Per una breve ma intensa parentesi della mia vita ho recitato.
La passione per il teatro me l’ha trasmessa un grande uomo di teatro, Gian Renzo Morteo, mio docente in università.
Chi ama il teatro veramente non cerca il successo: cerca di rivivere la magia del teatro che si prova durante le prove e ancor più durante uno spettacolo.
Non servono folle oceamiche, applausi, flash dei fotografi. Tu, recitando, trasmetti e ricevio qualcosa.
Nel 1986 un lunedì di non so quale mese mi succede questo: il caporedattore del giornale La Sesia mi chiede se, appunto, da “quel” lunedì sarei disposto a iniziare a correggere le bozze. Ero disoccuapato, studiavo e per campare facevo di tutto. Ma “quel” lunedì avevo un appuntamento, non ricordoi se a Torino e a Milano (mi sembra Milano). Un provino per entrare a far parte di una compoagnia teatrale vera, che avrebbe dovuto portare in tournée l’Amleto.
Mi ero fatto avantio io: avevo spiegato che avevo trent’anni e che avevo interpretato Sigismondo de La vita è sogno di Calderon de La barca e L’uomo dal fiuore in bocca di Piranxdello con un a compagni amatoriale.
Per il provino, avrei dovuto recitare una parte de La vita è sogno.
Non ci dormii, alla fine optai per la decisione più saggia: il giornale.
Non ho nessun rimpianto, ma il teatro me lo porto ancora adesso, appresso, soprattutto quando scrivo: a volte sono regista a volte interprete delle storie che scrivo.
La scelta di una virgola in più o in meno, spesso, mi viene suggerita da questo mio modo di intendere la scrittura come se stessi recitando.
Cosa penso veramente dei miei libri
Questo non dovrebbe essere un post, in effetti sono appunti miei, personali, che ho trasformato in post. Appunti un po’ amari.
Ho dato un voto ai miei 14 libri, con questo criterio: i migliori sono quelli che rileggerei, i peggiori sono quelli che o riscriverei o modificherei. (Seguono alcune considerazioni.)
La suora, La donna di picche, Bastardo posto: 9
Lo scommettitore, Forse non morirò di giovedì: 8
La donna che parlava con i morti, Il bar delle voci rubate: 7
La notte del santo, Buio assoluto, Vegan-Le città di Dio, Vicolo del precipizio: 6
Dicono di Clelia: 5
Tamarri: 4
Il monastero della risaia: non so, dovrei rileggerlo.
Allora.
I libri che hanno ottenuto riconoscimenti sono due: Lo scommettitore, libro del mese Fahrenheit e finalista del libro dell’anno nel 2006 sempre Fahrenheit. E Forse non morirò di giovedì, primo (ex equo) al Premio Città di Cattolica.
Il libro che ha venduto di più è La donna che parlava con i morti, edito da Newton Compton. Merito esclusivo della distribuzione e anche un po’ di tante recensioni. Il libro è stato ristampato da Il Vento antico, che è l’edizione che consiglio. Un amico mi ha detto: Ho trovato La donna che parlava con i morti della Newton in una bancarella a tre euro, che dici? Gli ho risposto: non prenderlo, troppi refusi.
Vegan Le città di dio è, a mio avviso, un buon giallo. Nel libro tratto anche di alimenti che funzionano più delle medicine. Ecco, di questo argomento vorrei rivedere alcune cose (e poi è sbagliato sia il titolo, colpa mia, bastava “Le città di Dio”, sia quanto riportato dall’editore in quarta di copertina: il libro non si rifà a The China study. Errore dell’editore ma anche mio perché dissi che sì, andava bene).
Ritengo che tra La donna di picche e La suora siano due buoni libri. Il primo nel 2019 è arrivato semifinalista in due premi di un certo spessore (a cui partecipano tanti autori di grandi case editrici). A questi due premi ha partecipato anche La suora, poco tempo fa. Niente. E quindi: o La suora è meno bello de La donna di picche, oppure contra il peso specifico delle case editrici (Fanucci, Golem).
