Domenica sera, alle ore 22, sarò ospite della trasmissione Questa_sera, condotta da Gianluca Garrapa e Bernardo Cirillo, su
Le frequenze sono 1.1 e 91.6; altrimenti c’è l’opzione streaming su www.puntoradio.fm
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Lo rivedo in casa sua, che suona e cerca di far suonare il mio bambino.
Era alto e grosso Guido Bosio, e il mio bambino era grande quanto il suo avambraccio. Ma le loro espressioni erano attente e curiose e concentrate sulla tastiera.
Abbiamo passate tante belle serata insieme, a parlar di tutto, io, Guido, Laura, mia moglie Francesca e il piccolo.
Due, tre volte siamo andati anche in un paesino, piccolo come un giocattolo, del basso monferrato, Due sture.
E lo vedevo, spesso, io, a Guido.
Lo vedevo camminare lungo il viale con i suoi amici. Era inconfondibile, lui. Il più grosso, il più sorridente.
E lo vedevo passeggiarre con Laura Bosio, la figlia scrittrice che lo ha reso felice perché gli è stata sempre accanto, fino alla fine.
Uscendo dalla chiesa, Laura ha fatto suonare la musica preferita di Guido (e che ora non ricordo).
Sorrideva, Guido. Perché a volte, morire non fa male.
Senti Guido, voglio fare, ora, qualcosa di irriverente. Qualcosa che non si fa, quando uno muore. Io voglio ridere, ma con te. O meglio: voglio farti ridere.
Ascolta. Al tuo funerale, non lontano da me, c’era un signore composto e attento. Verso la fine della cerimonia ha domandato:
Ma chi è morto?
E’ morto Guido Bosio, gli han detto.
Guido, ma davvero?
E i suoi occhi, che si son fatti tristi, hanno guardato la bara.
Insomma, era lì, lui, per passare un po’ di tempo, mica sapeva. C’è rimasto sai?
Guido grazie: tutte le volte che son stato con te ho riso anche io, contagiavi tu.
So, perché me lo ha scritto lui, che Luigi Bernardi ultimamente non trovava un editore che pubblicasse i suoi libri. Credo che nel suo cassetto (o nel suo computer) ci siano almeno tre romanzi. Rifiutati. O onor del vero, non so a chi li avesse proposti. Vorrei leggerli, un giorno.
Vado a memoria, ora. Qualcuno (forse Carlo Bo) scrisse che Fenoglio restò ai margini dell’editoria anche per il suo carattere, chiuso.
Aveva un carattere, sbagliato Luigi?
Sappiamo come era Luigi.
(E penso che nelle sue mail lui abbia regalato tanto a tanti di noi. Io sono uno dei tanti, e sono anche uno dei meno titolati a parlare, Ma ho pensato che fosse giusto scrivere, una volta ancora, di lui).
Ricordo l’ultima sera in fabbrica. Avevo deciso, ormai. Mi licenzio così mi laureo e poi vado a insegnare e scrivo romanzi (non è finita proprio così). Era comunque l’ultima sera: guardai il mio posto di lavoro, e pensai: mi sa tanto che proverò nostalgia.
No, non è successo.
Dissero di me: è impazzito, con una figlia da mantenere lascia un posto di lavoro fatto e finito.
Anni dopo. Lavoro in albergo, portiere di notte. Un lavoro bello. Perché di notte potevo leggere, studiare, ascoltare musica. E ogni tanto piovevano storie, lì. Stavo bene, ma bane davvero. Però mi mancavano pochi esami alla laurea, però mi attirava la redazione del giornale che ora dirigo (allora collaboravo per pochi spiccioli).
Me ne andai dicendo: lo rimpiangerò questo lavoro.
Un po’ rimpiango di non essere stato attento quando piovevano storie: di prostitute, di giocatori di carte, di persone famoese che magari alle 4 di notte non avevano sonno e scendavenao alla reception perché avevano voglia di piangere.
E ho voglia di cambiare ancora, adesso. Di rimettermi in discussione. Di sapere che in giro magari dicono di me: s’è ammattito.
Sai Luigi, quando mi tiravi giù dal letto alle sette di mattino non me la sentivo di dirti che mi avevi svegliato sul più bello (io, allora, dormivo dalle 4 alle 9). Ma era bello sentire la tua voce mentre sorseggiavi un caffè…
Un abbraccio caro Luigi.
Poi.
A fine marzo 2014, al teatro Signorelli di Cortona, drammatizzazione, a cura degli Anacoleti, di Vicolo del precipizio.
Sto (ri)scrivendo un nuovo libro. L’ho iniziato ad agosto, in ferie. Poi l’ho gettato via, e l’ho ricominciato.
