Il sentiero dei papavericonferma la bravura di Bassini e in particolare attesta la sua capacità di essere meravigliosamente inattuale in questa vergognosa attualità. Massimo Novelli su Il Fatto quotidiano Leggiqui
Un autore come raramente se ne incontrano, e, quando succede, qualcosa di lui resta inevitabilmente dentro di noi, per cambiarci, per migliorarci… Perché il sentiero dei papaveri è lì…. Tutti possono percorrerlo… carta-fragile (su instagram) Leggi qui
Un libro sincero di avventure della mente e dei sentimenti, in quella che un grande scrittore, 200 anni fa Honoré de Balzac, definisce l’umana commedia. Guido Michelone su La poesia e lo spirito Leggi qui
È una storia di atmosfere, di simboli, di metafore e di visioni oniriche che si snoda conducendo il lettore dentro un mistero, anzi, una serie di misteri. Rosalia Messina su Letteratitudine Leggi qui
La vicenda scivola lungo quel sentiero dei papaveri che nessuno sa di preciso dove sia ma dove arrivarci non è difficile, e si svolge nel bar di una periferia povera e violenta di una città senza nome, elementi questi che aiutano a creare un’atmosfera di magico che non ti so spiegare, come dice il protagonista. Angelo Marenzana su CorriereAl Leggi qui.
E’ una storia-fiaba senza tempo, che potrebbe svolgersi in qualunque luogo, in cui prevalgono sentimenti, purtroppo spesso desueti, come la solidarietà, l’ascolto, l’accoglienza, il perdono e la gratuità al di là di ogni età, sesso, razza o ceto sociale: Daniela Domenici su “Daniela e dintorni” Leggi qui.
Non vi diciamo dove si trova “Il sentiero dei papaveri”… Sul sentiero dei papaveri anche voi deciderete di “essere più forti della paura”. Roberta Martini, La Stampa edizione di Vercelli Leggi qui
Una storia intrisa di tante storie e il gusto di Remo Bassini per i bar di un tempo, per la gente e per le storie nascoste dietro i conventi. Paola Rambaldi su Liberi di scrivere Leggi qui
“ Il sentiero dei papaveri racconta di persone che vivevano come una volta. Ci ricordiamo ancora come si viveva anni fa senza smathphone e like su facebook? A prescindere dal ricordo: il mondo sta cambiando, ma noi, forse, ci limitiamo a subire, prendendo atto che non c’è un’ altra strada. O forse c’è: è il sentiero dei papaveri” Maria Pina Ciancio su Lucaniart Leggi qui.
Ci ricordiamo ancora come si viveva senza smarthphone e senza like su Facebook? Quando, al risveglio, guardavamo la finestra per capire se era una giornata di sole o di pioggia? Su Montecarlo News Leggi qui
Personalmente lo ritengo un romanzo su come si può restare umani. Il “Grande fratello” è qui con noi da tempo, più subdolo e pervasivo che mai. Gian Piero Prassi su Notizia Oggi Leggi qui
Remo Bassini mi fa compagnia con il suo delizioso racconto Il silenzio dei papaveri. Ho già letto i libri di Remo pubblicati da Golem Edizioni. La suora e Forse non morirò di giovedì. Conosco lo stile e il ritmo di Remo e lo ritrovo in questa sua “fiaba” quasi mi verrebbe da chiamarla. C’è un personaggio Il Capitano che ha poteri di veggenza e diventa l’eroe della vicenda, delle vicende. C’è un bar dove le storie vengono raccolte e c’è un personaggio che dovrà risolvere il trauma della sua vita: la madre è andata via quando lui era adolescente e non è più tornata. Lui è rimasto col padre ed è cresciuto nel dispiacere. Finché non incontra Il Capitano lui non avrebbe però mai saputo di avere quel dolore fermo nel suo inconscio. Sarà il capitano a svelarlo. Nella nostra vita siamo tutti fermi a pochissimi avvenimenti a pochissimi giorni e sempre solo quelli ricordiamo. La lettura scorre piacevole e impariamo quanto sia importante l’ascolto, come si possa riuscire a trovare il sentiero dei papaveri che poi altro non è che la nostra via nei giorni e negli anni. Un grande abbraccio a Remo Bassini, scrittore affettuoso, cioè scrive per dare dignità agli affetti credendoci ancora Ippolita Luzzo
