Fa freddo e c’è la nebbia. E il cane non fa la cacca: meglio, c’è poca luce e per raccoglierla dovrei abbassarmi troppo.
Mi viene in mente un possibile titolo di un libro, ché mi piace o inventarne nuovi oppure storpiarne di vecchi, poer l’appunto: A piedi nudi sul porco (argomento attuale, no?) (quando arriverò a casa google mi dirà che qualcuno ci ha già pensato: per un film a luci rosse, pare).
Sono invitato a cena da gente simpatica: ho declinato.
Meglio andare a spasso col cane: non mi chiede come va, almeno.
Mi viene in mente una storia, mentre passeggiamo tra la nebbia, io e Toby.
Mentre passeggiavo tra la nebbia a un tratto ho rivisto Maria, ha frenato quando mi ha visto, mi ha fissato, ma forse no, non era lei, sono passati vent’anni da quando ci siamo visti l’ultima volta, possibile che non sia cambiata? (eccetera) è l’incipit e la storia procede, dico tra me: quando arrivo a casa la scrivo (cosa che non accadrà) sebbene manchi il finale (poteva essere un racconto lungo).
Poi, rincasando, mi viene in mente il titolo di questi giorni miei.
Senza perdere la dignità.
Occhio a non perderla, mi dico.
Non la perderò, costi quel che costi, mi rispondo.
Bene, concludo.
Fine del monologo-dialogato.
Il cane intanto, siamo vicini a casa, mi strattona, ché sta per correre dietro a un gatto.
Coglione, gli dico, non vedi che è Mioumiou, ossia il mio nostro gatto: ogni sera, lui, esce, per rincasare verso le quattro di notte, perché sa Mioumiou che io vado a dormire a quell’ora.
Se ne accorge anche il cane che è il mio-nostro gatto, e la smette di strattonare.
C’è nebbia, lo perdono.