Racconti a 4 mani/3

La vedova d’Alfonso

C’era una volta una vecchia barbuta che rientrò zoppicando, di notte, nel suo sottoscala, pieno di buste di plastica, stracci e cacche nere di zoccole sfrontate.
La barba era un vero lusso: le teneva calda la gola tutta arroventata dal fumo risucchiato, a mo’ di brace, dalle cicche raccolte in mezzo alla strada. Le cicche le metteva tutte nella scodella viola che già fu di sua sorella Teresina che diceva portava fortuna, per via del colore strano. Quando stava piena di cicche, la scodella, la vecchia co’ le cartine si faceva ‘na serie di sicarette e le metteva tutte in fila in piedi sul ripiano della moka, di fianco, che facevano un bel vedere, sembravano poveri bianchi soldatini.
Sotto ‘sto ripiano, c’aveva la bombola e però gli altri tenevano paura che per distrazione e cattiveria poi la facesse scoppiare e allora saltava in aria la casa con quelli de supra cioè la famiglia maledetta Amitrano quelli che battevano a terra co’ la scopa quando la vecchia ‘na volta l’anno cantava, magari male, ché Vincenzo Misericordioso c’aveva donato un boccione di vino finalmente buono.
Una volta all’anno!

Comunque, scacciati via i molesti pensieri, si preparò una zuppetta di pane e vino cattivo, e accese il transistor:
Vola colomba bianca vola, diglielo tu che non verrà.
Mentre inzuppava e ripensava a quando s’era rotta il femore due anni prima, i sei gatti (Mimì, Lelè, Ciccillo, Caterina, Pupetta e Rossella O’Hara) mezzo ciecati e spelati da una tigna incurabile perché mai curata, le si strusciavano contro le calzette di lana, quelle a mezza coscia, che le fermavano il sangue, facendo diga contro le vene varicose.
Tié micio, tié micia, la nonna vi dà la zuppetta. Slurp, lap, slarp, brup.
Dicono che solo gatti sozzi e scostumati potevano stare co’ la vecchia dalla barba: così sparlavano gli Amitrano.
Sua sorella Teresina invece era buona davvero e si sarebbero fatte tanta compagnia, ma la picòndria l’aveva portata via per cui a un certo punto della sera, alla vecchia ci venne ‘na terribile melanconia. Lanciò lo sguardo sul quadretto di Santa Teresina del Bambin Gesù e fece n’orazione proprio dal cuore. E dopo st’orazione crollò in un sonno di piombo sotto una coperta ecru di cartone pressato e pidocchi.

In sogno le apparve suo marito Alfonso, morto in Russia, tutto congelato.
Un commilitone che s’era messo in salvo e poi era rimpatriato, le aveva riferito: la giacca di panno si fece di cristallo come i lampadari e gli scarponi di cartone somigliavano a due trote imbalsamate nell’atto di risalire il torrente.
Questa cosa delle trote le era rimasta impressa, alla vecchia, perché le trote erano buone. Ma imbalsamate, però le facevano schifo. Meglio appunto congelate che gli Amitrano le comperavano pure al supermercato e le facevano vedere a lei per attizzare invidia.
Lei se l’era magnate una volta, più o meno 68 anni prima, a una festa di matrimonio. Alfonso all’epoca pareva uno stoccafisso imbrillantinato di buona volontà. Ma se l’era portato via il Nonno Gelo aveva detto il maestro Scaccheri. E il fatto del Nonno Gelo era una vergogna a dirlo a una povera vedova di Russia.