Sono affezionato al libro Tamarri; sono racconti, in gran parte pubblicati sul vecchio blog. Historica (Giubilei) mi chiese un libro, e io gli mandai Tamarri, senza rileggere, senza editing. Peccato.
Quattro considerazioni finali.
Recensioni a parte, in genere i libri che sono stati maggiormente apprezzati non sono gli stessi che apprezzo maggiormente io. Ho ricevuto mail entusiaste soprattutto per Forse non morirò di giovedì e Il bar delle voci rubate.
Sbattersi per scrivere e poi pubblicare nella piccola editoria serve a poco.
Eppure (terza considerazione) mi piacerebbe trovare un editore anche piccolo che ristampasse Bastardo posto.
Terza, ultima amara considerazione: i tre libri da cui mi aspettavo di più han fatto… acqua. Oddio, La suora è uscita da 6 mesi, ma 6 mesi per il mercato editoriale sono un’eternità.
Aldina
Un estratto da “Dicono di Clelia” che scrissi nel 2003 e che fu pubblicato da Mursia (a cui avevo inviato primo capitolo e sinossi) nella primavera del 2006. In questo estratto parlo di una prostituta, Aldina. Non esiste. Ma esiste la prostituta da cui trassi ispirazione per scriverne, quando facevo il portiere di notte. La conosco da tanti anni, quando ci incontriamo ci salutiamo, lei sa come mi chiamo e viceversa, ma non ci siamo mai fermati a parlare. Accadesse, le direi: leggi…
Fra due ore ho appuntamento con l’avvocato. Posso stare ancora un po’ qui, chiusa in macchina, a guardare l’acqua del fiume che scorre ascoltando la radio. Ci vengo spesso qui. A quest’ora i pescatori e quelli che portano i cani a correre sono andati a casa a mangiare mentre per le coppiette c’è ancora troppa luce.
Ci sto bene qui: questi alberi che ogni tanto il fiume inghiotte mi ricordano chi sono.
A 17 anni, il sabato sera ci venivo con quella che, ora, è la crema di questa città. Un bel gruppo, gente che ha fatto strada: medici, architetti, avvocati, un prete anche. Io ero bella, povera e soprattutto scema: sono andata con tutti, tutti poi mi hanno scaricata. Ora qualcuno di loro mi cerca, vuole qualche mia ragazza. Si fottano quei bastardi, sopporto solo Gianni, che è diventato un povero alcolizzato dopo quella notte che, ubriaco, ha investito e ammazzato una ragazzina in motorino. Pure lui mi ha scopata, però almeno adesso si vergogna del suo passato.
Bastardi, avevano dieci anni più di me, avevano tutti le fidanzate, però si era sparsa la voce che Aldina era disponibile. “Aldina scopatina” ero stata soprannominata, ma questo l’ho saputo solo anni dopo, da Gianni. Allora ero disposta a tutto pur di trovare marito perché non volevo restare con i miei genitori e i miei tre fratelli maschi, in una casa umida dove la sera mio padre, appena finito di mangiare, si metteva davanti alla televisione con un bottiglione di vino, poi beveva, ruttava, si ubriacava e la mamma lì, a stirare, a cucire, a togliergli le scarpe quando lo sentiva russare. Ero stufa della puzza dei calzini di mio padre e delle sue sberle ed ero certa che non sarei diventata una donna delle pulizie come mia madre. Ho cominciato a vivere quando sono scappata di casa per fare la puttana. Quelli ricchi mi avevano presa in giro, quelli poveri come i miei fratelli non li volevo: ero terrorizzata di fare la fine di mia madre che a 40 anni, grassa e sfatta, sembrava già da ricovero.