Dopo un abbrivio intrigante e inconsueto, con la sottolineatura della figura della mamma, citata molte volte nelle prime pagine, per sottolinearne l’importanza che acquisirà in tutto il racconto, la storia si svolge attraverso eventi che evolvono in situazioni incredibilmente inaspettate e singolari. Il romanzo si veste di personaggi dai nomi bizzarri: il Capitano, il Piccolo Prete, il Trattore, il Silenzioso, il Poeta, L’Eterno, Piccarda, la Libraia. All’inizio del racconto non si è conquistati dal protagonista, pare solo uno pseudo scrittore fallito, una specie di ameba parassita del proprio padre, ma, a poco a poco, il personaggio acquisisce spessore e si motiva tanto da ispirare simpatia. Le sue peculiari stranezze, spesso si possono rapportare, per similitudine, a sensazioni e timori che, con altre vesti, appartengono un po’ a tutti. Il romanzo è ricco di spunti meditativi che conducono a profonde considerazioni, come il rammarico di non conoscere abbastanza il passato dei nostri cari che non ci sono più, per non aver comunicato a sufficienza con loro. In conclusione Il sentiero dei papaveri mi è piaciuto e lo consiglio, perché è un testo interessante e sorprendente, pieno di umanità, buono come “un panino con la frittata”. Giulio Dogliotti
Un uomo in crisi trova una nuova ragione di vita nelle persone che incontra al bar del Capitano, nella periferia della sua città: vite vere, relazioni vere, non semplici né scontate, ma le loro storie gli fanno tornare la voglia di cominciare a inventare altre storie – lui che anni fa ha pubblicato un libro di racconti del quale non vuole più sentire parlare. E navigando nelle vite di altra gente, poco per volta solleva la cortina di non-detto che grava sul suo passato, compresa la ragione per cui i suoi genitori si separarono quando lui era solo un adolescente. Franco Ricciardiello
Un estrattore di emozioni questo libro, Il sentiero dei papaveri di Remo Bassini per Golem Edizioni. Atmosfere d’altri tempi nel nostro tempo, un’odissea orale che alla fine trova la sua sintesi scritta, grazie a personaggi originali che una società omologante non può sostenere né sopportare, e che alla fine avrà la meglio sul loro sodalizio spirituale. Una lettura labirintica, che alterna bellezza e tragedia, intimismo e confidenze, passioni segrete e amori dichiarati, ironia e commozione. Una lettura che mi sono goduto. Carlo Barbieri
Personalmente lo ritengo un romanzo su come si può restare umani. Il “Grande fratello” è qui con noi da tempo, più subdolo e pervasivo che mai. (Gian Piero Prassi, Notizia Oggi dell’11 marzo 2024)
Certo, lo scrittore del Sentiero dei papaveri si muove in una sorta di labirinto metafisico, dove il paesaggio e l’ambiente, la natura e la città, i personaggi e i comprimari, i bar e le case, agiscono a livello di sollecitazioni rituali, oscure, persino magiche…
Il resto della recensione QUI su La poesia e lo spirito
Il sentiero dei papaveri, recensioni su Amazon. La prima. Ritrovare il proprio sentiero
