aquattromani: 18

RIFIUTO AD OCCHI CHIUSI

«Mi rifiuto», continuava a ripetersi Maria Luce. Seduta scomodamente su una panca dello stanzone del commissariato centrale, la testa appoggiata al muro, gli occhi chiusi per difendersi dalla luce al neon, era lì oramai da più di quattro ore.
Era stata fermata intorno a mezzanotte, in pieno centro storico, mentre rientrava a casa a piedi. Fermata: un eufemismo.
Le era saltato addosso un uomo che urlava. « Puttana, ora te ne torni al tuo paese, con un calcio nel culo».
L’uomo l’aveva immobilizzata, schiacciandola con violenza contro il muro, girandole con forza un polso dietro alla schiena e quasi soffocandola. Aveva perso i suoi braccialetti, le armille, come li chiamava. Gliele aveva strappate l’uomo, così come l’aveva derubata dei contanti, dell’orologio e dell’anello con lo zaffiro, regalo di laurea dei suoi genitori.
Maria Luce aveva pensato a una rapina prima di uno stupro. Poi si era un po’ calmata quando aveva sentito l’uomo chiamare qualcuno con un walkie talkie.
«Ondaronda a pattuglia, ne ho presa un’altra. Sono alla cattedrale».
La pattuglia era arrivata, una vera pattuglia di polizia, per fortuna. Lei aveva subito iniziato a raccontare dell’aggressione allo spilungone in divisa, che invece di ascoltarla l’aveva ammanettata e spinta nel furgone. Dentro c’erano già alcune persone, uomini e donne silenziosi. Due ragazze in fondo piangevano. Pochi minuti dopo erano stati tutti sbarcati in questura. Neanche il tempo di chiedere che cosa stesse succedendo o di parlare con qualcuno. Erano stati tolti loro borse e cellulari, poi via, tutti rinchiusi nello stanzone. In tutto erano ventitré e venivano convocati uno per volta, circa uno all’ora. Maria Luce pensava che a quel ritmo avrebbero finito la sera successiva. Tutto le appariva incredibile e assurdo. Non aveva altro da fare che pensare. E poi l’aggressione era stata così violenta che quegli attimi le tornavano in mente senza sosta.
L’uomo aveva detto qualcosa sul suo abbigliamento, qualcosa del tipo «troia, vestita come una grandissima troia».
Già, il suo abbigliamento. Maria Luce recitava in una compagnia amatoriale e quella sera era andata in teatro già con l’abito di scena: camicia trasparente e scollata con ampi volant, pantaloni aderenti e al ginocchio, scarpe con il tacco alto. Era ancora truccata e i capelli ricci e rossi attiravano gli sguardi. Ecco, forse quell’uomo si riferiva al suo abbigliamento… ma come mai non le aveva dato modo di spiegarsi? Non l’aveva neanche ascoltata. E poi perché insultarla? Perché derubarla?
L’anello era stato l’ultimo regalo di suo padre, che aveva fatto appena in tempo a vederla laureata, ma non in cattedra, insegnante di lettere al liceo, né in scena con la compagnia, né alle sedute del consiglio comunale per la tutela del parco. Impresa solitaria anche quella, una battaglia vinta per la quale si era concessa l’ennesima armilla.
Maria Luce si guardò intorno. Accanto a lei sedevano le due ragazze. Non piangevano più e una accettò di scambiare qualche parola. Si chiamava Estrella, era argentina ed era venuta in Italia, da dove erano emigrati i suoi nonni, a terminare gli studi universitari. Durante l’arresto era stata schiaffeggiata violentemente.
Vicino a Estrella, Maria Luce se ne accorse solo allora, c’era un bel ragazzo sui 25 anni. Armeggiava con una parrucca e aveva resti di trucco sul volto. Darko! Era stato un suo studente, uno speciale.
Darko abitava al campo nomadi. Del suo diploma a pieni voti aveva scritto il giornale per il quale ora lavorava, cronaca.
Darko si mise a ridere: «Ohi prof, era ora che mi riconoscessi!».
«Ma che ci fai qui, vestito come un viado brasiliano? E poi che cosa sta succedendo, lo sai tu?».
«Servizio sulla prostituzione transessuale. Estrella mi fa da interprete, spagnolo e portoghese. Ci hanno arrestato quelli dell’Ondaronda, il nuovo servizio d’ordine municipale. Tranquilla, prof, il commissario è una brava persona e ci lasceranno subito uscire. Beh, almeno appena riescono a chiarire l’equivoco, così poi lei mi spiega come è finita qui».
Chiarire, spiegare. Maria Luce non riusciva più a tenere gli occhi aperti. Però continuava a rifiutarsi e con gli occhi chiusi a sognare giustizia su quella panca del commissariato.
Qualche tempo dopo, Manlio Brambilla, quello dell’Ondaronda che aveva arrestato lei e gli altri, fu condannato in primo grado per furto, ricettazione, violenza privata, lesioni e altro. Era stata proprio lei a denunciarlo.
Mesi prima Brambilla aveva dovuto cedere l’attività commerciale. Troppo da fare con le ronde per gestire la macelleria che il suocero gli aveva ceduto. La moglie lo aveva piantato per un idraulico senegalese, gran lavoratore. Per risarcire Maria Luce e altre vittime, Brambilla aveva dovuto svendere la casa e ora abitava in una comunità alloggio gestita dal municipio. Ondaronda era stata disciolta e il sindaco di allora era sparito nel nulla dopo lo scandalo. Maria Luce, ad occhi chiusi, giocava con la sua nuova armilla.

aquattromani: 17

LA VOCE

All’apparenza, una cosa decisamente sbilanciata. Era perplesso, ma aveva deciso di continuare, la faccenda avrebbe potuto anche diventare interessante. Lo svolgersi dei fatti, questo deve importare. Chissà lei come l’ha presa, dopotutto avrebbe anche potuto defilarsi, invece è qui che invia mail per tentare l’impresa.
– Caro Giacomo, con ogni probabilità ti stai chiedendo di chi diamine sia questo indirizzo e-mail. Probabilmente ti sarai anche chiesto se fosse conveniente aprirla o se qualche burlone ci avesse infilato dentro un virus (tranquillo, io non so nemmeno cosa sia un virus, a malapena conosco quelli intestinali), poi però (spero…) l’hai aperta e ora la stai leggendo. Mi stai leggendo. Non sai quanto mi emozioni saperlo; e se penso che potresti anche rispondermi…

