una vita semplice e una morte terribile

Nelle prime pagine di Pastorale americana, Philip Roth (le parti in corsivo, da ora, sono di Roth) rispolvera Tolstoj e il suo Ivan Il’ic, che, sul letto di morte in preda a un’angoscia e a un terrore incessante, pensa: Forse non sono vissuto come avrei dovuto.
Eppure, ricorda(no) Roth e Tolstoj, Inav Il’ic aveva tutto: posizione, 3000 rubli l’anno, una bella casa, gli amici ben piazzati ai vertici della società.
Perché, dunque, la dipartita è così dura, angosciosa?
Perché la sua vita
era stata molto semplice e molto comune, perciò terribile.

8 pensieri su “una vita semplice e una morte terribile

  1. Mi hai fatto venire voglia di rileggerlo.

    Credo che in molti si trovino spiazzati di fronte alla propria fine, sempre ingiusta comunque, qualunque vita si sia vissuta. Un’altra possibilità la vorrebbe la maggior parte della gente. Di fronte alla prerogativa di trovarsi nel nulla, senza fede, senza possibilità di riscatto, risulta difficile accettare il proprio nulla eterno e si ha una paura fottuta.
    Soprattutto Ivan, che non avendo mai “vissuto pericolosamente” crede di non meritare di morire, come se questo fosse un salvacondotto alla vita eterna.
    Sconcerterebbe chiunque rendersi conto in punto di morte che se si potesse tornare indietro, si vivrebbe una vita diversa.
    Invece mantenere l’equilibrio di cui parla Cristina, lo ritengo un risultato straordinario, soprattutto in questa società dell’apparire e del possedere. Un profilo defilato, ma presente, equidistante, ma non estraneo, magari nella piena consapevolezza di sè. Perchè credo che qui ci stia il nocciolo della questione.
    Sgnapis

  2. e non c’era neanche la tivù, per dire

    sarà insita nella natura umana la smania di protagonismo?

    sarà che siamo inzuppati di rimpianti?

    sarà che qualsiasi cosa si faccia, c’è sempre qualcosa d’altro che ci manca

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