Entrare in una storia nata dalla penna di Remo Bassini ogni volta è come ritrovare un vecchio amico o tornare in un luogo familiare. Stavolta non c’è una trama gialla o noir, ma un mosaico di storie che ruotano intorno all’enigmatica figura del Capitano e agli avventori del suo singolare bar, in una periferia senza nome e senza tempo. È lì che approda spaesato il protagonista, un uomo solitario e in lotta con il passato, che ritroverà la propria voce e saprà darla alle storie degli altri. Altri che hanno nomi trovati per loro dal Capitano, in una sorta di gioco della verità che svela la loro dolente interiorità. Percorreremo anche noi il Sentiero dei papaveri come ha fatto il Capitano, lasciandoci guidare dalla scrittura piana, ma corposa e umorale dell’autore, sulle tracce delle storie che compongono come piccole e preziose tessere questo mosaico di rimpianti, di desideri, di speranze. Compito dello Scrittore, così ribattezza il Capitano l’uomo solitario che approda nel suo bar, e che per amore e per speranza si farà Cantore per ognuno di loro e di sé, perché l’impegno del Capitano non vada perduto. Ho percorso con piacere accanto al protagonista la via che conduce al bar del Capitano, una via che ha il medesimo nome di quella prossima alla stradina in cui sono cresciuta nella mia città d’origine. Anche per me lo Scrittore e il Capitano hanno percorso il Sentiero dei papaveri e lo percorreranno per chiunque si immergerà in queste pagine. (Annarita)
La seconda Fuori dal tempo Questo romanzo regala un’atmosfera sospesa, fuori dal tempo, in un bar di periferia, dove il proprietario, che si fa chiamare Capitano, traghetta le storie degli avventori all’ascolto e alla comprensione dello Scrittore, che trova così il modo di svelarle e svelarsi. (Antonietta)
Questo libro arriva al cuore del lettore, lo smuove dal torpore, lo fa sorridere e sperare che lo Scrittore che ha smarrito la strada si incammini sul Sentiero, ricominci a scrivere, perché una storia così non può essere lasciata svanire, deve essere raccontata. (Francesca P.)
“Il sentiero dei papaveri” è forse il libro più difficile da descrivere che abbia mai letto. È bellissimo, certo. È da leggere assolutamente, certo. Fa emozionare, sì. Racconta una storia in cui è incredibilmente piacevole perdersi, ancora sì. Ma tutto questo non basta. È un romanzo che sfugge ad ogni parola con cui si tenta di definirlo. Potrei dire che si parla di un bar di periferia il cui proprietario è un tizio particolare, che si fa chiamare il Capitano, e che nel suo bar ospita persone di vario genere a cui dà soprannomi sulla base delle loro storie e loro carattere. Potrei raccontare l’intera storia, ma non gli renderei giustizia. “Il sentiero dei papaveri” è un romanzo che va percorso, come un sentiero, va assaporato così come si assaporano al bar del Capitano i panini con la frittata e le storie dei suoi frequentatori, raccontate accanto al camino la sera tardi. Il sentiero dei papaveri è uno di quei libri che quando lo finisci, lo chiudi e lo tieni in mano per qualche istante fissando il vuoto. Poi ti guardi attorno e ti sembra che il mondo abbia un colore nuovo, forse diverso, forse un po’ più bello, forse un po’ più vero. (Sofia Ragusa)
Attraverso queste pagine si può sfuggire da un presente dove tutto appare omologato sul pensiero unico, dove concepire anche solo la diversità delle proprie vite appare sempre più pericoloso. Ed è come se l’autore, attraverso la sua scrittura morbida e sicura, volesse raccontare a sé stesso prima di incuriosire il lettore, per mantenere viva l’idea che esiste il ricordo a cementare il presente.