Dimenticavo: sono agnostico, io.
Ecco l’incipit.
Una volta mi disse che se volevo sentire la voce di Dio avrei dovuto restare a dormire lì, nella capanna che aveva costruito tra bosco e fiume. Non gli diedi retta. Ma oggi penso che mio padre avesse ragione. La voce di Dio – basta volerla ascoltare nel silenzio della notte – è l’acqua del fiume che scorre.
Si è svegliata, ha visto che sono le tre passate da quattro minuti, ha pensato che Luca, come succede da un po’ di tempo, si sarà addormentato davanti al computer, e che, quindi, deve andare a svegliarlo.
Luca, però, nello studio non c’è. Non è davanti al computer, non è in bagno, e non è in cucina, né sul balcone a fumare una sigaretta di nascosto, metti che gli sia venuta voglia di ricominciare. Comunque. Non è da lui uscire a quest’ora, senza avvisarla, senza lasciarle un biglietto. Per essere uscito è uscito: mancano i jeans, le scarpe. Ha preso l’ombrello verde, diluvia, adesso. È la prima pioggia di settembre.
C’è che stavo per scrivere un nuovo libro. L’ho iniziato prima di ferragosto, scrivendo nel bar di uno stabilimento di una spiaggia a Castiglion della Pescaia.
Anche l’hanno scorso scrissi (il giallo intitolato “Il caso lingua macabra*”) in uno stabilimento, ma in Puglia. Meglio il mare del Salento, lo preferisco a quello maremmano.
In pochi giorni ne avevo scritto una buona parte, un terzo, forse un quarto: 100mila battute. Poi tornato a casa mi sono fermato perché non mi convinceva del tutto.
C’era l’aspetto sociale, di denuncia, che mi convinceva, c’era una storia con appendici che se ne andavano per conto loro, c’erano, soprattutto, personaggi poco convincenti. Meno uno: Anna Antichi, la protagonista del mio libro, La donna che parlava con i morti**.
Ho ripreso il tutto, l’ho rivoluzionato, 55mila battute.
Poi ho fatto di meglio: ho messo da parte e ricomincio da zero, stanotte o domani, credo.
E ho fatto una cosa mai fatta: La scaletta.
(* Il caso lingua macabra non è ancora uscita. Se va bene, esce tra sei sette mesi. Se va male non esce per niente)
(**La donna che parlava con i morti, della Newton Compton, è fuori catalogo, insomma appartiene a me. Se nessuno la ristampa, mi sa che la metto in rete)
Intanto.
Una (bella) recensione su Vicolo del precipizio.
http://rosaliamessinaioscrivo.blogspot.it/2013/09/consigli-di-lettura-vicolo-del.html
A volte, scrivendo, succede che la mano prenda il sopravvento sulla testa, e fugga lontano. E la mente fa fatica, dice alla mano, ehi, come faccio, poi, io, a raccapezzarmi?
Follonica, un bar periferico, non lontano dalla spiaggia e frequentato, perlopiù, da gente del posto.
I clienti sono tutti fuori, ai tavolini sotto il portico.
C’è un po’ di via vai, un’ambulanza che sfreccia, poi una seconda; arriva anche una gazzella con due carabinieri che scendono: falso allarme, si sono fermati a salutare un amico (un collega in borghese?) che sta passeggiando con moglie e bimbo di pochi mesi.
C’è un tavolo vuoto vicino alla porta d’ingresso del bar. Arriva un uomo sulla sessantina, forse più, si siede, porta la sigaretta alla labbra ma poi, vedendo che al tavolino vicino che sono degli anziani e un bambino, dice: do fastidio?, indicando la sigaretta.
No, gli rispondono, e lui accende.
Il bambino lo guarda, anzi no guarda un aggeggio che l’uomo sta accarezzando.
Il bambino va da sua madre e domanda: cos’è?
E’ un oggetto che luccica, rettangolare, potrebbe essere una di quelle macchinette che fanno le sigarette, potrebbe essere un portacenere tasacabile.
Il bimbo continua a chiedere alla mamma: cos’é?
La mamma dice al bimbo di non domandare nulla: è un portafotografie, con un ritratto piccolo piccolo.
L’uomo fuma e guarda quel ritratto. Si fanno compagnia, sembra.
Seduti in ordine sparso – fidanzati, famiglie, gruppi di amici – sulla scalinata del comune, sono circa le 11. Il sole picchia, ma c’è, a tratti, un venticello che rinfresca l’anima.