Però adesso nel sogno Alfonso somigliava a Socrate.
La vecchia non sapeva niente di Socrate. Lo ignorava. E dunque non sapeva di non sapere. E invece Socrate stava dentro il sogno suo, tutto impettito, magari per far bella figura, con una vestina che gli arrivava alle ginocchia.
“Donna”, disse, con voce tonante, “tu non sai di non sapere”.
La vecchia lo guardò e ripensò alle trote che però non c’erano, manco imbalsamate.
“Alfò, che te possino ammazzà” bofonchiò la vecchia, “ma come cazzo te sei vestito?”
Al che Alfonso le fece la faccia brutta con quel suo labbro di sotto arrivoltato in su e nell’atto della smorfia si voltò e mostrò il didietro. Già davanti con la veste accorciata pareva un poco di buono, ma l’obbrobrio era che di dietro era nudo, e faceva scandalo a guardarlo. E con la voce incazzata, che non era cosa sua abituale, ‘st’anima in pena d’Alfonso sillabò:
“Hai visto che non sai? Perché le cose c’hanno un davanti e un didietro. E tu stai sempre a vede’ solo ‘l davanti…”
La vecchia quasi senza fiato e strizzandosi il petto gli fece: “Ma chenneso io! Alfò! Non hai mandato più notizie per tant’anni e ora vieni qui a mostrarmi il culo! E cosa devo sapere?”
Lentamente l’anima purgante si voltò e stentoreo, come Mosè che parla al popolo idolatra, proclamò ‘na poesia:

                 Noi anime disossate, defunte in Russia siam vaganti,
                 e c’abbiamo il compito di soccorrere i viandanti,
                 siccome fummo uniti dal santo matrimonio,
                 mò ti farò dono di un picciol patrimonio,
                 vai dunque alla caffettiera vecchia napolitana
                 e ci troverai ‘na minuta chiave, sana sana,
                 mò la pigli e c’apri la porticina
                 che conduce giù in cantina,
                 nell’otre magica troverai denari sonanti
                 che ti faran ben campar d’ora in avanti”

Detto questo ‘sto cristo vagante d’Alfonso scomparve in una nuvoletta giallo pallido, lui e la sua vesta vergognosa, lasciando uno strano odore di lavanda Col di Nava quella che gli piaceva tanto quand’era vivo e vegeto.

Ci venne un sussulto terribile alla vecchia, si prese la gola mezza strozzata dalla paura, e si disse: “Mò schiatto per l’affanno, l’infarto, la sincope altro che le trote imbalsamate… ché so’ io imbalsamata in vita!”
A fatica riuscì a ficcarsi in piedi sospirando tanto che pareva rendesse l’anima non si sa a chi. Poi appoggiandosi dove e come poteva si alzò e urlò:”
“Ma guarda ‘sto figlio di ‘n trocchia, in vita pareva ‘n’omo quasi normale e mò viene co’ ‘sta vesta orrenda da frocio a dirmi del tesoro in cantina che quando mai ce l’avemo avuta, na cantina! Ma è proprio vero che non sapevo! Altro che ‘n’anima purgante è questo..! Che mi so’ svenata a farci dire cento messe: è un anima de dimonio a prendere per il culo la povera vedova sua scarmigliata!”
E poi si abbatté sulla branda e pianse come non aveva pianto mai, ma tanto tanto. Nemmeno quando arrivò la cartolina ‘n dove si diceva che Alfò stava disperso si sbatté il petto così. Che tristezza! E che rabbia!

Dicono che da un po’ di tempo la vecchia va al monumento ai caduti con un involto in mano.
Dicono i pisciasotto che lei nel pacchettino c’ha della merda di gatto e la lascia ogni giorno proprio sotto ‘n dove ci sta scritto:
Alfonso Di Diase, disperso in Russia.