Era Carnevale il giorno in cui conobbi il Capitano, ma io non lo sapevo, oppure l’avevo dimenticato. Dimentico tante parole e tante — soprattutto quelle che non sopporto — le caccio lontano dai miei pensieri. Appena sveglio, spalancando la finestra della mia camera, un cielo che prometteva primavera mi fece venir voglia di uscire, camminare in strada. Così mi vestii, e poi andai in cucina per il rito del caffè con papà che era appena rientrato dal suo giro mattutino; gli dissi che avrei mangiato un boccone fuori; e lui, come usava fare, mi rispose con due piccoli cenni di assenso, senza guardarmi. Viveva per me, senza farmelo pesare e io amavo lui e le nostre silenziose colazioni in cucina, al risveglio. Ma nel mio amore per papà c’è un grande buco nero: fino all’età di dodici anni e quattro mesi ricordo poco di lui. Era un papà ombra, sempre zitto e in disparte. Per dodici anni e quattro mesi ho vissuto in un mondo fantastico dove, al centro, splendeva mamma; accanto a lei la bella zia Adele e il suo bar, dove trascorrevo i miei pomeriggi spensierati. Di papà faccio fatica a trovare ricordi belli oppure piccoli. Ne è rimasto uno vago, di lui che mi porta in giro, sul seggiolino della sua bicicletta. Io – lo ripeto – avevo occhi solo per mamma: era bella, dolce, sempre allegra. Quando veniva a prendermi a scuola correvo ad abbracciarla e poi, guardando gli altri miei compagni, pensavo con orgoglio che la mamma più bella era la mia. Nessuna mamma aveva abiti bianchi così eleganti, nessuna mamma aveva riccioli biondi che, anche con la nebbia, sembrava splendessero. Mi piaceva tutto di lei: il suo profumo, i suoi oggetti nel cassetto del comodino e in bagno, i suoi abiti che andavo ad accarezzare e odorare quando non era in casa.
Papà c’era poco. Di giorno dava una mano a mamma in sartoria, di notte, per arrotondare, faceva il garzone di un fornaio pasticcere. «Sono sempre stato un gregario» diceva. Nei miei primi sette, otto anni di vita, ho il ricordo di me e mamma che pranziamo mentre lui riposa in un’altra stanza. Poi qualcosa cominciò a cambiare. Grazie alla bravura di mamma, la sartoria divenne famosa. Cominciò ad arrivare sempre più gente, anche da lontano, per farsi confezionare abiti da lei; così papà lasciò il lavoro notturno per aiutarla. Prima lo vedevo al risveglio, quando ci preparava la colazione e poi andava a riposare, adesso era in casa anche a pranzo e a cena ma era come se non ci fosse; amava restare in disparte, guardando compiaciuto me e mamma che scherzavamo e ridevamo. Un giorno papà sparì. Io e mamma ci svegliammo, ma la cucina era vuota, senza il profumo dei biscotti fragranti che aveva imparato a preparare quando aveva lavorato dal fornaio pasticcere. Mamma chiamò la sartoria: nulla. Telefonò a un po’ di gente, poi mise sottosopra i cassetti. Documenti, biancheria intima, fotografie, controllò anche nel mobiletto in cui papà teneva la sua collezione di dischi jazz: sembrava esserci tutto e tutto era in ordine. Per tre giorni non si seppe nulla di lui. Mamma provò a sentire i suoi parenti contadini, in collina, ma fu solo una telefonata interminabile e inutile. Io la guardavo, non l’avevo mai vista così rabbuiata, oppure guardavo il volto preoccupato di zia Adele, la sorella più giovane di mamma, guardai le foto di papà nel grande album fotografico. Mi spiaceva, ma non ero in ansia. Al centro del mio mondo c’erano mamma e zia Adele, che per me era una seconda mamma. Arrivò il quarto giorno: quello che avrebbe segnato il confine tra una vita e un’altra, quello che non dimentichi. Avevo dodici anni, quattro mesi e dieci giorni.