Si sta bene a Cortona. E sulla scalinata che “sa d’estate” si ride, si parla, si beve qualcosa di fresco. Gente spensierata, insomma, eccetto e un paio di persone stanno leggendo il giornale, ed eccetto lei.
Nessuno la vede, perché è coperta dall’amica che le siede accanto: ma una giovane donna piange, e cerca di non farsi vedere perché si gira verso il muro che sorregge la scalinata, ma la schiena ha piccole scosse continue, c’è il terremoto sotto quella camicetta bianca, insomma, da qella parte non c’è l’estate.
* Questa cosa qua l’ho scritta su facebook, poche ore fa quando era notte fonda.
Questo invece è il personaggio femminile, dei miei libri, che ho più amato.
Anna Antichi, protagonista (sboccata, ribelle, anarchica) de La donna che parlava con i morti.
Ho in mente di farla tornare a vivere, in queste notti d’agosto. Impiegherò due mesi, non di più, per scrivere il nuovo libro: che ho in testa da anni.
Estratto da “La donna che parlava con i morti”
Sono tristi le risaie d’inverno, ma resterò sempre qua, tra queste nebbie che avvolgono i miei ricordi. Sono in treno, ora. Ho le cuffie, così nessuno prova ad attaccar bottone e non sento il casino degli studenti. Sto ascoltando La ballata di Sacco e Vanzetti cantata da Joan Baez.
… resterai sempre un po’ anarchica, vero Anna?
Comunque. Finalmente faccio quello che volevo fare anche se, quello che faccio, non è bello come ti fanno credere certi libri o film.
C’è sempre troppa nebbia attorno alla nostra vita. Troppo dolore.
Ho appena risolto un caso e oggi è una giornataccia.
Uno schifo di caso: una giovane madre che, dopo aver scoperto ed essersi data al sesso estremo con il vicino di casa pervertito, ha deciso di gettarsi giù dal sesto piano, vorrei non pensarci ma devo vedere suo padre, il cliente insomma, ho appuntamento alle undici, merda. Devo dirgli la verità – per questo è una giornataccia – altrimenti quello continua a sospettare che sia il genero la causa della morte della figlia, e anche se il genero è un senzapalle che non sa da che parte è girato e che vive per andare allo stadio la domenica, è giusto che la bambina resti a lui.
Mi sto specializzando nelle morti misteriose e nella ricerca di persone scomparse.
La sveglia da anteguerra, ora, mi butta giù dal letto alle sette di mattina. Da due anni. Vado in stazione, prendo un caffè e poi, aspettando il treno che, in un quarto d’ora, venti minuti, mi porterà a lavorare fumo la seconda sigaretta della giornata.
Risaie e ricordi, risaie e ricordi, risaie e ricordi, arrivo, frenata, si scende, caffè al bar della stazione, poi terza sigaretta e via a piedi e in fretta in ufficio.
Ho preferito diventare una pendolare che trasferirmi. Sono troppo attaccata alla mia città. Alla casa che mi ha lasciato mio padre.
La titolare dell’agenzia, mi trovo bene con lei, ha cinquantadue anni ben portati, è specializzata, lei, in corna e spionaggi industriali, mi ha proposto di diventare sua socia; accetterò.
Mi lascia poco tempo libero questo lavoro. E un po’ mi ha cambiata. Sono meno sboccata, ad alcuni clienti dava fastidio; e quando sono distratta non devo gettare per terra i pacchetti di sigarette vuoti e poi cerco di vestirmi in modo decente. Mi arrangio al mercato, comunque, sono mica una figalessa da boutique, io.
A volte, quando mi sento sporca (e vado in crisi) perché lavoro per clienti senza scrupoli, o mi intrometto nella vita degli altri, nei loro tradimenti (in caso di necessità pure io mi occupo di corna) e nelle loro debolezze, rimpiango il lavoro in libreria.
Oggi lo preferirei: perché quando dirò a quel vecchio chi era sua figlia, lo so, mi odierà, mi maledirà; poi mi pagherà; poi, quando me ne sarò andata, bestemmierà, immaginerà la sua bambina che si fa legare a un letto, nuda, che si fa frustare; e poi piangerà, si ricorderà di lei quand’era piccola mentre io passerò il resto della giornata a pensare che sarebbe stato meglio essere in libreria piuttosto che ferire, in modo così atroce, un uomo.
Spero mi creda, spero proprio non mi costringa a mostrargli le foto che mi son fatta dare dal vicino di casa pervertito (l’ho costretto, altrimenti lo denunciavo).
No, no, non devo rimpiangere il mio passato. Vado, racconto, incasso. Ma ricorderò sempre chi ero.
…. due anni fa, giorni che non potrai dimenticare mai, vero Anna?