Sono brava io a far l’amore. Ho 52 anni ma credo che continuerò a essere appetibile per altri dieci. Sono brava a far l’amore e piaccio: certo, col passare del tempo sono stata costretta ad andare due volte dal chirurgo, che però mi ha solo tolto un po’ di doppiomento una volta, e ritoccato il naso, tre mesi fa. Sono brava con gli uomini. La mia pelle è ancora giovane, liscia, forse perché faccio attenzione a cosa mangio, forse perché fumo solo cinque sigarette al giorno, forse perché dormo tanto e bevo acqua in continuazione. Ho imparato a farli impazzire gli uomini, anche perché produco tanto liquido: loro, quando fanno l’amore con me, pensano di essere bravi dal momento che io mi bagno così tanto. Stronzata: mi è sempre successo così, anche andando con qualche cesso.
Con quel ciccione dell’avvocato per esempio: è venuto da me diversi anni fa, perché non sapeva dove sbattere la testa. Sposato da anni, aveva perso la testa per la sua segretaria, poi però, dopo settimane e settimane di tentativi, non era mica riuscito a far l’amore con lei. Sono fragili gli uomini, fragili e stronzi. Anche Mario lo è: licenziò la segretaria e tornò dalla moglie: meglio fottere senza troppo entusiasmo che non fottere per nulla. Solo che il problema gli è rimasto e, allora, disperato si è rivolto a me. Quando ci siamo incontrati la prima volta mi ha raccontato tutto, ma tutto tutto: ero l’ultima spiaggia. Ero anche il suo confessore. Aveva già provato con l’ipnosi, con la respirazione yoga, con vari specialisti. Per non parlare dei soldi che aveva dilapidato nei night, anche in Svizzera. Non gli era servito a niente: l’ansia da prestazione, la paura di non riuscire a fare l’amore li paralizza gli uomini. Sudano freddo, sono disposti a tutto pur di tornare normali. Io con Mario ci sono riuscita. E’ facile. Le prime volte c’è bisogno di tanto tempo. Loro sono lì, incapaci di avere un’erezione solo perché inchiodati dalla paura. Occorre essere brave con le mani: meglio accarezzarli sulle spalle, sulla schiena, sulla testa; guai a toccarli lì, dove loro, stupidamente, sono concentrati. Quello che non funziona è la loro testa: perché è imprigionata nelle loro mutande. Per sbloccarli bisogna parlare, dire cose che possano eccitarli, ma la maggior parte delle volte è meglio parlare di un argomento qualsiasi mentre li si bacia e li si accarezza ripetutamente, con calma, magari ai piedi oppure nel sedere; poi succede che, improvvisamente, dimenticano di essere paralizzati dalla paura e tornano a correre, tornano stronzi appena vedono che il coso funziona ancora. Prima almeno, quando hanno il terrore negli occhi, capisci che stanno toccando con mano cosa vuol dire stare male, maledettamente male.
No avvocato, questa sera non ti racconterò nulla di Clelia. Dì un po’ avvocato, la tua segretaria perché l’hai licenziata? Perché sei come loro, come quelli che trentacinque anni fa se la sono spassata con me, là dietro quegli alberi. Di Clelia meno si sa e meglio è.
Dicono di Clelia, Remo Bassini, Mursia 2006
E poi ci sono i giorni che non sono né pari né dispari
Ci sono i giorni pari, uno rivede le cose belle, anche le sconfitte possono esserlo, anche certi errori, certe scelte azzardate, ma nel complesso in testa c’è un via vai piacevole dove spiccano, soprattutto, ciò di cui si è orgogliosi.
Poi ci sono i giorni dispari, ed è un casino: le cazzate fatte e i rimpianti per non aver fatto questo o quello e anche un po’ di autocommiserazione (che a me ricorda quando, da piccolo, andavo a piangere davanti allo specchio: piangevo di più, piangevo meglio).
Mancano i giorni né pari né dispari, o meglio sono rari. L’accettazione, guardando avanti. Guardare avanti significa sognare, ancora.