Il perché di questo libro
Questo libro è ambientato ai tempi di facebook, parola che nel libro non compare. Eppure, tutto parte proprio da facebook. È un sera di qualche anno fa. Sono su facebook, appunto, sto ascoltando alcuni psicanalisti. Sono collegati, ognuno dal proprio studio. Il medico e psicanalista Emilio Mordini si mette a parlare dell’era digitale e dice: «Sono le dieci di sera e stiamo dialogando davanti al computer. È una follia comoda. Pensate: dopo un viaggio, potremmo essere attorno a un tavolo davanti a una bottiglia di vino… Stiamo perdendo il ritmo della vita e la vita è un po’ come la musica, che è fatta da suono, pausa, suono. Senza pausa non c’è musica. Anche il pensiero è fatto da suono, pausa e suo no. Noi stiamo distruggendo la pausa, non c’è più un tempo delle cose e se non c’è un tempo delle cose siamo tutti morti.». Poi disse anche «Tutto questo sistema è costruito per portare a un continuo consumo. Ci stanno rubando il tempo. Cosa fare? Dobbiamo tenere aperto il ragionamento. Pensate ai Benedettini durante gli anni delle guerre gotiche: studiavano, insegnavano la bellezza…». Non sono un benedettino, io, ma fin da ragazzo mi è sempre piaciuto andare in un bar, mettermi in disparte, ascoltare, leggere e, a volte, anche scrivere. L’idea del libro nasce da questo.
In realtà anche i ringraziamenti spiegano questo libro, eccoli
Il primo ringraziamento va alla scrittrice Simona Matraxia. Ha rivisto con la lente d’ingrandimento, insomma da brava editor, il manoscritto prima che lo inviassi a Golem. Ho avuto a che fare con bravi editor (ne cito uno, su tutti: Luigi Bernardi) e posso dire che anche Simona lo è. Ancora prima il manoscritto era stato visionato da un’altra edi-tor, che ringrazio, Marta Puggina, e ancora prima (quando era una brutta copia) da Maria Luigia Molla, lettrice attenta che mi ha dato un consiglio prezioso sulla struttura. Questo libro è un percorso, fatto di incontri e suggestioni. Ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo, che era anche un grande prete (seguiva l’insegnamento di Cristo, per dire messa non voleva lo stipendio del Vaticano) don Luisito Bianchi. Nato nel 1927, è morto nel 2012, ma i suoi libri si trovano ancora: La messa dell’uomo disarmato, e non sono solo io a dirlo, è un capolavoro. È a don Luisito che mi sono ispirato per tratteggiare la figura del Piccolo Prete, che trovate in tanti capitoli. Lo zingaro Mario, invece, è un mio omaggio alla poetessa Mariella Mehr di etnia jenisch. Sul sito online Sololibri c’è un titolo che sintetizza la sua vicenda: Mariella Mehr, la poetessa svizzera cui fu rubata l’infanzia. Poi. In un paese della cintura del vercellese, Sangermano, nacque Augusto Franzoj, esploratore, mazziniano, grande figura di fine Ottocento. Nei suoi viaggi aveva conosciuto Rimbaud, Salgari stravedeva per lui. Morì a San Mauro Torinese nel 1911. Era uno scapigliato, un anarchico che viveva fuori dal tempo. Cito una sua frase che può aiutare a comprendere quanto fosse indecifrabile e indefinibile: “Non sono schiavo di nulla, io, nemmeno della libertà”. Augusto Franzoj mise fine alla sua vita con due revolverate, una per tempia. Il cadavere fu trovato dal figlio di cui, poi, non si seppe nulla. Solo in anni recenti si è scoperto che il ragazzo era figlio, sì, di Augusto Franzoj, ma non della donna con cui convivevano a San Mauro. Di lui, dopo il suicidio, si perse ogni traccia. Ne Il Sentiero dei papaveri lo troviamo che cammina in Valsesia, tra la nebbia: è il mio omaggio ad Augusto Franzoj (di cui si sono occupati lo scrittore e giornalista Massimo Novelli e il salgarologo Felice Pozzo) e a suo figlio, Vincenzo Mario Augusto Franzoj, scomparso nel nulla. Un altro ringraziamento va alla (brava) poetessa Maria Pina Ciancio per un consiglio prezioso. Infine. In questo libro parlo dell’importanza del silenzio e della meditazione. Quel poco che so lo appresi parecchi anni fa seguendo un corso (preziosissimo) in un centro (la cascina di Sant’Apollinare, a Casalbeltrame, Novara) de “I ricostruttori”. Fu lì che imparai a cercare il mio sentiero dei papaveri. Ultimo pensiero. Con questo, sono arrivato a sedici libri pubblicati, con case editrici anche importanti, come Fanucci. Dopo Forse non morirò di giovedì e La suora, per la prima volta pub- blico il terzo libro consecutivo con lo stesso marchio editoriale, quello di Golem. Spero sia di buon auspicio: per questo libro, per Golem edizioni e per Francesca Piazza, editrice, scrittrice ed anche attenta e preziosa editor dell’ultima revisione de Il sentiero dei papaveri.