Questa la prima mail di Veronica e lui si sorprese incuriosito: gli era stata abbinata in una gara di scrittura per un blog, avrebbero dovuto ideare un racconto insieme.
Sapeva che era di Firenze, che scriveva per un giornale locale, niente altro.
Lo chiamò per prima: una voce calda pronunciò il suo nome e lui se ne sentì immediatamente attratto.
-Giacomo?
-Hmm… ehm… sì?- (Ma come “sì?”? Ecco ho già fatto la figura dell’imbecille! Maledizione!)
-Ciao sono Veronica, quella della mail. Ti dispiace se ho chiamato?- (Spero di no…)
-Ah, Veronica! Sì. Cioè “sì”, avevo letto il tuo numero quindi “sì, sapevo che eri tu”, non “sì, mi dispiace che hai chiamato”! Eh eh…” (Ma che diavolo sto facendo? Stai calmo Giacomo, inspira; espira).
Stava farfugliando, la voce lo aveva attraversato come un brivido e lui si stava comportando come uno scolaretto.
Veronica proseguì con una serie di suggerimenti che lui accolse di buon grado.
Non aveva le idee molto chiare, ma forse nemmeno lei.
Riuscì a stento a comunicarle che era anche lui fiorentino, e che abitava a Fiesole.
Poi, dopo altre telefonata e altre mail, avevano deciso di vedersi per sveltire la stesura del racconto.

Il luogo dell’appuntamento era Piazza d’Ognissanti. Giacomo arrivò per primo. C’era vento e l’aria tradiva il carattere novembrino della giornata. Nuvoloni carichi di pioggia continuavano a muoversi inquieti e, insieme a loro, vorticavano pezzi di carta come tanti piccoli uccelli nel cielo di Firenze. Fece qualche giro attorno alla statua dell’Ercole poi optò per sedersi sulle spallette. L’aria gli scombinava i capelli e attraversava gli indumenti e dopo poco cominciò ad avvertire freddo. Era lì già da un quarto d’ora ma di Veronica nessun segno.
Sussultò alla sua voce, mentre lei gli veniva incontro, trafelata, alta e snella nella tuta nera, i capelli biondi al vento. Non si aspettava una donna così, forse sotto i cinquanta, veramente bella. Sensazione di panico: lo avrebbe trovato altrettanto gradevole?(che c’entra con il racconto da portare a termine?) pensò.
Si erano scambiati qualche idea, vicendevolmente incuriositi.
Poi, tra una mail e l’altra, si erano rivisti ancora, sempre al solito posto.
Questa sera il racconto, che si è snodato piacevolmente, volge al suo epilogo.
-Senti, Giacomo, fa freddo, io abito qui vicino, in via Montebello, una buona tazza di tè e ci mettiamo al lavoro, che ne dici?-
La casa era piccola ma accogliente; ogni cosa era al posto giusto, precisa, ordinata. Tutte le fotografie sembravano sistemate quasi a creare un quadro unico della famiglia che, gli era sembrato di capire, Veronica non aveva più. Lo aveva accennato in alcune mail, e ne aveva dedotto che vivesse da sola. Aveva perso il marito e via via tutti i parenti, lei non ne faceva un dramma ma Giacomo più ci pensava più coltivava il suo senso di colpa. Lui, con le sue stupide paure degli esami, paura del giudizio degli altri, paura di prendere l’autobus, guardava Veronica affrontare la solitudine, il dolore e si domandava dove trovasse la forza.
Fu incuriosito dalla foto di un ragazzo biondo somigliantissimo a Veronica.
Mentre assaporava degli ottimi biscotti, si aprì una porta. Il ragazzo della foto venne avanti dirigendo con le mani la sedia a rotelle: – Salve, sono Marcello.
Giacomo si sentì mancare…”quella” voce! La stessa di Veronica: ecco perché gli era vibrata dentro. Era la ”sua” voce , quella voce che lo aveva affascinato fin dal primo momento . Quella che aveva accompagnato le sue notti insonni, il suo amore.
– Io so… sono… Giacomo –
Marcello si accostò, le gambe si profilavano appena sotto un plaid, le braccia invece erano muscolose, e quando gli fu abbastanza vicino gliele tese.
Lui si chinò per farsi abbracciare mentre lo sentiva ripetere: perdonami, prima o poi te l’avrei detto.
Veronica era scomparsa. Giacomo aveva gli occhi lustri, non riusciva a capire se fosse più stupito o più felice.
Nella sua mente turbinavano pensieri, dubbi e domande ma l’abbraccio di Marcello metteva tutto a tacere. Sentiva il suo fiato caldo, le parole che assieme avevano adoperato scivolare tra di loro e riempire lo spazio del loro silenzio. Non solo un abbraccio dunque, piuttosto una promessa.

state buoni se potete

scusate, ma non ho tempo per rispondere a tutte le mail, postare, commentare i racconti.
ho visto il blog stamattina, al risveglio, con caffè e prima sigaretta e prima telefonata della giornata, vedo ora, tornerò stanotte tardi, a postare un nuovo racconto (ce ne sono cinque, sei, in attesa).
gli autori del raccontoaquattromani numero 15 chiedono la cancellazione dello stesso, si sentono offesi da un commento.
elys ha esagerato scrivendo quanto segue?

