Donne: che io conosco

Mi dice: Non riesco a stare zitta, io. Ho avuto sempre grane ma zitta non ci sto e zitta non sono stata quando denunciai che in quell’Istituto davano botte. Sono stata l’unica, però.

Mi scrive: Li senti negli ospedali questi atteggiamenti arroganti nei confronti degli anziani, a partire dall’uso del “tu”.

Mi telefona: Andrò a dire, va bene, conducetela pure la vostra battaglia sull’eutanasia, ma spiegatemi se non è come o peggio dell’eutanasia che si lascino morire dei poveri vecchi senza badare a cambiarli, col pannolone sporco…

Un’altra telefonata: E’ anche successo che non ho guardato in faccia nessuno, compresi quelli della mia famiglia, le persone più care. In me è più forte il senso di giustizia: e mi indigno quando si finge di non vedere o si giustificano amici cari o parenti.

Mi raccontò: Un mio compagno di università mi ha sgridato, mi ha detto che devo mantenere una pecisa distanza dai pazenti, gliel’ha spiegato suo padre, che è medico. Io però a quella vecchietta ricoverata sono andata a tenerle la mano, perché era sola. Mi ha accarezzato, e ringraziato.

Esempi di donne: che io conosco.

Segnalazione.
Di e su Vladimir Visotskij ne scrissi sull’altro blog.
Ieri sera, guardano in rete “cose elettorali”, ho letto che è appena uscito un cd di Finardi, che canta, appunto, Visotskij.
Ci fu qualcuno che si arrabbiò quando scrissi (riportando) che
per trovare qualcosa di simile in Italia dovremmo fondere Carmelo Bene, Francesco Guccini, Piero Ciampi e Pier Paolo Pasolini…
Comunque. Sono un po’ di fretta e quindi sul cd di Finardi ho travoto questo post, che segnalo

il gatto (vecchio post)

Giovedì 27 Aprile 2006

Il gatto che aspetta la morte (Domenica pomeriggio.
In auto, da Vercelli a Montemagno, nell’astigiano, da Mario Bianco).

Per strada un gatto, bianco e rosso.
Accanto a lui, sull’asfalto, una grande macchia, di sangue.
Parrebbe adagiato, come usano fare i gatti quando dormono, ma la testa è eretta, pare staccata, non appartenere al corpo.
Fissa il vuoto, maestoso.
Sembra irreale, scolpito, di pietra.
Aspetta.
Piove, appena appena.

(Sono andato a riprendere un vecchio post dal vecchio blog. Internet è uno stimolo a proporre sempre cose nuove ma, con le sue sovrapposizioni continue di immagini e parole, cancella, anche.
A volte mi piace rivedere vecchi film, già visti, o rileggere, perlomeno sfogliare, libri o poesie o testi teatrali già letti.
Farò e faccio così anche qui. E magari, col permesso degli interessati . e se li conosco senza nemmeno il permesso – andrò a riproporre, ogni tanto, cose impolverate)
(e buona giornata)

una non risposta, forse

In un commento, Morgan mi ha scritto
Remo, rispetto all’intervista, mi pare sempre di capire, quando citi il tuo passato, che ci sia stata solitudine e rabbia, sbaglio?