Ventidue anni fa avevo un computer, ma era quello del giornale in cui lavoravo. Da anni, appena mi sveglio, dopo il caffè, accendo il mac per leggere la posta elettronica (lo smarthphone ce l’ho e lo uso, ma spesso lo dimentico o dimentico di caricarlo e comunque al mattino non lo guardo).he tempo fa, oggi? Poi, dopo il caffè, uscivo. Per il secondo caffè e l’acquisto di un quotidiano.
L’incipit del mio nuovo libro, Il sentiero dei papaveri (che è ambientatpo ai tempi di facebook) è questo.
Era Carnevale il giorno in cui conobbi il Capitano, ma io non lo sapevo, oppure l’ avevo dimenticato. Dimentico tante parole e tante — soprattutto quelle che non sopporto — le caccio lontano dai miei pensieri. Appena sveglio, spalancando la finestra della mia camera, un cielo che prometteva primavera mi fece venir voglia di uscire, camminare in strada. Così mi vestii, e poi andai in cucina per il rito del caffè con papà che era appena rientrato dal suo giro mattutino; gli dissi che avrei mangiato un boccone fuori; e lui, come usava fare, mi rispose con due piccoli cenni di assenso, senza guardarmi. Viveva per me, senza farmelo pesare e io amavo lui e le nostre silenziose colazioni in cucina, al risveglio.
“ Il sentiero dei papaveri racconta di persone che vivevano come una volta. Ci ricordiamo ancora come si viveva anni fa senza smathphone e like su facebook? A prescindere dal ricordo: il mondo sta cambiando, ma noi, forse, ci limitiamo a subire, prendendo atto che non c’è un’ altra strada. O forse c’è: è il sentiero dei papaveri” La bella pagina curata dalla poetessa Maria Pina Ciancio su Lucaniart
Vendere 500 copie, fare qualche presentazione alla buona (quelle nei paesi, in genere sono quelle che lasciano qualcosa, in genere nei piccoli paesi c’è più partecipazione), magari arrivare terzo in qualche concorso, o quarto, oppure niente (quando ho vinto un primo premio ho detto: Il primo premio non si scorsa mai… anche perché per me sarà l’ultimo), vedere il libro recensito e magari stroncato (ci sta, ci sta), ricevere qualche mail da persone sconosciute che lo hanno letto… e magari pensare o iniziare a scrivere un altro libro, perché scrivere, in fondo, riempie le mie giornate e le mie notti (a meno che mio figlio non giochi a basket): da Il sentiero dei papaveri ecco cosa mi attendo. Non è un libro da festival di sanremo. Preferisce la strada. Tu suoni e ogni tanto qualcuno si ferma a sentire le tue parole.
Uno potrebbe dirmi, certo, parli così perché non sei arrivato. Le grandi case editrici, quelle grandi grandi, non ti hanno mai preso in considerazione. Infatti. Credo che non mi abbiano né preso in considerazione né… letto. Ma vi prego di credetemi: uno scrive, cioè io scrivo, perché insegue un sogno. E nel mio sogno, quando ero ragazzo, vedevo un adulto con la barba (ora bianca) che scrive e poi scrive e poi scrive ancora, e poi magari, quando ha finito, non va a trastullarsi in qualche salotto letterario, ma entra dentro un bar…
Ecco il bar, un vecchio bar dove si gioca a carte e si beve vino o una tazza di tè e dove le persone si incontrano è il palcoscenico de Il sentiero dei papaveri.