Il “non detto”
S’impara, leggendo e scrivendo, che è di estrema importanza il “non detto”.
Non è un comandamento: a volte serve, a volte no.
Si immaginò di abbracciare il suo corpo, di baciarla tutta.
Si può scrivere.
Si può scrivere altro.
Oppure nulla. Dipende.
Amazon, le recensioni più belle e quelle più brutte
I miei libri su Amazon. Alcune recensioni dei lettori.
La Suora (Golem)
La più bella (di impressionidilettura)
Remo Bassini, con le sue storie malinconiche, con i suoi personaggi mai del tutto vincenti e mai del tutto sconfitti, non mi delude mai.
Romolo Strozzi, protagonista e voce narrante di questa storia di amori non vissuti e di amori possibili ma meno attraenti della solitudine, è di quelli di cui da lettrice mi innamoro.
Un mistero dai cupi risvolti si svela a poco a poco, senza improbabili effetti speciali da serie americana, con il passo lento delle storie vere, in cui la determinazione e la pazienza, se anche la fortuna collabora un po’, arrivano infine alla verità.
La provincia con le sue atmosfere, le sue malinconie, i conflitti sotterranei, le maldicenze e le prepotenze, non è un fondale, è una dei protagonisti della storia.
La più negativa.
Per ora non c’è. Qualcuno, comunque, ha messo le due stellette nelle opzioni di voto (che vanno da 1 a 5).
La donna di picche (Fanucci)
La più bella (di Susanna Raule, scrittrice)
Premetto di non aver letto il titolo precedente (che ora mi procurerò), ma da questo sono rimasta colpita. Bassini usa gli stilemi del giallo per dar vita a una narrazione avvolgente, avvincente, centrata sui rapporti interpersonali e quasi priva di avvenimenti. Detto così non sembra un pregio, lo capisco, ma lo è. Nel libro, all’apparenza, non succede quasi nulla, se uno si aspetta la trama action e adrenalinica di certi gialli americani. Ma in realtà succedono un sacco di cose, che entrano nel cerchio della narrazione in modo naturale, tenendoti avvinto da una narrazione sempre di parte, che non si allontana mai dai personaggi per permetterci di guardare la storia dall’alto. Ed è così che è la vita, no? Non puoi allontanarti e guardare le cose dall’alto, magari. La donna di picche ti rapisce, ti fa venir voglia di continuare a leggere, scorre via e ti trascina nel flusso. Più vai avanti più hai voglia di entrare nell’universo personale di personaggi umanissimi, dolenti, ma anche pieni di una speranza nel futuro quasi recalcitrante. Davvero molto consigliato.
La più negativa (angela)
Romanzo globalmente accettabile, ma non mi ha coinvolto né la vicenda, né i personaggi.
Forse non morirò di giovedì (Golem)
La più bella (annarita)
Sono tornata volentieri a immergermi in uno scritto di Remo Bassini perché oramai lo segue da alcuni anni e attendo sempre con piacere ogni sua nuova creazione. In questo romanzo facciamo la conoscenza di Antonio Sovesci, direttore con la schiena dritta di un piccolo quotidiano di provincia. Ma questa storia nulla ha di provinciale nel senso più vieto del termine; attraverso gli occhi, le parole e i gesti di Sovesci entriamo nel mondo di un piccolo giornale in cui il temperamento del direttore fa la differenza, la notizia è sempre oggetto di attenta analisi e se degli errori si fanno, con Antonio sono sempre e solo in buonafede. Questa vicenda, che si dipana nell’intreccio tra l’intervista che con una certa ritrosia il direttore concede a una sua ex giornalista e i fatti del giornale, viene sviluppata con mano sicura ed esperta da Remo Bassini, forte della sua esperienza di giornalista, ma soprattutto con abile scavo psicologico dei personaggi, che ci conducono per mano fino all’epilogo della vicenda. C’è tutto un mondo in quella redazione in cui ogni giorno Antonio Sovesci lotta contro i tagli al budget dovuti all’ottusità dell’editore e del suo manipolo di azionisti; un mondo di provincia denso e umorale, in cui ogni componente della redazione viene fuori a tutto tondo con pregi e difetti. C’è amore, c’è sofferenza, c’è onestà, ma ci sono anche calcoli e tradimenti, colpi bassi e fughe. Insomma un bel romanzo sul giornalismo onesto e leale come il direttore Sovesci. Una bella lettura.