Son tanti i miei passati, caro Morgan, Come i tuoi come quelli di altri.
Ci sono state solitudini, rabbie, ma anche feste e primavere. Gli anni più belli, forse, quando, operaio metalmeccanico, ripresi a studiare. Il treno, tutte le mattine verso Torino, studiando. Il treno, tutti i giorni a mezzogiorno e qualcosa, che mi riportava a Vercelli; studiavo, ascoltavo, a volte dormicchiavo, ché quattro ore di sonno a notte, a volte tre, erano poche davvero.
Non ti sto rispondendo, Morgan, lo so.
Mi viene in mente che, sere fa, presentando il mio ultimo libro mi han chiesto: ma non si corre il rischio di scoprirsi un po’ troppo tenendo un blog?
Ho risposto di sì, a volte, forse, si dice troppo.
Io, forse, a volte dico troppo: perché, per esempio, io mi piaccio di più quando sto zitto rispetto a quando parlo.
C’è però un’altra cosa che mi vien da dire, ora.
Scoprirsi, dire dei propri affetti e d’altro, magari no, a un certo punto ci si deve fermare. Così racconto, e volentieri, di amori lontani, ma mai, o quasi mai, di cose recenti.
Ma dire quel che penso l’ho fatta diventare, sempre più, una regola di vita, da qualche anno. A cominciare dal mio lavoro, con i miei giornalisti (e nei limiti del possibile e, a volte, anche superandoli, questi limiti anche con i lettori): non ho segreti per la mia redazione. Nel bene e nel male. Non mi è costato – anzi no, mi è costato – raccontare le… il termine giusto è minchiate che ho fatto in passato. Ché a farsi solo belli è facile facile.
Non ti ho risposto Morgan, sul mio passato. Ne son geloso, come dei libri che leggo: sono miei e solo miei, e guai a chi li tocca.
La rabbia, poi.
La rabbia, dicevo al telefono ieri a una persona che ogni tanto viene qui, è un dovere morale.
M’arrabbio spesso, se vedo un’ingiustizia; m’arrabbio ancor di più: se sbaglio o sono superficiale.
Ma c’è, credo, una compensazione: non m’arrabbio mai se qualcuno, quando guido, mi taglia la strada, o mi suon, o non mi dà la precedenza. Né m’arrabbio se al supermercato o in banca qualcuno mi passa davanti. O mi fanno pagare di più al ristorante. O se la pasta è scotta, e tante altre cose ancora.
Penso, sulla rabbia, d’aver fatto scelte precise, insomma.
Però se un anziano viene maltrattato in una casa di riposo o in un ospedale o dovunque mi torna in mente il bel verso di Ho Chi Mhin:
Urlino tutte le ingiustizie del modo.
buona domenica

un senso di vago

in coda al precedente post c’è una domanda di Donna Laura su Baricco.

le rispondo qui.

baricco lo leggo: con piacere.
Seta in particolare.

non sono un critico, io, e quindi non so valutare. ma a prescindere dai gusti io penso che i migliori scrittori italiani viventi siano Camilleri, Eco, Busi, Tabucchi, Vassalli, Baricco, Lucarelli, Siti, Renato Olivieri e don Luisito Bianchi. e comunque.
conosco poco i Wu Ming, per esempio, sui quali, quindi, non posso dire.
ma tanti di noi non conoscono autori pubblicati, oggi, magari da Fernandel e che nessuno considera?
si può dire, certo, ma tanto per dire.
critici e lettori da poco possono sbizzarrirsi ma tra cent’anni, magari, di questo periodo verrà consacrata la Tamaro e non Baricco, chissà.
credo però che i contemporanei non sappiano giudicare i contemporananei.
si pensi a Céline, o a Fenoglio. o a Primo Levi, bocciato da Einaudi e Gallimard
aleggia, su questo discorso dei consacrati oggi e di quelli che verranno consacrati tra cent’anni, comunque un senso di vago.
e quanti scrittori, magari validi, non vengono e non verranno mai consacrati o non sono mai stati consacrati?, chissà.

un senso di vago.
morselli è stato pubblicato dopo la morte.
e con lui altri mille.
e a dino campana persero addirittura il manoscritto dei Canti Orfici… E forse non fu solo Sibilla a fare impazzire, ancor di più, un uomo già predisposto, pare, a vacillare
e avverto, io, un senso di vaghezza e di lontananza da chi critica, giudica, sa.
però dite, se volete, certo.
e buona giornata