Chiudo con due ringraziamenti. Alla mia giovane editrice, Francesca Piazza. È determinata, lavora con passione. È stato un piacere lavorare con lei, conoscerla. Giancarlo Caselli le ha affidato il timone di Golem: Francesca sa che viaggerà tra mari tempestosi, e forse ha un po’ paura o forse no (del resto nel suo romanzo “Tricotillomania” ha scritto una frase che è da incorniciare… che avrei voluto scrivere io, insomma. Questa frase: Scommetto che non hai mai camminato sotto la pioggia, senza ombrello, guardando il cielo. Quando sei abituato al sole ti potrebbe sembrare brutto, ma fidati: non lo è…)
E grazie a Marta Puggina, editor (una delle prime persone che ha letto Il sentiero dei papaveri).. Ieri su Instagram ha scritto una recensione a La donna di picche (che potete leggere nel post precedente). Per me è un regalo. Ho scritto un po’ di libri, forse troppi. E La donna di picche mi è rimasta (insieme ad altri due) nel cuore. Detto in soldoni: ha venduto poco, nonostante una bella copertina e un buon editore (Fanucci). Quando un libro vende poco, claro que sì, qualcosa non va: magari il titolo, oppure la storia, l’autore. Va a sapere… ci penserà l’intelligenza artificiale a pubblicare libri perfetti, forse.
Recensione a La donna di picche di Marta Puggina (editor)
Foto tratta dal profilo instagram di Marta Puggina
A me piace andare in fondo alle cose. Se l’argomento mi prende, ci torno sopra con il pensiero anche quando in teoria non ci sto riflettendo. È successo anche con il commissario di Remo Bassini. La notte del santo mi aveva stuzzicato proprio per la credibilità del personaggio Dallavita e ho pensato che avrei dovuto leggerne di più per soddisfare ogni mia curiosità. La donna di picche lo ripropone all’apice della sua vita trasandata, in cui il fallimento nei rapporti è direttamente proporzionale al successo nel lavoro. Dallavita si muove con sicurezza nella nebbia di Vercelli, lo scenario dell’omicidio di Eleonora Paganica, vedova Malerba. È sembrato a tutti una feroce esecuzione tra i banchi di Sant’Eufemia, forse anche per la solennità del momento, poco prima della messa delle sette di mattina. La vittima, stimata avvocato, è rappresentante benvoluta di una famiglia di «cazzo d’intoccabili». E se un anno dopo Dallavita ha ricevuto l’incarico di svolgere un’inchiesta su questo mistero, senza movente né sospettati, c’è da credere che la sua abilità investigativa sia notevole. Però forse non ci si aspetta di ritrovarlo in veste di seduttore. Dellavita ha amato tutte – la Ribelli, Carmen, e soprattutto Lucilla Malerba – ma la «donna di picche» è quella che lui non è mai riuscito ad avere realmente. Sulla sua identità Bassini riesce tenere il lettore all’impasse fino alla fine in modo interessante. Attraverso la prima persona il lettore riesce a entrare nella testa di chi narra e vede tutto dal suo punto di vista. Ora è la collega di Dallavita, l’ispettore Micaela Spini, ora è Lucilla Malerba, la giovane figlia della vittima. Entrambe perdutamente innamorate di lui, gelose l’una dell’altra, ognuna teme che la rivale sia la sua «donna di cuori», si sente spinta a fare di tutto per conquistare l’uomo Dallavita. Davvero è così affascinante «quella sua espressione di uomo buono e tormentato»? Mentre si cerca la risposta, la narrazione procede fluida e s’intreccia nella progressione delle indagini in un crescendo che appaga con il finale inaspettato. Marta Puggina