Bah a questo racconto si lascia passare tutto mentre ad altri non è stato concesso niente, nonostante fossero ottime storie. Giudizi così incoerenti destano sospetti…chissà quanti conoscono gli autori dei singoli racconti! Questa è proprio l’Italia (la parte più triste). Lo so sono polemica ma certe cose mi mandano in bestia e sono stufa di essere diplomatica. Di fronte a certe cose meglio dirla tutta la verità. Caspita! Neanche in un gioco ci si può divertire sul serio

allora, io conosco (persona che ho visto, con cui mi sento e una volta l’ho pure vista) un-una autore del racconto numero 15; so che è una persona non corretta, ma estremamente corretta.
penso anche che i commenti (son scritti, ma a volte si scrive di fretta) sono, a volte, pensieri cattivi che possono fare male.
state buoni se potete, cantava branduardi.
ché le grane della vita sono altre.

oggi (non è una grana della vita, questa; può diventare un chiodo fisso che ti toglie il sonno, questo sì) oggi dicevo mi telefona una ragazza.
mi dice: Ho scritto un libro.
Ah, rispondo.
poi, non sapendo cosa dire, aggiungo: E ora?
e lei: Dovresti darmi qualche dritta, dei consigli, vorrei farlo pubblicare.
Io. Mah, posso darti qualche indicazione di case editrici.
E lei: Nient’altro?
E io: Guarda che siamo messi allo stesso moodo.
E lei: In che senso?
Che anche io ho scritto un libro.
E lei: Ah.
Poi aggiungo: Ma adesso viene il bello.
E lei: Cioè?
E io: Ti spiego, quando uno invia un manoscritto a una casa editrice, chi, di questa casa edtrice, legge la mail o scarta il plico dice: Un altro, ebbasta.
(Che poi io sia un po’ più favorito perché ho già pubblicato è vero; ma dal momento che non sono autore di best seller, anche io son di qulli che intasano).

buona serata

aquattromani: 16

http://www.solitudiniaffollate.com

Rita Rospo torna a casa dall’ufficio e s’infelpa, raggruppa i capelli sparnegati con la pinza e accende il pc in sala riassumendosi sulla poltroncina. Sua mamma mette sul gas una puzza che mangeranno in una cena televisiva trista e muta. Rita Rospo ha un’età indefinibile, un culo grande come la sua tristezza, una scorta di merendine da rifugio antiatomico e si sente un cesso incrostato, un cesso d’autogrill prima delle pulizie, per la precisione. Ha deciso di chiamarsi Stellinaluminosa e aprire un blog: tutto rosa camper di Barbie. Stasera la sua casella è desertica. C’è solo un messaggio di barzellette.it del solito Avvocato. Lui la crede bella e disperata e ha la malsana idea che mandarle cose copincollate serva a farla sentir meglio. Purtroppo, no.

Studio legale del centro. L’Avvocato Zizza ha appena sgarbato con la sua vocina stridula la zelante segretaria. Lei sta pensando che il suo capo è brutto, con una pancia flaccida, pelato e pure tirchio ma gli dice a denti stretti certavvocatozzzizza, sbatte le ciglia e gira i tacchi sottili, incazzata nera. Lui si chiude irritato nella sua stanza, rialza la finestra del laptop e schiaccia invio col dito grassoccio. Ha appena pubblicato sul suo blog dei versi palpitanti segretamente scritti per lei, Stellinaluminosa, la Donna che magari un giorno riuscirà ad incontrare. Trilla il cellulare: è la moglie che gli blatera corrosiva una requisitoria infinita. Ci mancava pure la secchina isterica, rimpicciolita dall’età che avanza. Sospira guardando il blog di Stellinaluminosa (amore mio). Oh, c’è un commento di ieri notte: è Mammastanca.

Mammastanca cinguetta sul blog dell’Avvocato Zizza, perché spera di fare colpo, è separata, sta perdendo il lavoro ed ha due bambini piccoli da mantenere. Cerca insomma una storia per sistemarsi e usa il blog per cuccare, visto che non può uscire la sera. L’Avvocato è uno che potrebbe tranquillamente permettersi un’amante di categoria Povera Donna Indifesa e Maltrattata (io ti salverò). E’ disperata e cinica e non crede più nell’amore, ha superato la soglia dei 40.Ha tanto sonno, è tardi, ma accende per inerzia il suo scassato computer. Apre la posta e trova un messaggio di Pino, uno che le sta dietro da mesi ed è buonissimo ma palloso. Sospetta fortemente che sia anche povero, non gli risponderà. L’hanno usata tutti, adesso è l’ora della rivalsa: tocca a lei.

Pino Poverino ha perso sua moglie tre anni fa, era sfatta e maleodorante e non la amava da decenni, ma la solitudine è ancora peggio che averla nel letto, la solitudine è una lama arrugginita e lui non ha fatto l’antitetanica. Vive di pensione, con un cagnolino qualsiasi, molti libri, tanti rimpianti e in totale solitudine perché è piuttosto timido e introverso. Ha un blog dove riversa fiumi di parole e conta circa quattrocento amici virtuali che non ha mai conosciuto. Non ci spera, manda lettere d’amore perché adora la gentilezza. Se Pino Poverino morisse qualcuno commenterebbe: ci sei? Poi pian piano le visite al blog finirebbero. Poi niente.

Uno dei quattrocento amici di Pino Poverino è Alterego Spurghi, una blogstar. E’ un ragazzotto sulla trentina, laureato, precario prima e disoccupato adesso. E’ depresso e non riesce a trovare lo slancio per trovare lavoro, sta tutto il giorno in internet dove ha aperto un blog di controinformazione giornalistica para professionale. Scrive bene e si sente un fallito perché sa di scrivere bene. Sul web appare come un uomo dai mille impegni, si vergogna a dover ammettere che il massimo sforzo che fa è andare al discount a fare scorta di bottiglie. Beve molto, Alterego. Accende il suo pc per non pensare che anche oggi non ha combinato niente e il suo talento si sta sciogliendo come ghiaccio nel suo gin scadente, ma sfoggia un avatar del Che e fomenta la rivoluzione sempiterna, paladino di tutti gli oppressi.