Racconti a 4 mani/2

Pantaloni bianchi

Mi stanno alla perfezione, si vede che sono di uno stilista. È la prima volta che mi permetto una spesa simile; sono una calamita per gli uomini, tanto bianchi da abbagliarli. Inserisco l’allarme dell’automobile, mi volto, vedo un uomo all’ingresso del bar che mi sorride. Ripiega il giornale, lo infila sotto il braccio e si allontana; per un po’ continua a guardarmi, ammirato.
Aldo, invece, non si è neppure accorto del mio nuovo acquisto.
Cammina davanti a me, saltella sulla stampella; pochi passi e siamo arrivati. Ci sediamo a un tavolino; Aldo prende un analcolico, io un caffè. Alziamo lo sguardo e vediamo arrivare l’uomo, di corsa. Indossa un abito stropicciato e ha il viso sudato.
Si avvicina e ci porge la mano, ma Aldo non si muove e gli dice: “Non perdiamo tempo. Parliamo d’affari”.
Lui deglutisce, dice: “Certo” e si passa un fazzoletto sulla fronte. Se ne sta lì in piedi, sposta lo sguardo da Aldo a me e viceversa.
“Si sieda, no? Vuole attirare l’attenzione?”. Aldo gli fa un gesto brusco.
Lui si lascia andare sulla sedia di plastica bianca e rimane in attesa.
“Allora ragioniere? Spero ci porti buone notizie” dice Aldo.
Lui non apre bocca, infila la mano in tasca, estrae un foglio piegato in quattro. Aldo lo prende e gli getta un’occhiata. “Diecimila?” e gli rende il foglio. Quando non sa cosa fare abbassa il capo e si sfrega il mento: come ora. Decido di intervenire:
“Per tacere, diecimila sono pochi. Vogliamo parlare della gamba di Aldo? Non lavorerà per almeno due mesi ed è senza contributi. Se venisse un’ispezione, e scoprissero altri lavoratori in nero, scatterebbe la chiusura del cantiere. Non ve lo potete permettere, coi ritardi che avete. Ne vogliamo almeno il doppio” affermo.
Aldo alza la testa, annuisce e lo fissa. Apre la bocca e dice: “Ventimila. Di meno non accetto”.
Il ragioniere sospira, prende il foglio, scrive la nuova cifra e lo porge a Aldo. Lui lo prende con religiosità, quasi fosse una cambiale. L’ometto si alza e fa per andarsene. Lo tiro per la manica: “Quando?”
“Domani sera alle nove nel parcheggio dell’Ipercoop. Vicino all’uscita sul fiume”. Si è chinato e l’odore del suo dopobarba mi fa rivoltare lo stomaco. In un attimo è già sparito.
“Bene”, dice Aldo; le sue labbra si piegano in un sorriso che non gli arriva agli occhi. Ripenso a com’era all’inizio, a come mi sorrideva prima che tutto questo accadesse. Intanto, si rigira il foglio tra le mani, non gli stacca gli occhi di dosso. Ripete: “Ventimila. Una bella somma per una settimana di lavoro”.
Accavallo le gambe e dondolo il piede destro; mi aspetto che noti i pantaloni bianchi ma lui vede solo il foglio con la cifra.
La sua voce mi strappa dai pensieri, sollevo il viso e lo guardo.
“Che hai?” chiede. “Sei strana. Con quei soldi ci faremo una vacanza, quando avrò tolto il gesso. Grazie alla mia intraprendenza”. Penso che la sua intraprendenza gli avrebbe fatto accettare i diecimila euro, ma non dico niente: si altera facilmente in questi giorni.