ho conosciuto Baricco, mi dice

Sono, siamo in anticipo per la presentazione del libro.
Così entriamo in un bar e ordiniamo tre caffè.
Ho due copie del libro con me, e un bloc notes. Per comodità appoggio tutto sul bancone mentre sorseggio il caffè. La proprietaria del bar, sui quaranta, bionda, occhi vivaci guarda prima la copertina del libro e poi mi fa: Lo ha scritto lei?
Non mi conosce:
Livorno Ferraris è a mezz’ora da Vercelli, ci sono stato poche volte, io. Ma sapendo che davanti al suo locale, nella biblioteca comunale, si svolgerà, questione di minuti, una presentazione, e vedendomi con i libri, la signora ha fatto uno più uno, e infatti.
Mi fa: Dove lo trovo?, mi interessa.
Le faccio: So che qui non ci sono librerie, c’è a Vercelli, in tutte le librerie, e nei supermercati.
Mi fa: Ma parla di persone che parlano con i morti?
Le faccio: In parte sì e in parte no (e le spiego che il libro è più che altro un giallo).
Chiedo: Quanto fa?
Niente, offro io, dice la signora. Che aggiunge: Comprerò il libro.
Ringrazio, esco, usciamo. Fa freddo, accendo una sigaretta.
Nonostante faccia un freddo boia, fuori dal bar ci sono due ragazzi con una maglietta estiva. E’ una maglietta da lavoro, blu, c’è scritto cooperativa e qualcosa.
Scusi, mi chiede uno di loro.
Sì?, rispondo.
E’ uno scrittore lei?
Non rispondo subito, faccio fatica, dipende dal contesto -da dove sono, da non so bene cosa- ma faccio fatica, tante volte, a definirmi tale (e ne ho parlato, poi, durante la presentazione).
Comunque: al ragazzo devo una risposta, mi sta guardando, penso voglia dirmi qualcosa.
Sì, scrivo, gli dico.
Mi fa vedere?, mi chiede, indicandomi il libro.
Lo guarda, mi guarda, mi sorride, mi dice, Sa, io ho conosciuto
Baricco, e dopo ho letto tutti i suoi libri, proprio un grande, grande scrittore, e poi sa… sto scrivendo un libro anche io… e il suo, dove lo posso trovare?
Gli rispondo, avrei voglia di regalargli una copia, e sto quasi per farlo. Poi ripenso alla signora del bar. Ho due libri con me, uno mi serve per la presentazione.
Penso che il libro, e mentre penso il ragazzo mi stringe la mano e mi dice “complimenti”, penso, dicevo, che il libro costa 9 euro e 90, 8 e qualcosa nei supermercati, e che la signora non mi ha fatto pagare 2 euro e 40 per i tre caffè: do la precedenza alle donne e lo regalo a lei.
(La presentazione, poi, non è andata granché bene: sei copie vendute, ma, tra i circa trenta presenti, alcuni alla fine si sono avvicinati per farsi autografare una copia acquistata già, precedentemente).
Buona giornata

Dimenticavo. Grazie a quelle collaboratrici del mio giornale che sono venute, testimoniando, ancora una volta, l’affetto che nutrono nei miei confronti. E grazie all’assessore alla cultura del Comune di Livorno Ferraris, perché ha letto il libro e perché, insieme alla giornalista Elena Furini che mi presentava e mi intervistava, è intervenuta con domande interessanti (per esempio: quanto conta una copertina per un libro?).

Livorno Ferraris è un comune con una forte tradizione legata al vecchio Pci e alla sinistra. Quando ci sono le amministrative, però, e questo si sa, saltano gli “attaccamenti ideologici” e si vota la persona. Così succede che, specie nei piccoli centri come appunto lo è Livorno Ferraris, magari turandosi il naso qualche elettore di sinistra voti un sindaco di alleanza nazionale…

inventarsi nomi, scrivendo

Lo ricoverò e lo salvò, squartandolo come un maiale; e quando, dopo l’operazione, lo ricucirono, persero il conto dei punti di sutura. Il professore, in un colpo solo, gli tolse l’appendicite e la cistifellea e dopo gli aprì anche lo stomaco, perché aveva un’ulcera brutta, che l’avrebbe ammazzato. Il professore lo tenne in ospedale tre mesi e, l’ultimo giorno, quando lo dimise, gli si presentò davanti con una bottiglia di Vecchia Romagna, così brindarono e, con loro, nonostante la suora dimenasse il capo sconsolata, brindarono gli altri malati del vecchio ospedale.