Lo scrittore PierMaria Ciccioli, invece, è un uomo di successo. Ha una vita intensa, anche se inquieta. Non scrive più perché ha perso da un sacco di tempo la vena creativa, ma ha trovato la soluzione. Copia dai blog e spaccia per sua la roba scritta da sfigati qualsiasi. Eccolo che entra nel suo studio: i tetti del centro storico lo distraggono, un ronzio d’aria condizionata precede il clic dell’accensione. Il notebook illumina d’azzurro il suo viso intriso di cultura e saggezza. Infila un cd e ascolta intenerito la vecchia melodia che gli ricorda la gioventù, gli anni difficili, gli inizi. Con fare sicuro copincolla la poesia dell’Avvocato, l’ultimo post di Pino, il commento di Mammastanca e la recensione di un romanzo che Alterego ha appena inserito nel suo blog. Li ammucchia in un documento word, fa un veloce editing e spedisce alla rivista prestigiosa, dove redige una celebre rubrica settimanale dal titolo “la solitudine dello scrittore”. Non guarda la posta, ha spento i suoi cellulari, si è raccomandato con la segretaria di non ricevere nessuno: non ha tempo per gli scocciatori. Oggi lavora.

aquattromani: 15

BELCASTRO DANIELE, TUBISTA

Sarebbe bastato non prenderla quella chiamata. Sarebbe bastato solo quello. E invece era andato. Belcastro Daniele, idraulico, pochi anni alla pensione dal lavoro imparato da ragazzino, quando, appena arrivato a Torino dalla Calabria, aveva iniziato poggiando scossaline.

Gran lavoratore Belcastro; piano piano s’era fatto la sua ditta e anche una nuova occasione era arrivata, quella al quartiere, consigliere per la Lega. Aveva raccolto solo tre voti però. Eppure gli avevano assicurato che ce l’avrebbe fatta, e poi tutti i clienti, il palazzo: la Debora, la Gabriella, il Gianni, la Samantha… Tre voti. Eppure in famiglia erano in quattro.
Bastardi, aveva pensato, ed era tornato subito a faticare, che a quello bastavano solo le sue mani.

Quelle di via Moretta sono negre. A saperlo neanche ci sarebbe andato. In due in una stanza con cucinino e doccia: una sui quaranta, l’altra sui dieci anni. Che schifo, una puttana bambina. Le guarda facendo il distratto, sono quasi nude. Sì, è Agosto. Fa caldo. Ma che c’entra. Scimmie, pensa. La tv è accesa col volume altissimo. Scimmie.

“Vieni, vieni, è la doccia. Niente pressione, guarda! Solo un filo d’acqua. Guarda!”
È già al lavoro. Analizza bene il soffione. Di solito basta svitare la cipolla e disincrostarla.
“Debbo smontare il pezzo dal muro” dice.
La donna lo guarda dubbiosa poi, prima di tornare davanti alla tv, bofonchia: “Sì, basta che tu non ci freghi”.
Belcastro di sicuro non ha sentito perché allora avrebbe risposto che lui non ha mai fregato nessuno, che lui è per la legge, per le ronde, mica cazzi. Prende dalla borsa gli attrezzi adatti. Devono essere le tubazioni vecchie, pensa. E lavora, ché quello gli hanno insegnato. E quando Belcastro Daniele lavora neanche le cannonate lo distraggono. Neanche quell’infittirsi di voci alle sue spalle, quelle urla. Non può girarsi ora. Ha quasi finito, l’entrata e l’uscita dei raccordi andavano bene, basta solo eliminare il calcare dalle vecchie tubazioni senza romperle.
“Puoi tenermi questo?” sente chiedere: si gira ed è tutto un gran casino.
“Non è possibile!” gli gridavano i poliziotti, e lui lì a difendersi, a dire che stava solo lavorando, che non aveva visto né sentito nulla. E no, che non sembrava possibile. Ma era la verità.

I giornali avevano tutti fatto il suo nome vicino ai titoloni: “Cliente assassino”, “Calabrese uccide prostitute di colore”, “La strage delle nigeriane”. La vicenda, il sangue: tutti sottolineavano il suo essere meridionale. E leghista. E idraulico.
Quattro mesi in carcere prima che si scoprisse la verità. Mesi d’inferno prima di scappare, di tornare giù, in Calabria.

“Puoi tenermi questo?”.
L’uomo gli porge con le mani inguantate un coltello. Non l’ha sentito entrare in bagno. Belcastro Daniele non ha la prontezza di guardargli il viso, fissa il rosso sulla lama. Instupidito dalla sorpresa afferra il manico, osserva incuriosito quel colore posarsi sui propri polpastrelli. Segue l’uomo correre via, si inchioda in soggiorno.
La donna è prona sul tavolo, le braccia allargate, le gambe flosce. La ragazzina affoga nel sangue, per terra, la gola squarciata. In tv c’è una vecchia candid camera.
Il coltello gli scivola dalle dita. Sente l’appiccicoso del sangue sul cellulare mentre chiama la polizia. Mentre si rende conto del gran casino.

Per chi provò ad indagare seriamente fu facile, in quei quattro mesi, scoprire di quel padre italiano. Uno che ogni tanto si faceva vedere quando la madre riusciva finalmente a trovarlo. Lo stesso che si faceva negare da quasi dieci anni. E lei, la madre, s’era dovuta arrangiare. La badante, le pulizie, un aiuto dalla parrocchia, ogni tanto, solo se era necessario.

Fu facile rintracciarlo, dall’elenco delle telefonate fatte. Poi l’uomo confessò. Tutto secondo copione. La decisione improvvisa. Il volersi liberare da quelle noie. Dieci anni di vita con sulle spalle una figlia negra. Gli amici e soprattutto la famiglia a martellarlo, a farlo sentire un reietto. La donna che di continuo lo cercava per soldi, per affetto. A ogni telefonata seguivano litigi con la moglie, quella bianca, quella ufficiale. L’ultima settimana era stata la scintilla. Lo aveva chiamato più di dieci volte al giorno per dirgli che non c’era acqua in doccia. Doveva darle i soldi per l’idraulico. E sua moglie che strillava, che cosa aveva fatto di male per sposare un puttaniere che andava con le negre.

Daniele Belcastro era stata una fortuna. Non sapeva fosse in casa a riparare la doccia. Se l’era trovato di fronte andando in bagno a lavare il coltello. Gli era andata bene. Per qualche mese.