È l’ora. Aldo freme vicino alla porta. Prendo la borsa rossa, è grande e ci sta un sacco di roba.
Una punta di rimorso mi chiude lo stomaco ma mi passa subito.
“Ti muovi?” Aldo mi guarda impaziente, vuole mettere le mani su quei soldi, dice di avere un mucchio di progetti per noi due. Ventimila euro: ne parla come fossero la strada per il paradiso.
In macchina Aldo cambia canale in continuazione, sentiamo brani di Vasco e di band degli anni ‘70. Sento che dice: “La felicità è un diritto”; spengo il motore, siamo a destinazione.
Il parcheggio è semivuoto: l’iper sta chiudendo e la gente si affretta alle macchine senza far caso a noi. Lui indossa l’abito del giorno prima, sempre più spiegazzato. Ci osserva arrivare, si guarda intorno e fa cenno di sbrigarci. Ci spostiamo tra due autovetture. Il ragioniere mi mostra la valigetta e io gli mostro la carta che Aldo ha firmato. Quella in cui dichiara di essere caduto in casa nostra, come ha detto al Pronto Soccorso quando l’ho dovuto accompagnare. Hanno creduto alla versione dei lavori di ristrutturazione e della scala scivolata sul terrazzo.
L’ometto tace, legge tutta la dichiarazione di Aldo alla luce dei lampioni, infine annuisce, piega il foglio e se lo infila in tasca.
Guarda perplesso i miei pantaloni bianchi, forse li avrebbe preferiti scuri. Scrolla le spalle, solleva la valigetta, fa scattare l’apertura e ci mostra il contenuto. Sfoglio qualche mazzetta mentre Aldo sorride.
Dopo mezz’ora siamo a casa. Aldo si siede in cucina, apre la valigetta e resta immobile. Accarezza le banconote; mi avvicino, lo abbraccio da dietro. “Saremo felici?” chiedo, gli giro attorno e siedo sulle sue ginocchia, mi passo una mano sui pantaloni. “Sì sì”, mormora, e aggiunge: “Ne possiamo fare di cose”.
“Non sono tanti. Qualcosa bisogna risparmiare”.
“Che problema c’è?”. Si stringe nella spalle: “Tu continui con le ripetizioni. Poi mi cercherò qualcosa. Devo guarire bene, ci vorrà tempo”. Gli accarezzo il viso, e sento come se qualcosa sotto le dita si sbriciolasse. È ancora Aldo quello che appare, eppure non è più lui. È un uomo con cui i miei ricordi faticano a restare in contatto.
Mi alzo, dico:
“Datti un rinfrescata, che sei sudato. Dopo mi farò una doccia”. Strabuzza gli occhi, mi fissa senza vedermi: “Buona idea”. Chiude la valigetta, si alza in piedi, incerto per qualche secondo. Poi la solleva, se la infila sotto il braccio. Impallidisco, dico: “Ma che fai?”. Si blocca, ruota appena il capo, sorride imbarazzato:
“È vero. Ci sei tu qui”. La posa sul tavolo e l’ultimo sguardo è per lei.
Si ritira in bagno; gli ci vorrà un bel po’ con quel gesso. Resto immobile finché non sento scorrere l’acqua.
Tutto si svolge senza esitazioni, o ripensamenti. Il parcheggio dei taxi è a un paio di minuti, l’aeroporto a trenta chilometri. Prendo la valigetta e la borsa rossa in cui metto qualche vestito. Scrivo un biglietto: “La felicità indossa pantaloni bianchi ma tu cosa guardi?”.
Mentre chiudo la porta mi sento leggera.

Racconti a 4 mani/1

La corsa e l’attesa

Il telepass ha fatto alzare la sbarra, sono in autostrada.
Sterzando al silenzio per evitare i pensieri che da giorni non mi lasciano dormire, pigio il tasto on del lettore CD dell’autoradio alzando il volume quanto basta.
Un dischetto audio in policarbonato incastrato lì da anni diffonde musica e parole che conosco quasi a memoria, Bruce Springsteen mi accompagnerà fino all’uscita del casello di Bergamo. The boss canta di uomini “on the road”, vagabondi perduti per le strade, come prima di lui il giovane Dylan e prima ancora Woody Guthrie.
“Born to run” nato per correre, non è il mio caso, ho sempre odiato guidare ma devo fare in fretta, non voglio farti stare in pena in quel letto bianco d’ospedale. Terrò il mio piede destro incollato all’acceleratore fino al limite della velocità consentita, non ci sono segnali di stop qui, nessuno riuscirà a farmi rallentare.

               Sembra così bizzarro questo tempo
               d’attesa in una stanza
               io che stavo al volante
               mentre lui raccontava le sue storie
               insieme ad ascoltare bella musica.
               Lo immagino alla guida
               distratto tra le nuvole e il paesaggio
               e prego Dio che lo conduca attento
               che me lo lasci accanto.