Non so quanto di vero ci sia in questo racconto che mi ha fatto mio padre che a sua volta lo sentì da suo padre, mio nonno, nato nel 1880. Ma di sicuro, mio nonno e altri vecchi verso quel professore, che quando dimetteva un paziente brindava con lui con della Vecchia Romagna, nutriva ammirazione. Tanta.
Perché ho raccontato questo. Perché in coda all’ultimo post c’è una domanda, di Pispa. Che chiede:
sai remo? una cosa che non ho mai chiesto e voi scrittori e mi domando sempre, invece: ma come si scelgono nome e cognome di un personaggio?

Al personaggio del mio primo libro diedi il cognome di quel professore, Baldelli. E gli appiccicai un nome di battesimo, Luca, perché mi pareva suonassero poi bene, insieme, Luca con Baldelli.
Quel cognome, Baldelli, mi faceva risentire le voci di mio padre e di mio nonno.
Comunque.
E a volte, anzi no spesso, scelgo i cognomi inventandoli, e cercando, in questi cognomi inventati, o una certa musicalità oppure una mancanza totale di musicalità: punisco certi antipatici affibbiando loro un cognome brutto, insomma.

Ora sto scrivendo di un certo Limara… pensava Limara, si chiedeva Limara, si macerava dentro Limara.
Limara… amara: c’è assonanza.

Anna Antichi, invece, il personaggio della donna che parlava con i morti, ha un cognome ragionato. Studiato. Voluto. Una sorta di messaggio.

Su Famiglia Cristiana è uscita una recensione di Laura Bosio, sul mio libro. E Laura ha colto un aspetto importante della psicologia di Anna Antichi: è combattuta, si sente come lacerata: da una parte c’è il suo mondo, con gli aperitivi, le fighelesse (ome le chiama lei), le chat (che usa), dall’altro c’è il mondo, che Anna rimpiange, di suo padre, un anarchico alla buona. Ci tiene Anna, ad essere svegliata al mattino dalla vecchia sveglia che fu di suo padre, quelle che fanno rumore, tutta la notte, e che ti ritmano i sogni e i risvegli.

E mi fermo, ma vorrei rispondere anche a Morgan (che mi ha chiesto: Remo, mi pare sempre di capire, quando citi il tuo passato, che ci sia stata solitudine e rabbia, sbaglio?), ma son di corsa. Devo lavorare, poi stasaera devo andare presentare il mio ultimo libro (a Livorno Ferraris).
Cerco sempre, alle presentazioni, di dire cose diverse, cercano di rapportarmi anche a chi mi sta di fronte.
Un insegnamento, questo (di un certo Gian Renzo Morteo), che parte da alcune riflessioni sulla fruizione e sul teatro. E che sottende il rispetto del linguaggio e della cultura altrui.
Un conto è proporre l’Amleto a studenti universitari, un conto a degli operai.

E ora schiaccio su “pubblica” di questo blog e poi lavoro.
Brutta giornata, oggi: piove e fa freddo, qui in Padania.
Buona giornata, comunque.
E se ci son refusi scusate, come sempre. Ché ho scritto mangiano un toast.

intervista

Ha detto che, in fondo, con dosaggi diversi, siamo un po’ tutti santi e puttane, come Clelia.
Che non ci sono regole per scrivere una storia, perché ognuno deve cercare le sue, di regole.
Che sarò sempre dalla parte dei calpestati, le vittime della società ma anche le vittime dei propri pesi; ma ho anche detto che l’origine della mia scrittura arriva da dentro, dai miei fantasmi.
Poi ho detto di Anna Antichi, che magari è scostante, maleducata, per niente fine; ma io son stufo delle persone fini, beneducate che vivono pensando solo a se stesse.
E poi ho detto altro, in questa intervista.
Buona giornata