Belcastro Daniele osserva i ragazzi lavorare nell’inverno calabrese. Sono quasi tutti di colore. Si gira verso la porta della stanza, prende la giacca ed esce di casa. Al cantiere chiede del mastro, parlottano. Domani comincerà come tubista. In nero.

una cosa veloce

faccio alcuni nomi:
aitan, gea, arimane, lucia saetta, stefania mola, zena roncada, anfiosso, silvia sgnapis, t, massimo spina, sandra.
(si tratta di persone che conosco, tutte).
chiaro: se sono al corrente che questo o quello sono gli autori di questo o quel racconto non va bene; va bene solo se la valutazione è al buio.
ci sono altri che vogliono fare i giurati?
se sì, scrivere a raccontiaquattromani@gmail.com.
mi verranno in mente altri nomi, e comunque: me ne bastano almeno tre, che votino.
alcuni partecipanti, infatti, mi hanno scritto, preferirebbero non votare.
poi rommento l’anno scorso.
c’era chi diceva, Voto solo i primi tre, chi mi faceva penare.

tra un paio d’ore il prossimo racconto.
son di corsa, ora.
buona serata

Per chi mi legge su facebook: non scrivetemi in privato, per chiedermi cos’è questa iniziativa. ma venite direttamente nel blog.
https://remobassini.wordpress.com
poi, eventualmente, chiedete
grazie

aquattromani: 14

SCARPE

“Posso prendere l’auto dello studio?”
“No, va’ in treno. E, ricordati, giacca e cravatta!”

I finestrini rigati di sporco sbattono nel vagone affollato. Cesare si pulisce la bocca con il fazzoletto e scuote via le briciole. Il caffé nella tazzina di plastica gli scotta le dita.
“Che razza di incarico – tutto questo viaggio in treno e poi un altro tratto di strada chissà dove.” Ma, in fondo, è il suo primo lavoro di fiducia. Non può lamentarsi.
La donna di fronte, scosciata, agita il ventaglio.
Scappano via le squallide periferie anarchiche, sbrecciate e caotiche. Le gallerie risucchiano i vagoni amplificandone il frastuono.
Sistema la piega dei calzoni e arrotola le maniche della camicia bianca. Le scarpe nere sono perfettamente lucide.

La stazione si avvicina tra campi verdi e, poi, ancora, palazzi scrostati con i panni stesi sulle terrazze e le tapparelle semi-abbassate.
Agguanta la valigetta e la giacca scura appesa al gancio. Un uomo dorme su una panchina di marmo. All’uscita l’aspetta un’auto con i finestrini oscurati. Sale rapidamente. Di tanto in tanto appaiono angusti rettangoli di orti coltivati macchiati di zolle rosse. A metà costa, muri diroccati e sventrati lasciano intravedere finestre buie dai vetri rotti. L’ultimo tratto è accecante.
L’auto percorre una via sterrata che prosegue dopo una curva secca accanto a tre altissimi pali della luce.
Una recinzione circonda la proprietà. Il cancello di ferro scivola sui binari. Cesare scende e si avvicina al portone. Le telecamere mobili gli puntano addosso il loro occhio rosso mentre un cagnetto zoppo gli annusa le scarpe tentando di pisciargli sui pantaloni. Lo allontana con cautela e si aggiusta il nodo della cravatta.

Con un ronzio impercettibile il portone si apre e lui entra in quella che sembra una casa padronale, ma il cui ultimo piano è ancora in lavorazione con parte dei muri alzati e i ferri del cemento armato che fuoriescono già arrugginiti. Il salone è in ombra.
A capo di una lunga tavola di quercia sta seduto un uomo massiccio di circa 50 anni con i capelli nerissimi. “Ah, è arrivato? Stavamo per andare a tavola, vuole mangiare con noi?”
“No, no, grazie, non si disturbi, preferisco finire in fretta, se non le dispiace.” Tira fuori dalla borsa le carte. “Ecco, una firma qui… e qui… e ancora qui.”
Il signor P., senza leggere, esegue con calma. “Fatemi prendere tutto quello che mi serve, anzi, quello che mi spetta. Non ho ancora ricevuto un euro!”
“Non si preoccupi, ci pensiamo noi”
Il padrone di casa solleva la testa: “C’è un’altra questione. Posso dire a Lei? Dica al suo capo di venirmi a trovare. Lui lo sa, io non posso venire in città” e, intanto, allunga una carta.
Il giovane avvocato la scorre rapidamente “E’ la Banca che chiede il rientro di tutti i soldi che le deve.”
“Che cosa possono fare?”
“Vedo che lei ha delle proprietà. Se non paga potrebbero chiederne il sequestro e mandare tutto all’asta”
L’uomo gli restituisce uno sguardo annoiato. Poi replica lentamente con un ampio gesto delle braccia: “Tutto questo non esiste, al catasto non appare neppure, è tutto abusivo, non c’è nulla”
Cesare comincia ad allarmarsi e risponde affrettatamente: “Mi dia la carta. Riferirò all’avvocato. Le telefonerà o verrà lui.”
Il signor P. riprende: “Ho un’altra causa. Con un altro avvocato.”
Il giovane sta ficcando nella borsa i fogli firmati “Mi dica…”
“Le mie due figlie sono state travolte da un’auto. Il responsabile è un pirata della strada rimasto sconosciuto. Non ho ancora preso manco un soldo”
“Riferirò. Mi scusi ma ho il treno…”
“Vada, vada…Mi farò vivo io. Sa la strada, vero?” Questi ragazzi, sempre di fretta. Non sanno stare al mondo.
L’avvocato esce dalla casa e si avvicina al cancello. Lo oltrepassa e si gira per vedere se qualcuno lo segue. Sopra c’è un cartello: “I cani mordono e gli uomini sparano”. Dovrò chiamare un taxi chissà se arriva in questo posto di merda.
Si asciuga il collo: sotto la giacca la camicia stropicciata è zuppa di sudore acre. Quel bastardo, mandarlo lì, da quel farabutto, senza uno straccio di spiegazione. E quelle morti; di sicuro un avvertimento. No, non vuole averci nulla a che fare. Che se la sbrighi lui. Coglione! Il cellulare vibra nella tasca della giacca.
“Hai fatto?”
“Sì, ho finito adesso. Tutto regolare….Ah, una cosa: il signor P. mi ha parlato anche di una pratica del Fondo vittime della strada. Un’auto impazzita gli ha ucciso le figlie.” Si accorge, nauseato, che, nonostante la rabbia e la paura di prima, vuole compiacere il suo capo, fargli vedere che gli procura nuovo lavoro, che può fidarsi di lui. Mentre parla si guarda intorno: radi cespugli verdi contendono la poca terra alla roccia, più in alto si raccolgono case affastellate, abbarbicate; poi il bagliore giallo di un campo di girasoli. Il blu brillante del cielo cancella dallo sguardo le nubi gonfie, si fa divorare, passa nella retina, rimane sospeso nell’angolo della pupilla. Guarda in basso. Le scarpe sono chiazzate di polvere e fango.

