Il 18 giugno di 8 anni fa moriva Enrico Barisone

Questo ricordo di Enrico Barisone, generale dei carabinieri che si distinse nella lotta al banditismo sardo e che ho conosciuto quando ero caporedattore al giornale La Sesia (e lui colonnello a Vercelli), lo scrissi quando morì e lo postai su facebook. Preferisco che sia qui (riveduto e corretto), in questo blog.

Enrico Barisone fu comandante del carabinieri a Vercelli negli anni Novanta. Diventammo amici. Era un eroe solitario. Si illuminava quando parlava del banditismo sardo. Amava i suoi avversari. Non amava i giornalisti: coi giornali – mi disse un giorno – pulisco le armi.
Una sera a casa sua, mangiando pecorino sardo stagionato e bevendo whisky (aveva gusti particolari) mi disse: I comunisti come te sono mezze tacche, Che Guevara compreso. . Mesi dopo dalla Sardegna arrivarono dei suoi amici. Organizzò una cena in caserma e mi invitò. Bene. Molti di loro erano sindacalisti comunisti.

Una volta Travaglio mi disse: Fammelo conoscere, Montanelli mi ha chiesto di intervistarlo. Combinai l’appuntamento e Travaglio venne a Vercelli, solo che l’intervista saltò, perché da Il Giornale gli dissero di precipitarsi ad Asti, dove c’erano arresti per Tangentopoli. Peccato.

Una volta gli domandai: «In Sardegna, non avevi paura che qualche bandito potesse prendersela con la tua famiglia?»
Mi rispose: «Sai, un capo del banditismo un giorni mi disse: Capitano, guardi che lo so dove vanno i suoi figli a scuola. Gli risposi: Anche io so dove vanno i tuoi figli al pascolo…».

A Vercelli lasciò il segno lottando contro le organizzazioni criminali che spacciavano droga (e la smistavano in tutto il Piemonte e in tutta la Lombardia), Non serve un cazzo prendersela coi piccoli spacciatori, diceva. Diceva anche: un carabiniere che alza le mani durante gli interrogatori non è un carabiniere.

A Vercelli si scontrò con un magistrato. Ci fu un processo: lui, Enrico Barisone ed altri tre carabinieri furono accusati di aver regalato una pistola a un informatore che aveva precedenti penali. Seguii processo, non persi un minuto, ne scrissi su La Sesia; alla fine, tra gli applausi dei carabinieri presenti in aula, Barione e gli altre tre furono assolti, poi però restarono per mesi senza stipendio (intervenne l’onorevole Wilmer Ronzani – un comunista tanto per cambiare – affinché lo riottenessero).

Enrico Barisone, un grande carabiniere che amava la Sardegna e che in Sardegna molti ricordano ancora. Non si sentiva un piemontese. Gli piaceva parlare in sardo, aveva amici solo sardi. Sembrava nato a Lula o a Bitti. Enrico Barisone, per me, è uno dei ricordi più belli che ho vissuto al giornale La Sesia. E sono andato a Bitti due volte, per dire: Ciao colonnello, avevi ragione. Quando passa la camionetta dei carabinieri la gente li guarda con disprezzo, come se fossero degli invasori.

Chi era Barisone lo riassumono queste righe (leggi qui) dell’Unione Sarda.
Non si fa cenno cenno alla sua parentesi vercellese, non si fanno cenno al fatto che, una volta in pensione, tornò in Sardegna a fare il pastore.

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