dacci oggi il nostro sfogo quotidiano

Son di corsa, oggi.
Grane, grane e ancora grane. E bocconi amari.
Chi può permettersi di fare la voce grossa fa la voce grossa.
E minaccia: attenti a quello che scrivete, attenti a non ledere la mia onorabilità.
Quando assunsi la direzione del giornale, tre anni, fa, scrissi che avrei dato voce a chi non ne ha.
E credo che questo, insieme al “raccontare piccole storie di tutti”, sia uno degli aspetti più qualificanti dell’informazione locale.
Comunque.
Così ho fatto, e ne vado fiero.
Risultato: grane, querele, minacce di querele.
Altro risultato: il giornale è cresciuto, più vendite insomma.
Altro risultato: nessuna forza poltica apprezza la linea del mio giornale.
Altro risultato: quando si tratta di cercare conferme, testimonianze, quelli che vengono calpestati e umiliati si ritrovano soli. Traduzione: io e loro.
Vedremo come finiranno queste grane.
Vedremo, vedrò: di sicuro non farà mai il giornalista che abbozza al potere, che abbassa la testa.
(Ma che chiede anche scusa quando sbaglia: perché facendo questo lavoro, a volte pressati dalla fretta, succede di sbagliare. Non sono infallibile, io. Il giornalismo è tutt’altro che infallibile. Ma i miei giornalisti lo sanno: nel dubbio, tante volte, ho preferito non pubblicare).
Comunque.
L’ho detto due minuti fa ai miei giornalisti: o si continua lavorare così oppure arrivederci, posso smettere anche domattina.
So fare il cameriere, per esempio. So, credo, correggere manoscritti, ho già curato un paio di editing. Ma posso anche, oddio se perdo qualche chilo è meglio, andare a vendemmiare, o pulire cantine. Cose già fatte, del resto.
E va bene così.

Passo ad altro.
(Passo spesso ad altro).
Sul blog di Massimo Maugeri – un bel blog, a mio avviso – da oggi si inaugurano le recensioni incrociate.
Oggi s’incrociano e si confrontano Sabrina Campologo e l’accoppiata Laura e Lory.
Buona lettura e buona giornata.

Ho finito la mia pausa panino. Torno alle grane. E al giornale.
Ancora una cosa: se scrivo di giornale è perché, per esempio, il contatore di questo blog mi dice che da Roma ho, certi giorni, anche 150 visite; ma da Vercelli, la mia città, ne ho cinque, dieci quando va bene. Non mi dispiace affatto queta non conoscenza di chi vedo, ogni giorno.
Mi dà come la sensazione del viaggio, il blog.

Castigo e pace dopo la strage tedesca…

Marino Magliani è, nell’ordine, una persona gentile, un bravo scrittore, un amico.
Un giorno mi piacerebbe mettere a confronto la sua mitezza con l’esuberanza di Marco Salvador, altro amico scrittore.
Andrebbero d’accordo, lo so.
La premessa, questa premessa, per me è doverosa. Se uno scrittore scrive di un altro scrittore è giusto che si sappia se sono amici, se fan parte di conventicole dove ci si promuove a prescindere, e altro.
Allora, io e Marino Magliani ci conosciamo grazie alla posta elettronica, senza risparmiarci critiche sulle cose che pubblichiamo, e abbiamo cominciato a scambiarci mail perché è successo che a me son piaciuti i libri suoi pubblicati con Sironi e a lui son piaciuti gli ultimi due libri che ho scritto (Lo scommettitore e La donna che parlava con i morti).
L’ultimo suo libro, Quella notte a Dolcedo, è a mio avviso il suo miglior libro.

Quella notte… Tra la guerra e la caduta del Muro di Berlino… Chi ha tradito i Droneri? E perché? Era l’estate del 1944… A Dolcedo scatta la trappola: una famiglia – i Droneri, appunto, loro che «facevano il pane, davano da mangiare all’intero paese oltre che ai partigiani» – vengono sterminati dai tedeschi. Guida la pattuglia il capitano Garser, sarà il soldato Lotle, Hans Lotle, a gettare le granate nel pozzo dove si sono rifugiati i predestinati.

Sul libro di Marino Magliani è appena uscita questa recensione, su Tuttolibri, firmata da Bruno Quaranta.

