Sorrideva, Guido

Lo rivedo in casa sua, che suona e cerca di far suonare il mio bambino.
Era alto e grosso Guido Bosio, e il mio bambino era grande quanto il suo avambraccio. Ma le loro espressioni erano attente e curiose e concentrate sulla tastiera.
Abbiamo passate tante belle serata insieme, a parlar di tutto, io, Guido, Laura, mia moglie Francesca e il piccolo.
Due, tre volte siamo andati anche in un paesino, piccolo come un giocattolo, del basso monferrato, Due sture.
E lo vedevo, spesso, io, a Guido.
Lo vedevo camminare lungo il viale con i suoi amici. Era inconfondibile, lui. Il più grosso, il più sorridente.
E lo vedevo passeggiarre con Laura Bosio, la figlia scrittrice che lo ha reso felice perché gli è stata sempre accanto, fino alla fine.
Uscendo dalla chiesa, Laura ha fatto suonare la musica preferita di Guido (e che ora non ricordo).
Sorrideva, Guido. Perché a volte, morire non fa male.

Senti Guido, voglio fare, ora, qualcosa di irriverente. Qualcosa che non si fa, quando uno muore. Io voglio ridere, ma con te. O meglio: voglio farti ridere.
Ascolta. Al tuo funerale, non lontano da me, c’era un signore composto e attento. Verso la fine della cerimonia ha domandato:
Ma chi è morto?
E’ morto Guido Bosio, gli han detto.
Guido, ma davvero?
E i suoi occhi, che si son fatti tristi, hanno guardato la bara.
Insomma, era lì, lui, per passare un po’ di tempo, mica sapeva. C’è rimasto sai?

Guido grazie: tutte le volte che son stato con te ho riso anche io, contagiavi tu.

I libri nascosti di Luigi Bernardi

So, perché me lo ha scritto lui, che Luigi Bernardi ultimamente non trovava un editore che pubblicasse i suoi libri. Credo che nel suo cassetto (o nel suo computer) ci siano almeno tre romanzi. Rifiutati. O onor del vero, non so a chi li avesse proposti. Vorrei leggerli, un giorno.

Vado a memoria, ora. Qualcuno (forse Carlo Bo) scrisse che Fenoglio restò ai margini dell’editoria anche per il suo carattere, chiuso.
Aveva un carattere, sbagliato Luigi?
Sappiamo come era Luigi.

(E penso che nelle sue mail lui abbia regalato tanto a tanti di noi. Io sono uno dei tanti, e sono anche uno dei meno titolati a parlare, Ma ho pensato che fosse giusto scrivere, una volta ancora, di lui).

s’è ammattito

Ricordo l’ultima sera in fabbrica. Avevo deciso, ormai. Mi licenzio così mi laureo e poi vado a insegnare e scrivo romanzi (non è finita proprio così). Era comunque l’ultima sera: guardai il mio posto di lavoro, e pensai: mi sa tanto che proverò nostalgia.
No, non è successo.
Dissero di me: è impazzito, con una figlia da mantenere lascia un posto di lavoro fatto e finito.

Anni dopo. Lavoro in albergo, portiere di notte. Un lavoro bello. Perché di notte potevo leggere, studiare, ascoltare musica. E ogni tanto piovevano storie, lì. Stavo bene, ma bane davvero. Però mi mancavano pochi esami alla laurea, però mi attirava la redazione del giornale che ora dirigo (allora collaboravo per pochi spiccioli).
Me ne andai dicendo: lo rimpiangerò questo lavoro.
Un po’ rimpiango di non essere stato attento quando piovevano storie: di prostitute, di giocatori di carte, di persone famoese che magari alle 4 di notte non avevano sonno e scendavenao alla reception perché avevano voglia di piangere.

E  ho voglia di cambiare ancora, adesso. Di rimettermi in discussione. Di sapere che in giro magari dicono di me: s’è ammattito.

Bernardi, lo Zeman dell’editoria

Luigi Bernardi era un fiume in piena, e non lo dava a vedere. Sembrava un fiume che scorre lento e placido verso il mare, sembrava. Era il 2009. Io avevo scritto un libro, Bastardo posto, che doveva uscire per Newton Compton (e la Newton lo aveva annunciato nel catalogo dei suoi primi quarant’anni). Con la Newton, però, le cose si misero male. C’è la crisi, ci sono 900 prenotazioni, mi scrissero, meglio aspettare. Dopo un anno stavo ancora aspettando. Mi accordai con la Newton,  mi ripresi Bastardo posto, e lo proposi ad editori o editor che mi piacciono. Lo mandai quindi anche a Luigi Bernardi e lo mandai a una casa editrice che mi è sempre piaciuta, medio-piccola ma di grande visibilità, oggi, perché propone ottimi libri e autori anche noti. Mi risposero tutti e due, affermativamente. Bernardi-fiume-in-piena però mi lesse immediatamente. Invio del manoscritto (leggo a video, mandami pure il file, mi disse) e risposta nell’arco di due giorni. Quel che mi rispose lo ometto: ho sempre avuto la sensazione che Bernardi esagerasse nei complimenti con tutti i suoi autori, e quindi anche con me, così che tutti si sentissero considerati, e tanto, da lui. (Però era anche schietto. Mi scrisse: Lo scommettitore mi è piaciuto, Dicono di Clelia non mi ha convinto). Comunque. Feci, credo, l’errore della mia vita (editoriale): preferendo Bernardi e il suo Perdisa Pop all’altra casa editrice. Mi spiace aver perso forse un treno importante, e non mi spiace: perché è stato bello lavorare con Luigi, vederlo, anche se solo tre, quattro volte, scambiare mail con lui ridendo di quelli che se la tirano e parlando di gatti.
Poi.
Ci eravamo conosciuti su facebook, io e Bernardi, una domenica. Aveva scritto un commento da tifoso juventino e io, da tifoso fiorentino, gli avevo risposto sbattendogli in faccia Zeman. «Sarebbe un bel soggetto da raccontare in un romanzo», mi aveva risposto.
Era lo Zeman della narrativa, lui. I suoi buoni campionati, con Einaudi e Perdisa Pop, insomma con la Juve e la Juve Stabia, li ha fatti. Insomma, mi ha allenato un po’.
Un abbraccio caro Luigi.
(Come scrittore eri un fuoriclasse, invece).