Sono tutto solo, solo con me stesso, come ogni vagabondo, su questo serpente d’asfalto, non posso tornare indietro.
Seduto al volante stringo la fiducia fra i denti per cercare di imparare a camminare come gli eroi che pensavo sarei potuto diventare, dopo tutto questo tempo in cui ho scoperto di essere proprio come tutti gli altri.
Uno stormo di gabbiani reali incrociando la mia corsa, sorvola il ponte sul fiume seguendo la traccia grigioverde dell’acqua inquinata di veleni e scarichi urbani.
Un’altra triste realtà della moderna quotidianità, queste creature del mare hanno scoperto l’inesauribile risorsa alimentare rappresentata dall’immondizia prodotta dall’uomo. Pendolari del cielo, ogni giorno percorrono la stessa rotta dal lago alla discarica e ritorno.
Se avessi le loro ali…
Il motore dell’anima corre su questa strada per un bacio senza fine, fino alla stanza d’isolamento, dove tu prigioniera aspetti me, il tuo barbiere.
Mi sembra di sentire piangere l’intera città, incolpando la verità che ci ha buttati a terra.
Leucemia.
Raserò il tuo cranio prima della cura, sezionerò il tuo dolore.
Come un angelo sfinito abbandonerai la testa sulla mia spalla, mentre sono io che ho estremo bisogno di te.
Mi aggrappo alla tua vita, sono innamorato con tutta la magia che comporta.

               Arriverà con il suo amore intenso
               principe della nostra consuetudine
               azzurro che colora la speranza
               e la tragedia vincerà per due.
               Non sarà certamente uno qualunque
               l’eroe che la sua donna vedrà bella
               anche quando sarà senza capelli.
               Io mi abbandonerò sulla sua spalla
               alla sua forza che sorregge entrambi.

L’autostrada prende fuoco, esplode di eroi a pezzi alla guida della loro ultima possibilità. Una trappola per topi invasori in un circuito pieno da scoppiare.
Ognuno è lì che corre fuori dal mio finestrino.
Evasi dalle loro tane di provincia, lanciati verso Milano, una trappola mortale, un invito al suicidio. Cerchioni cromati, motori a iniezione, diesel di muratori viaggiano a cavallo della linea di mezzeria.
Ogni muscolo del mio corpo è in tensione, questa corsa mi strappa i tendini.

               Starà correndo sull’asfalto ardente
               per essermi vicino a consolare
               quando intorno al mio viso
               non ricadranno più le chiome bionde.
               Ma lui che sa ogni cosa
               della mia vita, d’ogni spina e rosa,
               conosce le parole necessarie
               i gesti nati dalla tenerezza
               e pure nel dolore mi sa amare.

Correrò ogni giorno fino a che non cadrò, non tornerò senza di te, camminerò con te sul filo del rasoio perché sono un viaggiatore solitario e impaurito ma devo sapere cosa si prova.
Il sorriso è una ferita di un pallido rosa sulle tue labbra, la chemioterapia sta uccidendo il tuo sangue malato.
Vorrei morire con te stamattina, ma devo trovare il modo di arrivare presto all’interno del reparto di ematologia e andrà tutto bene, andrà tutto bene.
Mi stai aspettando, lacrime versate sulla città.

               L’attesa è un orologio che va piano
               ma lui chissà quanto si sente solo
               vorrei che fosse già passato tutto
               che mano nella mano
               percorressimo ancora tanta vita
               che finisse al più presto questa prova
               che ci tiene lontani
               a volte disperati, a volte soli
               ma guarirò, per abbracciarlo ancora.

Una fila ininterrotta di forze motrici con le ruote enormi occupa la prima corsia.
Non riesco a trovare spazio per muovermi velocemente, farebbero tutti meglio a scansarsi, perché sto correndo sulla corsia di emergenza.
Con la fede nella mia piccola utilitaria sto gridando il tuo nome nel freddo solitario mattino di marzo, sento il motore che romba.
Beh, io non sono proprio un eroe, tutto quello che posso fare è tirare il collo a questi sporchi cavalli, con la speranza di arrivare in qualche modo senza fare danni.
Mi manca l’aria, abbasso il finestrino.

               Sta correndo, lo so, starà sperando
               che nessuno gli ostacoli il sorpasso.
               Forse vorrebbe avere tra le mani
               la cloche d’una Ferrari
               o meglio ancora due potenti ali.
               Ma giungerà per tempo
               con lacrime nascoste nel sorriso.
               Gli dirò ch’è l’eroe della mia storia
               il dono più prezioso della vita.

