Raccontare le sciagure dei giorni nostri

Uno scrittore, io credo, deve essere sempre contro.
Contro i luoghi comuni, contro le cose ingiuste, contro il potere che spesso è, per sua natura, ingiusta. Ma non deve dire quello che pensa, come se fosse il vangelo. Deve limitarsi a raccontare,. Ma con onestà.
Onestà significa questo per me: tu lettore sai come la penso, ma non ti sto insegnando nulla, ti racconto solo quello che ho visto e che ho scelto poi da raccontare. Poi, tu lettore, decidi se apprezzare o prendere le distanze oppure solo – che è forse la cosa migliore – pensarci sù.

Quando iniziai a scrivere La suora eravamo in pieno lockdown.
Mi feci una domanda: tu leggeresti un romanzo ambientato in questi giorni di certezze, incertezze, paure, accuse? No. Non avrei né letto né comprato un libro ambientato ai tempi della Sars Covid due e dei dibattiti eccetera.

Eppure io ho quasi sempre scritto i miei libri ambientandoli o ai giorni nostri o comunque in un arco di tempo contemporaneo. Vicino a noi.
Mi capitò però di leggere una cosa che scrisse Loredana Lipperini: che gli scrittori raccontano le sciagure dei propri giorni. Pensai che aveva ragione.

La suora è dunque ambientata anche durante il primo lockdown.
Il protagonista, Romolo Strozzi, vive da solo in un bed and breakfast di Vercelli. Descrive la città deserta, il coprifuoco. Descrive le sue paure (è ipocondriaco… come me) quando legge sul suo computer le notizie che giravano allora. Da depressione assicurata. Per tutti. Esagerate, anche.

Si ribella. E quando incontra un vecchio medico ascolta lui. Cosa dice questo medico? Una cosa semplice, dettata dal buon senso: di stare il più possibile o in strada o sul balcone, prendere il sole, muoversi, migliorare insomma il proprio sistema immunitario. Di ribellarsi insomma a quel “io resto a casa”.

Perché scrissi questo. Perché quel medico esisteva ed esiste davvero. Non è un no vax. Ma non segue pedestremente quello che dice il potere che va a braccetto con una parte di scienza. Ma lo scrissi ripensando ai miei diciassette anni quando vivevo in una casa di 45 metri quadri con mio padre (operaio cassintegrato), mia madre, mia sorella (8 anni) e mio fratello, appena nato.

Quel “io resto a casa” non lo digerivo. E Romolo Strozzi, che di professione fa il venditore abusivo di formaggi (buoni, senza aggiunte di ormoni o antibiotici) dell’alta valle è anche collaboratore di un giornale da poco. Che gli pubblica un articolo intitolato: Io resto a casa, fanculo.
Lo scrive, Romolo Strozzi, perché vicino a lui c’è una famiglia povera che vive il lockdown appunti in una casa a ringhiera di 45 metri quadri.

Io resto a casa, fanculo, è un mio post apparso su Il Fatto quotidiano (lo scrivo nei ringraziamenti de La suora) e in questo blog.

Questo il link del post sul Fatto online.

Chi ha letto il libro dice però che il lockdown sta sullo sfondo, che insomma non è uno degli argomenti trainanti. In effetti non lo è. Ma scrissi quel che dovevo scrivere. Raccontando anche le sciagure dei nostri giorni.

segnalazioni (e primo maggio)

S’avvicina il primo maggio. Li ricordo sempre col sole, io, i primi di maggio. Se ha piovuto, evidentemente ho rimosso. Poi, per me, è anche la data di nascita di una persona che porto sempre nel cuore. E sul primo maggio, tempo fa, lessi questo vecchio post di elena, o caterpillar.
Un gran bel post, per me, ovvio.
Come è stato possibile che chi sapeva tutto della fabbrica, della catena di montaggio, del rapporto fabbrica-territorio negli anni Settanta e Ottanta, a un certo punto si sia trovato completamente spiazzato di fronte al cambiamento?
Un interessante articolo di Girolamo di Michele (su Aldo Bonomi e Il rancore, edizioni Feltrinelli) sul blog di Loredana Lipperini.

Su La poesia e lo spirito alcune poesie di Giulio Marchetti. Che è giovane, bravo e umile. Scriveva fiabe, aveva anche un bel sito internet; ora si è dedicato alla poesia, con buoni risultati, mi sembra.

Su Cabaret Bisanzio la recensione di un buon libro, che però parte svantaggiato: è pubblicato da un piccolo editore, quindi lo troverete di dorso se lo troverete. Ma dimostra che la piccola editoria – insieme a tanti prodotti così così, purtroppo – sforna anche cose buone come il pane fresco.E infine.
I sogni nel cassetto degli aspiranti scrittori sono spesso destinati a rimanere per sempre nascosti la dove sono stati riposti, magari dopo qualche timido tentativo di trovare una strada per la loro pubblicazione. Potete continuare a leggere sul blog di Enrico Gregori.