La più negativa (giuseppe riccardi)
Il titolo mi è stato consigliato da amici, avevo grandi aspettative ma non ho trovato interessante la storia, trita e ritrita, la scrittura e i salti temporali secondo me fuori tempo. Magari riproverò con un altro lavoro dell’autore.
Dove sono finite le ragazze della mia età?
Dove sono finite le ragazze della mia età, o di dieci, quindici anni più grandi, che sognavo e che guardavo mentre sorridevano al mondo? M’han detto che alcune sono fuggite chissà dove o, peggio, che si sono travestite da vecchie, le ragazze della mia età.
L’anno che non dimentichi
Quando mi dissero che sarebbe uscito il mio primo libro, quando, anni prima, superai in fabbrica i dodici giorni di prova, quando, anni dopo, fui assunto come redattore al giornale La Sesia e, ancora dopo, quando fui nominato direttore del giornale furono giorni belli, da ricordare, certo, ma non me ne curo troppo. Più o meno ricordo l’anno, la stagione.
Il 1982 lo ricorderò sempre, e qui spiego perché.
Non ce la farai, mi dissero in tanti. Ce la farai, mi disse mia madre.
Fu l’anno della grande scommessa. Mi iscrivo a lettere e se per caso mi bocciano a un esame smetto e lancio il libretto dal finestrino del treno.
Il libretto è nel cassetto dei ricordi, la storia del 1982 è questa qua.
Farinetti, voce regina del giallo
Per me un buon giallista deve anche scrivere bene. Di sicuro scrivono bene De Cataldo, Varesi, Carlotto e altri, famosi e non.
Del compianto Renato Olivieri, di cui ho scritto (vedi il post) giorni fa, piaceva tutto: le storie, l’ambientazione milanese, il personaggio principale (senza nessuna forzatura: un commissario non deve essere necessariamente un comunista o avere problemi) e, sicuramente, anche la scrittura. Elegante e sobria.
C’è un altro giallista contemporaneo che, a mio avviso, ha una scrittura bella tanto e scrive degli ottimi libri: Gianni Farinetti, nato a Bra nel 1953.
S’incontrano le Langhe di Fenoglio, nei libri di Farinetti, e i riflettori, spesso, sono su personaggi gay.
Ecco un’intervista.
https://www.culturagay.it/intervista/195
Da Il ballo degli amanti perduti, Marsilio.
Potrei ucciderlo, pensa con stupore sapendo che lo ha già immaginato – ma come di sfuggita, senza sostare sul pensiero – altre volte in tanti anni. E corregge fra sé: vorrei ucciderlo, vederlo finalmente morto. Guida piano nel traffico delle sette e mezza di sera. Piove e le auto intorno si muovono lentissime in un’esausta coda in uscita dalla città.
Ucciderlo e liberarmene. Impedirgli di nuocere ancora, di continuare a trasformare ciò che tocca in sofferenza, in sporcizia. Intorno a lui tutto diventa laido, grossolano, volgare. È come se fosse venuto al mondo per far del male. Oh, non è il male impersonificato, macché, non c’è niente di grandioso nel suo essere maligno. Uno stupido giullare, un piccolo prepotente, una semplice merda d’uomo. Che spande dolore, smarrimento, desolazione.