Il taxi appare subito dopo la curva.

aquattromani: 13

ANDREA LEONETTI

Andrea Leonetti viveva in una casa ampia e accogliente di ricordi, che da circa vent’anni bastavano a riempire la sua vita. Il suo tempo scorreva lento e sereno, attutito dal parquet d’olivo ricoperto di tappeti, tra libri rari e magnifiche porcellane di Lladro che riempivano librerie e cristalliere di casa. Una damina di Lladro in particolare assomigliava a sua madre, dai tratti acuti e dalla carnagione di luna; il volto di sua madre incorniciato d’argento e la porcellana venivano entrambi illuminati dallo stesso raggio di sole tutte le mattine. Suo padre aveva avuto una vita avventurosa, e le foto alle pareti dello studio stavano lì come mute testimoni. Ritraevano un giovane alla luce dorata d’Africa che a trent’anni sembrava già vecchio. Ufficiale d’un esercito italiano dagli stivali di cartone ma non per questo privo di sogni imperiali, conobbe semplici e potenti e di molti fu amico, fino a diventare leggenda in entrambi i Paesi. Nell’immaginario collettivo di quegli anni l’Etiopia sembrava ricca di risorse e di opportunità. Ebbe modo di distinguersi, in quelle lande desolate, il capitano Leonetti.
Dichiarò al Generale Marchiori, che lo esortava a usare il gas contro la popolazione magrebina, che non avrebbe annaffiato d’iprite la popolazione civile, poiché lui ‘comandava dei soldati, non degli assassini’.
Se questa forma di disobbedienza non portò Roberto Leonetti alla corte marziale, fu per un miracolo, quello della diserzione con la complicità di soldati semplici e indigeni della resistenza etiope. Nel suo girovagare in terra d’Africa, vestito come un uomo blu del deserto a cui assomigliava per altezza, tratti somatici e per via di una parlata araba da nativo, il comandante finì in Libia, dove ancora ebbe modo di assistere, dalla parte dei vinti, a uno dei più disumani colonialismi della Storia. Alla fine della guerra restò in quella che ormai considerava la sua terra, si rimboccò le maniche e mise su un’impresa di costruzioni di strade, ospedali, scuole: di tutto quanto servisse a quel paese quasi vergine, e non è un modo di dire che lo fece con le sue mani. Quando Alia ebbe un maschietto, Roberto credette che la sua vita fosse finita, perché ormai gli sembrava di non aver più nulla da desiderare. Il suo paradiso perennemente immerso in una polvere d’oro l’aveva ripagato con la stessa moneta: l’amore.

Agli inizi degli anni ’60, all’età di diciassette anni, Andrea Leonetti e i suoi furono costretti a lasciare il paese natale. Lasciò anche i suoi amici dalle gambe sottili, dai muscoli lunghi e dai capelli a lana d’acciaio. Lasciò le loro madri che, tra le lacrime, non riuscivano a smettere di accarezzare i suoi capelli biondi e morbidi, ricordo di un Leonetti sabaudo. Lasciò infine una ragazzina sottile come un giunco dalla pelle di luna come quella di sua madre. Nel suo paese natale rimasero anche i beni della sua famiglia: se si esclude il denaro, unico triste valore che si può portare con sé in una fuga precipitosa per un colpo di Stato.

“Buon giorno, Andrea”.
“Oh, Caterina, è sempre una piacevole sorpresa incontrarla” disse Andrea sorridente. Si appostava giornalmente all’angolo tra il tabaccaio e il supermercato dove entrambi facevano la spesa per poi seguirla subito dopo, come se vi fosse arrivato per caso.
Caterina non si vergognava d’arrossire per quella chiara danza di corteggiamento e si divertiva al gioco che Andrea portava avanti da tempo.
“Che dice, Caterina, sarà preferibile il Tè nero Celebration Blend o l’African Tunda?”, le chiese mentre entrambi sostavano coi carrelli alla cassa in attesa del conto. Caterina era innamorata di quell’uomo maturo, bello ed elegante, dal fare aristocratico e ironico: ciò che non riusciva a capire era il perché non permettesse che il loro rapporto subisse una svolta. Era certa che lui l’amasse quanto lei; aveva cinquant’anni, era ancora bella, indipendente. Sentiva di avere diritto a una felicità che avrebbe appagato entrambi.
Invece accadde, come di consueto, che Andrea cavallerescamente le cedesse il posto.
“Prego, mia cara, dopo di lei. Spero di aver la fortuna di incontrarla anche domani”.
Mentre un cassiere annoiato passava gli articoli nel lettore di codice a barre, la spazientita cinquantenne pensava a come prendere, finalmente, l’iniziativa. Prese le sue sporte, salutò Andrea e si avviò verso casa. Lungo la strada, improvvisamente entrò dal tabaccaio e gli chiese col fiato corto per l’emozione “Le dispiace se lasciò qui la mia spesa? Ho dimenticato qualcosa di molto importante al super mercato…” Poi volò via come una rondine. Entrò nel negozio e lo vide alla cassa. In una mano teneva una confezione di tè dozzinale, nell’altra una carta azzurra, simile a una carta di credito, sulla quale ondeggiavano i colori della bandiera italiana.
Rimase impietrito, guardandola negli occhi senza dire nulla. Pagò il conto e ripose la carta nel portafogli.
A nulla valse lo sguardo di lei pieno d’amore.
Andò via senza salutarla, e non lo vide mai più.

aquattromani: 12

TRESETTE A SPIZZICHINO

Pensa alle sue estati Nino. Ai tuffi nel fiume, alle grattachecche seduto sul muraglione. I ricordi corrono via veloci, slittano sull’asfalto insieme alla canicola. Scivolano come il sudore che gli circumnaviga il grosso stomaco. Pensa che la vita è ingiusta Nino. C’è stato un tempo in cui la canotta a costine metteva in risalto il fisico asciutto, i muscoli fatti scaricando cassette ai mercati generali. Oggi non basta a contenere lo stomaco. Il fazzoletto che tira fuori dalla tasca dei pantaloncini avana è ciancicato di sudore vecchio, se lo passa sulla pelata, sul collo, su ciò che rimane della peluria del torace. Non se lo spiega Nino: è il caldo che aumenta ogni anno oppure è la vecchiaia?