ho due notizie capo, due

– Capo, capo ho due notizie, mi dia due ore di tempo, le faccio due articoli, poi lei titola e passa i pezzi ma, mi creda, son cose grosse, e guardi… in prima pagina ci può scappare un lancio, bello, e qui il titolo se posso potrei suggerirlo io…
– E sarebbe il titolo bomba che dovrebbe lanciare i tuoi due articoli?
– Non è un paese per vecchi…
Il caporedattore guardò il giovane praticante. Era un brufolotico rompicoglioni, non gli piaceva, come si permetteva di suggerirgli i titoli?, ma c’era di peggio in redazione: almeno lui andava in giro, anziché restare. come altri, al giornale ad appiattirsi il culo leggendo le agenzie e cazzeggiando su internet.
– Siediti, fai un bel respiro, e ricomincia da capo, ho capito un cazzo di quello che hai detto…
– Ho due cose per il giornale di domani…
– Che tu abbia due cose l’ho capito, ma se permetti decido io cosa mettere sul giornale di domani…
– Ma certo si figuri…
– Ricomincia, dimmi, ma cerca di essere chiaro, senza farmi perdere troppo tempo, abbiamo ancora tre ore prima di chiudere, non ho voglia di sentire le bestemmie della tipografia, racconta. A proposito, la conferenza stampa della Polizia era tre ore fa, mi spieghi perché hai impiegato tutto questo tempo?
– Perché ho due notizie…
– Ho capito, vai, ma chiaro e veloce, mi raccomando, e respira, che mi fai diventare ansioso, datti una calmata…
– Ma non dovevo fare in fretta?
– Vedi di non farmi incazzare, vai, parla.
Annuì con la testa il caporedattore mentre il giovane cronista gli raccontava del primo fatto: la conferenza stampa, cioè, della questura.
Avevano beccato una banda di zingari-truffatori. E dato ai giornalisti le foto segnalatiche. La novità era che si erano evoluti gli zingari e soprattutto le zingare. Non più anelli e collane ma collant e capelli fatti fare dalla parrucchiera. Insomma, una banda di zingari che non sembravano zingari e che, da giorni, andavano a depredare le case di anziani che viveano soli, in periferia.
– Mica scemi, mica vanno in centro -, disse il giovane cronista al caporedattore intento a guardare la foto segnaletica di una zingara: gli ricordava una sua cugina, carina anche.
– Va bene, questa è buona. Dimmi dell’altra grande notizia che ti ha fatto far tardi – disse con una punta di sarcasmo il boss della cronaca,
– Ho un bloc notes pieno di appunti, capo-, gli rispose il ragazzo.
Che appena cominciò a raccontargli di una casa di riposo fu subito interrotto dal suo capo
– Vuoi che prendiamo un’altra querela, lo sai no?, che questi hanno santi in paradiso?
Non lo sapeva, perché non disse nulla il giovane giornalista. Che aveva tanta voglia di fumare e di andare in bagno, ma non poteva: il caporedattore, accidenti a lui, aveva smesso di fumare, e quindi non transigeva, e poi aveva una fretta bestia. Guardava l’orologio ogni minuto.
Senza guardare il bloc notes gli disse che
– in quella casa di riposo i vecchi…
– Per favore, dì anziani, se ti abitui a parlare in modo corretto poi eviti gli strafalcioni-, lo corresse il suo capo.
I vecchi non autosuffcienti, gli raccontò il ragazzo, quelli che insomma si cacano addosso
– Se avremo la sfortuna di arrivare a novant’anni ci cacheremo addosso anche noi due-, lo interruppe il caporedattore, guardando l’ora (ovvio).
I vecchi che se la fanno addosso, gli raccontò il ragazzo, vengono puliti a intervalli di quattro ore.
– Quattro ore, capisce capo? Se se la fanno…
– Se se la fanno nell’ora sbagliata, cazzi loro -, lo interruppe l’altro. Con un – Vai avanti, forza, sempre che tu mi debba dire altro.
Gli doveva dire altro, il giovane cronista. Che ai vecchi non autosufficienti, il poco personale della casa di riposo, per mancanza di tempo, a pranzo e cena

servono dei beveroni che contengono…
– Che contengono minestra, carne e budino al ciccolato, è vecchia ragazzo, si frulla tutto e si fa prima, lo sapevo. Piuttosto, chi te le ha raccontate queste cose? Fonte attendibile, verificabile? Spero più di una…
– Un infermiere che è anche un sindacalista.
– Usciamo con un’intervista?
– No, dice che poi rischia il posto di lavoro.
– E il giornale dovrebbe rischiare una querela per cose che si sanno?- disse, alzandosi, il caporedattore.
– Appunto, si sanno, quindi noi le scriviamo e se ci querelano poi avremo dalla nostra le testimonianze dei parenti… del personale
– Ragazzo che film hai visto? Se ci quereleno son cazzi, perché nessuno verrebbe, direbbero che hanno paura, o di veder trattata ancora peggio mammà, o di perdere il posto di lavoro… e io sto perdendo la pazienza, vai, vai a scrivere degli zingari, le foto sono buone, specie la zingara, bella gnocca, faccio vedere al direttore, vedrai, il tuo pezzo parte in prima pagina, contento?

(diciamo che questo post frettoloso mi è venuto in mente dopo aver letto, nei giorni scorsi, Loredana Lipperini e Massimo Maugeri, e dopo essermi ricordato di un libro sull’argomento vecchi: La casa del quarto comandamento, di Marco Salvador).
buona giornata