Ti guardo nel portafoto di metallo. Sei così bella che mi perdo tra le ultime luci della notte.
Fuori la strada è in fiamme in un vero valzer di morte.
Freccia a destra, la sbarra mi apre le porte della città. Respiro veleno, rialzo il vetro.
Fermo la musica, non sono nato per correre.

di libri e d’altro

Uno.
Racconti a quattro mani, ho fatto poco tam tam, quest’anno. Diciassette, forse sedici coppie (la scadenza è fine luglio). Domenica posto il primo racconto.

Due.
Un mese fa, a Cortona, ripreso a fumare la pipa, solo pipa, quindi, e niente più sigarette.  Ho dodici, tredici pipe. Ognuna di loro è legata a un ricordo, un periodo della mia vita. Tutte meno una: della più vecchia, che avrò preso quando avrò avuto poco più di vent’anni, non ricordo nulla, buio completo. Ho il terrore del non ricordare. Nei giorni scorsi ho continuato a chiedermi ma come si chiama quello scrittore…? Poi mi sono arreso. Era Rigoni Ster.
Tornando alle pipe. Ne ho fatta aggiustare una. E chi ho fatto pure un post.

Tre.
Sulla prima pagina del mio giornale, oggi, ho messo una fotografia e qualcuno, anche un mio giornalista anche un mio collaboratore, ha storto il naso. La foto mostra il sedere di una novantenne con piaghe da decubito. La foto ci è stata consegnata dalla figlia della donna, per un articolo denuncia contro una struttura per anziani. Anni fa non credo avrebbe fatto scalpore questa foto. Anni fa faceva scalpore un arresto per concussione. Oggi no.

Quattro.
Ad aogosto devo leggere un racconto inedito e un manoscritto di altri. Poi, oggi mi son comperato: Dove nessuno ti troverà, di Alicia Gimenéz-Bartlet; Il tempo delle donne, di Elena Cizova; La stella di Ratner, di Don Delillo; La grande sera di Pontiggia (era usato, in offerta a 2,90).Vorrei iniziare stesera – sarei indeciso tra Elena Cizova e Delillo – ma stesera sono impegnato con fonti storiche e giornalistiche sugli scioperi delle mondine del 1906; poi devo scrivere un racconto, per un’antologia, ho pochissimi giorni di tempo. Se avrò però tempo mi metterò a rileggere, come ho fatto ieri sera e l’altro ieri sera, Agota Ktistof. Mi piace leggerla al rallentatore, lentamente. Come si fa con il miglior vino. Leggendo la Trilogia non mi ero reso conto di quanto potente fosse la sua scrittura.

Cinque.
Ho appena finito l’editing di Vicolo del precipizio, che esce il 9 novembre. Il mio editor è stato Antonio Paolacci, direttore di Perdisa Pop. Ho lavorato bene con lui, Paolacci è scrupoloso come un chimico, schietto, ma rispettoso delle scelte altrui. Io mi son trovato bene con lui, lui non so se si è trovato bene con me. Perché è stato come lavorare con due editor: Paolacci e i miei continui ripensamenti. Un libro andrebbe riscritto 1000 volte. Per poi rendersi conto che magari erano meglio le prime stesture.Un libro è come un castello di sabbia. Basta poco per abbellirlo. Basta un niente per farlo crollare…

17, 1 e 4mani

Racconti a quattro mani: per ora ci sono 17 coppie iscritte e un racconto.
Lo posterò quando ne arriveranno almeno altri due, così da consentire i commenti solo per un paio di giorni per ogni racconto.