Porca puttana. Io l’avevo detto che non serviva a un cazzo rifare la frizione, ‘sta macchina è un catorcio, neanche allo sfascio se la prendono.

La sa riconoscere una testata lessa Nino. Non fa in tempo a dire al ragazzo di fare attenzione al tappo del radiatore che lo sente imprecare. Un getto di vapore sale dal cofano della vecchia Punto e pare aggiungere caldo al caldo. Ora sono in due a tergersi il sudore con un fazzoletto ciancicato. Nino abbandonato sulla pieghevole al balcone, il ragazzo in pieno sole al centro della carreggiata. Dopo tanto si sente fortunato Nino. E’ l’ora più calda della giornata, in giro non c’è anima viva e la prima fontanella è a un paio di chilometri sulla Palmiro Togliatti.

Ariporca puttana. Si doveva scaricare pure il cellulare. Poi dice che uno bestemmia. E non c’è un cazzo di nessuno in giro. Morti, questa ad agosto è una città di morti.

“Maschio…” E’ il fischio alla pecorara che fa alzare gli occhi a Jacopo. E’ in piena luce e fa fatica a mettere a fuoco il vecchio sul balcone. “Devi aspettare che si freddi e poi aggiungere acqua. Se non l’hai squagliata a casa c’arrivi.”
“Si, grazie tante. E l’acqua dove la prendo?”
Gli ha già voltato le spalle. Potrebbe farsi i fatti propri Nino. E’ così che vorrebbe suo figlio, quello dei saggi consigli. Solo quelli. Si alza dalla sedia, entra in casa e riempie d’acqua una bottiglia di plastica.
“Maschio…”
Jacopo sta meditando di abbandonare il catorcio e rassegnarsi a prendere un autobus. La bottiglia d’acqua lanciata dal balcone è un miraggio nel deserto. L’afferra al volo e solo quando arriva sotto casa si rende conto di non averlo neanche ringraziato il vecchio.

Pensa che sta passando un’altra estate Nino. Uguale a quelle che gli restano. Un pranzo leggero, una bottiglia d’acqua, il pomeriggio sul balconcino a guardare la vita che scorre sulla strada. La vita degli altri. La sua si è persa da qualche parte e non saprebbe dire dove e quando.

“Capo…” E’ il fischio alla pecorara che fa abbassare gli occhi a Nino. Il ragazzo è appoggiato alla Punto e ha una bottiglia di birra ghiacciata in mano. “Capo, se scendi ce la beviamo insieme.”
“Maschio, me sa che devi salì.”

In casa l’odore è quello della solitudine. Una solitudine appiccicosa. Se la sente addosso Jacopo, fino a quando non esce sul balcone. Lancia un’occhiata alla Punto verde parcheggiata a ridosso del marciapiede.
“Ce l’avessi avuta io a vent’anni”, dice Nino portando i bicchieri.
“E invece ‘sta fortuna è toccata a me”, risponde Jacopo sedendo al tavolino dove ingiallisce al sole un mazzo di vecchie carte. Siede anche Nino, la birra a freddargli il palmo della mano e gli occhi lucidi per la gioia di avere un ospite dopo troppo tempo.
Se ne accorge Jacopo e sente le guance arrossire lì dove la barba stenta a crescere.
“Te la fai una partita?”, chiede per spezzare l’imbarazzo.
Finge di asciugarsi il sudore Nino mentre si passa il fazzoletto sugli occhi.
“E che ci giochiamo?”
“La Punto. Magari se perdo mio padre si decide a mettermi la firma per una Volvo C30.”
Mescola le carte Nino.
“Non ce l’hai un lavoro?”
“Faccio il magazziniere alla GS. Contratto a tre mesi. In banca non mi ci fanno neanche entrare.”
“Scommetto che tuo padre voleva che studiassi.”
Ride Jacopo. Il riso di chi per una volta la sa più lunga degli adulti.
“Forse all’epoca tua un diploma dava diritto al posto fisso. Oggi studiare è una perdita di tempo.”
“Magari avessi potuto perdere tempo io. Ero portato per la geografia e il massimo che sono riuscito a fare è il camionista.”
“E una famiglia non te la sei fatta?”
“Una moglie e un figlio, di più non ne sono venuti.”
Gli fa tagliare il mazzo Nino.
Jacopo sa che non dovrebbe ma proprio non ce la fa a sopprimere la curiosità.
“E che fine hanno fatto?”
“Adele è morta dieci anni fa e mio figlio… lui è uno di quelli che ha trovato il posto fisso. Fa il bancario e abita a Boccea.”
E’ dall’altra parte della città Boccea. E Jacopo capisce che quei trenta chilometri sono un’ottima scusa per evitare rotture di coglioni.
“Allora ‘sta partita?”
Gli passa tre carte Nino.
“Ci sai giocare a tresette a spizzichino?”
Jacopo sorride.
“M’ha imparato mio nonno.”
“Speriamo che t’ha imparato bene. Se perdi come ci torni a casa?”
“Se perdo mi lasci la Punto. E domani torno per la rivincita.”

Riepilogando

Andando prima QUI e
poi QUI
si possono leggere tutti i racconti a quattro mani (dall’undicesimo al primo)

Poi.
In attesa di essere pubblicati:
12. Tresette a spizzichino
13. Leonetti Andrea
14. Scarpe
15. Belcastro Daniele, tubista.
Altri ancora non pervenuti.