Quella notte a Dolcedo, Castigo e pace dopo la strage tedesca, è il titolo del pezzo. Un buon titolo, mi sembra.

PS Se qualcuno volesse fare delle domande a Marino Magliani (che, per chi non lo sapesse, è un ligure che vive in Olanda) faccia. Di tanto in tanto Marino viene in questo blog.

sentendo il tg

ho visto, più che visto sentito, un pezzo di telegiornale. a me basta la radio, ma quando vado a cena dai miei, che sono pure un po’ sordi, sento anche, e bene, dato il volume, un telegornale, così a caso.
allora mangiando ho sentito e intravisto, nell’ordine, veltroni, fini, ratzinger.

dico subito il finale: ratzinger è quello che mi è piaciuto di più.

parto da veltroni. che ha parlato di sanità. e ha detto che negli ospedali (se vince lui) ci sarà la svolta: verranno valorizzati solo i medici capaci, a prescindere dal loro colore politico.
certo che sì, sarebbe una svolta epocale.
sappiamo tutti come va negli ospedali: un primariato ai diesse, due a forza italia, tre alla margherita, uno non tesserato ma “benedetto”, un altro ancora non tesserato ma massone. ed è carino quando cambiano i colori di un’amministrazione regionale, per esempio da centro destra a centro sinistra: c’è la gara al cambio tessera. qualcuno, che fino a pochi giorni prima canticchiava e forza italia trallallerollalà s’impara l’internazionale e si fa scaricare nella suoneria del telefono hasta siempre…
comunque veltroni mi sarebbe piaciuto di più se avesse detto che il Pd, che vinca o che perda, non sponsorizzerà più, come invece ha fatto e sta facendo, questo o quel primario.
gianfranco fini, a sua volta, ha detto un po’ le stesse cose, riferendosi al lavoro, alla meritocrazia insomma.
basta coi pelandroni, se vinceranno loro, verranno premiati i più bravi e quelli che lavorano di più. (mentre diceva queste cose la telecamera ha inquadrato un po’ di gente: non mi è parso di intravedere dell’entusiasmo).
avrei apprezzato se avesse detto che verrà presentato un disegno di legge affinché la raccomandazione divenga reato.
ratzinger ha detto che l’aborto e il divorizio sono il peggio del peggio…
avesse detto che anche le morti sul lavoro sono un peccato capitale penso che non avrei digerito le costine di maiale e il pollo al forno, ma con tanto aglio, preparato da mio padre.

buona domenica

Alla fine l’ho visto Il cacciatore di aquiloni.
Piacevole. Ben recitato.
Certo, anche strappalacrime. Ma al centro della storia, libro o film che sia, il vedo il coraggio. Il coraggio, raro, di pochi, di riuscire a dire Vergogna a chi potrebbe puntarci un facile a ammazzarci, oppure, sull’altra sponda, la mancanza di coraggio che può assumere i connotati della viltà, che è cosa, io credo, che appartiene un po’ a tutti e con la quale ci si confronta.
Può chi non è nato coraggioso diventarlo, coraggioso?

Da Saviano a Gherardo Colombo

Prima sul blog di Serino e poi in quello di (un’insolita, pungente) Loredana Lipperini, nei giorni scorsi c’è stato l’ennesimo scontro su Saviano.
E su Gomorra.
Dico subito: su Saviano e su Gomorra a me piace ascoltare che impressione ne hanno ricavato soprattutto i lettori del sud. Ho ascoltato, ascolterò.
Per me è un buon libro, ma non un capolavoro.
Colpevolizzare Saviano perché ha pubblicato con Mondadori mi pare sbagliato.
C’è l’ombra di Berlusconi, è vero, dietro la Mondadori. E non solo l’ombra. Ma ho conosciuto persone, serie, del gruppo, e so che non ci sono ingerenze nelle scelte editoriali della narrativa (sulla saggistica devo chiedere).
E comunque. Non mi piace che si tappi la bocca a chi dice che Gomorra non è un buon libro, perché ogni libro è imperfetto e perché un libro si può incontrare, ma si può anche non incontrare, con la percezione del o dei lettori.
Non mi piacciono alcuni siluri verso Saviano.
Che ha fatto di male? Ha scritto un libro, ha vendute tante copie. Non per tutti ma per tanti è diventato un simbolo. Magari imperfetto, magari è solo una moda il “savianismo”. Magari Saviano ha fatto ombra ad altre voci del sud (ma questo, io credo, sia un argomenti di difficile trattazione sui blog: porta a infinite accuse e controaccuse). Ma sarà il tempo, io credo, a dire.
E comunque: Saviano-uomo merita rispetto non foss’altro perché vivere sotto scorta non è vivere.