Terminato oggi l’editing di Vicolo del precipizio, il mio sesto romanzo che esce i primi giorni di novembre. Me lo pubblica Perdisa, ed è la prima volta che io esco con due libri (Bastardo posto e Vicolo del precipizio) con lo stesso editore.

la precisazione

Enrico Gregori mi scrive una mail, inseriscila nei commenti, mi ha scritto.
Preferisco postarla qui
(grazie Enrico)

E’ la prima volta che mi viene chiesto di giudicare uno scritto. In realtà
lo faccio quotidianamente e automaticamente per mestiere in quanto
caposervizio del Messaggero. Ma qui è diverso. Soprattutto lo spirito
della cosa, per quanto mi riguarda. L’invito a far parte delle giuria l’ho
preso come se Remo mi avesse invitato a prendere un caffè. Non credo di
avere titoli particolari per poter giudicare un racconto. Rimane, in
fondo, un fatto di gusti. Lo farò, dunque, per gioco. Ma anche il gioco
deve essere intelligente e avere delle regole. Alcune le ha date Remo e
riguardano tutti. Alcune me le dò da solo e riguardano me.
Non commenterò mai i racconti nel corso della pubblicazione. Mi limiterò a
mandare a Remo la mia graduatoria alla fine della rassegna.
Se, per caso, leggerò interventi sopra le righe, attacchi personali (a
chiunque), polemiche accidiose et similia, comunicherò a Remo la mia
uscita dalla giuria. Credo che tutto quel panorama di nefandezze
costituisca il veleno (per esempio) di un Premio Strega o di un Campiello.
Trovo che, almeno in questa sede, ci si debba risparmiare atteggiamenti
tipici del peggiore dei talk show.
Mi rimane oscuro (ma in matematica andavo male) il motivo per il quale il
voto dei giurati debba valere il doppio di quello degli altri votanti. Che
valga il doppio, il triplo, o il quadruplo, la classifica non cambia…
credo.
Ciò detto, buona scrittura a tutti.

Enrico Gregori

Saremmo a diciassette

A 4 mani, il punto sui partecipanti

1 – Morena Fanti e Marco Freccero
2 – Sandra Mazzinghi e Fabrizio Tummolillo
3 – Cristina Bove e Fauso Marchetti
4 – Anna Costalonga e Lucia Tosi
5 – Giulia Meli e Lasaramandra
6
– E.l.e.n.a e Ivano Porpora
7 
–  Silvia Ancordi e Rita Zaghi
8 – Annalisa Ferrari e Donatella Righi
9 – Maria Lucia Riccioli e Mavie Parisi
10 – Gloria Gerecht e Francesca Ramacciotti
11 – Gloria Gerecht e Daniela Penzavalle
12 – Francesca E. Magni e Andrea Blasina
13 – Marco Crestani e Paola Mattiazzo
14 – Cristina Vezzoli e Carlo Rossi
15 – Cristina Vezzoli e Martina Marini
16 – Irene De Sanctis e Mario Bianco
17 – Roberta Bianchin e Luca Briante

Partecipanti singoli in attesa di socio

1 – Cristina Pasqua (e…)
2 – MariaGiovanna Luini (e…)

Si chiudessero oggi le iscrizioni chiederei a Cristina Pasqua e MariaGiovanna Luini di scrivere un racconto a 4 mani, e avremmo diciassette coppie.

Le iscrizioni scadono a fine mese.

Aggiornamento sui Racconti a 4 mani

Scusate, ma son preso da cose varie.  Allora, scadenza adesioni Racconti a 4 mani: fine mese. Scadenza invio racconti: 15 agosto.
I racconti, anonimi, li posterò appena potrò.
Il tema è libero, massimo 6mila battute (spazi compresi).
Inviateli pure al mio indirizzo di posta elettronica bassini.remo chiocciola gmail.com.
Quando li inviate, alla fine, e sempre nello stesso documento, inserite alcune note biografiche su di voi.
Fine agosto o inizio di settembre si vota.
Si voterà nell’arco di due giorni, un venerdì e un sabato.
In questo modo: 6 voti al primo, 5 al secondo, 4 al terzo, 3 al quarto, 2 al quinto, 1 al sesto.
Tutti i partecipanti possono e sono invitati a votare, qui, nei commenti, firmandosi.
Modalità di voto: si vota per i primi sei racconti, non verrà ritenuto valido un voto dato per esempio solo ai primi due.
Chi vuole può non votare.
Oltre ai partecipanti-votanti stavolta c’è una giuria, composta da Stefania Mola, Enrico Gregori (che hanno già accettato) ed altri, come la signora T, Monia, Zena, Aitan, Barbara Garlaschelli e altri (che devo ancora contattare).
I voti dei giurati varranno doppio: 12 al primo, 10 al secondo, eccetera.
Chi voterà in ogni caso non conoscerà gli autori dei racconti (per questo io non voto).
Alla fine verrà realizzato un e-book, dove i primi sei racconti saranno impaginati per primi (e nella pre o posta fazione verrà precisato, questo). Dal settimo racconto in poi l’impaginazione sarà causuale.
Quando posterò i racconti anomini, via via che arriveranno e che avrò tempo di postarli (a volte non avrò la connessione), inserirò l’opzione “commenti in moderazione”.
Cestinerò commenti offensivi.
Non posterò commenti anonimi.