Poi.
Mi manca qualche biografia (se son troppo lunghe le taglio).
Qualcuno ha scritto il metodo di lavoro, qualcun altro no: pubblicherà solo quelli pervenuti, poi.

Infine.
M’è venunto un cattivo pensiero. Evitiamo il voto di scambio (io ho scritto questo, tu cosa hai scritto? perché se io do il massimo dei voti a te e tu lo dai a me facciamo un figurone) che altrimenti il gioco della votazione finale diventa una cosa meschina, no?

Prossima edizione dei racconti a quattro mani: l’eros.
Così ci si scanna.
Ma ci si diverte.
Mah.

aquattromani: 11

MIRACOLO ITALIANO

Certo che ci pensava al suo futuro! Mica voleva restare impantanato come suo padre, a smoccolare sotto la sferza del padrone finché in bocca non gli sarebbero rimasti che due denti e tutti i rinfacci del fiele di una vita. Aveva visto e rivisto quel film, La ricerca della felicità e pretendeva il sogno americano. Anzi, meglio: il miracolo italiano. Per raggiungere la felicità bisognava impegnarsi, questo aveva imparato; che non viene giù dal cielo come una grazia, che bisogna conquistarla, crederci fino a buttare il sangue.
“Studia!”. La perdente giaculatoria di sua madre. Per anni non aveva fatto che ripetergli questo: “Studia!”. Ma a cosa cazzo gli sarebbe servito starsene tutto il tempo sui libri? A fare la fine di suo cugino Nicola, laureato con lode e il culo vizzo appiccicato sulla postazione di un call center? Naà! Lui aveva studiato, sì, ma davanti alla tivvù. E aveva capito che, per fare strada non bisognava conoscere la geografia, per realizzare il suo miracolo italiano non gli occorreva masticare l’inglese. Il cantiere era soltanto un contentino. Gli serviva per pagarsi la sauna, la palestra e far tenere chiuso il becco ai suoi vecchi. Lui gliel’avrebbe detto a cose fatte, a tutti quelli che lo conoscevano, “avete visto, eh, di cosa sono stato capace?”
Da un anno ormai tutte le sere si allenava. Era arrivato a fare cent’ottanta piegamenti sulle braccia; a mani aperte, coi pugni, con lo schiaffo, come quelli che faceva Robert De Niro in Taxi Driver. E poi duecento addominali perlomeno. Saliva e riscendeva e, nel frattempo, si controllava in faccia allo specchio la scacchiera dell’addome. E che bellezza quell’addome a tartaruga! Poi la depilazione. Tutto quanto s’era fatto levare, persino le sopracciglia si era sfoltito, un taglio preciso ad ala di gabbiano. E si era completamente rasato la capoccia. Ci spalmava la crema antirughe, sul cranio liscio e la faccia, mattina e sera.
Si preparava. Anzi, era già pronto per svoltare.
Il provino per il Grande Fratello, di lì a poco.
E adesso eccolo là, schiattato in mezzo al cantiere. Inzuppa rena e cemento con la sua roba, sbrodola giù, schifoso, pare un fantoccio scassato, lo stramadonna troia di un accidente.
La cazzuola aveva mulinato nell’aria, poi l’urlo, la parabola del volo e infine il tonfo: sordo, di schiena.
Aveva sentito sciamare miliardi di formicole in capa, una corrente, e ci aveva provato, cazzo, ad alzarsi da lì, rabbioso, non è niente, seh, non è niente, le formicole dovunque. Poi manco quelle. Aveva cercato di muovere le gambe, ma niente, nessuna reazione, e lungo le braccia  un via vai come di insetti.
Poi il bordello degli operai col capomastro: chi piangeva, chi bestemmiava in dialetto e, per finire, l’urlo della sirena, la barella, l’ambulanza. Una lesione profondissima al midollo. Immobile, seccato dalla vita in giù. Sua madre non fa altro che portarsi i fazzoletti ciancicati agli occhi, ciabattando nella stanza dell’ospedale. Suo padre, assieme al capocantiere, si era dato da fare a ribadire ch’era veramente una sciagura cadere dal ponteggio durante il primo giorno di lavoro. Del resto è così che funziona da sempre, una mano lava l’altra si dice, no?, e tutte e due lavano il viso.
La saggezza dell’Italia popolare.
Nella disgrazia però aveva avuto gran culo. La faccia, per dire, non gli s’era rovinata. Qualche graffio, sì, qualche ematoma, ma i denti graziaddio li aveva ancora tutti.
L’infermiera gli ha prestato uno specchietto. Con cura lui si controlla il viso. Le sopracciglia necessitano di un’attenta sfoltita: bisogna  darci dentro di pinzetta per ritracciare gli archi ad ala di gabbiano. La felicità non è una cosa semplice. E’ il becco spalancato di un uccello da nutrire a molliche. Cosa aveva imparato da quel film? Che quando si cade ci si deve rialzare. E lui, porcamadonna, l’avrebbe fatto. Anzi, lui lo sta bell’e che facendo.
“E’ tutta gente da mille euro al mese” – si dice, ripensando ai parenti e agli amici – “Ma quando cazzo vincono mai, co’ ‘ste facciacce? Blaterano di valori, di apparenze e poi, va’, piangono per un graffio, una malattia, perché sono ingrassati o gli hanno rubato il motorino” .
L’infermiera gli chiede se può sospendere un momento perché deve controllargli la fasciatura.
Il lupo in lui, quando ripone lo specchietto sul comodino, pensa e sorride “Lo so, troia, che cosa ti stai chiedendo. Se sono ancora in grado di armare. Un vero peccato, ve’?, tutta ‘sta grazia sprecata”.
Ha la certezza che la felicità sia lì vicino; che l’incidente, la sua attuale condizione, le cause all’origine della disgrazia siano dettagli preziosi. Sono i dettagli che fanno il personaggio.
Si vede opinionista, testimonial e, perché no?, corteggiato da uno schieramento.
Deve soltanto continuare ad allenarsi.
E presentarsi a quel cazzo di provino.