Ho appena conosciuto Gherardo Colombo, ex magistrato di mani pulite.
Quando parla al pubblico (stamattina era di fronte a 150 studenti delle superiori, adesso, mentre sto scrivendo, invece si incontra con degli universitari) ha un atteggiamento autorevole, a tratti spigoloso. Si infastidisce se qualcuno disturba mentre parla, non vuole essere interrotto (c’è anche da dire che oggi era un po’ influenzato, il che non aiuta).
Parla soprattutto, Colombo, di regole e di rispetto.
E sa spiegarsi bene. Fa esempi concreti, sa farsi ascoltare.
(Le regole della lingua italiana: vanno osservate così che ci si possa capire, ha detto).
Abbiamo parlato un po’ andando a pranzo (fuori dal suo ruolo di personaggio pubblico è affabile, mite, gentile con tutti), così ne ho approfittato per chiedergli del sud.
Che pensano i ragazzi del sud quando lui parla di regole che vanno rispettate, educando, in primo luogo, noi stessi alla cultura del rispetto?
Mi fa: Ha visto alla fine che alcune ragazze mi hanno fermato e mi hanno fatto altre domande?
Sì, ho visto, gli ho detto.
E lui: Guardi, recentemente a Lecce ho rischiato di perdere l’aereo, i ragazzi continuavano a chiedere, è un problema che sentono. Certo, più al sud che al nord.

(Gherardo Colombo dice che – oggi – il vero trasgressore è colui che chiede l’applicazione di regole finalizzate al rispetto degli altri. Dice che trasgredire le regole è diventata una norma: devastante).

il post che dovevo scrivere

Avevo scritto cose, stanotte, due cose diverse.
La prima. Considerazioni sui giovani, raccontando le mie serate in birreria o le mie lezioni nelle scuole.
La seconda. Lunedì in redazione, con birra, aranciata, archidi e patatine abbiamo festeggiato (dieci minuti, di più non si poteva) i miei primi tre anni di direzione.
Alla fine, però, rileggendo i post, mi dicevo che qualcosa non andava. E, senza capire perché, li distruggevo.
Mi sembravano stupidi. Lo erano.

Vedete, un conto è fare il giornalista di una grande testata. O da lontano. Ma quando sei l’album fotografico di una piccola città è diverso.
Poche ore prima che scrivessi quei post, hanno sepolto una ragazzina, di sedici anni, morta in un incidente. Ho visto le foto di lei, sorridente, ho letto il biglietto che le ha scritto il fratellino, di 11 anni. Il biglietto era accanto a un pupazzetto, che è stato messo, insieme ai fiori, sul luogo dell’incidente.
C’era questo che non andava nei miei post.
Era questo il post che chiedeva di essere scritto.
So chi è il padre. Un mio giornalista lo conosce bene. Penso a come possano sentirsi, in queste ore, il padre e la madre della ragazza.
Dire penso a come possano sentirsi i genitori della ragazza è facile dirsi.
(Bion: Un conto è mettesi nei panni degli altri. Altra cosa è mettersi i panni degli altri…)
A immedesimarsi, per davvero, c’è da avere male, dalle budella all’anima.
(E penso al nostro mestiere di giornalisti, anche: siam tristi e parenti stretti dei becchini, in fondo in fondo).

C’è il sole, oggi.
Si nasce e si muore, oggi, si piange e si ride, come sempre.