Il punto sui partecipanti.

1 – Morena Fanti e Marco Freccero
2 – Sandra Mazzinghi e Fabrizio Tummolillo
3 – Cristina Bove e Fauso Marchetti
4 – Anna Costalonga e Lucia Tosi
5 – Giulia Meli e Lasaramandra
6
– E.l.e.n.a e Ivano Porpora
7 
–  Silvia Ancordi e Rita Zaghi
8 – Annalisa Ferrari e Donatella Righi
9 – Maria Lucia Riccioli e Mavie Parisi
10 – Gloria Gerecht e Francesca Ramacciotti
11 – Gloria Gerecht e Daniela Penzavalle
12 – Francesca E. Magni e Andrea Blasina
13 – Marco Crestani e Paola Mattiazzo
14 – Cristina Vezzoli e Carlo Rossi
15 – Cristina Vezzoli e Martina Marini
16 – Irene De Sanctis e Mario Bianco

Partecipanti singoli in attesa di socio

1 – Cristina Pasqua (e…)
2 – MariaGiovanna Luini (e…)

e buona giornata

A 4 mani, il punto sui partecipanti

Le coppie che partecipano:

1 – Morena Fanti e Marco Freccero
2 – Sandra Mazzinghi e Fabrizio Tummolillo
3 – Cristina Bove e Fauso Marchetti
4 – Anna Costalonga e Lucia Tosi
5 – Giulia Meli e Larasamandra
6
– E.l.e.n.a e Ivano Porpora
7 
–  Silvia Ancordi e Rita Zaghi
8 – Annalisa Ferrari e Donatella Righi
9 – Maria Lucia Riccioli e Mavie Parisi

Partecipanti singoli in attesa di socio


1 – Daniela Penzavalle
2 – Cristina Vezzoli
3 – Cristina Pasqua (e…)
4 – MariaGiovanna Luini (e…)
5 – Irene De Sanctis

Ed eventualmente Remo Bassini

Racconti a 4 mani, così è per ora

Le coppie che partecipano:

1 – Morena Fanti e Marco Freccero
2 – Sandra Mazzinghi e Fabrizio Tummolillo
3 – Cristina Bove e Fauso Marchetti
4 – Anna Costalonga e Lucia Tosi
5 – Giulia Meli e Larasamandra

Partecipanti singoli in attesa di socio

1 – E.l.e.n.a (e…)
2 – Daniela Penzavalle (e…)
3 – Cristina Vezzoli (e…)
4 – Remo Bassini (e…)
5 – Silvia Ancordi (e…)
6 – Cristina Pasqua (e…)
7 – MariaGiovanna Luini (e…)
8 – Irene De Sanctis

Io parteciperò solo se un partecipante resterà senza socio. In ogni caso io non avrò diritto di voto. Avranno invece diritto di voto Monia (che mi darà una mano nel postare quando i racconti saranno anonimi, e quindi non conoscerà gli autori, e la signora T, che invece curerà l’ebook), e poi (se accettano e se leggeranno tutti i racconti) Stefania Mola, Lucia Saetta, Aitan, Laura Costantini, Barbara Garlaschelli, Enrico Gregori, Colfavoredellenebbie (che son sicuro dirà di no) e altri che deciderò e comunicherò.