Sarei capace a farlo? E perché no, basterebbe tendergli una trappola – inventare come non sarebbe difficile –, attenderlo di notte, sparare un colpo di pistola e guardarlo morire. Potrei farlo, si dice mentre la coda di automobili si dirada, si smembra opaca. Ancora una rotonda, un viale. Palazzi, portici illuminati, insegne, gente intrappolata in altre macchine.
Dove andranno? A casa, a fare le ultime commissioni prima di preparare cena, al cinema, da un amante che li aspetta, lo smemorarsi di una sera passata insieme in questo tedioso inverno. Ah, le braccia degli amanti che si cercano nel buio. La pioggia si fa nevischio e poi neve.
Sta piangendo? Non lo sa o non se ne cura. Sente freddo come fosse una ferita che non si rimargina mai. Imbocca l’autostrada.
Un torneo di basket all’aperto, tra code e smartphone e ancora smartphone
Sabato e domenica la squadra di basket in cui gioca mio figlio ha partecipato a un torneo all’aperto, nella vicina Novara.
C’ero anche io. Chiaro, lo seguo, ma la mia presenza è comunque appartata, quando gioca non urlo mai il suo nome, lui sa che ci sono, e non credo che i ragazzi – sto parlando di dodicenni – con genitori urlanti al seguito ne traggano beneficio.
Ma non è di basket che voglio parlare.
Allora, faceva caldo. Ed era tutta una coda. Coda all’unico bagno (uomini, donne, giovani atleti) per due, trecento persone, code al bar, code per la poche panchine all’ombra.
Per ammazzare il tempo la gente faceva due cose: parlava, ma soprattutto guardava lo smartphone.
Anche io. Leggevo i whatsapp, le mail, stop. Su facebook preferisco trafficare quando sono a casa, con il mac. E instagram lo uso poco. E non si sta male, pensavo sabato e domenica, lontani da facebook, che è una cosa strana, tanto strana.
Mi è venuto in mente il mio professore di storia del teatro Gian Renzo Morteo. Una volta andai a trovarlo in ospedale. Mi disse: Tra i ricoverati c’è un mio vicino di casa, sono quindici anni che ci incontriamo, magari aspettando l’ascensore, e ben che vada ci scambiamo un saluto. Qui ci siamo raccontati di tutto… potenza dell’ospedale.
Anche io ho dei vicini di casa di cui so niente. Nome, cognome, poco altro. Scambio due parole con chi ha il cane, come me. So molto di più di tanti vicini…. di facebook.
Certo, se un giorno facebook sparisse non saprei come rintracciare tutti quelli con cui, da anni, scambio like, saluti, messaggi privati.
Non avrei la loro mail, né il numero di telefono.
Il mondo di facebook già…
Domenica, secondo giorno di gare di basket, ho visto una cosa strana. Una giovane madre, sdraiata sul prato, leggeva un libro.
Un libro, centinaia di smartphone all’opera, tra una partita e l’altra, tra una coda e l’altra.
Rispetto a vent’anni fa siamo più liberi o abbiamo una “protesi” in più? E tra vent’anni?
La scrittura, quella vera
Si può scrivere di tutto, romanzi, racconti, articoli, saggi usando il “mestiere”.
Anni fa, non tanti, ho sentito una persona dire queste parole: Per anni ho fatto l’editore, so cosa vuole il mercato, so cosa vogliono i lettori. Ora scrivo. Per me è stato un gioco da ragazzi pubblicare libri e vendere.
Non ho letto nulla di questa persona. Di libri così’ se ne trovano tanti, oggi, gialli specialmente.
Per me la scrittura è – anche – questa cosa: Dello scrivere oscuro, di Primo Levi.
E’ una ricerca, la scrittura. Un percorrere vicoli o viottoli inesplorati. Bui. Mai esplorati.
Un esempio, il primo che mi è venuto in mente.
Scrivere un diario, ma di una persona che non conosciamo. Forse sappiamo dove vive, ma di lui sappiamo così poco che ci vorranno ore e ore di scrittura per dire di più.
