sbucava un cane che, piccolo bastardo, mi mordeva le caviglie e poi scappava. Bastardo e vigliacco.

l’altra guancia: sabota il sistema

Sono agnostico. Per me l’esistenza o meno di Dio è qualcosa di cui io non posso sapere. M’hanno insegnato che c’è e tutto può, quando ero piccolo (e a un bambino puoi dire di tutto, e lui ci crede), m’han detto poi, crescendo, che è stato l’uomo a inventarlo. Voci: che si annullano.
Sono agnostico, e da agnostico provo repulsione per la chiesa che riceve i potenti della terra, che spesso son malfattori, ma provo ammirazione per certe voci, da don Milani a don Luisito Bianchi. Di quel che segue ringrazio Pia, che l’ha scovato non so dove su internet.
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Noi Cristiani non siamo chiamati a sottostare al sistema imperiale della forza, della prepotenza, dell’egoismo e dell’ingiustizia. Noi Cristiani siamo chiamati ad altro. E la Parola ce lo ricorda.

“Porgi l’altra guancia” non significa “assumi un atteggiamento passivo e di sottomissione”, non significa “lasciati offendere”, “lasciati colpire ancora”, come erroneamente si crede.

“Porgi l’altra guancia” significa “sabota il sistema”, “fai in modo di interrompere il sistema, di costringerlo a ripiegare”.

Oggigiorno siamo chiamati, come cristiani, a fare questo: fermare il sistema dell’Impero! E non con la violenza che incattivisce ancora di più gli animi, ma attraverso quei tanti piccoli accorgimenti che possiamo adottare nella nostra vita quotidiana, che hanno in sé la forza di sabotare gli Imperi moderni.

Uno schiavo, ai tempi di Gesù, veniva colpito in volto dal suo padrone con il dorso della mano, perché quest’ultimo non avesse a sporcarsi le mani. La guancia colpita era dunque la guancia destra, tranne nel caso in cui il padrone non fosse stato mancino. “Porgere l’altra guancia”, cioè la sinistra, a quel tempo significava costringere il padrone a colpire con il palmo della mano e, quindi, a “sporcarsi” le mani, cosa che un padrone non avrebbe mai fatto. Quindi il voltare il viso dall’altra parte per porgere la guancia opposta era un modo per impedire al padrone di colpire ancora, era un modo per interrompere il sistema, per costringere il potente a fermarsi.

Don Luisito Bianchi

una vita semplice e una morte terribile

Nelle prime pagine di Pastorale americana, Philip Roth (le parti in corsivo, da ora, sono di Roth) rispolvera Tolstoj e il suo Ivan Il’ic, che, sul letto di morte in preda a un’angoscia e a un terrore incessante, pensa: Forse non sono vissuto come avrei dovuto.
Eppure, ricorda(no) Roth e Tolstoj, Inav Il’ic aveva tutto: posizione, 3000 rubli l’anno, una bella casa, gli amici ben piazzati ai vertici della società.
Perché, dunque, la dipartita è così dura, angosciosa?
Perché la sua vita
era stata molto semplice e molto comune, perciò terribile.