La melodia della risaia vercellese in primavera
Quando terminarono di leggere La suora i miei attuali editori (Golem) si chiesero e mi chiesero come catalogarlo: perché in effetti era un giallo, ma anche no.
Ne La Suora si fondono due storie.
Una ambientata ai nostri giorni, l’altra no. Ecco un paio di estratti.
Primo estratto.
È fredda questa notte di primavera del 1945, ma alla ragazza non importa, altrimenti si abbottonerebbe il cappottino nero, che sua mamma ha rivoltato. Una ragazza così giovane non dovrebbe andare in giro di notte. La guerra è finita, ma è ancora tempo dei regolamenti di conti, di bande di falsi partigiani, di caccia al fascista, al delatore, al fiancheggiatore che ora nega tutto. Per le strade deserte si respirano odio e paure. È tutto diverso ora. La folla che un anno addietro faceva a gara nel cercare di stringere la mano al prefetto massacratore di ebrei e partigiani, adesso applaude il Comitato di liberazione nazionale. Viva i partigiani, viva i garibaldini: ciak si gira un nuovo film.
La ragazza, ora, cammina radente al muro, c’è solo lei che si sta aggirando sotto i portici della piazza, deve stare attenta. Non dovrebbe essere lì, lo sa bene. Lo ripetono ogni giorno, con l’altoparlante.
«Per disposizione del Comando Militare Alleato il coprifuoco ha inizio alle ore 23 e avrà termine alle ore 5. Per circolare durante il coprifuoco occorre un permesso rilasciato dal Questore. Fanno eccezione le pattuglie di partigiani e quelle della Polizia.»
Se la fermeranno si inventerà qualcosa, non ha paura di loro. È angustiata da altro. Dicono tutti che lui è morto, ma lei non si vuole arrendere perché sente che non è vero. È appena stata dove c’era l’altalena, è lì che si sono conosciuti, è uno dei loro posti segreti. «Camilla, non dirlo a nessuno che te la facevi con quello là» le ha detto sua madre, ma non c’è stato verso: continuerà a cercarlo di giorno e di notte.

Secondo estratto.
Tua mamma si è alzata. È una notte d’inverno, fa freddo, copre le spalle di tuo papà che sta dormendo girato su un fianco, si alza, indossa la vestaglia blu e, senza accendere la luce, si avvicina al tuo lettino per accarezzarti i piedini, appena appena. Poi infila il suo mignolo destro nella manina sinistra che tu hai portato alla fronte. La manina – sembra una magia – si chiude.
«Domani ci sarà una grande festa, tutta per te…» sussurra.
Domani è il tuo secondo compleanno. Alla festa ci sarà anche nonna Margherita, che sta dormendo di sopra, e ci saranno il giardiniere con sua moglie, il padrino e la madrina del tuo battesimo. Vivono in una dépendance della villa, si trovano benissimo con la signora e suo marito; nonna Margherita trascorre tanto tempo con loro, hanno in comune le origini contadine. È la luna che dice loro quando seminare, tagliarsi i capelli, imbottigliare il vino.
Chiude gli occhi, ora, Camilla. L’ha sentito.
Camilla non sa se sia giusto o meno, ma è arrivato ed è – da sempre e sempre sarà – il benvenuto. Se l’era portato appresso per tanti e tanti anni, poi lui sembrava essersi offeso: da quando è comparsa la bimba non si era più fatto vivo.
Camilla esce dalla stanza, adesso è in bagno. Non ha acceso la luce, le basta il riverbero dei lampioni che s’infrange sul vetro opaco della finestra. Ora può aprire la vestaglia, sedersi per terra, spalancare le gambe, anche. Lui è lì, con lei.
E a lei pare di sentire i grilli e le rane che cantano, tutto intorno. È la melodia della risaia vercellese in primavera.
